L’offensiva di Amsterdam
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di GIOVANNI SANNA.
Siamo entrati in uno stadio acuto della lotta fra la rivoluzione e la controrivoluzione. La borghesia di tutto il mondo sente che questa volta non si tratta più d’una crisi passeggera, ma che si giuoca la partita finale e naturalmente mette in tavola tutte le sue carte. Dappertutto essa getta contro le avanguardie rivoluzionarie del proletariato le non indifferenti forze ideologiche. economiche, politiche, militari ereditate pur nell’ora dell’imminente sfacelo da un più volte secolare dominio di classe. In Russia essa con gl’intrighi e con l’oro fa il tentativo di riaccendere le fiamme della guerra civile; negli Stati Uniti riempie le galere di operai rivoluzionari mediante semplici misure di polizia, senza processo; in Spagna fa assassinare da sicarii pagati i capi più in vista del movimento operaio; in Francia e in Inghilterra fabbrica fantastici complotti addomesticati, per aver pretesto di perseguitare i comunisti; in Germania fomenta le gesta dell’Orgesch, imitate in Italia dai fascisti. Qualcuno, anche nel campo proletario, teme e spera che ciò sia il principio di una vittoriosa controrivoluzione borghese, mentre, dato l’irrimediabile sfacelo del sistema capitalista di produzione, non può trattarsi che dei divincolamenti agonici di un organismo moribondo.
E’ assai significativo che con questa riscossa generale della borghesia coincida e s’accompagni l’offensiva generale dei capi socialdemocratici dei sindacati aderenti ad Amsterdam contro gli elementi rivoluzionari dei sindacati. La coincidenza non è fortuita. La socialdemocrazia continua il suo triste mestiere di tirapiedi della borghesia. Naturalmente i signori di Amsterdam spergiurano per bocca dei vari Fimmen che essi non sono gialli né controrivoluzionari: ma intanto rendono alla controrivoluzione il maggior servizio possibile, tentando di tagliar fuori dalle masse proletarie organizzate sindacalmente la parte politicamente più avanzata, quella che ha più chiara la coscienza e la volontà della lotta contro il capitale, cioè i nuclei comunisti. Non si è con la borghesia – ohibò, allora, quale gonzo di operaio ci darebbe retta? – ma… ma si combattono i più decisi nemici della borghesia! Ombra di Ignazio da Loyola, esulta!
Però, sarebbe pericoloso, a questi lumi di luna, combattere i comunisti perché rivoluzionari. Questo potrebbe piuttosto attirar loro le simpatie della massa. Occorre trovare contro di essi un capo d’accusa, che faccia presa sui lavoratori non ancora stufi o conscii del tradimento socialdemocratico. E allora la demagogia controrivoluzionaria dei papaveri sindacali inizia la lotta sotto la bandiera dell’unità del proletariato. «I comunisti vogliono portare la scissione nel campo operaio!», gridano, gonfiando le gote, tutti i grandi e piccoli Gompers, pensando con ansia alle loro prebende.
La maggior parte di coloro che gridano così -specialmente tra i capi- sono in mala fede ma ve ne sono anche di quelli, male informati o ingannati, che credono realmente al pericolo. Costoro si basano su la circostanza che i comunisti aderenti alla Terza Internazionale dappertutto si sono separati dagli altri partiti che usurpano il nome di proletari. Ma altra cosa è il partito, altra il sindacato.
La scissione dei partiti socialdemocratici in tutto il mondo era necessaria, e inevitabile il distacco dei comunisti dagli opportunisti di ogni gradazione. Ciò posto è indifferente chi abbia preso l’iniziativa dell’inevitabile. Quando in un partito, cioè in una unione di uomini possedenti uguale concezione del mondo, costituita allo scopo di raggiungere determinati scopi politici, si determinano fondamentali disparità di vedute, o queste vanno eliminate, o se ciò risulta impossibile, il Partito deve dividersi, perché soltanto se vi è fondamentale comunanza di opinioni esso è adatto al proprio scopo di guidare il proletariato.
Diversamente stanno le cose per quanto riguarda i sindacati. In questi i lavoratori si riuniscono non sulla base di un’identica concezione del mondo, ma soltanto per il conseguimento di fini economici. La differenza tra partito e sindacato fu cosa formulata nel Congresso di Heidelberg del P. C. tedesco nel 1919:
«L’organizzazione politica del P.C. ha lo scopo di riunire gli elementi più progrediti della classe lavoratrice sulla base del programma del P. C.
L’organizzazione economica ha lo scopo di riunire l’intiero proletariato, che è oggetto di sfruttamento capitalista.
Base dell’organizzazione politica è la comune volontà di conseguire un futuro assetto politico.
Base dell’organizzazione economica è il fatto di una condizione economica esistente.
L’organizzazione politica ha il compito di guidare le lotte politiche. Questo compito può essere assolto da una minoranza.
Compito dell’organizzazione economica è quello di attuare la lotta stessa. Esso può assolversi soltanto dalle compatte masse proletarie.
La borghesia già da lungo tempo attua praticamente questa concezione. Vi è infatti tutta una serie di partiti politici borghesi, i quali talora si combattono nel modo più accanito, ma nelle organizzazioni economiche della borghesia si riuniscono tutti i capitalisti, senza differenza di partito». («Rote Fahne», di Berlino, num. 72).
A identici concetti si inspirano le Tesi del Congresso di Mosca, che, com’è noto, mentre esigono la separazione, anche organizzativa, dei comunisti dai partiti opportunisti, prescrivono invece loro di restare nei sindacati anche opportunisti e gialli, e anzi condannano espressamente «ogni artificiale tentativo di fondare speciali sindacati senza esservi costretti da straordinari atti di violenza da parte della burocrazia sindacale… o dalla gretta politica sindacale aristocratica che impedisca l’entrata nei sindacati di grandi masse d’operai poco qualificati».
A questi criteri tattici i comunisti non son venuti meno in nessun luogo e in nessuna occasione. Essi dappertutto mirano a liberare i sindacati dai loro capi e dai loro metodi opportunisti e collaborazionisti, ma nella loro interezza, come organismi compatti, senza frazionamenti. Invece un vasto e metodico lavoro di scissione nei sindacati è stato intrapreso proprio da coloro che si spacciano pei paladini della unità proletaria, e che non possono tollerare la presenza nei «loro» sindacati di elementi di opposizione risoluta, che i comunisti.
La parola d’ordine di Amsterdam
Le prime avvisaglie della lotta dei papaveri sindacali contro i comunisti s’ebbero, com’è note, in Francia, iniziandosi con l’ukase di Hodée che espelleva dalla Federazione dei contadini una serie di organizzazioni per reato di rivoluzionarismo e culminando con la incompatibilità dei comunisti nei sindacati. Aspetto caratteristico ha assunto la lotta in Austria, dove i socialdemocratici, profittando della prevalenza che ancora hanno nei Consigli di fabbrica, e delle facoltà spettanti a questi ultimi in materia di ammissioni e licenziamenti, conducono la lotta anticomunista coi più bassi mezzi della rappresaglia padronale. I bonzi socialdemocratici dei Consigli di fabbrica fanno licenziare gli operai rivoluzionari, impongono loro sotto minaccia di licenziamento di entrare nelle loro organizzazioni e di abbonarsi ai loro giornali. Dei compagni padri di famiglia, furono licenziati solo perchè leggevano e facevano leggere la «Rote Fahne», giornale comunista. Una particolareggiata esposizione di questi miserabili procedimenti può leggersi in detto giornale, del 10 febbraio.
Non meno stomachevole, come vedremo, è il modo con cui i seguaci di Amsterdam conducono la lotta in Germania. E perfettamente legittima ci sembra la conseguenza che dalla contemporaneità e uniformità dell’assalto socialdemocratico trae sulla «Vie Ouvrière» il compagno V. Godonneche: «Se si paragona la condotta dei capi sindacali tedeschi con quella dei loro colleghi francesi, si può riscontrare una grande somiglianza. Gli uni e gli altri si comportano in modo affatto uniforme nella esclusione dei comunisti. Non può esservi dubbio che alla Conferenza di Londra dell’Internazionale di Amsterdam sieno state decise misure di violenza per ostacolare i progressi dei comunisti in seno ai sindacati, che appartengono ancora all’Internazionale. Certamente, si è avuto cura di non render di pubblica ragione questo fatto, e i provvedimenti di esclusione sono stati presi dai capi in sedute segrete. Non Mosca né i comunisti son quelli che scindono i sindacati, ma la parola d’ordine della scissione è partita da Amsterdam, e gli agenti di Amsterdam la mettono in esecuzione così in Germania come in Francia».
La lotta in Germania
In Germania i dirigenti dei sindacati, per lo più maggioritari, ma anche indipendenti, si trovano in una situazione particolarmente difficile e disperata di fronte alla crescente radicalizzazione delle masse. Dal già citato articolo della «R. Fahne» berlinese riportiamo a tale proposito i seguenti interessanti rilievi:
«Nessuno, che abbia posto di responsabilità nel movimento un operaio tedesco, mette in discussione che dopo il novembre 1918 la correlazione delle forze tra proletariato e borghesia si sia spostata vantaggio della borghesia. Si può anche affermare che molto al di là delle file comuniste si sia convinti che i mezzi di lotta finora adoperati dalla classe lavoratrice non sono più sufficienti: Perfino il Comitato dell’A.D.G.B. («Allgemeiner Deutscher Gewerkschafts Bund», Unione generale dei Sindacati tedeschi), nella sua tornata di dicembre ha constatato l’insufficienza dell’antica tattica sindacale.
Guardando la cosa superficialmente, sembra illogico e incomprensibile che in una simile situazione la burocrazia sindacale muova un’offensiva generale contro i comunisti. Ma questa contraddizione è soltanto apparente. In realtà la situazione oggettiva non solo non è in contraddizione con i conati della burocrazia sindacale, ma anzi l’accentuarsi della situazione è appunto la causa della battuta di caccia della burocrazia sindacale.
II crescente sfacelo del capitalismo e i tentativi della borghesia per conservare a ogni costo il dominio determinano il sempre maggiore peggioramento delle condizioni di vita degli operai, impiegati e funzionari. Ma la psicologia delle masse è diversa da quel ch’era prima della guerra. La stessa borghesia durante la guerra, quando le conveniva spremere dal proletariato fin le ultime forze, fu costretta ad insegnare ai lavoratori l’importanza decisiva ch’essi hanno nel processo produttivo. E il grande e positivo guadagno della rivoluzione di novembre consiste indubbiamente nel fatto che nel corso di essa ricevette un colpo mortale quello spirito di servilismo, che secondo un’espressione di Engels contraddistingueva i Tedeschi dalla guerra dei Trent’anni in poi. Antiche e radicate idee andarono in aria. La mutata psicologia delle masse si manifesto anzitutto nel poderoso affluire di esse ai sindacati. Questi, che prima della guerra annoveravano nelle loro file soltanto i più avanzati tra gli operai e gli impiegati, abbracciano oggi il grosso dei lavoratori. E questo fatto è impegnativo.
Giacché le masse non affluirono nei sindacati per entusiasmo verso la politica di guerra della Commissione Generale. Esse chiedevano ai sindacati di essere sostenute contro la fame e la miseria, contro l’arbitrio padronale, e di esserne protette contro un ulteriore immiserimento. Ma a ciò non si prestano i sindacati con la loro antica tattica, ancora senza eccezione fedelmente seguita. L’organizzatore antico poteva adempiere al suo ufficio tanto meglio, quanto più esattamente e a fondo egli conosceva le condizioni del suo mestiere e la situazione dell’intiera industria. Le lotte economiche erano complicatissime, e per dirigerle occorreva un’esperienza, che si poteva acquistare solo con l’attività pratica di molti anni.
Tali conoscenze oggi non servono più a nulla. Quando le masse si trovano in condizioni da far pietà, esse non si lasciano persuadere a rinunciare per motivi tattici alla lotta contro i padroni, solo perché i sindacati possono sperare nell’esito favorevole della lotta soltanto quando la congiuntura è buona. E così la ribellione delle masse contro il proprio immiserimento, contro il tentativo capitalista di asservire totalmente i lavoratori, rovinò con forza elementare i calcoli dei capi sindacali. Ora qua, or là i lavoratori. si ribellarono con scioperi selvaggi contro l’imminente rovina, contro la bancarotta dell’antica tattica sindacale.
Gli antichi organizzatori praticoni son disperati. I loro accorti calcoli son dispersi dalla volontà di vita delle masse affamate. Questi organizzatori, incapaci di capire che è suonata l’ora mortale del capitalismo, che una migliore «congiuntura» potrà aversi solo dopo l’eliminazione del capitalismo, ricadono nell’antico errore dei mercenari della borghesia, che in ogni agitazione del proletariato ridestantesi vedevano i «sobillatori socialdemocratici». Per i capi delle organizzazioni è un fatto positivo che l’agitazione del proletariato non è che un effetto della sobillazione comunista. Quindi la loro immensa avversione contro i comunisti e contro tutto ciò che viene da questi».
I successi ottenuti recentemente dai comunisti nelle elezioni alle cariche sociali di alcuni tra i principali sindacati tedeschi, finora infeudati al socialpacifismo, convinsero i sopracciò del movimento sindacale che non v’era tempo da perdere. Fu così iniziata la crociata «contro coloro che turbavano l’unità sindacale dietro ordine di Mosca». Nella decima tornata dell’A.D.G.B., fu approvata una mozione dell’indipendente (!) R. Dissmann, cosi concepita:
«Le tendenze patrocinate da Mosca minacciano nel più alto grado l’unità e la compattezza del movimento operaio e quindi il Comitato dell’A.D.G.B. dichiara esser suo dovere combattere con tutti i mezzi il sua disposizione queste tendenze disgregatrici».
Vedremo come quella di «tutti i mezzi disponibili» non fosse una semplice frase. Tutt’altro!
Tuttavia dapprima il C. C. dell’A.D.G.B. credette opportuno di non agire esso direttamente, ma bensì per via indiretta, influendo sulla direzione dei singoli sindacati, specialmente dei più grandi ed importanti. Parola d’ordine: «I Comunisti obbedendo alle tesi di Mosca si mettono fuori degli Statuti e scindono l’organizzazione». Dobbiamo intanto rilevare che nonostante tutta la loro buona volontà, non è riuscito mai ai capi della caccia anticomunista di trovare una prova concreta delle mene secessioniste attribuite ai nostri compagni ma soltanto la presunzione, fondata sulle deliberazioni di Mosca, che però, come abbiamo visto, riguardano i partiti e non i sindacati. Spesso il pretesto fu dato dal fatto che i comunisti, seguendo appunto le direttive di Mosca, costituivano in seno ai singoli sindacati particolari gruppi o frazioni, le «cellule comuniste». Ma ciò non era una novità nel movimento sindacale tedesco. I membri socialdemocratici, quando in un sindacato si trovavano in minoranza, non avevano mai ritenuto contraria all’essenza del sindacato la formazione di particolari gruppi entro i sindacati, come sostengono ora: anzi la avevano essi stessi praticata. Per esempio a Berlino i membri maggioritari del sindacato edile costituiscono appunto un gruppo particolare, che tiene le sue adunanze separate, con tanto d’invito sul «Vorwärts», e nessuno di essi ha mai sognato che ciò fosse pericoloso all’unità sindacale.
La lotta nel sindacato dei ferrovieri.
Tra le prime a scendere in lizza fu la direzione della potente organizzazione ferroviaria, il D.E.V (Deutscher Eisenbahner Verband, Lega dei ferrovieri tedeschi). capeggiata dai signori Scheffel e Kotzur. L’organo ufficiale di questa Lega nel num. 49 scriveva: «Si è fatto il tentativo di portare a cariche direttive della Lega dei seguaci della Terza Internazionale. Tutto ciò costituisce un pericolo per l’organizzaione! II C. C. ha il dovere di combattere questo pericolo con tutti i mezzi di cui dispone». E il C. C., riunito in seduta plenaria (Erweiterier Vorstand), il 19 gennaio, prendeva infatti le deliberazioni «salvatrici» chieste dall’organo federale. Alle deliberazioni seguirono presto i fatti.
II C.C. decretò a Berlino, a Monaco, a Colonia l’espulsione di fiduciari comunisti, che godevano tutta la fiducia dei loro colleghi. Ma ebbe subito ad accorgersi che l’autoritario provvedimento non sarebbe passato liscio. Nell’assemblea generale del D.E.V. di Berlino il rappresentante del C.C. annunziò essere stata aperta procedura d’espulsione a carico di cinque soci comunisti, colpevoli di aver capitanato una dimostrazione di ferrovieri non autorizzata, di non aver voluto obbedire agli ordini del Comitato locale di sospendere una seduta dopo appena 10 minuti ch’era cominciata, e di altre consimili perversità. Aggiunse che i processati erano provvisoriamente sospesi da tutti i loro diritti sociali, ciò che contrasta con le precise disposizioni dello Statuto che non consentono tale sospensione pendente il giudizio arbitrale. Queste comunicazioni suscitarono la più grande agitazione tra i ferrovieri adunati, e procurarono al C.C. un bel fiasco. Infatti l’assemblea a grande maggioranza deliberò che i cinque colpiti rimanessero nell’adunanza e vi avessero diritto al voto.
La grande maggioranza deliberò che i cinque colpiti rimanessero nell’adunanza e vi avessero diritto al voto.
Caso simile, ma ancor più clamoroso, a Colonia. I ferrovieri del locale gruppo, dopo appassionata discussione prolungatasi per tre sedute consecutive, deliberarono con stragrande maggioranza di collocarsi sul terreno dell’Internazionale Comunista. Apriti cielo! Occorreva porre riparo, levando di mezzo i compagni Mieves e Klein, capi della maggioranza comunista. Ed ecco, proprio mentre erano imminenti le elezioni a due posti di plenipotenziari (Bevollmachtigten) del gruppo, nelle quali era certa l’elezione dei due compagni, piovere da Berlino un ukase del C.C. che intimava loro procedura d’espulsione, con la solita chiosa della sospensione provvisoria immediata. I 3000 ferrovieri di Colonia insorsero come un sol uomo, e imposero alla riluttante direzione locale di convocare un’assemblea straordinaria per discutere questi procedimenti d’espulsione contro i comunisti. II C. C. credette di poter dominare la situazione mandando a presiedere tale adunanza uno dei suoi membri, il Breunig. Ma nonostante l’opposizione di costui l’assemblea a grande maggioranza deliberò di concedere la parola a Mieves come correlatore: per cui il rappresentante del C.C. corrucciato abbandonò la sala. Dopo il suo ritiro, l’assemblea deliberò di non mandare più i contributi alla cassa centrale di Berlino finché non cessi la persecuzione contro i comunisti, deliberazione che giustamente fu però disapprovata dai dirigenti del Partito Comunista, giacché può fornire ai socialpacifisti ferroviari l’occasione, forse a bello studio provocata, di espellere in blocco tutta l’organizzazione di Colonia. La stessa assemblea si elesse pure un nuovo Comitato locale provvisorio, con alla testa appunto il Mieves. Ma il C.C. non volle riconoscerlo. Allora una nuova assemblea straordinaria dei ferrovieri di Colonia, tenutasi il 4 febbraio, prese la seguente deliberazione, che riproduciamo perché lumeggia in modo caratteristico la situazione:
«Noi domandiamo dove e quando gli aderenti alla Terza Internazionale hanno danneggiato la forza e la compattezza dell’organizzazione?
Finora non ci fu data una risposta chiara ed esplicita. E’ invece provato che il C.C., per esempio nell’ultimo movimento per i salari e per gli stipendi, non ha utilizzato la forza e la compattezza dell’organizzazione, e che con le espulsioni ha distrutto l’unità e la risolutezza della Lega. II C.C. non ha alcun diritto di classificare i membri. Esso non ha alcun diritto di far dipendere la capacità di coprir cariche sociali dall’appartenere a un determinato partito politico. Esso ha invece il dovere di attenersi più strettamente di ogni altro socio agli Statuti sociali. Esso ha il dovere di eliminare le cause del giustificato malcontento che in tutti i distretti della Germania pervade i membri della Lega».
Nella stessa assemblea fu nominata una Commissione, che doveva recarsi a Berlino per informare il C.C. del vero stato delle cose e chiedere la revoca dei provvedimenti antistatutarii. Ma il presidente sig. Scheffel dichiaro che il C. C. nella sua ultima adunanza aveva deliberato l’espulsione di tutti gli oppositori di Colonia, tra cui appunto i membri della Commissione, per cui non v’era luogo a trattative. E aggiunse «C. C. ha nominato una Commissione di tre colleghi, che deve esaminare tutti i procedimenti di espulsione. Noi facciamo una politica unitaria. Per noi vi sono soltanto due alternative o la Seconda o la Terza Internazionale. L’unità è impossibile». Affermò che il C.C. era pronto ad affrontare anche il distacco di tutti gli 800 organizzati di Colonia: e infine fece sapere che il C.C. aveva deciso di chiedere a tutti i funzionari una dichiarazione scritta di non appartenere alla Terza Internazionale.
Questo piano fu anche metodicamente attuato. Ad Essen furono espulsi in via burocratica cinque membri per il solo fatto di esser comunisti. A Monaco nella stessa maniera fu espulso il compagno Kammerer, membro del Consiglio industriale dello Stato, e da ben 16 anni attivo del movimento operaio, anch’egli soltanto perché è comunista. Una numerosissima assemblea di ferrovieri organizzati dichiarò alla unanimità che da molti anni Kammerer si era dedicato disinteressatamente al bene dei colleghi e della classe lavoratrice, e chiese la revoca dell’espulsione. A Berlino furono espulsi cinque fiduciari: e anche lì i compagni a stragrande maggioranza si dichiararono solidali con gli espulsi. Anche ad Hanau il C.C. voleva toglier di mezzo il compagno Fleischhauer, funzionario del gruppo locale. Ma l’assemblea degli organizzati prese all’unanimità e senza alcuna astensione, a votazione segreta, la seguente deliberazione:
«L’assemblea generale del gruppo locale di Hanau, presa conoscenza del tentativo di licenziamento del compagno Fleischhauer, dichiara al C.C. che essa disapprova nel modo più aspro tale procedimento. L’assemblea fa notare al C.C. che gli organizzati del gruppo locale di Hanau sono completamente e senza riserve d’accordo col collega Fleischhauer, e che non tollereranno che questi sia allontanato dal suo posto. L’assemblea afferma che non singole persone – qualunque posizione esse occupino – possono decidere quale tendenza la Lega deve seguire, ma che tale questione deve esser decisa dalla massa dei membri organizzati nella Lega. Siccome l’attività del collega Fleischhauer non fa che attuare la volontà degli organizzati del gruppo, questo resta e se ne va col suo segretario».
Questa deliberazione fu naturalmente trasmessa dal Fleischhauer, come segretario, al C.C., il quale rispose con questo documento, che vale la pena di riportare integralmente per dimostrare la buona fede dei socialdemocratici quando gridano contro la dittatura moscovita.
Berlino 4 febbraio 1921
Al signor C.Fleischhauer, funzionario locale – Hanau
Egregio Collega!
II C. C. nella seduta di ieri ha deliberato di notificarti la tua revoca dall’ufficio di funzionario locale con effetto dal 31 marzo. Mentre ti sarà pagato lo stipendio fino a tal termine, si rinunzia alla tua ulteriore attività nel gruppo locale. II motivo di questa revoca è dato da tutta l’attitudine da te finora tenuta, che è in contrasto con le norme e le decisioni così del C.C., come dell’A.D.G.B. La risoluzione costà votata il 27 p.p. lascia chiaramente riconoscere quali progressi abbia già fatto la scissione in codesto gruppo. Quando un’assemblea si crede lecito di impugnare le decisioni del C.C., mettendosi in cosciente contrasto con le norme sindacali, e tale attitudine è favorita dal funzionario locale al punto tale che egli invece di impedire una tale deliberazione, come sarebbe stato suo dovere, la trasmette con la sua firma al C.C. un simile funzionario non può più esser tollerato nella Lega.
Con saluti collegiali
p. il C. C. Thielemann
Con la stessa data e con la stessa brutalità di procedura fu licenziato «con preavviso di 6 settimane a norma del Codice di Commercio, anche un altro funzionario locale, Schmidt di Erfurt. Motivo esplicitamente e unicamente dichiarato nella relativa lettera del C.C. «l’azione da te spiegata nel senso della Terza Internazionale contro le deliberazioni del C.C.».
Infine, il C.C. del D.E.V. mandò a tutti i funzionari della Lega il testo di una dichiarazione, mediante la quale essi debbono dichiararsi per iscritto contro la Terza Internazionale e dal sottoscrivere o no tale documento dipende la loro conservazione in carica. Giacché occorre notare che nei sindacati tedeschi le assemblee locali possono bensì proporre i nomi dei rispettivi funzionari, ma l’approvazione di essi, la nomina, e quindi la revoca, e soprattutto il pagamento degli stipendi sono di competenza dei C. C. Sicché il C. C. del D.E.V. infligge ai funzionari aderenti alla Terza Internazionale la pena del licenziamento, cioè della fame. Ma poi i signori di Amsterdam si gonfiano le gote gridando che essi «rappresentano 25 milioni di lavoratori organizzati», e urlano contro «il terrorismo di Mosca».
Dovunque i membri del D.E.V. ne ebbero occasione, protestarono appassionatamente contro il volgare modo d’agire degli agenti di Amsterdam, dichiarando di considerarlo pericoloso per l’organizzazione, e di non volersi prestare a nessun costo all’espulsione dei comunisti. In tal senso deliberarono i ferrovieri di Colonia, Monaco, Lipsia, Berlino. Ma di ciò si cura poco la burocrazia sindacale, finché essa si trova in possesso della cassa e può contare sull’appoggio dei poteri statali.
Tuttavia queste violenze sono sintomo di coscienza di debolezza anziché di forza. I mangioni del D.E.V. si sentono infatti vicini ad essere sommersi dal malcontento della massa organizzata. Per mascherare l’insuccesso dei capi di tutti i sindacati ferroviari nel recente movimento per i salari, in commovente accordo la stampa borghese, il «Vorwärts» e la «Freiheit» imputano alle pretese mene dei comunisti il malcontento dominante in grandissima parte dei lavoratori e impiegati ferroviari. II vero è che tra questi il processo di radicalizzazione si svolge rapidamente sotto la pressione delle sempre più difficili condizioni di vita. Dal D.E.V. lo spirito rivoluzionario non può più essere eliminato, e la tendenza di Amsterdam coi suoi sogni di socializzazione vi è già in minoranza. Le mene del C.C. di quest’organizzazione gli hanno fatto perdere l’ultimo resto di fiducia da parte delle masse; la crisi può prolungarsi per qualche tempo, ma allontanando definitivamente lo spirito ond’è animata l’attuale direzione, avrà certamente come risultato il rafforzamento dell’organizzazione.
Negli altri sindacati – il gesto di Paeplow.
Il D.B.V. (Deutscher Bauarbetiter Verband, Lega degli operai edili tedeschi), intraprese recentemente anch’esso un’agitazione per aumento di salari, finita anche in questo caso con un insuccesso. Ciò naturalmente rialzò le azioni dei comunisti, che avevano sostenuto la necessità di una più energica impostazione della lotta. Essi, che sono forti specialmente nel gruppo locale di Halle, convocarono in questa città una Conferenza speciale. Nella Conferenza, riuscita numerosissima, fu bensì disapprovata la politica dei capi e decisa l’adesione all’Internazionale dei sindacati rossi, ma tuttavia all’unanimità si deliberò di rimanere nell’organizzazione. Ciò non impedì al presidente del D.B.V., signor Paeplow, socialista maggioritario, di emanare un decreto di espulsione contro gli organizzatori comunisti Heckert, Brandler, Bachmann di Halle, e contro altri due di Berlino e uno di Monaco, e di minacciarne altre. Questa provocazione ha suscitato una vera insurrezione nelle file degli edili, manifestatasi in innumerevoli ordini del giorno di protesta e nel movimento per la convocazione del Congresso straordinario dell’organizzazione.
I continui successi riportati dai comunisti nelle organizzazioni locali del D.M.V. Deutscher Metallarbeiter Verband, Lega degli operai metallurgici tedeschi), e specialmente il risultato delle recenti votazioni nel gruppo locale di Berlino, riuscite completamente favorevoli ai nostri compagni, turbarono i sonni di Dissmann e dei suoi amici abituati a fare la pioggia e il bel tempo nella Lega. Quindi essi nel C.C. del D.M.V., presentarono la proposta di espulsione dei comunisti, che fu approvata con 72 voti contro 14. Nella relativa deliberazione è significativo questo periodo: «Non può essere funzionario della Lega chi fa dipendere la sua condotta nella Lega da ordini ricevuti dall’esterno». Il già citato compagno Godonneche osserva opportunamente a tale proposito che di altrettanta gelosia di «indipendenza», non dettero prova i burocratici sindacali allorchè, dopo il 4 agosto 1914, essi tanto in Germania quanto in Francia andavano a prendere istruzioni sul modo d’agire nei sindacati presso i gabinetti dei Ministri. A questo odioso modo di agire però i comunisti del D.M.V. si sono opposti.
Contro questa odiosa politica reagirono energicamente i comunisti del D.M.V. facendosi promotori di una Conferenza nazionale dei metallurgici. da tenersi a Berlino il 28 febbraio. Nel relativo manifesto è detto fra l’altro: «Nel momento stesso, in cui più gravi si addensano i pericoli. il C.C. e il Consiglio nazionale (Beirat), vogliono scindere l’organizzazione, staccando dal vostro fianco i metallurgici comunisti, benché questi abbiano fatto la lotta contro la servitù capitalistica fianco a fianco con voi, spesso in prima linea, e si rende servizio alla borghesia indebolendo la nostra forza di combattimento».
Anche la burocrazia degli altri minori sindacati tedeschi si prepara ad imitare questi nobili esempi ma soltanto procede più cauta, e per vie traverse, per timore dell’indignazione delle masse, che vedendo messa in pericolo la compattezza e la forza di combattimento delle organizzazioni non chiedono più a quale partito appartengano i perseguitati, e fanno senz’altro causa comune con loro, anche contro le istruzioni dei propri partiti. Così per esempio nel gruppo berlinese dell’Unione degli impiegati d’albergo ecc., avendo un membro indipendente accusato i colleghi comunisti di preparare la scissione, fu nominata una Commissione d’inchiesta, la quale, benché composta esclusivamente di maggioritari e indipendenti, concluse dichiarando infondata l’accusa, che non si fondava su alcun fatto specifico ma soltanto su una presunzione generale basata sul programma d’opposizione dei comunisti.
II colpo di Halle.
Finora, come abbiamo visto, l’A.D.G.B. non era intervenuta direttamente nella lotta, limitandosi ad eccitare contro i comunisti le direzioni dei singoli Sindacati. Ma infine anch’essa scese apertamente in lizza con un colpo clamoroso.
Uno dei centri operai più pericolosi per i socialisti tedeschi della «pace civile» è Halle, i cui sindacati sono quasi tutti in mano dei comunisti. La loro organizzazione locale collettiva, o cartello, come la chiamano in Germania, decise alla fine di gennaio di unirsi in comunità di lavoro con l’organizzazione economica dei Consigli. Ciò forni il pretesto al C.C. dell’A.D.G.B. di iniziare la lotta aperta per distruggere i sindacati comunisti Halle, vale a dire per annientare il movimento sindacale di quell’importante centro industriale. L’A.D.G.B. mandò ad Halle con pieni poteri un noto mangiabolscevichi, il maggioritario Schulz, con l’incarico di organizzarvi un nuovo cartello sindacale provvisorio. cioè una contro-organizzazione, il cui scopo essenziale deve esser quello di combattere i sindacati rossi. A tale scopo i cassieri dell’organizzazione (dipendenti, come abbiamo visto, solo dai rispettivi Comitati centrali) ebbero ordine di rifiutare ogni pagamento ai sindacati prescritti: se le maggioranze comuniste eleggessero altri cassieri, questi non sarebbero stati riconosciuti; occorrendo, non si doveva esitare a sostituire le direzioni locali poco fidate come commissari, nominati direttamente dal C. C.: questo infine avrebbe dato i fondi per la creazione ad Halle di un nuovo giornale sindacale destinato a combattere i comunisti. Il 10 febbraio si tenne una Conferenza di tutti i sindacati di Halle, sotto la presidenza del maggioritario Schulz, presidente dell’A.D.G.B. Durante la seduta, terminata tra – più grandi tumulti per la ribellione della gran maggioranza contro le calunnie pronunziate a carico del Partito Comunista dai rappresentanti del C.C., questi ebbero a dichiarare che se anche fosse stata revocata la deliberazione d’unione con i Consigli, l’A.D.G.B. avrebbe stabilito ad Halle un «dittatore», e che ad ogni modo si dovevano dividere ad Halle i sindacati.
E’ evidente che i capi dell’A.D.G.B., come i loro colleghi della francese C. Gen. Du T., mirano ad eliminate tutti i comunisti dai sindacati, il che, data la forza ognor crescente dei comunisti nel movimento, va a tutto vantaggio della borghesia, che ha bisogno di non trovarsi di fronte tutto unito il proletariato, allorché finita la commedia della resistenza, passerà ad accollare al proletariato tedesco il pagamento dei miliardi di Parigi, sotto forma di accresciuti orari di lavoro e di mercedi diminuite.
Perciò la lotta dei capi sindacali socialdemocratici contro i comunisti, che in tutto il mondo è un episodio del tentativo di riscossa borghese assume un’importanza affatto speciale in Germania. Giacché dall’esito di essa dipenderà in gran parte se il proletariato tedesco si schiererà definitivamente per la rivoluzione oppur no; dipenderà, cioè, l’andamento della rivoluzione mondiale nei prossimi anni.