L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.23
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Risultati economici del periodo 1961-65
Il filo conduttore del lavoro fin qui svolto, come quello dei lavori passati del partito sullo studio degli avvenimenti cinesi, si può ben sintetizzare con la tesi che tutta la storia delle lotte politiche della Repubblica Popolare Cinese, fra cui una delle maggiori è la Rivoluzione Culturale che ci apprestiamo a trattare, va spiegata materialisticamente con il ricorso ai fatti economici, tutti ruotanti intorno al tentativo dello Stato centrale di inquadrare nell’ambito generale dello sviluppo del capitale cinese le fatiche dei contadini e del proletariato urbano. Questo filo conduttore rende indispensabile un periodico e difficoltoso allineamento di aride cifre di produzioni e di incrementi, impresa non facile per la mancanza di dati statistici ufficiali per buona parte dei decenni presi e da prendere in esame.
Prima quindi di avvicinarci ai fatti della Rivoluzione Culturale, ecco l’aggiornamento della tabella già presentata nel numero 100 di questo giornale, compilata allora fino al 1960, anno di fine del Grande Balzo in Avanti. Dalla passata tabella sono state tolte le colonne degli anni 1958 e 1959, per poi prolungarla, anno dopo anno, al 1965 anno ultimo di mantenimento delle “riforme” economiche mostrate nelle due precedenti puntate.
| Massimo prima | Aumento medio % annuo | |||||||||||||
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| 1949 | 1950 | 1952 | 1957 | 1960 | 1961 | 1962 | 1963 | 1964 | 1965 | 1949–52 | 1953–57 | 1958–60 | 1961–65 | |
| Acciaio (mil. t.) | 0,923 | 0,158 | 1,349 | 5,35 | 13,67 | 8,0 | 8,0 | 9 | 10,8 | 12,5 | 104,4 | 31,7 | 36,7 | -1,8 |
| Ghisa (mil. t.) | 1,801 | 0,252 | 1,929 | 5,936 | 15,0 | 10,0 | 8,5 | 9,5 | 11,0 | 13,0 | 97,0 | 25,2 | 36,2 | -2,8 |
| Carbone (mil. t.) | 61,88 | 32,4 | 66,4 | 130,0 | 350,0 | 250,0 | 200,0 | 210,0 | 220,0 | 230,0 | 27,0 | 14,4 | 39,1 | -8,0 |
| Energia Elettrica (mld. kWh) | 5,96 | 4,31 | 7,26 | 19,34 | 47,0 | 31,0 | 30,0 | 33,0 | 36,0 | 42,0 | 19,0 | 21,6 | 34,4 | -2,2 |
| Petrolio (mil. t.) | 0,321 | 0,121 | 0,436 | 1,458 | 5,5 | 5,3 | 5,8 | 6,4 | 8,7 | 10,8 | 53,3 | 27,3 | 55,6 | 14,4 |
| Cemento (mil. t.) | 2,29 | 0,66 | 2,86 | 6,86 | 16,0 | 10,0 | 9,0 | 10,6 | 11,5 | 12,0 | 63,0 | 19,1 | 32,6 | -5,6 |
| Acido solforico (mil. t.) | 0,18 | 0,04 | 0,19 | 0,632 | 1,50 | …… | …… | …… | …… | …… | 68,1 | 27,2 | 33,4 | …… |
| Macchine utensili (migliaia) | 5,39 | 1,58 | 13,78 | 28,0 | 99,0 | …… | …… | …… | …… | 48,0 | 105,5 | 15,3 | 47,6 | -11,8 |
| Filati di cotone (mld. m.t.) | 2,79 | 1,89/td> | 3,83 | 5,05 | 4,90 | 3,3 | 3,5 | 3,0 | 3,8 | 5,3 | 26,5 | 5,6 | -1,0 | 1,6 |
| Cereali (mil. t.) | 150,0 | 113,2 | 163,9 | 195,0 | 156,0 | 160,0 | 170,0 | 185,0 | 200,0 | 200,0 | 13,1 | 3,6 | -7,2 | 5,1 |
| Cotone (mil. t.) | 0,8 | 0,445 | 1,304 | 1,604 | …… | …… | 0,9 | …… | …… | 1,6 | 43,1 | 4,2 | …… | …… |
| Popolazione (mil.) | …… | 541,7 | 574,8 | 646,5 | 682,5 | 687,0 | 694,0 | 703,0 | 714,0 | 725,4 | 2,0 | 2,4 | 1,82 | 1,23 |
| Disponibilità pro capite cer. (kg) | …… | 209 | 285 | 302 | 229 | 233 | 245 | 263 | 280 | 276 | 10,9 | 1,2 | -8,8 | 3,8 |
Come possiamo osservare, tutti i prodotti dell’industria di base,escluso il petrolio la cui estrazione ha sempre segnato tassi di aumento, conobbero, nel periodo 1961-65, incrementi negativi, determinati però dalle spropositate cifre di partenza dell’anno 1960, ultimo anno delle immense fatiche del Grande Balzo in Avanti. Infatti, si può vedere che, per l’acciaio, la ghisa, il carbone, l’energia elettrica, il petrolio e il cemento, dopo il vero e proprio crollo produttivo dell’anno 1961 il rinculo massimo è dell’acciaio con un -42% ed un altro minore arretramento avutosi nel 1962 in cui pure si faranno sentire gli effetti del ritiro dei tecnici e dei capitali russi e il passato sconvolgimento della struttura produttiva, i rimanenti tre anni segnano una costante salita delle varie produzioni, tanto che se si fosse preso come base il minimo 1961 e non il massimo 1960, tutte le singole produzioni dell’industria di base avrebbero vantato incrementi medi annui positivi.
L’unico dato presentato dell’industria leggera, è quello dei filati di cotone, produzione dipendente per la materia prima dall’agricoltura, ed anche se questa produzione si fa forte di un risultato positivo (+1,6% nei cinque anni) valgono molte delle considerazioni sopraesposte perché, come si può leggere, solo nel 1965 si ha un superamento della quota raggiunta nel 1960 e di quella del 1957, rimanendo negli altri anni ben al di sotto dei massimi raggiunti nel passato.
Il dato significativo del settore agricolo, unico ricostruito, è l’andamento della totale produzione cerealicola in costante aumento dal 1961 al 1965 dopo la grave crisi del raccolto del 1960 (+5,1% medio annuo nel periodo), risultato che fa leggermente lievitare la disponibilità annua pro-capite di cereali, ancora nel 1965 inferiore a quella del 1957 e a quella del lontano 1952, sulle cui cifre fu formulato il primo piano quinquennale.
Le pur scarse cifre mostrano in maniera inconfutabile quanto fosse poco sviluppato da un punto di vista capitalistico l’intero apparato produttivo cinese, dipendente non dalla palude del mercato mondiale, da cui forzatamente ne era stato escluso, ma dall’arretrato mondo contadino la cui produzione reggeva in definitiva lo Stato centrale assicurando le uniche risorse all’industrializzazione e le indispensabili derrate alimentari dell’esigua popolazione urbana.
Sulle sabbie mobili di un mondo contadino tanto arretrato, da funzionare malamente anche come mercato interno visto lo scarsissimo scambio di prodotti fra città e campagna, si tentava l’edificazione dell’industria cinese la cui sorte dipendeva strettamente dall’oscillazione delle disponibilità annue pro-capite dei cereali e degli altri prodotti agricoli: maggiore era la quota che lo Stato centrale riusciva a strappare alle bocche dei contadini, tanto più era possibile procedere alla voluta da tutti industrializzazione, ai voluti da tutti «investimenti produttivi».
Gli schieramenti politici e le loro caratteristiche
Ma se tutto l’apparato di Stato e di Partito era d’accordo perché ogni risorsa disponibile fosse indirizzata alla riproduzione ed accumulazione di capitale, se da questo punto di vista, solo da questo, lo slogan “la politica al primo posto”, cioè l’interesse nazionale sopra a tutto, era accettato da qualsivoglia dirigente, diverse erano le risposte date ai reali quesiti di una accumulazione capitalistica che problematicamente era costretta a cercare risorse e vigore da una asfittica ed arretrata agricoltura, appena capace di fornire all’immensa popolazione una razione annua di nemmeno 300 chilogrammi di cereali pro capite.
Come abbiamo già cominciato a vedere, con il ristabilimento della produzione agricola e l’aumento della disponibilità annua di cereali, l’avvicinarsi dell’inizio del terzo piano quinquennale (1 gennaio 1966), cioè il nuovo presentarsi dei problemi non sciolti dagli aiuti russi e dal Grande Balzo in Avanti, aumentò gradatamente la spaccatura all’interno del Partito-Stato. Questo fatto non deve interpretarsi come una prova dell’indipendenza della volontà umana dai fatti economici, ma come un ulteriore ribadimento della tesi marxista che sono le forze sociali che riescono a trovare un inebetito homo sapiens a proprio portavoce.
Una parte del PCC, comprendente la maggioranza dell’apparato di partito, dei responsabili dei Sindacati, degli economisti intendeva da un lato, proseguire ad accrescere più o meno considerevolmente la produzione industriale facendo leva su un aumento diversificato dei salari operai, sull’applicazione all’interno delle aziende del principio del bilancio in “attivo”, sull’eventuale sviluppo tecnico da aversi con capitali esteri; dall’altro, ritornare con prudenza all’azienda privata nelle campagne con libertà di vendere la terra, di comprarla, di darla in affitto, per favorire una relativamente rapida espropriazione dei contadini per una finale formazione di un’agricoltura moderna, meccanizzata, fondata su grandi aziende a conduzione privata. Tale politica implicava automaticamente, parallelamente a certe concessioni sia ai contadini che agli operai, una differenziazione nei consumi dei prodotti, quindi un lacerarsi del compatto tessuto sociale del “blocco delle 4 classi”, lacerazione che poteva essere controbilanciata dal potere centrale solamente con un rafforzamento della rete di controllo e di direzione dei quadri di partito.
L’altra parte, contrapposta alla prima (Mao Zedong, i suoi sostenitori e inizialmente gran parte dell’Esercito Popolare di Liberazione), intendeva ottenere la ripresa dello sforzo immane dell’industrializzazione della Nazione con un ricorso ancora più estremo alla “energia ideologica”, alla mobilitazione sociale dei contadini, in modo di pompare tutto il surplus dei prodotti agricoli verso la città e verso le casse dello Stato, manovra che andava assolutamente completata, pena il fallimento, con un vero e proprio giro di vite alle condizioni degli operai dell’industria, imponendo un egualitarismo assoluto, abbassando i salari, prolungando la giornata di lavoro.
Sempre schematizzando, il primo schieramento si diramava e regolava il funzionamento del Partito e del Governo, concentrando i suoi sforzi sul buon andamento della produzione, considerava quindi pericolose le incontrollate campagne di massa, le offensive produttive impostate sulla volontà, come era stato per il Grande Balzo in Avanti; il secondo schieramento, da par suo, temeva una degenerazione burocratica tipo quella che causò il crollo interno del Guo-min-dang, sosteneva pertanto “l’entusiasmo rivoluzionario” come unico antidoto per risolvere qualsiasi problema economico, sempre da affrontarsi con mobilitazioni che facessero avanzare la Nazione verso la prosperità ed il benessere con continui “balzi in avanti”, la fatica doveva cementare ogni classe e strato sociale con lo Stato di Nuova Democrazia, riposto ogni caporalismo e burocratismo.
Ma appunto il disastro del Grande Balzo in Avanti, le susseguenti indispensabili “riforme economiche”, avevano fatto sì che per tutto il periodo 1961-65 lo schieramento di Liu Shaoqi e Deng Xiaoping segnasse significativi punti a suo favore ramificando la sua influenza in tutti gli organismi di Partito e di Stato, e attraverso l’opera del Capo di Stato Maggiore Generale Luo Ruiqing, dirigeva tutte le attività della Commissione Militare del CC fin dal 1961 e si apprestava a smantellare l’ultima potente roccaforte maoista, l’Esercito Popolare di Liberazione, che aveva fatto argine al relativo liberismo del resto della società con continue, periodiche e capillari “campagne ideologiche e morali”.
Tutti questi motivi, sommati alla riottosità dei lavoratori e dei contadini a mobilitarsi per chicchessia (lo abbiamo descritto con il Movimento di Educazione Socialista, negli anni 1961-65), faranno politica all’interno del PCC che dagli ultimi mesi del 1965 assunse un ritmo convulso con la Rivoluzione Culturale, in cui si avrà una vera e propria lotta armata fra forze ugualmente statali e di governo ma anche fra classi, svolta questa che costringerà l’EPL, vera spina dorsale della Rivoluzione Culturale, ad assumere tutto nelle sue mani lasciando agli studenti la consueta recita delle mosche cocchiere.
Inizio discreto della Rivoluzione Culturale
La questione che sarà all’origine della Rivoluzione Culturale, fu quella relativa a Wu Han, questione che sembrava più che altro appartenere alle tante critiche che il regime periodicamente indirizzava agli ambienti letterali liberali. Questa originaria impressione era rafforzata dal fatto che le tensioni politiche che si avevano all’interno del PCC rimanevano segrete, ed al volgo niente era dato sapere di quello che si svolgeva dietro le quinte.
Gli osservatori più attenti avevano intuito che qualcosa bolliva nella pentola per le due interviste, peraltro non significative, che Mao aveva rilasciato ad Edgar Snow e André Malraux, rispettivamente nel gennaio e nell’agosto 1965, solamente per la ritrosia di allora dei dirigenti cinesi alle interviste con giornalisti stranieri, rilievo che poneva interrogativi sul loro reale significato nella fine e psicologica politica cinese.
Niente poi era trapelato di una importantissima riunione del CC allargato, nel settembre-ottobre 1965, in cui Mao intervenne denunciando il “modo di pensare borghese”, allocuzione che seppur sconosciuta sarà generalmente ricordata come la “scintilla” della Rivoluzione Culturale. L’unica testimonianza è dello stesso Mao che, ad una conferenza di lavoro del 25 ottobre 1966, dirà: «Nel settembre e nell’ottobre scorsi ad una riunione del CC chiesi: “Che cosa intendiamo fare nei confronti del revisionismo che si è sviluppato al Centro del Partito, cosa faranno le periferie ?”». Evidentemente, l’interrogativo rimase senza risposta e foriero di futuri contrasti.
L’ottobre 1965 vide poi due contrastanti segnali, uno, inquietante, era lo spostarsi della Campagna di Educazione Socialista, calmatasi nelle regioni rurali, verso i quadri provinciali urbani che furono anch’essi criticati per il loro autoritarismo e caporalismo; l’altro, tranquillante, era l’editoriale della rivista teorica “Bandiera Rossa”, titolato “Adottiamo la concezione proletaria del mondo per costruire il nostro mondo nuovo” che criticava sì le “vecchie” concezioni di conoscenza e di comportamento ma si premuniva di aggiungere che la lotta contro il pensiero tradizionale doveva essere condotta con moderazione e pazienza, evitando aggressività ed eccessi.
Con queste enigmatiche premesse, quando uno dei due quotidiani di Shanghai, il “Wenhui Bao”, pubblicò il 10 novembre 1965 l’articolo dello sconosciuto caporedattore Yao Wenyuan, “Commento ad un dramma storico di recente composizione: La destituzione di Hai Rui”, tutti gli osservatori politologi si chiesero invano cosa diavolo stesse succedendo nella gialla repubblica, dei cui abitanti tutto si può dire ma sicuramente che non prendono le cose di petto.
Il dramma in questione era stato scritto da Wu Han, specialista della storia Ming, membro della Lega Democratica, vicesindaco di Pechino dal 1949 ed intimo collaboratore del sindaco Peng Zhen membro influente del Politburo. La figura dello scrittore-storico e quella del suo protettore, spostavano immediatamente la questione dall’ambito letterario della figura dell’onesto Mandarino Hai Rui, in contrasto con l’imperatore di allora per difendere le condizioni dei contadini, a quello più strettamente politico della lotta fra fazioni all’interno del PCC.
Se gli scritti su Hai Rui, fin dal loro apparire nel 1961, erano sottilmente intesi come una difesa del Maresciallo Peng Dehuai, destituito dalle sue funzioni di Ministro della Difesa al VII Plenum di Lushan per le aspre critiche al Grande Balzo in Avanti, il duro finale dell’articolo di Yao Wenyuan: «Reputiamo che lo scritto “La destituzione di Hai Rui”, lungi dall’essere un fiore profumato, sia in realtà un’erba velenosa», era un chiaro segnale che i fautori della mobilitazione sociale, adesso che le condizioni economiche si erano normalmente riabilitate, si apprestava ad attaccare i propri avversari irrobustitisi da 5 anni di politica di “riaggiustamento” e di “economicismo”.
Che le posizioni di Peng Zhen fossero particolarmente salde in quel frangente, lo rivelarono successive testimonianze. Secondo la Circolare del CC del 16 maggio 1966, già nella stessa riunione allargata del CC nel settembre-ottobre 1965, Mao aveva impartito direttive per criticare Wu Han, ma queste erano cadute completamente nel vuoto e soltanto in minima parte furono riprese dagli organi centrali del regime. Sempre Mao dirà il 23 ottobre 1966, ricordando i fatti di un anno prima: «In quell’epoca non potevo attuare le mie idee a Pechino. La ragione per cui lanciai la critica a Peng Zhen a Shanghai, lontano da Pechino, era la consapevolezza che qualunque cosa avessi proposto non sarebbe stata attuata da Peng Zhen», confessione che chiariva a posteriori anche il senso delle due interviste concesse da Mao in quell’anno: Il Timoniere non era più alla barra dopo i rovesci del Grande Balzo in Avanti ed il buco nell’acqua del Movimento di Educazione socialista, e per far sentire il pensiero suo doveva affidarsi o a giornalisti stranieri o alla stampa locale, come era il “Wenhui Bao”.
Lotte politiche fra uomini quindi, ma dietro a queste figure, grandi o piccole non importa, si ha il movimento imperioso di classi sociali che cozzano fra loro per affermare i propri interessi, determinando le politiche e le contese dei leaders, contese che non erano altro che la punta di un iceberg.
L’articolo di Yao Wenyuan sarà ripreso dopo ben 19 giorni dall’organo ufficiale dell’EPL, “Jiefangjun bao”, e in successione, il 30 novembre, dal “Jenmin Jihpao”, segni inequivocabili che l’attacco di Mao, concordato con la moglie Jiang Qing e Zhang Chunqiao, un Commissario politico della Regione Militare di Nanchino, stava aprendo una breccia disastrosa nello schieramento avversario.
Probabilmente, i futuri sconfitti della Rivoluzione Culturale, da Liu Shaoqi a Deng Xiaoping, che pure allora sembrava controllassero gran parte dell’apparato di partito, sottovalutarono gli attacchi di Mao a Peng Zhen attraverso il pupillo Wu Han e quando l’organo dell’EPL si pronunciò era ormai troppo tardi per porre rimedio.
Wu Han, né difeso né attaccato da nessun altro personaggio importante del Partito, tentò di uscire dall’occhio del ciclone con una lunga autocritica, apparsa il 30 dicembre 1965 sul “Jenmin Jihpao”, ma sia questa che le maldestre difese dei suoi amici storici ed accademici, determinarono una nuova campagna contro di lui. Il 12 gennaio, Wu Han tentò una seconda autocritica che lo portò invece al completo isolamento, con tutta la stampa che si accanì sulla sua persona, i suoi pensieri, il suo passato. Ridotto ormai al silenzio, il malcapitato Wu Han fu inviato da Peng Zhen in una comune rurale per allontanarlo da Pechino e per tentare di spoliticizzare la battaglia delle idee che stava montando.
La caduta di Peng Zhen e il pronunciamento dell’esercito
Durante l’inverno 1965 ed i primi mesi del 1966, mentre sulla stampa infuriavano le polemiche letterarie, Peng Zhen, contro cui indirettamente erano rivolte le critiche agli ambienti letterali ed accademici di Pechino, sembrò conservare tutto il suo credito. Sarà anzi lui a capeggiare il “Comitato dei cinque” (formato da Peng stesso, da Kang Sheng membro supplente del Politburo, da Lu Dingyi e Zhou Yang rispettivamente ministro e vice – ministro della Propaganda, e da Wu Lengxi redattore capo del “Quotidiano di Pechino” e direttore dell’Agenzia Nuova Cina) incaricato dal CC di redigere la carta della futura “Rivoluzione Culturale».
I “cinque”, nonostante l’opposizione di Kang Sheng, redassero un documento che fu sottoposto a Liu Shaoqi il 5 febbraio, dopo l’approvazione di questi,tre giorni dopo, il documento fu trasmesso a Mao che allora si trovava a Wuchang. Poiché Mao aveva formulato rilievi e dubbi, gli autori corressero l’originario per presentarlo di nuovo a Liu e Deng; il 12 febbraio, il testo finale del primo documento sulla Rivoluzione Culturale veniva diffuso nel PCC, con tutti i crismi formali di una deliberazione ufficiale del CC.
Il documento di Peng Zhen spostava tutta la discussione sul terreno della pura critica accademica, e ricordava che già Mao nel 1957, all’epoca dei “Cento fiori”, aveva insistito sulla necessità di una «larga apertura anche nei confronti di correnti di opinione non marxiste», suggeriva di non sviluppare il movimento di riforma delle idee se non con calma e prudenza, «i problemi dell’ordine culturale essendo complessi e non potendo essere circoscritti in un batter d’occhio».
Ammoniva il documento indirizzando una frecciatina a Mao: «Noi non dobbiamo comportarci come quei tiranni intellettuali che agiscono sempre in modo arbitrario e ricorrono alla forza per ottenere il consenso degli altri; noi dobbiamo incoraggiare il mantenimento della verità ed essere sempre pronti a correggere i nostri errori».
Era la parafrasi dell’epopea dell’onesto Mandarino Hai Rui che aveva osato sfidare l’autorità imperiale centrale in difesa delle condizioni dei contadini, di 600 anni anticipatore dell’altrettanto sfortunato Maresciallo Peng Dehuai, oppositore franco e deciso del Grande Balzo in Avanti, lui che riconosceva di non capire niente di economia e di diplomazia.
Le frasi sottili, le allusioni discrete del documento di Peng facevano riandare al quesito economico reale, sui destini dell’accumulazione capitalistica in Cina, interrogativi chiaramente evocati anche dalla bandiera scelta da Peng Zhen: «senza edificazione non può esserci vera e completa distruzione», contrapposta a quella di Mao: «nessuna costruzione senza distruzione».
Con la presentazione delle “tesi di febbraio”, iniziò un oscuro periodo che andrà fino al maggio e la cui ricostruzione è tuttora molto difficile. Agli inizi del marzo, appare per l’ultima volta in pubblico Peng Zhen mentre nella seconda quindicina del mese, secondo l’attendibile Guillermaz, Mao decide di rompere ogni indugio. Alla fine di febbraio, secondo la ricostruzione dei giornali delle Guardie Rosse, c’era poi stato l’arresto del Capo di Stato Maggiore Generale, Luo Ruiqing, con il pretesto di complotto contro lo Stato; costretto a sedute di “autocritica”, il generale Luo tentò il suicidio gettandosi da una finestra, il 18 marzo, riuscendo solamente a rompersi una gamba.
L’arresto e l’epurazione di Luo Ruiqing influì senz’altro sull’andamento delle riunioni della Segreteria del CC (9-12 aprile) e del Politburo (16 aprile e 4 maggio), in cui furono attaccati ed isolati Peng Zhen, Lu Dingyi e Yang Shangkun, un segretario supplente del CC, sconfitti al pari di Luo.
Il 16 maggio fu inviato a tutti i livelli superiori del Partito delle province e dei distretti, ed a quelli dell’EPL, il risultato finale di queste riunioni: con una circolare tutti i quadri furono informati dei bruschi avvenimenti succedutisi, e furono soprattutto invitati a discutere il testo di questa come delle “tesi di febbraio” per poi scegliere da che parte stare. La “circolare del 16 maggio” che verrà resa pubblica solo un anno più tardi, annullava le “tesi di febbraio”, scioglieva il “gruppo dei cinque”, decideva di «formare un nuovo gruppo per la Rivoluzione Culturale», e dopo varie disquisizioni letterarie contro Peng Zhen, accusato di difendere Wu Han e di non volere combattere i multiformi aspetti dell’ideologia borghese, lanciava un vero e proprio grido di allarme, un accalorato appello alle epurazioni, inquietante perché l’anonimato estendeva potenzialmente su tutti appiccicosi sospetti: «I rappresentanti della borghesia che si sono infiltrati nel Partito, nel governo, nell’esercito e nei vari settori della cultura sono un gruppo di revisionisti controrivoluzionari. Una volta maturate le condizioni, si impadronirebbero del potere e trasformerebbero la dittatura del proletariato in una dittatura della borghesia. Alcuni di costoro li abbiamo già individuati, altri no. Altri ancora, per esempio gli individui del tipo Kruscev, godono ancora della nostra fiducia, vengono formati come nostri successori e si trovano attualmente in mezzo a noi. I Comitati di Partito a tutti i livelli devono prestare molta attenzione a ciò».
Stile ed immagini non erano certo quelli di un documento da discutere, da criticare. La “circolare” era infatti il risultato di un rapporto di forze già determinatosi, ed i riceventi o la accettavano o automaticamente passavano nella schiera degli sconfitti. Luo Ruiqing, Peng Zhen, Lu Dingyi e Yang Shangkun, già scomparsi dalla scena politica e bollati come scoperti complottatori.
Anche il discorso che Lin Biao tenne ad una riunione allargata del Politburo, il 18 maggio 1966, ammoniva a più riprese gli astanti e suonava come esplicita minaccia a tutti i quadri e dirigenti del Partito e dello Stato, minaccia grave perché con Lin Biao parlava l’esercito.
Lin Biao disse allora che Mao, scomparso per la verità dal novembre 1965 dalla vita pubblica, tanto che circolarono voci di una sua grave malattia, da mesi aveva fatto adottare «diverse misure per la prevenzione di un colpo di Stato controrivoluzionario», che le truppe controllavano ed occupavano tutti i punti strategici dell’immenso paese, e che Luo, Peng, Lu, e Yang erano dei veri rappresentanti della borghesia infiltrati nel Partito e nei suoi organi dirigenti per formare una frazione autoritaria che controllava la macchina governativa, il potere politico e quello militare.
La chiara uscita sulla scena di Lin Biao, era una ulteriore indicazione sul ruolo giocato, negli avvenimenti di inizio della Rivoluzione Culturale, dall’EPL. Oltre all’occupazione dei punti strategici, trapelò che con il concorso di Yang Chengwu (primo vice dirigente dello Stato Maggiore) e di Fu Chongbi (comandante in seconda della Regione Militare di Pechino), tutte le province del Nord erano strettamente e militarmente controllate dalla fazione maoista, appoggiata pure dai Servizi di Polizia e dai Servizi Segreti comandati da Xie Fuzhi.
Oltre a questi compiti strettamente militari, l’EPL aveva pure assolto, tramite il suo apparato di propaganda, il compito di indicare e pubblicizzare il “nuovo corso” intrapreso, pubblicando sul suo quotidiano l’articolo “Sventoliamo alto il grandioso stendardo rosso del pensiero di Mao Zedong; partecipiamo attivamente alla grande rivoluzione culturale socialista”, il 18 aprile, e un vigoroso appello“Non dimenticate la lotta di classe”, il 4 maggio.
Il fucile stava quindi dirimendo le dispute dei politici, era il ritorno alla lotta interna fratricida nel PCC, unito dopo la proclamazione della Repubblica.