Squallido mondo internazionale delle ” riforme di struttura “
Categorie: Czechoslovakia, Jugoslavia, Polish People's Republic, Romania, Stalinism, Titoism, USSR
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Le Monde (come la nostra stampa di informazione) segue con vivo interesse l’evoluzione economica e politica della ROMANIA. Nel nr. 4 agosto si legge. « Il regime rumeno sta ora applicando una serie di misure destinate a rassicurare il contadiname e a permettergli di vendere a prezzi più alti. D’ora innanzi, lo Stato non solo pagherà più caro i prodotti agricoli più importanti, come il grano, l’orzo e il mais, ma i contadini avranno maggiori facilitazioni per praticare il commercio libero ». La musica è la stessa che nell’URSS: libero commercio, prezzi più cari, il contadino mantenuto a spese del proletariato urbano. Come stupirsi che il Corriere della Sera esulti per il fatto che le distinzioni anche solo terminologiche fra «comunismo» marca orientale e capitalismo classico vanno sempre più sfumando?
Ma le esultanze borghesi sono destinate a diventare quanto prima inni di trionfo. Infatti, la nuova costituzione in discussione alla Assemblea Nazionale romena contiene all’articolo 7 questi due capisaldi veramente riformatori nel più tipico senso borghese:
« Le case di abitazione e le costruzioni annesse, il terreno sulle quali si trovano come pure – se- secondo gli statuti delle cooperative agricole e di produzione – gli animali produttivi e la piccola attrezzatura agricola sono di proprietà personale del contadino cooperatore », e « Il diritto all’eredità è protetto dalla legge ».
Ebbene, un regime di questo genere, sempre in forza dello stesso progetto di costituzione (art. 1), si chiamerà d’ora in poi non più « repubblica popolare », ma « repubblica socialista » !!! Tanto varrebbe che si chiamasse « socialista » la repubblichetta di Saragat o la repubblicona di Johnson.
Il processo è più avanzato in CECOSLOVACCHIA e in POLONIA, ma soprattutto nel primo di questi Paesi, che è partito da una base industriale già avanzata e solida e, d’altra parte, nel 1963 ha attraversato quella che l’Unità dell’1-8 non esita a chiamare « una crisi ».
Hanno quindi preso sempre più slancio le teorie degli economisti Sik, Komenda e Kozuznik, i quali chiedono un cambiamento radicale del sistema di pianificazione esistente, in modo da « fare più posto ai rapporti di mercato ». In Polonia, le nuove teorie, secondo l’ Unità del 22-7, mirerebbero a dare una crescente autonomia non tanto alle singole aziende, quanto alle « unioni industriali », a quelli che in occidente si chiamano « cartelli » o « trust », e che diverrebbero le vere responsabili « non solo della produzione … ma della situazione di mercato » agendo in base al « sistema dell’autofinanziamento » e della copertura delle spese mediante i guadagni. Autonoma dei monopoli e loro dominio assoluto sul prezzo ai consumatori; ma guarda un po’ che … socialismo !
Della nuova riforma economica JUGOSLAVA molto si è scritto in questi ultimi tempi, ma nel solito modo evasivo. Il succo comunque è questo: si tratta di agire sui prezzi dei prodotti, sugli investimenti produttivi, sul sistema creditizio al fine di realizzare « un sostanziale accrescimento della produttività del lavoro sulla base della modernizzazione delle capacità attuali » e una « più larga integrazione dell’economia jugoslava nella divisione internazionale del lavoro » (Unità del 19-8),
Si noti che in questi ultimi giorni l’Unità si è sbracciata a « spiegare » ai suoi lettori che « in Jugoslavia c’è il socialismo ». Si può essere più sfrontati di così? Una economia nazionale che si propone come meta di raggiungere un livello tale « che possa concorrere sul mercato mondiale », e quindi di inserirsi nella « divisione internazionale del lavoro » che questo mercato caratterizza, può essere solo un’economia non solo borghese, ma ansiosa di esserlo al grado più alto e nella veste più rispettabile, Il socialismo nega ogni mercato e nega ogni divisione del lavoro, – specie poi se internazionali !
Proprio il 20 agosto, la Pravda ha celebrato il 30º anniversario del VII congresso del defunto Comintern riaffermando che le accuse fatte ai socialdemocratici erano tutte false, che essi non erano nė sono i pilastri della conservazione borghese e che bisogna anzi cercare di convocarli alle giuste nozze dei fronti popolari e, se possibile, del « partito unico ». Giusto: siete ormai tutti i di una pasta sola !