Ottobre 1917 e la rivoluzione socialista futura
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PER IL CINQUANTENARIO DELLA RIVOLUZIONE RUSSA
I. – La società borghese di fronte all’Ottobre
Mezzo secolo fa la Rivoluzione scoppiava nel paese più arretrato d’Europa, mentre, ancora, nei paesi „civili”, il massacro imperialista proseguiva.
Febbraio 1917: ai confini tra l’Occidente e l’Asia il secolare impero degli zar crolla sotto i colpi di un’insurrezione popolare, una repubblica borghese nasce, vive nove mesi tempestosi, e crolla a sua volta, abbattuta da una nuova insurrezione: Ottobre 1917. Incredula e sbigottita, la società borghese apprende che una Repubblica dei Consigli operai e contadini, diretta da Comunisti è stata instaurata in Russia; e, a tutta prima, la portata degli avvenimenti „confusi” che si svolgono in quel paese „remoto” e considerato „semi-barbaro” le sfugge. Essa attende da un giorno all’altro la fine dell'”avventura rivoluzionaria” e la caduta dei Comunisti russi. Lacerata fra due blocchi imperialistici che si contendono pur sempre la vittoria, dominata dalle sue passioni sciovinistiche, accecata dai suoi pregiudizi, essa non si preoccupa, a tutta prima, che delle ripercussioni dell’avvenimento sulla sorte delle armi.
Essa non ha capito che il „colpo di Stato bolscevico” è in realtà una Grande Rivoluzione la prima delle rivoluzioni socialiste del mondo, nello stesso tempo che l’ultima delle rivoluzioni antifeudali d’Europa.
Solo la piccola Sinistra proletaria che, in diversi paesi, difende l’internazionalismo e combatte contro la guerra, capisce immediatamente che Ottobre apre un’era nuova non solo della storia di Russia, ma della storia del mondo, e della quasi secolare lotta del proletariato. Solo essa si sente e osa proclamarsi solidale con quel bolscevismo, in cui l’Occidente „istruito e civile” non vede che una specie di Anticristo profano. È vero che la Sinistra rivoluzionaria, pur lottando nel suo seno, non fa parte della società borghese. Come all’alba del movimento proletario, essa la domina da un’enorme altezza per la natura delle sue preoccupazioni rivoluzionarie, per la intima conoscenza della lotta di classe, per la sua intelligenza teorica.
Pur con differenze inevitabili, la società borghese non è mai veramente riuscita a capire quell’Ottobre i cui sviluppi ulteriori sono rimasti, per essa altrettanti e quasi insolubili enigmi. Ma ciò che non tarda a constatare, è che Ottobre la minaccia: e lo constata con uno sgomento che sopravvivrà di gran lunga alla scomparsa del pericolo immediato.
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Il primo atto dei Soviet era stato di far uscire la Russia dalla guerra imperialistica – o almeno di tentarlo – senza abdicare a nessun compito internazionale. La Rivoluzione rompeva con gli impegni assunti dallo zar e dalla borghesia russa verso l’imperialismo dell’Intesa, ma non si ripiegava su se stessa. Al disopra degli altri governi ai quali doveva tener testa, il potere comunista di Russia si rivolgeva ai popoli e alla classe operaia di tutti i paesi tentando di farvi penetrare la sua agitazione contro la borghesia fautrice della continuazione del massacro. Vantandosi di „non appartenere alla scuola diplomatica” e di essere dei „soldati della rivoluzione”, i suoi diplomatici rivelavano al mondo i vergognosi segreti di cancelleria ai quali solo la presa del potere aveva loro permesso di accedere; i sordidi scopi di guerra borghesi ai quali i popoli venivano sacrificati. In tutte le sue proclamazioni, in tutti i suoi atti, la Rivoluzione difendeva unicamente il diritto degli operai e dei contadini a cessare di battersi per interessi di classe nemici, non il diritto della „nazione russa” ad isolarsi dal mondo, ad assistere in disparte alla tragedia della classe operaia che si dissanguava agli ordini del Capitale. La sua parola d’ordine era: Trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile internazionale, non solo perché ogni possibilità di „pace democratica” era esclusa, ma perché così voleva l’interesse del movimento rivoluzionario.
Questa minaccia si precisò quando, nel marzo 1919, mentre la guerra civile infuriava in Russia, si costituì a Mosca l’Internazionale Comunista. Che cos’era mai, questa nuova Internazionale che, riunendo i rivoluzionari dei principali paesi d’Europa, di America e d’Asia, meno i capi spartachisti assassinati durante la bestiale repressione dei moti operai di Berlino in gennaio, lanciava il suo primo manifesto „Ai proletari del mondo intero”? Da dove proveniva? a quali mete tendeva?
«Settantadue anni sono trascorsi», essa diceva «da quando il Partito Comunista additò al mondo la via del suo programma sotto la forma di un Manifesto scritto dai più grandi maestri della rivoluzione proletaria Carlo Marx e Federico Engels. Già allora, appena disceso nell’arena della lotta, il Comunismo fu circondato dalla menzogna, dall’odio e dalla persecuzione delle classi possidenti, che a ragione presentivano in esso il loro mortale nemico. In questi tre quarti di secolo, io sviluppo del comunismo ha percorso difficili vie: impeti di ascesa ma anche periodi di declino; successi, ma anche dure sconfitte. Ma, nell’insieme, il movimento ha seguito il cammino tracciato dal Manifesto del Partito Comunista del 1848. L’ora della lotta finale e decisiva è giunta più tardi di quanto gli apostoli della rivoluzione sociale prevedessero e sperassero. Ma è giunta. Noi comunisti, rappresentanti del proletariato rivoluzionario di vari paesi […] che ci siamo riuniti nella Mosca dei Soviet, ci sentiamo gli eredi e gli esecutori testamentari della causa il cui programma è stato annunziato settantadue anni or sono.
«Il nostro compito consiste nel raccogliere e generalizzare l’esperienza rivoluzionaria della classe operaia, nell’epurare il movimento degli intrugli dissolventi dell’opportunismo e del socialpatriottismo, nell’unire le forze di tutti i partiti veramente rivoluzionari del proletariato mondiale, e così facilitare ed affrettare la vittoria della rivoluzione comunista nel mondo intero».
Perfino per l’ottusità borghese, queste parole ardenti erano chiare, tanto più chiare in quanto, nello stesso momento, l’Armata rossa dei Soviet si proclamava esercito della Terza Internazionale! La borghesia sentì quindi perfettamente che Ottobre minacciava non solo l’ordine antico smisuratamente attardatosi in Russia fin nel cuore del secolo XX, ma l’ordine dello stesso secolo XX, quell’ordine borghese e capitalista che era ben poco penetrato nell’ex impero zarista, ma che dominava tutta l’Europa e il mondo intero, saldo dietro la sua facciata di democrazia parlamentare.
Se era un „complotto”, era internazionale! Se era una Rivoluzione, non era una rivoluzione nazionale russa che cercasse appoggi europei ed extraeuropei, ma una rivoluzione europea e mondiale che cercava un appoggio in Russia; non era una rivoluzione nazionale tesa a superare le sue frontiere naturali, ma una rivoluzione di classe che cercava di spiegarsi in tutta la sua ampiezza al di là dei confini contro-natura degli Stati capitalistici! Insomma, Ottobre non era la nuova Russia che batteva alle porte dell’Europa e del mondo per farsi ammettere nel concerto delle nazioni, era il Comunismo rinato che lanciava la sua sfida di sempre alla società borghese!
Per la società borghese, fu quello il primo grande enigma: Da dove rinasceva questo maledetto Comunismo il cui spettro non la perseguitava più da tempo? Ogni classe della società borghese risolse il problema in base ai suoi pregiudizi. Nazionalista e livida d’odio per il pacifismo popolare in tempo di guerra, la borghesia concluse che era una diabolica invenzione dei bolscevichi per difendere la loro causa nazionale, sfruttando le difficoltà interne degli altri paesi. Essa non si accontentò di dar la caccia ai comunisti e di reprimere l’agitazione sociale; mobilitò contro i Soviet tutte le ignoranze, tutti i pregiudizi, tutti i risentimenti, tutti gli odi, lanciando su di essi degli eserciti d’invasione, sostenendo le rivolte bianche sul loro territorio ed eccitandole ai loro confini, non esitando neppure ad arruolare la Fame in difesa della sua causa assassina.
Così, quella che era per essenza una guerra di classe contro il Comunismo prese essenzialmente la forma di una crociata contro la „nazione sovietica”. Non occorreva di più perché la società borghese si convincesse che la nazione sovietica era, essa stessa, la forma essenziale del Comunismo e della guerra di classe! Era naturalmente un’assurdità borghese, perché quando, alcuni anni dopo, il potere politico che si pretendeva incarnasse questa Nazione ritirò vergognosamente la sua sfida comunista al mondo borghese circostante, questo mondo si affrettò ad aprirgli le porte, cioè a fargli posto nella Società delle Nazioni e nei nuovi blocchi di guerra imperialistica. Tutta la storia dello stalinismo e del poststalinismo avrebbe dimostrato che la Nazione russa non era „la Nazione eletta del Comunismo”, se l’oscurantismo della società borghese non fosse tale che, cinquantanni dopo Ottobre, essa continua a parlare di un „sistema socialista” semimondiale con centro al Cremlino…
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Nel senso marxista, tuttavia, la società borghese non è soltanto la borghesia, è anche la classe operaia e la loro lotta reciproca, almeno finché questa rimane imprigionata nel quadro angusto di tale società. Quando lotta rivoluzionariamente, il proletariato è una classe della società borghese che, sotto molteplici aspetti, non le appartiene già più e se ne emancipa – generatrice di una società nuova e superiore, non più classe oppressa e subalterna della società antica. Quando invece il proletariato non ha, o non ha più, coscienza della sua missione rivoluzionaria, o arretra di fronte ad essa, non è che una parte integrante del vecchio ordine di cose, il rovescio della borghesia, la sua negazione, ma puramente borghese. Fra questi due estremi della teoria, la storia reale del movimento operaio internazionale presenta tutti i possibili gradi intermedi, ma non infirma in nessun modo – al contrario! – il valore della teoria medesima.
All’epoca di Ottobre, la classe operaia d’Occidente presentava ancora da un paese all’altro, differenze notevoli dovute alla diversità delle condizioni storiche del suo sviluppo nazionale. Per esempio, la classe operaia tedesca portava nettamente inciso il marchio della socialdemocrazia, la classe operaia francese restava largamente aperta all’influenza sindacalista-rivoluzionaria, mentre la classe operaia italiana aveva già superato, in misura considerevole, queste due deviazioni, e invece la classe operaia spagnola, sempre sotto la cappa sterilizzante dell’anarchismo, sembrava uscire dritta dritta dalla metà dell’ottocento. Ma, di fronte al proletariato russo, forza sociale dirigente della rivoluzione sovietica, il proletariato occidentale presentava delle caratteristiche comuni: un certo attaccamento ai vantaggi materiali di una civiltà borghese più evoluta; l’assenza di una esperienza recente di lotte rivoluzionarie, almeno della statura del 1905 russo; una concezione borghese del suo posto nella società, dei suoi fini e dei mezzi di lotta per raggiungerli; un certo immediatismo sindacale, un certo corporativismo, come pure una tenace riverenza per i principi astratti della Democrazia – dell’eguaglianza dei popoli in virtù del suffragio universale; del pacifismo internazionale in virtù della lotta parlamentare socialista.
Su un simile proletariato, quale influenza poteva esercitare l’esempio del proletariato russo che la Rivoluzione aveva vittoriosamente diffuso: la sua estrema abnegazione e il suo slancio rivoluzionario, il suo eroismo e la sua ingenuità primitiva, la sua „rozzezza” asiatica e il suo profondo internazionalismo, la sua pazienza senza limiti e la sua e- norme esperienza di lotta? Quale effetto potevano produrre su di lui dei difetti così diversi dai suoi e delle qualità tanto superiori alle sue? A quell’epoca, lì risiedeva, in ultima analisi tutto il segreto del prossimo avvenire della Rivoluzione europea e quindi mondiale; poiché la Storia, almeno agli occhi dei pedanti „socialisti”, aveva avuto la sfrontatezza di mettere il proletariato cosiddetto „progredito” dei paesi di democrazia parlamentare alla scuola politica del proletariato „arretrato” di un paese autocratico e semi-medioevale, tutto dipendeva evidentemente dalla capacità dell’allievo di eguagliare il maestro. Per provare questa capacità, non era necessario che il proletariato occidentale ottenesse a sua volta una vittoria completa impadronendosi del potere, – cosa infinitamente più difficile nei grandi Stati imperialistici moderni che nel regime arciputrefatto di cui un Rasputin era l’anima, e perfino nella Repubblica nata-morta di un Kerensky; ma era almeno necessario che il proletariato occidentale si lanciasse risolutamente in questa via, nella lotta politica non elettorale ma rivoluzionaria: insomma, nella battaglia per il potere. Ora, a parte gli episodi gloriosi e tragici di Germania e di Ungheria, inconcludenti sotto tutti gli aspetti, se non in quello della dimostrazione del vero ruolo e dell’autentico significato di classe della democrazia e della socialdemocrazia, è appunto questo che non avvenne.
Non si tratta qui di scaricare sulle masse la responsabilità di errori che risalgono ai capi. Questi errori furono denunziati a tempo da una Sinistra comunista risolutamente estranea al vecchio mondo, mentre qui ci mettiamo a livello delle grandi reazioni collettive, di quei cambiamenti di mentalità di milioni d’uomini che nascono dagli sconvolgimenti storici prima ancora che questi milioni siano stati toccati da una propaganda di idee, e che si traducono in azioni rivoluzionarie molto prima di cristallizzarsi in una chiara coscienza dei fini da raggiungere e dei mezzi per raggiungerli. Qui si tratta semplicemente di dare, della finale sconfitta di una grande Rivoluzione, una spiegazione che non sia troppo indegna del materialismo storico.
Il distacco esistente fra il proletariato russo e il proletariato occidentale la crisi rivoluzionaria obiettiva della guerra non aveva potuto abolirlo, perché era il prodotto di oltre quarant’anni di storia. Ma questo distacco condannava la classe operaia di Occidente a una visione capovolta della Rivoluzione russa e del suo proprio compito. Allo stupore della borghesia nell’assistere al trionfo del Partito comunista nel paese più arretrato d’Europa corrispose, sostanzialmente, lo stupore di una classe operaia formatasi alla lotta parziale con i mezzi legali, di fronte alla grande vittoria della classe operaia russa formatasi alla lotta politica per il potere con mezzi illegali e con l’insurrezione armata. A quella classe operaia, l’intelligenza teorica rigorosa, l’energia morale incomparabile e l’audacia rivoluzionaria senza precedenti dei bolscevichi non potevano non sembrare un fenomeno straniero, un fenomeno russo, mentre, prima della fase riformista del movimento operaio, all’alba del movimento proletario, quella intelligenza, quella energia e quella audacia apparivano già, nell’idea se non nel fatto, come un patrimonio di classe, come una caratteristica distintiva del proletariato rivoluzionario in confronto alla borghesia dei tempi della sua rivoluzione. Sulla borghesia, era la Nazione russa nata dalla Rivoluzione che esercitava il suo fascino – fascino mistico, perché, in realtà, l’agente storico del Comunismo non è la Nazione ma la Classe proletaria, e questo fascino era fatto di orrore. Sul proletariato occidentale, esercitavano il loro fascino il proletariato russo e il suo Partito, e questo fascino, senza escludere l’orrore socialdemocratico per l'”avventura” e la „follia” rivoluzionaria, era fatto di un entusiasmo già comunista. Ma era anch’esso mistico, nella misura in cui il proletariato d’Occidente vide nella Rivoluzione di Ottobre l’espressione non della missione rivoluzionaria del proletariato, ma della missione rivoluzionaria del bolscevismo russo. Odiati dai socialdemocratici, cioè dai partigiani di una politica operaia borghese, i bolscevichi apparvero ai loro occhi come perniciosi seduttori stranieri degli operai dei paesi occidentali, mentre in realtà solo una certa radicalizzazione di classe aveva potuto spingere gli operai verso i bolscevichi; adorati da molti comunisti improvvisati d’Occidente, questi stessi bolscevichi apparivano come i Salvatori del proletariato europeo e mondiale, mentre in realtà la classe operaia di Occidente poteva salvarsi soltanto da sé, con il suo trionfo politico su una borghesia infinitamente più potente ed astuta della gracile borghesia russa, e mai avrebbe dovuto contare che il potere bolscevico e l’Armata rossa assolvessero in sua vece il suo compito rivoluzionario!
Questo fatale errore collettivo era il prodotto di un arcaismo storico, per liquidare il quale un’intera epoca storica nuova non era di troppo, se è vero che, cinquant’anni dopo, non lo è ancora. E questo arcaismo risiedeva non tanto nell’avvento dell’ultima rivoluzione borghese d’Europa in pieno secolo XX, quanto nella sopravvivenza di un proletariato democratico e riformista nell’epoca imperialistica, di un proletariato rinchiuso nei vecchi particolarismi nazionali nell’epoca delle guerre mondiali del Capitale. Esso ebbe, per molte decine d’anni, le più funeste conseguenze, perché è alla base della peggior forma di revisionismo che abbia mai colpito il movimento operaio, il revisionismo „staliniano”. Che cosa fu, invero, lo stalinismo, se non la teorizzazione del pregiudizio degli operai d’Occidente secondo cui il proletariato e il partito russi erano investiti della particolare missione nazionale di portare al trionfo il comunismo nel mondo? Che cosa fu lo stalinismo, se non lo sfruttamento delle tradizioni comuniste di centralizzazione, di disciplina, di indipendenza e fierezza di Partito, di ripudio di qualunque pacifismo, il loro sfruttamento non per distruggere il capitalismo, ma per distruggere il Partito proletario? che cosa fu se non l’utilizzazione dei metodi „rivoluzionari” non per estirpare dal Partito l’ascesso opportunista, ma per costringere il Partito a ritornare al vecchio socialdemocratismo: democrazia – collaborazione di classe – nazionalismo?
Se, dall’affannoso tentativo di costituire un’Internazionale comunista nell’immediato dopoguerra, usci col passar degli anni il movimento più reazionario, più menzognero, più feroce che la classe operaia abbia dovuto subire nel corso di un secolo di storia, non fu appunto a causa di questa mistica identificazione della Rivoluzione internazionale col potere rivoluzionario in Russia? Non fu perché i semi-rivoluzionari occidentali, non sospinti da una profonda rivoluzione di masse, finirono per ritenere che la manifestazione suprema dello spirito rivoluzionario non fosse l’abbattimento della borghesia, ma la disciplina incondizionata al Centro russo dell’Internazionale? Non fu perché tate identificazione, essendo mistica, sussistette anche dopo che la capacità rivoluzionaria dei bolscevichi ebbe irrimediabilmente disertato questo Centro? Non fu perché di fronte questo spostamento fatale in cui si esprimeva la pressione controrivoluzionaria delle classi non proletarie di Russia le sane resistenze rivoluzionarie in seno ai diversi partiti occidentali poterono apparire o essere fatte apparire come manifestazioni di indisciplina nazionale, di sciovinismo operaio nei confronti della Rivoluzione russa, o di rifiuto di riconoscere la sovranità della Rivoluzione in nome della „libertà democratica”? Insomma lo stalinismo non fu il prodotto diretto dell’arcaismo che aveva messo il proletariato dei paesi moderni alla scuola politica del proletariato di un paese arretrato; cioè la Rivoluzione puramente socialista alla scuola della Rivoluzione doppia di Russia? Non fu il sinistro riflusso di uno slancio rivoluzionario che era stato bensì capace di tenere in scacco i piani borghesi d’intervento contro l’URSS, ma impotente ad assicurare la vittoria al piano bolscevico di estensione della Rivoluzione all’Europa e al mondo intero?
La terribile repressione scatenata in Russia contro le ultime, e d’altronde spesso confuse, resistenze rivoluzionarie e bolsceviche costrinse, è vero, il mondo borghese a constatare questa fatale evoluzione: ma esso non seppe spiegarla, in tutte le classi, che con i suoi pregiudizi borghesi – l’idea che la negazione sacrilega della Democrazia borghese od operaia, l’uso della Violenza, l’instaurazione della Dittatura contenessero in sé la loro espiazione, volgendosi fatalmente contro i loro autori. Così, il grande risultato storico della controrivoluzione che affondava le sue radici nella storia europea di mezzo secolo fu compreso come il prodotto di un’eccessiva propensione dei bolscevichi all’Autorità e di un insufficiente attaccamento dei comunisti occidentali alla Libertà eterna!
Per avanzare, la Storia si serve di tre mezzi: la negazione rivoluzionaria della visione distorta che la classe operaia, in quanto classe della società borghese, si fa della propria storia, cioè la critica scientifica e di classe delle rivoluzioni e delle controrivoluzioni; la dissoluzione puramente borghese di questa visione distorta; e la distruzione delle condizioni materiali che l’hanno generata attraverso lo sviluppo ulteriore del capitalismo e delle contraddizioni di classe. Quella negazione rivoluzionaria, siamo noi, comunisti internazionalisti dell’epoca del cinquantenario di Ottobre, che la rappresentiamo. Quella distruzione, è lo sviluppo delle forze produttive che la realizza sconvolgendo le frontiere capitalistiche dell’Europa, uniformando e fondendo i proletariati nazionali nel gigantesco crogiuolo di un’accumulazione capitalistica che ingloba la stessa Russia, per farne la forza omogenea della rivoluzione sociale di domani. Quella dissoluzione borghese esplode nei paradossi del cinquantenario, accanto ai quali lo scatenarsi delle passioni di classe nell’Ottobre 1917, e il conflitto delle visioni tuttavia alienate che dell’avvenimento le due classi in lotta si facevano portano il segno di una profonda razionalità storica. Giacché che cosa si vede oggi, cinquant’anni dopo Ottobre?
La borghesia, la cui organizzazione politica di classe è fatalmente nazionale, e per cui la Russia può essere soltanto una compare o una rivale imperialistica di più, rende omaggio ai risultati economici e sociali della sua rivoluzione borghese tardiva, non potendo fare altrettanto alla sua grandezza imperialistica.
Il proletariato, che per vent’anni ha creduto al „socialismo in un solo paese”, ma che, nella Russia trasformata di oggi, non può più distinguere la minima traccia di socialismo, il minimo passo avanti verso la società senza classi e senza Stato del programma comunista, rende un omaggio democratico alla giovane Nazione che ha saputo conquistarsi il diritto all’esistenza indipendente con una lotta energica contro tutti i suoi nemici, e mediante l’industrializzazione che è il programma e la realizzazione storica di ogni rivoluzione borghese, – una „giovane Nazione” che tuttavia continua la tradizione imperialistica del vecchio Impero zarista come tutta la seconda guerra, i suoi precedenti finlandesi e polacchi e i suoi postumi bessarabiani ed altri l’hanno provato!
Il rovesciamento di tutte le posizioni originarie, non del Proletariato come classe rivoluzionaria, ma della classe operaia come decine d’anni di riformismo l’avevano foggiata, e della borghesia, è la prova evidente che la Storia ha fatto tabula rasa di tutte le illusioni della società borghese sull’Ottobre. La borghesia può proporsi di additare nella società russa un modello di rapido ammodernamento di un paese arretrato, ora che Mosca non costituisce più la minima minaccia al suo ordine stabilito! Ma il proletariato non può rinunciare per cinquant’anni ancora a formularsi il suo programma sociale, i suoi scopi di classe. E quando ne sentirà nuovamente il bisogno, supererà decisamente lo stadio al quale si era fermato nell’era staliniana sotto l’influsso delle reminiscenze socialdemocratiche: conquista democratica del potere e nazionalizzazioni borghesi! Spinta alle sue conseguenze estreme, la posizione staliniana non poteva non dissolversi nell’assurdità pura, come è già avvenuto nelle pseudo-tesi dello pseudo-partito comunista dell’URSS, „festeggianti” il cinquantenario di Ottobre con queste due affermazioni trionfali, ma che si annullano a vicenda: «Noi marciamo vittoriosamente verso il comunismo e non conosciamo più nessun avversario di nessun genere, né classe nemica, né imperialismo straniero, capace di farci tornare indietro», e «Noi restiamo un partito di lotta di classe»!
All’epoca della Rivoluzione il lirismo rivoluzionario aveva celebrato la «luce di Ottobre». All’epoca della controrivoluzione staliniana, la formula prese un carattere atroce d’irrisione, perché era dall’URSS che sembravano venire le tenebre in cui il movimento operaio europeo e mondiale precipitò allora. Oggi l’intera società borghese commemora Ottobre, perché Ottobre è completamente dimenticato. Il movimento operaio non sente più pesare su di sé le tenebre dello stalinismo non perché esse si siano dissolte, ma perché esse lo hanno distrutto. Il cielo della società borghese non è più oscurato da nessun spettro terrificante, annunziatore di catastrofe sociale, non perché la catastrofe sia svanita ma perché la società borghese vive, gli occhi bendati, nell’ebbrezza idiota della pace sociale. Ma la lotta di classe non può non rinascere, la società borghese la esige. La Rivoluzione non può non risorgere, l’imperialismo fatalmente la chiama. Allora, distrutte le radici profonde di un passato ignominioso, disperse dalla stessa Storia tutte le illusioni e tutte le menzogne, il Partito proletario potrà infine rinascere. Armato dei principi del bolscevismo, è nella luce riaccesa di Ottobre che esso si lancerà di nuovo all’assalto e forse alla vittoria da cinquant’anni sperata!
II. – Le vie della rivoluzione
I bolscevichi conducevano ormai da quindici anni la loro lotta contro l’opportunismo nella socialdemocrazia russa, quando scoppiò la prima guerra imperialistica. Fu allora che la prima grande battaglia internazionale ebbe inizio. Il suo scopo? Né più né meno che il ritorno all’internazionalismo proletario e l’eliminazione del socialpatriottismo dalle file della classe operaia. Ad essa si ricollega l’episodio famoso della conferenza socialista convocata a Zimmerwald in pieno massacro imperialista, e di cui almeno una Sinistra approvò la parola d’ordine bolscevica di trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile per la instaurazione della dittatura del proletariato. Internazionale questa lotta fu non soltanto per i suoi fini, ma per i suoi mezzi, poiché i bolscevichi la condussero di concerto con le frazioni di sinistra di altri paesi, meno note ma non meno valorose, come quegli spartachisti che, nel gennaio 1919, dovevano offrire la propria vita ad una rivoluzione che pur sapevano prematura e condannata. In questa storica lotta, la natura della guerra moderna e la politica proletaria di fronte all’imperialismo e alla politica di sedicente „difesa nazionale” furono stabilite in modo definitivo ed intangibile. Solo così il principio dell’internazionalismo proletario poteva essere restaurato nel suo vero significato marxista e nella sua portata rivoluzionaria, esso che è, resta e resterà sempre, il principio distintivo del vero comunismo di oggi e di domani.
La classica polemica di Lenin si riassume così. Nel 1914, la maggioranza dei partiti socialisti ufficiali ha rinnegato tutte le convinzioni, dichiarazioni e risoluzioni precedenti, aderendo alla politica borghese di difesa nazionale. Dal punto di vista dei rapporti fra le classi della società contemporanea, ciò significa che questi partiti, con in testa il più influente di tutti, il Partito socialdemocratico tedesco si sono schierati a fianco del loro Stato Maggiore, del loro governo, della loro borghesia. contro il proletariato. È questo un avvenimento di portata storica mondiale, un disastro per la classe operaia europea. La guerra moderna fra le grandi potenze non e né una guerra nazionale del tipo di quelle scoppiate in Europa fra il 1789 e il 1871, né, a maggior ragione, una guerra assimilabile a quella guerra rivoluzionaria „che i socialisti non hanno mai giurato di non fare”, ma che suppone la presa del potere ad opera del proletariato. È una guerra imperialistica e, dal punto di vista teorico non si è aspettato il 1914 per caratterizzare l’imperialismo come „la lotta della borghesia pericolante, decadente, putrefatta per la spartizione del mondo e l’asservimento delle piccole nazioni”. Tutte le giustificazioni accampate per spingere il proletariato ad accettare la politica di difesa nazionale sono pietose in teoria e infami in pratica, perché, sotto apparenze pseudo-scientifiche, mirano a subordinare il proletariato alla borghesia, classe reazionaria che deve essere combattuta e rovesciata. Ora, la guerra provoca una situazione altamente rivoluzionaria, che si può caratterizzare come segue: La classe dominante non può più mantenere la propria dominazione nella sua forma antica; deve rafforzare all’estremo la sua dittatura; la miseria, il malessere delle classi sfruttate aumentano; passive in periodo di crisi, se non lo si fa spinte alla lotta dalla stessa bufera che si scatena sulla società. Da questa situazione rivoluzionaria può sorgere la rivoluzione, a patto che la classe rivoluzionaria sia capace di condurre azioni rivoluzionarie di massa abbastanza vigorose per infrangere o incrinare seriamente il vecchio regime, che non cadrà, neppure in periodo di crisi, se non lo si fa cadere. Incitare le masse a „difendere la patria”, significa renderle incapaci di tali azioni, sabotare la rivoluzione possibile, assicurare la conservazione della dittatura borghese malgrado la crisi che ne faciliterebbe l’abbattimento. Significa tradirle, tanto più in quanto i vantaggi economici (profitti enormi, meravigliose prospettive di nuovi saccheggi, gigantesche ordinazioni, nuovi prestiti, ecc.) che la guerra porta alla borghesia, non sono ancora nulla di fronte ai vantaggi politici che le procura dividendo e corrompendo il proletariato. Il dovere più incontestabile ed essenziale di tutti i socialisti (oggi diciamo comunisti, ma le due parole sono state poi entrambe deprezzate) è di additare alle masse la presenza di una situazione rivoluzionaria, di spiegarne l’ampiezza e la profondità, di svegliare la coscienza e la decisione rivoluzionarie del proletariato, di aiutarlo a passare all’azione rivoluzionaria, e a creare degli organismi conformi alla situazione per lavorare in questo senso.
Appunto in relazione al tradimento dei Partiti socialisti verso l’internazionalismo proletario, e alla bancarotta della II Internazionale invasa dalla cancrena dell’opportunismo fin dal 1915 è proclamata la necessità per la corrente comunista di rompere senza indugio con l’ala opportunista piccolo-borghese:
«La bancarotta dell’Internazionale, che segna la vittoria completa dell’opportunismo […] non è che il risultato di tutta l’epoca storica della II Internazionale, della fine del XIX secolo e dell’inizio del XX. Le condizioni obiettive di quest’epoca – il passaggio dal completamento delle rivoluzioni borghesi e nazionali in Europa occidentale all’inizio delle rivoluzioni socialiste – hanno generato e alimentato l’opportunismo […] La crisi aperta dalla guerra ha strappato il velo, spazzato via le convenzioni, fatto scoppiare l’ascesso che da tempo maturava, e ha mostrato l’opportunismo nel suo vero ruolo di alleato della borghesia. È ora necessario che questo elemento sia completamente estirpato, sul terreno dell’organizzazione, dai partiti operai. L’epoca imperialistica non può tollerare la coesistenza nello stesso partito degli uomini d’avanguardia del proletariato rivoluzionario e dell’aristocrazia semi piccolo-borghese della classe operaia, che vive sulle briciole dei privilegi conferiti alla propria „nazione” dalla sua situazione di „grande potenza”. La vecchia teoria secondo cui l’opportunismo è una „sfumatura legittima” di un partito unico, alieno dall’estremismo, è oggi il peggior inganno degli operai e il maggior ostacolo al movimento operaio […] La situazione rivoluzionaria oggettiva creata dalla guerra […] agguerrisce e educa i proletari migliori e più coscienti. Un rapido cambiamento nello stato d’animo delle masse diviene non solo possibile ma probabile […] Non si può sapere se un poderoso moto rivoluzionario si svilupperà all’indomani di questa guerra, nel suo corso, ecc.. ma, in ogni caso, solo il lavoro compiuto in questo senso merita il nome di lavoro socialista. La parola d’ordine che orienta questo lavoro, che aiuta ad unire e saldare fra loro quanti vogliono contribuire alla lotta rivoluzionaria del proletariato contro il suo governo e la sua borghesìa, è la parola d’ordine di guerra civile» (Lenin, Il fallimento della Internazionale).
È nel più forte di questa storica lotta internazionale che scoppia il colpo di tuono della Rivoluzione russa. Da febbraio a ottobre, la lotta per la nuova Internazionale prenderà la forma della lotta per il potere del proletariato in Russia: i due termini sono inseparabili tanto nelle storiche proclamazioni dei bolscevichi russi quanto nella loro prassi rivoluzionaria.
Questa lotta di nove mesi non è che l’ultima, ma la più ardente tappa di un lavoro illegale di quindici anni e di quasi altrettanti di lotte di frazione, di cui, già nel 1915, Lenin diceva: «Rendono il peggior servizio (al movimento operaio) coloro che ignorano questa storia e, declamando contro il frazionismo, si negano la possibilità di capire il vero processo di formazione del partito proletario in Russia, partito che si é formato attraverso una lotta di lunghi anni contro le diverse specie di opportunismo».
La principale „specie di opportunismo” combattuta da Lenin e dai bolscevichi era stato il menscevismo, o teoria borghese della Rivoluzione borghese che attendeva la Russia del XX secolo. Il bolscevismo non aveva mai negato che questa Rivoluzione dovesse essere borghese; ma ne aveva dato una teoria marxista. Tutti i socialdemocratici russi avevano concordato nel ritenere che la rivoluzione avrebbe soltanto potuto rovesciare lo zarismo e le sue istituzioni politiche semi-feudali, instaurare la democrazia politica, realizzare una riforma agraria radicale aprendo così la via non al socialismo economico, ma allo sviluppo capitalistico, condizione materiale e storica del socialismo; ma si erano violentemente divisi sulla questione di sapere quale classe – la borghesia o il proletariato? – avrebbe diretto la Rivoluzione borghese. La teoria menscevica era opportunista in politica perché abbandonava la direzione della rivoluzione borghese alla classe borghese, e confinava il proletariato nel ruolo di sostegno del liberalismo borghese prima della rivoluzione, e di difesa contro la borghesia dopo di essa: non era marxista in teoria, perché non teneva conto dei reali rapporti di classe del ventesimo secolo, che, anche nella Russia arretrata, non erano più quelli dell’epoca delle rivoluzioni borghesi classiche: invece degli artigiani radicali e sanculotti della rivoluzione francese, il proletariato moderno; invece dell’audace borghesia giacobina, una borghesia priva di ogni capacità rivoluzionaria di fronte allo zarismo, perché questo proletariato la minacciava. La teoria bolscevica era molto più radicale in politica perché, negando qualsiasi ruolo rivoluzionario alla borghesia e vedendo nel proletariato la classe chiamata a dirigere la rivoluzione borghese, cioè ad abbattere lo zarismo, respingeva ogni alleanza del partito proletario con il liberalismo borghese: era marxista in teoria perché non pretendeva affatto che bastasse al proletariato impadronirsi del potere in Russia per abolire il capitalismo nell’economia, o in altri termini, che in Russia la realizzazione del socialismo dipendesse, come nei paesi capitalisti avanzata solo dalla rivoluzione politica del proletariato. In breve, contro l’opportunismo menscevico, il bolscevismo difendeva la missione rivoluzionaria del proletariato senza per questo violare il materialismo storico, secondo cui il contenuto della rivoluzione non dipende dalla volontà delle classi e dei partiti ma dallo sviluppo reale delle forze produttive, e il socialismo suppone la grande industria ed esige la grande agricoltura moderna.
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Questo richiamo era necessario per ristabilire il vero significato della lotta bolscevica non solo per la conquista del potere da febbraio a ottobre 1917, ma per la sua difesa dal 1918 al 1921, nella guerra civile, e dal 1921 al 1927, nella lotta per la ricostruzione dell’economia rovinata. Ristabilire questo significato è necessario non solo contro la falsificazione socialdemocratica del tempo, ma contro l’ulteriore falsificazione dello stalinismo.
La rivoluzione popolare di febbraio aveva dato il potere alla borghesia russa, che installatasi nel governo provvisorio, si rifiutava di portare a termine anche uno solo dei compiti della rivoluzione borghese ma si preparava a schiacciare il proletariato e il popolo, organizzati nei Soviet. I menscevichi non si accontentavano di proclamare che la rivoluzione borghese era compiuta quando non era neppure cominciata; collaboravano ora nel governo con la borghesia che attendeva il momento propizio per schiacciare la rivoluzione! Essi giustificavano quindi clamorosamente il „fanatismo” frazionistico così a lungo rimproverato a Lenin, dimostrando nella realtà storica che il punto di approdo dell’opportunismo è fatalmente la controrivoluzione.
Che cosa fece il bolscevismo? Dopo il ritorno di Lenin in Russia e l’adozione (tutt’altro che incontrastata) delle Tesi di Aprile, proclamò che la sola probabilità per la rivoluzione democratica borghese di vincere, la sola probabilità per il proletariato socialista e internazionalista di non essere schiacciato dalla borghesia complottante con la reazione zarista, era l’insurrezione proletaria contro il governo provvisorio. Per sei mesi, il partito comunista di Russia condusse un’indimenticabile lotta per la conquista dei Soviet lanciando le parole d’ordire della terra ai contadini, della cessazione della guerra imperialistica, e perfino della convocazione della costituente. La condusse sulla spinta di un’agitazione operaia così ardente che minacciava di provocare la caduta del governo provvisorio prima che il partito proletario avesse nella grande massa della popolazione un forza e un appoggio sufficienti per impadronirsi del potere, come rischiò di avvenire durante la crisi di luglio. La condusse durante il momentaneo riflusso che seguì a questa crisi, e che fu provocato da un’offensiva talmente violenta della cosiddetta democrazia rivoluzionaria contro i bolscevichi che, per un momento, le masse si allontanarono da loro, disorientate dalla „grande calunnia” che li presentava, Lenin in testa, come volgari agenti della Germania. Risalì la corrente nello stesso tempo che la rivoluzione riprendeva il suo irresistibile corso, dilatandosi, trascinando con sé strati sempre nuovi del proletariato e, soprattutto attraverso i soldati, della classe contadina. Un prodigioso sforzo di maturazione politica si compiva in milioni d’uomini che nelle città, al fronte e fin nelle campagne tenevano continui comizi in cui i problemi cruciali della rivoluzione erano dibattuti, in cui gli avversari erano presi duramente di petto, e questo sforzo li allontanava irrimediabilmente da tutti i socialisti conciliatori: un prodigioso slancio rivoluzionario portava milioni di uomini a proclamarsi bolscevichi, essi che non conoscevano neppure il significato della parola, essi che ignoravano tutto delle lotte di frazione che avevano preparato quella gigantesca lotta di classe. L’influenza del partito comunista di Russia cresceva vertiginosamente: l’ora dell’insurrezione era suonata. Era necessario che il partito la preparasse, che il partito la organizzasse. „L’insurrezione è un’arte”: l’arte di sorprendere il nemico e di vincere. È il compito del partito, il partito deve prenderne l’iniziativa. La Rivoluzione non è un „complotto”, ma il complotto è necessario alla rivoluzione. Questa può perire per non aver afferrato a tempo la sua occasione storica di vincere. Temporeggiare è un delitto; tali erano state le appassionate esortazioni di Lenin al partito bolscevico ancora esitante, e l’insurrezione avvenne.
Il 25 ottobre del calendario russo (7 novembre occidentale), Pietrogrado cadeva e il governo provvisorio era arrestato salvo Kerensky, al fronte. A Mosca i combattimenti durarono otto giorni. Il 31 ottobre l’esercito di Kerensky era schiacciato. Il tentativo di riprendere la capitale falliva. In tutte le città della Russia i Soviet si impadronivano del potere.
Riunitosi il 23 e il 26 ottobre, il secondo Congresso panrusso dei Soviet di operai e di soldati aveva deciso, in un delirio di entusiasmo, „la consegna di tutto il potere in tutte le località ai Soviet”, e approvato il governo esclusivamente bolscevico proposto dal partito bolscevico stesso, il proclama bolscevico „ai popoli e ai governi di tutti i paesi belligeranti” e il decreto bolscevico sulla terra, „rubato” ai socialrivoluzionari di destra fra il loro comico sdegno. I menscevichi e i socialrivoluzionari di destra gridarono alla „usurpazione bolscevica”, ma dovettero abbandonare il congresso fra le urla dei deputati operai e soldati, escludendosi cosi da sé dalla Repubblica sovietica. I rapporti fra il partito e il proletariato organizzato nel Soviet non avevano nulla a che vedere con rapporti „democratici”. Messo di fronte al „fatto compiuto” il proletariato plaudiva all’iniziativa rivoluzionaria della sua avanguardia, alla quale un’unità organica lo legava, il proletariato se la rideva delle urla borghesi e opportuniste sulla „violazione della democrazia”. Ma non rideva degli scrupoli democratici nel proprio partito; quando, alcuni giorni dopo la vittoria, cinque commissari del popolo bolscevichi, spaventati, si dimisero, reclamando l’apertura del governo a „tutti i partiti socialisti„, fu una tempesta di sdegno. Gli operai bollarono a fuoco i „disertori” esigendo che „ritornassero al loro posto e si sottomettessero al Comitato Centrale”. La Rivoluzione proletaria in marcia se ne infischiava totalmente che il partito fosse una „minoranza” della classe operaia: riconosceva in esso la propria anima, la propria volontà tesa all’estremo, la propria capacità d’organizzazione; la propria portata internazionale. La concezione „settaria” che Lenin aveva avuta del partito trionfava rivelando la sua natura profondamente rivoluzionaria in questa unità della classe e della sua avanguardia, la più fervente che mai si sia vista.
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È in nome della „democrazia” che tutto il vecchio mondo si ribellava contro la Rivoluzione proletaria, che i borghesi e i conciliatori si scatenavano nella loro stampa (prima che fosse proibita), che i funzionari si rifiutavano di obbedire, che le poste e i telegrafi non trasmettevano i dispacci, gli impiegati di banca lesinavano i fondi e le ferrovie bloccavano i treni! È in nome della „democrazia” che il potente e conservatore Vikjel, esponendo il proletariato intero al suo ricatto di categoria particolare, convocava una conferenza intesa a „rimaneggiare” il governo, escludendone Lenin e Trotzky. La natura profondamente borghese e disfattista della parola d’ordine di „democrazia” si rivelava quindi in piena luce nella realtà stessa della lotta di classe!
Il proletariato russo non poteva tuttavia fare a meno di qualunque democrazia, non perché avesse bisogno d’altro, per se stesso, che di una unità organica con il suo partito, ma perché nella rivoluzione non era solo. La Rivoluzione russa era nello stesso tempo una rivoluzione democratica e agraria e una rivoluzione proletaria e socialista. Di fronte a una massa contadina di 130 milioni di uomini, i tre milioni di proletari compresi in una popolazione urbana totale di 28 milioni in tutto, non potevano governare da soli. Non era una questione di rapporti numerici, ma una questione di rapporti di forza. La dittatura del proletariato sulla borghesia e la piccola borghesia urbana non poteva mantenersi senza allearsi alla dittatura contadina sui proprietari fondiari spodestati, senza godere dell’appoggio dell’immenso contadiname russo. Non poteva quindi essere una pura dittatura di classe, ma soltanto una dittatura democratica del proletariato e dei contadini poveri, anche se questa dittatura democratica prese solo per brevissimo tempo la forma di una „coalizione” governativa dei bolscevichi e dei social rivoluzionari di sinistra. È perciò che la rivoluzione russa non poté – nel suo ambito – opporre la formula di dittatura del proletariato a quella della democrazia in generale, come invece fermamente la oppose sul piano mondiale, ma solo quella della democrazia operaia e contadina a quella della democrazia borghese, della democrazia sovietica alla democrazia parlamentare. Ma era, questo, il suo lato arcaico, e non moderno, il suo lato russo particolare e non la sua portata universale, quello in forza del quale essa si riallacciava al XIX secolo delle rivoluzioni democratiche borghesi mentre per il ruolo dirigente del proletariato e del partito comunista prefigurava l’avvenire e si riallacciava al XX secolo delle rivoluzioni socialiste.
Il Congresso contadino convocato dai bolscevichi non si riunì prima del 7 novembre russo (18 novembre). Fino allora, come urlavano i socialrivoluzionari di sinistra, i soli rimasti sul terreno sovietico „c’era soltanto una dittatura di operai”, e senza l’appoggio dei contadini il governo bolscevico non poteva pretendere di essere il governo legittimo di tutta la Rivoluzione. Il Congresso contadino era in realtà un elemento decisivo per il consolidamento del potere rivoluzionario. La tempesta di proteste che accolse Lenin quando si presentò al congresso rispecchiava, nella sua futilità parlamentare, il contrasto di classe esistente fra proletariato e contadiname. «Alla porta”» gridava il Congresso contadino sotto l’influenza dei partito non bolscevichi che lo dominavano ancora: «Noi non ascolteremo i vostri commissari del popolo, noi non riconosciamo il vostro governo!». Lenin tuttavia seppe imporsi (mentre ancora alla vigilia Zinoviev era stato caccialo dalla tribuna) e pose il problema politico non nei termini della democrazia astratta, ma in termini di classe: i contadini ai quali la dittatura operaia ha dato le terre vogliono dunque impedire agli operai di esercitare il loro controllo sull’industria? I proprietari fondiari resistono ai contadini; gli industriali resistono agli operai. Si tratta di una guerra di classe. Da quale parte staranno i contadini? Lasceranno perire la rivoluzione per non aver saputo sostenere il proletariato?
Più ancora dell’eloquenza di Lenin, della sua capacità di persuasione democratica, fu la logica della lotta rivoluzionaria, – la confluenza momentanea ma leale degli interessi delle due classi che avevano fatto la rivoluzione perché ciascuna aveva la sua rivoluzione da compiere – fu insomma la legge della Storia che decise del Congresso. Cosa straordinaria, e che poteva verificarsi unicamente sotto l’influenza comunista del proletariato, il Congresso contadino approvò non soltanto il decreto sul controllo operaio, contemporaneamente al decreto del 26 ottobre che consegnava le terre ai Soviet e ai comitati agrari dopo di aver abolito la proprietà fondiaria senza indennità e nazionalizzato tutto il suolo, ma anche la sua conclusione politica, in forza della quale la condizione indispensabile della rivoluzione socialista, la sola in grado di assicurare il successo duraturo del decreto sulla terra, era «la stretta unione dei lavoratori sfruttati delle campagne con la classe operaia e con il proletariato di tutti i paesi avanzati», e «una tale unione, sventando ogni tentativo di tornare alla collaborazione con la borghesia, può sola assicurare il trionfo del socialismo nel mondo».
Ben inteso, era questo un successo politico della dittatura proletaria, non la „prova” della „conversione” della piccola borghesia e sotto-borghesia contadina al collettivismo socialista e all’internazionalismo proletario! L’antagonismo fra due classi che non avevano nulla in comune né il modo di vita né le aspirazioni sociali, né la mentalità politica – nulla, se non il nemico del momento e la loro qualità di classi lavoratrici – non poteva evidentemente essere abolito per decreto; i marxisti avevano sempre previsto che esso avrebbe riservato le più gravi difficoltà alla rivoluzione dopo il consolidamento del suo potere politico. Ciononostante, la democrazia sovietica fu allora abbastanza consolidata perché, il 19 gennaio 1918, lo scioglimento dell’Assemblea costituente, che si era rifiutata di riconoscerla, non sollevasse alcun problema.
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La fase ulteriore è quella della difficile pace di Brest-Litowsk conclusa il 3 marzo 1918, – che è all’origine del tentativo social-rivoluzionario d’insurrezione in luglio – ma soprattutto quella della guerra civile che durerà dal maggio 1918 agli inizi del 1921, sinistra contropartita di una conquista relativamente facile del potere alla fine di ottobre 1917. Il significato politico di questa fase è lo stesso di quello della precedente: contro l’esercito tedesco di Ucraina; contro l’intervento imperialista americano, francese e inglese; contro le guardie bianche insorte di Kolciak e Denikin, di Judenic e Wrangel, la classe operaia, pilastro dell’armata rossa, lotta trascinando dietro di sé i contadini, e il partito, organizzatore di questa armata per l’interposta persona di Leone Trotzky, imbeve e anima questa lotta della sua volontà rivoluzionaria, la organizza, le impedisce di disperdersi nella anarchia o di precipitare nello scoramento. In nome della costituente, cioè della libertà borghese, numerosi sono i conciliatori, menscevichi o socialrivoluzionari, che combattono dalla parte zarista e che, complici della controrivoluzione in armi, osano parlare da persone incaricate dalla Storia di disperdere le „illusioni socialiste” del proletariato e distogliere il suo partito dalle „avventure rivoluzionarie”! Ed essi hanno ancora, dopo le amare esperienze che hanno loro inflitte gli alleati zaristi, e che li incitano a condannare tardivamente la lotta armata contro il potere sovietico, la sfacciataggine di agitarsi per il ritorno al funzionamento normale dei Soviet, alla libertà delle elezioni a scrutinio segreto, e alla libertà di espressione per i partiti socialisti conciliatori non allineatisi col proletariato, ma vinti dai suoi successi…
D’altronde, le esitazioni democratiche (sebbene, queste, senza grande portata) vengono anche dalle file di certi strati operai e di certi ambienti del Partito, Trotzky, che ha compiuto il tour de force di sottomettere trentamila ufficiali ex zaristi alla volontà di lotta del proletariato e di farli servire al suo disegno di vittoria, è violentemente attaccato da tutte le parti, e la sua opera ipocritamente sabotata come incompatibile con la „democrazia operaia”. Se in Ottobre le guardie rosse delle due capitali comprendevano a dir tanto 5-7000 membri armati e disciplinati e se, due anni dopo, la Repubblica sovietica disponeva di 5 milioni di soldati della Rivoluzione, operai e contadini, a chi si doveva attribuire questo risultato decisivo, se non alla capacità del proletariato di superare tutte le obiezioni „democratiche” interne, di piegarsi a una disciplina rivoluzionaria di ferro, insomma di comportarsi da classe dirigente della Rivoluzione?
Conquistato il potere il proletariato e il partito comunista di Russia lo difesero gelosamente perché tanto era necessario non solo per impedire la controrivoluzione interna in Russia, ma per impedire un fatale riflusso della rivoluzione proletaria di Occidente, o meglio il dileguarsi delle speranze in essa collocate. Non si trattava di dare agli operai di Occidente un „modello” di eroismo sovietico da ammirare: si trattava di spingerli alla lotta, provando loro che la loro classe aveva tutte le capacità di una classe dirigente, e che la Rivoluzione comunista era tutt’altra cosa che una fosca e sanguinosa anarchia. Si trattava di tener duro ad ogni costo, giacché un partito e un proletariato al potere in Russia erano certo più utili alla rivoluzione internazionale, che un partito braccato da una controrivoluzione e un proletariato vinto! Il seguito degli avvenimenti ha potuto oscurare queste verità purtuttavia lampanti: ma è chiaro che solo una controrivoluzione poteva trasformare l’epopea autenticamente internazionalista della guerra civile di Russia in epopea inaugurale della Russia moderna!
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L’ultima fase prima di questa controrivoluzione va dagli inizi del 1921 al 1926-27 ed è dominata dai problemi della ricostruzione della società. Essa mette in piena luce, per la prima volta, tutti i „paradossi” della Rivoluzione d’Ottobre, che non erano certo quelli dei comunisti russi ma quelli della stessa Storia: un partito comunista che dirige la rivoluzione in un paese non maturo per una trasformazione socialista dell’economia, un partito proletario che dirige da solo una rivoluzione democratico-borghese e rischia perciò di assumersi da solo il compito di industrializzazione capitalista che è proprio di tutta la fase storica aperta da questo tipo di rivoluzione – un compito per il quale esso non è fatto, perché è il compito storico della borghesia, un compito che fatalmente si realizza sulle spalle del proletariato ed è quindi a lunga scadenza incompatibile per natura col mantenimento della sua dittatura politica. È appunto perché i bolscevichi russi e Lenin, così come Trotzky, pienamente allineatosi col partito nel 1917, non ignoravano nulla di tutto ciò, è appunto per questo che non si ammirerà mai abbastanza la loro formidabile audacia rivoluzionaria, la loro potenza di anticipazione sull’avvenire da un presente grigio e deludente. Non è con una serena incoscienza del pericolo, con l’oblio di tutte le verità del materialismo storico o con la semplice energia della disperazione che essi avevano condotto la più formidabile lotta rivoluzionaria conosciuta fino allora, ma con una fede profonda nelle capacità rivoluzionarie del proletariato di Occidente, nell’aiuto economico che avrebbero loro dato le repubbliche comuniste dei paesi avanzati, una volta abbattuta la grande borghesia imperialista. È questo che non poteva comprendere la vile socialdemocrazia mondiale che aveva sostituito la parola d’ordine di ogni rivoluzione: «audacia, ancora audacia, sempre audacia!» con quella: «prudenza, ancora prudenza, sempre prudenza!”». In nome di questa „prudenza” che doveva costare al proletariato la bazzecola di una seconda guerra imperialista mondiale, e di altri cinquant’anni di dominio borghese, in nome di questa prudenza più insensata di qualunque avventura rivoluzionaria, non solo essa schiacciava e strangolava la Rivoluzione, ma osava nello stesso tempo darle dei „consigli”, gli eterni consigli della saggezza filistea: Non bisogna impegnarsi prima di essere certi di ottenere la vittoria! Ahimè, tutto ciò che lo stalinismo troverà poi da rispondere, è che esso aveva „vinto”, vinto in un campo in cui tutto restava in realtà da fare: quello dei rapporti di produzione!
Il minore dei rimproveri che questa maledetta socialdemocrazia aveva trovato da rivolgere e Lenin, era di „incoraggiare” le illusioni socialiste delle masse. Il partito bolscevico incoraggiava e condivideva così poco tali illusioni, che il suo programma economico era di una moderazione estrema quasi che potesse prevedere le ignobili vanterie dei suoi futuri becchini: controllo operaio per reprimere il sabotaggio economico del padronato, ferma restando la gestione nelle mani dei proprietari; monopolio di Stato di tutte le operazioni bancarie; sospensione del pagamento dei dividendi; monopolio del commercio estero. La stessa nazionalizzazione di tutte le società, che fu decisa solo più tardi, e che non sembra oggi di una particolare audacia, era giustificata dalle circostanze eccezionali della carestia e della generale disgregazione economica e definita come „misura rivoluzionaria straordinaria„.
Che dire? Il partito comunista di Russia aveva previsto che la trasformazione socialista del paese non potesse cominciare prima di molto tempo, comunque non prima che la rivoluzione avesse vinto nei paesi avanzati; in altri termini, pensava che, contrariamente a quanto era avvenuto in politica, la tappa socialista della rivoluzione avrebbe seguito solo a distanza la sua tappa democratico-borghese: in questa visione, all’infuori della lotta contro i tentativi di restaurazione e l’intervento imperialista all’infuori anche delle misure atte a favorire l’introduzione del lavoro associato nell’agricoltura (la nazionalizzazione del suolo lasciava infatti allo Stato ogni possibilità giuridica, se non reale, di intervenire nella proprietà di fatto della terra), il ruolo della dittatura proletaria si sarebbe limitato a controllare e dirigere l’attività della classe padronale, del resto privata di ogni diritto politico, a tentar di assicurare l’equilibrio fra le necessità della vita economica e le esigenze immediate del proletariato, e, così facendo, ad attendere la riscossa proletaria del mondo. Ma la cosa alla quale la rivoluzione è meno predisposta è appunto il rispetto degli equilibri auspicabili. Malgrado tutti gli ammonimenti gli operai russi, trascinati dalla loro fede ingenua nel socialismo, „collettivizzarono” molto più di quanto il potere proletario non potesse amministrare, e i padroni cercarono nella fuga l’unico rimedio alla doppia dittatura che si voleva far pesare su di loro. Così la realtà dimostrò che il piano audace, consistente nel far servire al proletariato rivoluzionario il po’ di „cultura” detenuto dai residui delle vecchie classi dominanti, non era applicabile agli imprenditori borghesi, se lo era invece (come si dimostrò) ai membri di semplici caste come i militari. Ma si deve lasciare agli imbecilli la cura di deplorare il ruolo immenso delle „illusioni” nei grandi eventi rivoluzionari, e ai razionalisti castrati quello di sognare delle „rivoluzioni senza miti”.
Comunque, l’esasperazione della lotta di classe, di cui la stessa guerra civile era stata soltanto la manifestazione più acuta aveva condotto l’economia a uno sfacelo completo. I contadini, che avevano combattuto nella armata rossa e sopportato tutte le requisizioni finché li sovrastava il pericolo di perdere le terre conquistate grazie alla rivoluzione bolscevica, minacciavano di rivolgersi contro il proletariato ora che la vittoria era sicura. La controrivoluzione contadina brontolava sordamente nelle profondità del paese. La sua parola d’ordine era adesso: «Viva la repubblica sovietica! Abbasso la Comune proletaria!» Fu anche, in fondo, la parola d’ordine della rivolta dei marinai di Kronstadt, che per la prima volta i bolscevichi dovettero reprimere con la forza perché Kronstadt rischiava di diventare una testa di ponte dell’intervento britannico.
Tutti sanno che la risposta del partito a questa terribile minaccia fu la NEP, la Nuova Politica Economica, cioè la fine delle requisizioni, il ristabilimento della libertà di commercio, la riorganizzazione della produzione industriale sulla base del salariato nelle imprese assunte dallo Stato, la rianimazione della piccola industria e il tentativo di ottenere dal capitale straniero delle „concessioni” sotto il controllo del potere bolscevico. Tutti sanno che fu l’epoca delle appassionate esortazioni di Lenin, invitanti i compagni del Partito, i comunisti, a diventare i „migliori industriali”, i „migliori commercianti”, scongiuranti alcuni strati del partito a rinunciare alle loro illusioni sindacaliste, al loro „socialismo d’azienda” e a cessare la loro attività frazionistica, proclamanti la superiorità del capitalismo tanto odiato sul Medioevo e sulla produzione parcellare, reclamanti da tutti, comunisti e proletari, la stessa disciplina, la stessa abnegazione nella lotta per strappare il paese alla rovina economica, ripopolare le città abbandonate, ricostruire le fabbriche semidistrutte e i trasporti disorganizzati, ristabilire i contatti spezzati fra città e campagna, la stessa disciplina e abnegazione di cui avevano dato prova la vigilia, nella lotta armata della guerra civile.
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Era un rinculo? Agli occhi della scienza dal punto di vista della successione storica dei modi di produzione, no: in nessun momento la Russia ha conosciuto un vero socialismo economico. Il proletariato russo aveva creduto di realizzare il comunismo introducendo la ripartizione diretta, non mercantile; ma il comunismo suppone un modo di produzione moderno; l’economia di fortezza assediata diretta dal proletariato comunista, che fu quella della guerra civile, non è il comunismo. Agli occhi della scienza pura, non era un rinculo, e si può mostrare che la NEP non differisce dal programma economico iniziale dei bolscevichi; ma, dal punto di vista della lotta di classe, lo era. Quando una classe oppressa si è gettata in una grande rivoluzione, infiammata dalla visione di un’emancipazione che credeva molto vicina; quando ha accettato tutti i sacrifici perché credeva possibile distruggere senza ritorno un passato e un presente odiosi; quando, dopo tanti sforzi si trova di fronte alla realtà nuda; quando urta nei limiti oggettivi e negli ostacoli materiali della sua emancipazione; è fatale che il disinganno segua all’entusiasmo, la stanchezza alla volontà; e che l’unità organica fra classe e Partito si spezzi, – e questo è il peggior rinculo che la Rivoluzione possa subire. Ai tempi della lotta per il potere, della guerra civile, il ruolo del Partito comunista era forse, come avrebbero voluto i pedanti della socialdemocrazia mondiale, di spiegare ai proletari e ai contadini che „la Russia non era matura per il socialismo”? No, risponde lo stesso Lenin. A quei tempi, «i decreti erano una forma di propaganda […] Al semplice operaio o contadino noi offrimmo subito, sotto forma di decreti, il nostro modo di concepire la politica. Era una fase necessaria, all’inizio della rivoluzione, senza di cui gli operai e i contadini che volevano organizzare la vita su nuove basi non avrebbero avuto fiducia in noi». Ora, i decreti parlavano di emancipazione socialista, non dei limiti borghesi della Rivoluzione. Era legittimo, perché il ruolo di un partito rivoluzionario non è di trattenere le masse rivoluzionarie, ma di guidarle: perché le „illusioni socialiste” delle masse russe rispondevano alla reale missione storica della classe proletaria; perché la Rivoluzione russa poteva realmente fecondare le immense possibilità socialiste contenute nello sviluppo delle forze produttive in Occidente, ma inutilizzabili per il proletariato finche gli Stati capitalisti non fossero stati distrutti. Era legittimo, ma nel 1921 questa fase era chiusa. Perché? Perché, dice Lenin quando presero il potere «i bolscevichi dissero al semplice operaio, al semplice contadino: Ecco come noi vorremmo che si diriga lo Stato, eccovi il decreto, provate», e, con entusiasmo, l’operaio, il contadino „provavano”, mentre ora gli operai e i contadini riderebbero se si facesse loro una proposta simile» (Rapporto politico del CC – 1922); in altri termini, perché la Rivoluzione era passata dalla sua fase entusiastica alla sua fase prosaica: perché si era esaurita nella lotta che il Capitale mondiale le aveva imposta; perché il Partito era solo, la sola istituzione sopravvissuta alla burrasca; perché la classe operaia del 1922 non era più la classe operaia di Ottobre, perché il proletariato si era ridotto da 3 milioni ad un milione e mezzo di uomini; perché era composto non dai magnifici proletari di Ottobre – caduti nella guerra civile, rifugiatisi nelle campagne per evadere alla carestia nelle città – ma dai contadini arrivati in città di recente; e soprattutto perché i contadini, trascinati sulla scia degli operai dall’ondata di entusiasmo della Rivoluzione grazie al „colpo di audacia” dei comunisti, ricadevano fatalmente nella loro inerzia naturale, attendevano di „essere governati” e minacciavano di „mandare al diavolo” il potere incapace di „fornir loro un aiuto pratico immediato”, cosa che si poteva fare solo mediante il commercio, il solo legame concepibile fra i milioni di piccole aziende contadine e l’industria urbana – il commercio, quindi il capitalismo.
Un rinculo, sì, ma non un rinnegamento. Dicessero pure i socialdemocratici d’Occidente, dei comunisti russi: «Eccoli far marcia indietro verso il capitalismo; l’abbiamo sempre detto; è una rivoluzione borghese!». Gridassero pure: «Voi ora vi ritirate, ma noi siamo sempre stati favorevoli alla ritirata, siamo d’accordo con voi […] ritiriamoci insieme!» Lenin risponde: «Permetteteci di mettervi per questo al muro!». Perché? Perché il rinculo non doveva trasformarsi in panico; perché il colpo di freno della Rivoluzione russa non doveva servire d’incoraggiamento alla socialdemocrazia mondiale, non doveva arrestare l’evoluzione del proletariato occidentale verso il Comunismo. Tutt’altra cosa, come si vede, dalla credenza nella virtù magica del potere bolscevico di „realizzare il socialismo” in Russia!
Un rinculo, sì, e non l’indugiare in un passato sepolto. Lenin deride i comunisti stranieri che, incapaci di fare la Rivoluzione in Occidente, sono tuttavia capaci di «scoppiare in lacrime, perché, figuratevi, questi nuovi comunisti russi si ritirano!». Perché? Perché mantenere il comunismo di guerra a guerra finita, la distribuzione diretta quando la fortezza non è più assediata, sarebbe dar prova di „avventurismo” rivoluzionario, giustificare la pretesa della socialdemocrazia di possedere il monopolio della scienza marxista e di conoscere essa sola il materialismo storico, di sapere essa sola che, nella successione dei modi di produzione, il socialismo viene dopo il capitalismo, come se questo fosse mai stato un argomento contro la Rivoluzione comunista in un paese arretrato; e tutto ciò indebolirebbe la causa del Comunismo nel proletariato internazionale!
Non l’indugiare in un passato sepolto, ma neppure l’abbandono alla „forza delle cose” che spinge la Russia verso il capitalismo: e Lenin ammonisce il Partito a non commettere errori politici, a non dimenticare l’interdipendenza fra amministrazione e politica, a „non lasciarsi assorbire soltanto dal lavoro amministrativo” che, dice con forza, sarebbe „un guaio”.
Questo il significato della NEP. Mai essa ha voluto dire che Lenin pensasse (o che un Partito marxista potesse pensare) che il proletariato russo poteva attendere tranquillamente la Rivoluzione occidentale per tutto un periodo storico, nelle condizioni economiche russe, senza perdere il potere. Né che si potesse andare al socialismo con un apparato di Stato ipertrofico, burocratizzato, totalmente assorbito dall'”amministrazione per l’amministrazione”, nel corso di tutta un’epoca di „edificazione socialista”. Né che bastasse all’apparato di partito di arroccarsi al potere contro venti e maree, perché la continuità dell’evoluzione della Russia verso il socialismo fosse assicurata. Nel Rapporto politico del CC del 1922 al Partito, di Lenin, si trova invece questa messa in guardia, che, con il rinculo, appare profetica: «La NEP è evoluzione o tattica? Così ha posto la questione […] una corrente che ha messo piede fra gli emigrati russi, corrente politico-sociale alla testa della quale si trovano i più grandi uomini politici del partito cadetto, alcuni ministri dell’ex governo di Kolciak, uomini che si sono convinti che il potere sovietico costruisce lo Stato russo, e che perciò bisogna seguirlo: «Ma questo potere sovietico, che tipo di Stato costruisce? I comunisti dicono che è uno Stato comunista affermando che qui si tratta di tattica; i bolscevichi in un momento difficile si servono dei capitalisti privati e, in seguito, così dicono, prenderanno tutto nelle loro mani. I bolscevichi possono dire ciò che loro piace, ma in realtà non si tratta di tattica, ma di evoluzione, di rinnovamento interno; essi giungeranno al comune Stato borghese e noi dobbiamo sostenerli. La storia segue vie diverse». Questa franca dichiarazione ci rende un gran servizio. Noi siamo costretti, ed io specialmente per le mie funzioni, a udire ogni giorno molte fandonie comuniste, sentimentali e dolciastre e talvolta ci si sente mortalmente nauseati. Ed ecco che in luogo di queste bugie Ustrialov dice francamente: «Le cose non stanno affatto come voi credete, ciò è frutto della vostra immaginazione, ma in realtà voi state cadendo nella comune palude borghese, dove le vostre bandierine comuniste spunteranno fuori con parole d’ordine di ogni genere. […] È questa veramente una verità di classe, espressa apertamente, in modo rude, da un nemico di classe. […] Le cose di cui parla Ustrialov sono possibili, bisogna dirlo apertamente». Più tardi la controrivoluzione staliniana fucilerà coloro che oseranno dire che „le cose di cui parlava Ustrialov” erano possibili o in procinto di realizzarsi. Ma Lenin conclude:
«La storia conosce mutamenti di ogni sorta: fare affidamento sulla convinzione, sulla devozione e su altre magnifiche qualità spirituali in politica non è una cosa seria. Un piccolo numero di individui ha magnifiche qualità spirituali, ma gli eventi storici sono decisi dalle grandi masse».
Quando osserva non più lo Stato dell’avvenire, ma quello del presente, che cosa constata Lenin?
«La macchina sfugge dalle mani di chi la guida: si direbbe che qualcuno sia seduto al volante e guidi questa macchina che però non va nella direzione voluta, quasi fosse guidata da una mano segreta, illegale. Dio solo sa da chi, forse da uno speculatore o da un capitalista privato o da tutti e due insieme. Il fatto è che la macchina va non nella direzione che crede chi sta al volante, anzi talvolta va nella direzione opposta. Questo è quel che più conta e che si deve ricordare nella questione del capitalismo di Stato».
Quando Lenin fa una previsione storica, una previsione destinata a restare, circa l’avvenire del socialismo in Russia, ecco come si esprime, da marxista che odia le „dolciastre” e „nauseanti” „fandonie comuniste”; ecco qual è la posizione del Partito come egli la formula in un articolo dell’ottobre 1921 intitolato: Per il IV Anniversario della Rivoluzione di Ottobre.
«Il compito immediato e più vicino della rivoluzione in Russia era il compito democratico-borghese: abolire i residui del Medioevo, sradicarli completamente, ripulire la Russia da questa barbarie, da questa vergogna, che costituiva un freno grandissimo per ogni civiltà ed ogni progresso del nostro paese. Abbiamo diritto di essere fieri perché abbiamo compiuto questo lavoro di epurazione in modo molto più deciso, più rapido, più completo, più audace, più felice, più largo e più profondo dal punto di vista dell’influenza sulle masse del popolo, che non la Grande Rivoluzione francese di oltre 125 anni fa. […] Noi abbiamo condotto la rivoluzione democratico-borghese fino in fondo come nessun altro. Noi, con piena coscienza, fermamente ed inflessibilmente ci muoviamo in avanti verso la rivoluzione socialista, sapendo che non c’è una muraglia cinese a dividerla dalla rivoluzione democratico-borghese, sapendo che solamente la lotta deciderà di quanto si potrà (in fin dei conti) andare avanti, quale parte di questo compito altissimo eseguire, quale parte delle nostre vittorie consolideremo definitivamente. Chi vivrà vedrà».
Dopo la vittoria del potere sovietico nella guerra civile, nessuna forza era più in grado di abolire l’opera della rivoluzione borghese-democratica di Russia e ricondurre il paese al suo Medioevo di prima di Ottobre. Solo la lotta poteva decidere dei passi che il potere sovietico, nel suo terribile isolamento, sarebbe riuscito a fare verso il socialismo. Solo la lotta poteva decidere della parte delle vittorie del proletariato comunista che avrebbe servito al proletariato comunista e non a un’altra classe: nulla era deciso a priori!
Questa lotta non era soltanto una lotta interna, era una lotta internazionale. Ora, la Rivoluzione socialista di Occidente mancò all’appuntamento storico della rivoluzione doppia di Russia. Quanto alla lotta interna, essa mirava a risollevare sì l’economia sconvolta e, a questo fine, autorizzare un certo sviluppo capitalistico, instaurare un capitalismo di Stato, comprendendo bene che «il capitalismo di Stato è quel capitalismo che noi riusciremo a contenere entro certi limiti; questo capitalismo di Stato è legato allo Stato, e lo Stato siamo noi». Ma per poter fissare i limiti di questo capitalismo, che era, sì, necessario non solo per «soddisfare i bisogni dei contadini», ma anche solo per ricostituire la classe operaia, ridotta più che mai a nulla di fronte all’immensa massa contadina dall’atroce emorragia della guerra civile, della disorganizzazione economica, della carestia; insomma per restituire allo Stato la sua base proletaria, bisognava che questo Stato rimanesse «a noi», cioè ai Comunisti di Ottobre, ai militanti della III Internazionale, della classe operaia internazionale.
La battaglia per il capitalismo di Stato alla Lenin era dunque una battaglia per il Partito, per la salvaguardia del carattere comunista, del carattere internazionalista, del Partito. Lenin stesso aveva previsto che potesse essere inevitabile, che fosse molto possibile, che il potere sovietico, invece di controllare e dirigere il «capitalismo necessario», si mettesse a costruire lo Stato nazionale russo, cioè divenisse il puro e semplice canale di questo capitalismo, rinunziasse a controllarlo, a sottometterlo agli interessi della classe operaia, e quindi a tentar di realizzare un equilibrio fra le esigenze dello sviluppo generale e quegli interessi.
Questa battaglia cominciò dal 1923, con la prima Opposizione che voleva incitare il partito a reagire all’indifferenza e l’opportunismo politici, all’ignoranza teorica, al soffocamento ad opera dei funzionari, alla corruzione da parte di un nugolo di elementi estranei al proletariato; continuò con l’opposizione di Leningrado del 1925, che voleva ricondurre il partito dalla piattaforma nuova di zecca del „socialismo in un paese solo” alla vera piattaforma della NEP, che voleva impedire alle „nauseanti fandonie comuniste” di divenire la lingua ufficiale del Partito e del potere: obbligare il Partito a riconoscere che il capitalismo di Stato non era il socialismo, che il socialismo era incompatibile con l’economia di mercato; impedire che, ricadendo nel „comune pantano borghese” il potere sovietico mentisse al proletariato come tutti i poteri capitalisti, mentre era sempre stato il più audacemente sincero negli anni della lotta rivoluzionaria, che parlasse di „socialismo” per ottenere più lavoro dai proletari, che stringesse con la classe operaia un rapporto borghese, il rapporto del demagogo verso l’oppresso; scongiurare il pericolo che disonorasse il comunismo di fronte al proletariato chiamando „edificazione del socialismo” lo sviluppo del capitalismo e la differenziazione di classe. Ma le due opposizioni erano già battute – Trotzky deportato, i capi leningradesi riallineati al regime – quando la terza opposizione, quella della destra bukhariniana, si formò nell’estate del 1928, allorché di colpo divenne chiaro come il sole che lo Stato nazionale russo avrebbe risolto la sua scottante questione agraria con la violenza di massa, e quella della sua accumulazione capitalistica con la dittatura poliziesca sugli operai.
Allora quelli, fra i militanti proletari, fra i comunisti internazionalisti di Russia, che erano sopravvissuti a Lenin, videro lo stalinismo trionfare, e con esso un’ignobile deformazione volontarista, plebea e nazionalista, del bolscevismo. Né gli uni né gli altri erano esenti da errori, ma almeno avevano tentato di salvare la grande tradizione di Ottobre, ed è perciò che il proletariato non li rinnegherà.
A queste opposizioni vinte, e ad esse sole, si possono applicare le parole di Engels – che non devono servire di „filosofica” discolpa alla peggior revisione che il marxismo abbia mai conosciuta, quella del nazional-comunismo, cioè del nemico di classe levato in armi contro Ottobre:
«La peggior cosa che possa accadere […] a un partito estremista è di essere costretto ad assumersi l’onere del governo in un’epoca in cui il movimento non è ancora maturo per assicurare la dominazione della classe che esso rappresenta, e prendere i provvedimenti che questa dominazione implica. Esso si trova necessariamente chiuso in un dilemma. Ciò che può fare è in contraddizione con tutte le sue azioni precedenti, tutti i suoi principii e gli interessi presenti del partito. Ciò che deve fare non può essere condotto a buon fine».
III. – La rivoluzione futura di fronte a Ottobre
Ottobre ha cinquant’anni. Dalla grandiosa battaglia bolscevica, due generazioni sono passate. Alle tempeste dell’entusiasmo sono seguite quelle del furore quando si è dovuta subire la corruzione staliniana, la spaventosa involuzione teorica e pratica dei Partiti rimasti vilmente agli ordini di Mosca mentre Mosca sfigurava Ottobre; quando si è dovuto assistere al fallimento di una nuova Internazionale. Nella società borghese, le passioni di allora si sono calmate, sulle grandi lotte del tempo della vittoria o del tempo della sconfitta è sceso l’oblio, una tetra indifferenza filistea è calata sui cervelli e sui cuori dei proletari del mondo. Cinquant’anni dopo, noi non possiamo più dire, come i nostri compagni del 1919: «L’ora della lotta finale e decisiva è giunta più tardi di quanto prevedessero e sperassero Marx ed Engels» (e, più tardi, Lenin e Trotskij) «ma è giunta». Non possiamo dirlo, e l’avvenire resta ancora incerto. Ma, per noi, il tempo dell’oblio e, peggio, dell’indifferenza non è venuto e non verrà mai, a meno che – ipotesi assurda – lo stesso partito comunista internazionale muoia. L’entusiasmo per Ottobre, per il magnifico proletariato russo e per il coraggioso bolscevismo, l’odio per gli opportunisti di Occidente e di Russia che hanno permesso allo stalinismo di distruggere tutto ciò che il proletariato internazionale aveva così duramente conquistato insomma, queste passioni del passato che la società borghese ignora, sono sempre vive in noi, e sono il miglior patrimonio morale del Partito. È vero che dopo Ottobre «lo sviluppo del comunismo ha conosciuto impeti di ascesa e periodi di declino» e il declino non fu certo mai così profondo in nessuna epoca, perché nessuna epoca vide la più feroce oppressione capitalistica e nazionale compiere la sua opera storica sotto la bandiera del comunismo, perché in nessuna epoca vi fu, in seno allo stesso partito, una metamorfosi non solo così completa, ma anche così brusca, come quella del Partito bolscevico in Partito nazional-comunista. Ma noi non ne traiamo un motivo di sconforto. Noi sappiamo che i bruschi cambiamenti sono la caratteristica tipica dell’epoca imperialistica. Noi ci rendiamo conto che in una società atrocemente lacerata dalla criminale resistenza della borghesia e dell’imperialismo internazionale alla rivoluzione, impastoiata in secolari rapporti di produzione preborghesi, in un paese in cui il partito comunista era prigioniero del potere da esso detenuto (così aveva voluto la logica della lotta di classe accettata fino in fondo, senza esitazioni, magnificamente), un’evoluzione lenta e pacifica verso un comune Stato borghese era impossibile. Ma soprattutto ci rendiamo conto che non tanto Stalin ha distrutto la Internazionale, quanto l’Internazionale, come essa era divenuta, ha permesso a Stalin di venire! La sconfitta di Ottobre era implicita non nell’ottobre, che ebbe la profonda „legittimità” storica di tutte le Grandi Rivoluzioni, ma nelle debolezze del movimento proletario di Occidente. La sconfitta del bolscevismo era implicita non nel bolscevismo, di cui noi siamo giustamente fieri, ma nell’isolamento tragico della classe operaia russa, isolotto battuto dal mare ostile dell’immenso contadiname russo, piccolo distaccamento avanzato tradito dal resto dell’esercito proletario mondiale. L’arresto della rivoluzione russa alla fine della sua tappa democratico-borghese, prima di aver potuto soltanto cominciare la sua tappa socialista era implicito non nel suo carattere di rivoluzione doppia, imposto non dai bolscevichi ma dalla Storia, ma nella natura internazionale della Rivoluzione socialista.
Non ne traiamo motivo di sconforto, perché i principii di Ottobre non devono essere riveduti, perché la piattaforma della nostra Internazionale resta intatta, perché il marxismo è uscito indenne dalla catastrofe russa.
La nostra posizione di partito a questo proposito rimane quella magnificamente formulata Leone Trotzky nel 1929:
«Non si tratta di sapere se la Russia era in grado con i propri mezzi di edificare il socialismo. Per il marxismo in generale, questa questione non esiste. Tutto ciò che la scuola staliniana ha detto a questo proposito, sul piano teorico, appartiene alla sfera dell’alchimia e dell’astrologia.
«L’essenziale è di sapere se il capitalismo è in grado di liberare l’Europa dall’impasse storico; se l’India è in grado di liberarsi dalla schiavitù e dalla miseria senza uscire dai quadri del „pacifico” progresso capitalista, se la Cina è in grado di raggiungere il livello di cultura dell’America e dell’Europa senza rivoluzioni e senza guerre, se gli Stati Uniti sono in grado di sviluppare tutte le loro forze produttive senza sconvolgere l’Europa e senza preparare una spaventosa catastrofe bellica all’umanità intera».
La questione delle sorti della Rivoluzione socialista di Russia, che Lenin poneva nel 1921 e alla quale rispondeva nel solo modo possibile: «Chi vivrà vedrà», – perché nel 1921 nessuno poteva giurare che l’Occidente non avrebbe conosciuto nessuna rivoluzione proletaria – questa questione, che ha pesato come un incubo su tutta una generazione incapace di risolvere l’enigma di Stalin, è stata definitivamente risolta dalla liquidazione della frazione internazionalista del Partito bolscevico nel 1927 e da tutti gli avvenimenti successivi, dalla seconda guerra imperialistica alla coesistenza pacifica del dopoguerra e alla collusione russo-americana di oggi: è una questione del passato. Quelle che appartengono al presente sono le questioni citate più sopra, che, a trentotto anni di distanza, potrebbero essere formulate esattamente negli stessi termini, e si riassumono così: il capitalismo continua ad essere una forza storica progressiva? Ecco la sola vera questione.
Noi che siamo non soltanto, per molti riguardi, dei „figli di Ottobre”, ma soprattutto i figli di una delle migliori tradizioni del socialismo europeo, quella che animò il Partito Comunista d’Italia prima che Mosca lo distruggesse come tutti gli altri, noi sia mo i soli a rispondere: No!
Il nostro tempo resta quello della Rivoluzione socialista: «Noi viviamo sotto Lenin» secondo la formula vigorosa di uno storico. Noi non sappiamo né quando né dove essa scoppierà. Ma sappiamo che, quando scoppierà, sconvolgerà il mondo ancor più potentemente che l’Ottobre. Essa non potrà restare isolata in un solo paese, perché il capitale avrà, come ha già ora, rinserrato tutti i legami dell’economia internazionale e creato le condizioni di una rapida scomparsa dei particolarismi nazionali che tanto indebolirono la classe operaia europea negli anni 1917-27. Essa non potrà, nei paesi di capitalismo avanzato, restare impigliata nella formula politica della „democrazia sovietica” equivoca perché, se esprime un rapporto momentaneamente necessario fra proletariato e piccola-borghesia contadina nella rivoluzione doppia, questo rapporto solo la controrivoluzione ha potuto „eternarlo”, e perché nella rivoluzione socialista pura quella formula non ha senso. Essa non potrà, ne paesi di capitalismo sviluppato, proporsi di „costruire” chicchessia, ma solo di spezzare dei vincoli, di infrangere le resistenze che sotto la dominazione borghese impediscono la presa di possesso delle forze produttive sociali da parte della società, e quindi il dominio della società sulle sue forze produttive. Essa non potrà produrre merci, riprodurre capitale, sviluppare le forze produttive sulla base della schiavitù salariata, ma vedrà la sparizione della legge del valore, la liberazione dei mezzi di produzione dal loro carattere capitalista, l’abolizione del salariato.
Le sue parole d’ordine saranno le parole d’ordine di sempre del Comunismo, le parole d’ordine che noi, Comunisti internazionalisti, non abbiamo mai abbandonato:
PARTITO – INTERNAZIONALE – ABBATTIMENTO DEL POTERE BORGHESE – DITTATURA DEL PROLETARIATO – GUERRA CIVILE – COLLETTIVIZZAZIONE DI TUTTI I MEZZI DI PRODUZIONE – SPARIZIONE DELLE CLASSI E DELLE NAZIONI – DEPERIMENTO DELLO STATO.
Ma chi, nella storia, le avrà additato più sicuramente il cammino, se non il lontano Ottobre 1917?