L’America tira le somme
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Prima e dopo l’elezione di Eisenhower, si è sentita definire la «nuova» politica americana: conservatorismo all’interno, internazionalismo all’estero, – e contrapporre questi due termini come i poli avversi di una contraddizione. La realtà è un’altra: i due termini sono convergenti, si risolvono in un indirizzo unico che è di consolidamento, all’interno e all’estero, della potenza economica e politica conseguita dagli Stati Uniti sotto governo democratico. Roosevelt e Truman hanno seminato: Ike (tanto per usare dei nomi, che contano solo come cartelli indicatori) raccoglie.
Il processo va dunque visto così. Il «radicalismo» newdealista dei democratici e il Fair Deal della loro seconda fase di governo, sono stati per il capitalismo yankee gli strumenti di reazione alla crisi 1929-33 e di ripresa nel periodo seguente: col decisivo aiuto della seconda guerra mondiale, le «riforme» democratiche hanno consentito al capitalismo americano di riprendere la sua marcia a un livello di produzione infinitamente più alto. Sul piano internazionale, l’America 1933-52 ha via via esteso la sua dominazione imperialistica (spesso senza bisogno di interventi militari diretti: il dollaro è un mezzo di penetrazione molto più persuasivo del cannone), e ha allargato l’area del suo controllo mondiale, magari con l’apparenza esteriore di un «umanitarismo» benefico e generosamente donatore proprio dei diversi «piani di assistenza». Ne è risultata, all’interno, una relativa stabilità; all’esterno, un potere d’integrazione formidabile.
Si trattava, ormai, di tirare le somme. Il «conservatorismo» interno non significherà smantellamento della struttura «assistenziale» e «anticrisi» del New e del Fair Deal: significherà il loro pieno sfruttamento a vantaggio della classe dominante, senza infingimenti demagogici e senza riserve cautelative. L’«internazionalismo» all’estero avrà gli stessi caratteri e lo stesso fine: il consolidamento del potere imperialistico dell’America sul globo, la spinta accelerata all’integrazione del «mondo libero» nel sistema economico e militare atlantico. Grinta dura l’uno e l’altro; il crociaitismo a vocabolario protestante che Ike adopera, insieme con Foster Dulles, quando parla al mondo, è l’altra faccia, perfettamente identica, del tono da businessman, da uomo d’affari, con cui pontifica ad uso del mercato interno.
Perciò le minacce lanciate ai lenti o recalcitranti governi europei, che vorrebbero aiuti e, insieme, un’autonomia relativa, e il duro monito a inquadrarsi finalmente nel dispositivo mondiale americano, vanno intesi come la risultante di una realtà storica invalicabile; e invano Churchill e i suoi colleghi continentali sogneranno il ritorno al falso idillio con Roosevelt o con Truman, giacché Roosevelt e Truman non sono stati che gli strumenti necessari di questa conclusione storica d’ordine mondiale, i vettori dell’attuale resa dei conti. Non c’è abilità di statisti che possa invertire la marcia. Peggio per chi ha creduto di farla da padroni facendola da servi.