Partidul Comunist Internațional

Anche Mosca esporta capitali

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La lotta contro il piano Marshall, lanciato nel 1947 dal Governo degli Stati Uniti, rivelò nel campo stalinista che se ne fece araldo e condottiero, profonde contraddizioni di principio.

Per noi è chiaro che l’erogazione di aiuti gratuiti americani ai Governi europei rispose principalmente alle esigenze della conservazione del capitalismo internazionale. L’aiuto alle finanze europee, duramente devastate dalla guerra, era un corrispettivo della occupazione militare del vecchio continente. Lo scopo principale fu quello di prevenire generalizzate agitazioni sociali suscettibili di sfociare in conflitti da guerra civile; uno scopo, dunque, che rifletteva gli interessi generali delle borghesie americana, inglese, francese, tedesca, italiana, ecc. Solo in secondo ordine, il piano Marshall corrispondeva agli interessi particolari degli Stati Uniti, alle esigenze della espansione della sua influenza imperialistica.

La contraddizione di principio in cui incappavano, ed incappano, gli stalinisti consistette nel negare che la loro politica di «ricostruzione nazionale» altro nome della ricostruzione dell’economia e dello Stato prebellico, collimasse a perfezionare, riguardo agli obiettivi finali, con la politica del piano Marshall. Sul piano polemico, fu facile mostrare che, non già il piano Marshall, effetto e non causa della attuale strapotenza mondiale americana, ma la vittoria del colosso statunitense nel secondo conflitto mondiale, doveva trasformare in pedine della Casa Bianca gli Stati europei, usciti che fossero vincitori o vinti dalla carneficina. Sicché, andava addossata agli ex alleati russi della America, e ai partiti comunisti ridottisi a compagnie di ventura agli ordini radiotrasmessi di generali americani, parte della responsabilità storica della decadenza (su cui non abbiamo versato neppure mezza lacrima) della vecchia Europa.

Venne sviluppata, parallelamente alle invocazioni di certi settori della borghesia, specie britannica, danneggiata dalle intromissioni americane, la dottrinetta degli «scambi, non aiuti». Per l’occasione vennero tirate fuori le rancide teorie liberiste; si cianciò di una ascesa pacifica alla prosperità delle nazioni attraverso l’incremento degli scambi commerciali; si arrivò ad organizzare nella primavera del 1952 la Conferenza economica internazionale di Mosca, cui parteciparono affaristi, finanziari, commercianti, brasseurs d’affaires di tutti i continenti.

Ma, in pratica, il Governo di Mosca tende a raggiungere un livello economico e politico che gli permetta di gareggiare con quello americano nella corsa al collocamento di capitali all’estero, tramite i canali classici della penetrazione economica: sovvenzioni, prestiti. Con ciò non è detto che Mosca abbia varato un suo «piano Marshall», ma da molti indizi appare chiaro che solo necessità materiali, da cui non si può prescindere, impediscono a Mosca di farlo.

Ultimamente, e, ad essere precisi, il 23 agosto u.s. furono firmati a Mosca, presente una delegazione della Germania Est, una serie di accordi politici ed economici, con i quali il Governo di Mosca si impegnava: 1) a fornire alla Repubblica democratica tedesca, merci supplementari per circa 590 milioni di rubli; 2) a concederle un prestito di 485 milioni di rubli.

Le cifre non sono un gran che, ma esse hanno valore indicativo. Servono a mostrare le tendenze dell’economia russa a superare le frontiere nazionali, a conquistare i mercati stranieri, ad influenzare e sottomettere le economie nazionali dei paesi esteri. Evidentemente, è troppo presto ancora, perché la Russia possa eguagliare le gigantesche operazioni finanziarie di Wall Street, ma quel che conta è che la tendenza esiste, e che ad essa si adegua la politica del Cremlino.