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La politica agraria di Malenkov: come dovevasi dimostrare

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La clamorosa, ma non imprevista, svolta segnata nella politica agraria dal Governo Malenkov continua ad occupare la stampa staliniana internazionale. In Italia, l’Unità ha dedicato all’argomento diversi comunicati ufficiali di origine moscovita e note, le solite apologetiche note di commento ossequioso. Ma le notizie seguite alla pubblicazione del rapporto Kruscev al Comitato Centrale del partito russo non hanno aggiunto nulla di inedito circa le misure adottate dal Governo il 26 u.s. in esecuzione delle decisioni del Comitato Centrale. Vale la pena di ritornare sull’argomento.

Le misure prese dal Governo di Mosca sono una dimostrazione eloquente della politica capitalista seguita nei confronti dell’agricoltura. Esse, infatti, consolidano la piccola produzione e il parcellamento della agricoltura, mostrando quanto sia illusoria e demagogica la sovrastruttura giuridica dei colcos (altro modo di denominare le arcivecchie istituzioni delle cooperative agricole) da cui la propaganda staliniana trae le „prove” del carattere socialistico, cioè collettivistico, della produzione agricola in Russia. In forza delle recenti leggi, gli appezzamenti individuali di terra, le cui dotazioni di scorte e di attrezzi (bestiame, sementi, stalle, ecc.) sono proprietà privata, come il prodotto, della famiglia individuale assegnataria, acquistano maggiore peso nell’economia agricola nazionale. Parallelamente viene ad allargarsi considerevolmente il volume del mercato interno, con l’ovvio rafforzamento dei ceti commerciali. Non a caso recentemente l’Unità annunciava l’apertura in Russia di ben 22.000 aziende commerciali, fra cui spacci mobili adibiti alla vendita delle merci fin nelle lande gelate a nord del Circolo Polare.

Per afferrare la portata delle nuove misure del governo russo, occorre conoscere la natura e il funzionamento delle cooperative agricole (colcos). In Russia la terra è nazionalizzata, cioè appartiene in linea giuridica allo Stato. Non esiste, dunque, il commercio della terra, ma, a dimostrazione che la nazionalizzazione della terra è una misura compatibile con la conservazione del capitalismo (Marx), la proprietà demaniale del suolo non impedisce affatto il commercio dei prodotti agricoli che si svolge nelle forme tipiche del capitalismo. Infatti, il colcos, per non parlare delle aziende contadine isolate, si comporta di fronte allo Stato e di fronte ai privati come una ditta capitalista possedite di merci (derrate agricole e prodotti di colture industriali) che opera in vista del massimo profitto. Tuttavia, il settore del commercio con lo Stato è soggetto, come del resto in tutti i paesi capitalisti, a precise limitazioni, dato che il volume e i prezzi delle merci vengono fissati di autorità dal Governo. Non diversamente avviene, ad esempio, in Italia, ove spetta al Governo il diritto di fissare, anno per anno, il prezzo del grano destinato agli ammassi.

Il Governo di Mosca ha creduto suo dovere allentare la morsa, e mentre ha ridotto le quote di consegna obbligatoria dei prodotti animali agli ammassi statali, ha deciso di aumentare i prezzi che lo Stato paga, alla consegna agli ammassi, per le quote di carne, latte e lana, patate e legumi. Di conseguenza, i colcos verranno a disporre di maggiore quantità di denaro e maggiori disponibilità di prodotti da vendere al mercato libero privato. Di più, sono previste una riduzione di circa il 45% delle imposte e una amnistia fiscale.

Con ciò, il mito non già del socialismo, a cui credono solo i ciechi, ma addirittura del capitalismo di Stato in Russia, subisce un altro fiero colpo. Non solo tra lo Stato acquirente e il sistema colcosiano intercorrono rapporti mercantili che smentiscono le etichette di socialismo appiccicate alle campagne russe, ma, le possibilità di controllo statale sulla produzione e distribuzione dei prodotti agricoli risultando ulteriormente menomate, acquista forza la tesi nostra, teoreticamente esposta nel „Dialogato con Stalin”, che l’economia russa si svolge, tranne il campo della grande industria statizzata, nelle forme tradizionali, seppure demagogicamente truccate, del capitalismo privato. Quale sarà la misura successiva? Malenkov non darà il lasciapassare alla proposta combattuta da Stalin nel suo ultimo opuscolo di vendere ai colcos anche le macchine agricole, oggi di proprietà statale? Per ora è certo che se un grande passo è stato fatto, questo è avvenuto nella direzione del consolidamento del capitalismo e della proprietà privata nelle campagne. Il contadino russo, inquadrato o meno nelle cooperative colcosiane, acquista sempre più il carattere di un fittavolo contrattante con un proprietario fondiario che è lo Stato, cui paga il canone di affitto sotto forma di imposte. E i fittavoli, lo sappia l’Unità, sono figure sociali del capitalismo, e solo di questo.

L’Unità, nel corso della corrispondenza da Mosca annunziante le succitate misure governative, scriveva che „Kruscev aveva ricordato all’inizio del suo rapporto le parole di Lenin, secondo cui la base necessaria per la costruzione del socialismo è una potente industria meccanica capace di riorganizzare l’agricoltura”. O arte sopraffina della citazione! Senza dubbio, un’industria sviluppata è indispensabile alla organizzazione della agricoltura nelle forme collettivistiche del socialismo, ma la meccanizzazione deve andare di pari passo con la smercantilizzazione; con la compressione e la graduale scomparsa del mercato dei prodotti agricoli. Come si comporta invece il Governo di Mosca? Concede ai colcos gratuitamente, cioè facendo pagare il proletariato urbano, l’uso del macchinario agricolo in dotazione alle Stazioni Macchine e Trattori gestite dallo Stato, riduce gli oneri finanziari e i controlli sul commercio privato che gravano ancora sul sistema colcosiano, e con ciò incrementa l’accumulazione capitalistica nelle campagne. Se il colcos deve meno allo Stato, disporrà di più per sé, sicché potrà distribuire alle famiglie associate nell’azienda maggiori redditi. C’è di più: il contadino colcosiano, avendo meno obblighi verso lo Stato, potrà destinare al mercato privato una maggiore quota di prodotti ricavati dall’appezzamento individuale che la costituzione russa gli consente di sfruttare per conto proprio, al di fuori delle pertinenze del colcos. Ma ciò significa favorire la piccola produzione, e pertanto la piccola borghesia che, come insegna Lenin, produce inarrestabilmente capitalismo e divisioni di classe; ma ciò favorisce la libera concorrenza e, di conseguenza, l’arricchimento borghese. Allora sorge spontanea la domanda: „Perché nell’atto di accusa che vi servì per fucilare Nicola Bucharin, compagno di Lenin e presidente dell’Internazionale Comunista, voleste includere, o signori dello stalino-malenkovismo, il delitto di tradimento della classe operaia a favore dei Kulaks, cioè dei contadini ricchi?”. Lo slogan famoso pronunciato nel 1925 da Bucharin: „Contadini, arricchitevi!” è e costituisce, anche se non detto, la piattaforma della vostra politica agraria.

Ma è da ritenersi che la antica posizione difesa dalla destra bolscevica rappresentata da Bucharin, fino dal 1928, anno in cui la controrivoluzione staliniana si avventò contro gli ex alleati nella lotta antitrotzkysta, dopo aver annientata la opposizione di sinistra, debba considerarsi come un „precedente” della odierna svolta moscovita, come l’antefatto della politica agraria di Malenkov? Certamente no. No, pur se è vero che il Governo Malenkov appoggia gli strati ricchi delle campagne. E ciò si comprende solo se si tiene presente il carattere di doppia rivoluzione che ebbe l’Ottobre russo: rivoluzione antifeudale e rivoluzione antiborghese.

Posizione fondamentale dello stalinismo, confermata solennemente al XV Congresso del P. C. russo, avvenuto nel dicembre 1927 a Mosca, fu la tesi della possibilità di saltare la doppia rivoluzione nelle campagne, mediante l’instaurazione del sistema dei colcos, che fu battezzato col demagogico termine di „collettivizzazione dell’agricoltura”. Demagogia che oggi, a distanza di venticinque anni, risulta, alla luce delle ultime leggi del Governo Malenkov, estremamente tangibile e manifesta, essendo provato che, sotto l’involucro della gestione associata dei colcos, prosperano l’arricchimento individuale, la speculazione mercantile, l’accumulazione monetaria.

In applicazione dei deliberati del XV Congresso, il governo staliniano diede forte impulso al movimento colcosiano, per cui la superficie seminata appartenente ai colcos passò da un milione e 390 mila ettari del 1928, ai 15 milioni di ettari del 1930. Ma la caotica forzosa immissione nei colcos dei contadini individuali non usi ad altro che a gestire le minuscole aziende, per l’arretrato livello dell’industria incapace a fronteggiare le esigenze della meccanizzazione e le deficienze della dirigenza tecnica inseparabile dalla grande azienda agricola, doveva provocare quel tremendo flagello biblico che fu la carestia, la Fame di Stalin, del 1932-1933, durante la quale soccombettero milioni (il numero oscilla fra i 4 e i 10 milioni) di persone.

L’opposizione cosiddetta di destra di Bucharin-Rikov si rendeva conto, respingendo la demagogia staliniana, che, nelle condizioni di isolamento della Russia sovietica, solo compito possibile nelle campagne era di portare avanti la rivoluzione borghese, negava perciò che il movimento colcosiano avrebbe portato all’agricoltura collettiva socialistica. L’ulteriore evoluzione doveva confermare l’esattezza di questa previsione. I colcos, oggi possiamo provarlo, funzionano in un quadro economico innegabilmente capitalista, ma a questo risultato, che è certamente un progresso di fronte all’agricoltura semifeudale dello zarismo, lo Stato di Mosca doveva arrivarci attraverso una feroce politica di coazione che doveva costare lutti e sofferenze inenarrabili ai contadini. Non le vili scuse di difendere gli interessi dei kulak (contadini ricchi) mosse a Bucharin, dovevano reggere alla giustizia del tempo, visto che il Governo odierno di Malenkov accentua la politica di favoreggiamento della accumulazione capitalista nelle campagne, che le necessità della costruzione dell’industria pesante avevano imposto a Stalin di frenare.

A guardare retrospettivamente il corso storico, la differenza tra le opposte posizioni che doveva mettere il partito russo e l’Internazionale stalinizzata contro il gruppo di Bucharin, consiste in questo: ambedue riflettevano la reale situazione storica della Russia, paurosamente arretrata, incapace di nutrire la popolazione delle città. Ma Bucharin, chiamando le cose per il loro nome, negando che il movimento colcosiano attuasse il socialismo e sostenendo che esso ripeteva invece gli aspetti più feroci e oppressivi della rivoluzione borghese nelle campagne, rimaneva, con tutte le sue limitazioni, un marxista. Stalin e compari, invece, spacciando per socialismo una economia e un ordinamento sociale sostanzialmente capitalisti, come lo sono la nazionalizzazione della grande industria e del suolo coltivabile, distruggevano la dottrina rivoluzionaria faticosamente restaurata da Lenin e dalla Terza Internazionale, e persistentemente a far precipitare il movimento rivoluzionario nella sconfitta in cui ancora oggi giace.

Lo Stato moscovita, attraverso i piani quinquennali rivolti anzitutto alla costruzione di una mastodontica industria pesante, si è creato una solida base sociale, da cui non è esclusa l’aristocrazia operaia, nelle città. Oggi si volge a rafforzare le sue basi sociali nelle campagne, e lo fa al modo classico del capitalismo, facilitando cioè l’arricchimento degli strati superiori.