Partidul Comunist Internațional

L’ „Articolazione” uccide la lotta di classe

Categorii: 1968 movement, France, Italy, PCInt, Union Activity

Acest articol a fost publicat în:

I bonzi sindacali di tutte le risma, uniti in una nuova Santa Alleanza, ripetono a non finire, con toni di minaccia o di sufficienza, con argomenti «concreti» e miserabili giochi di parole, che lo sciopero generale è un «sogno», un «miraggio», una «calamità». Gli avvenimenti di Francia non li hanno scossi: essi continuano imperterriti nell’opera di sabotaggio e svilimento delle lotte operaie, togliendo al proletariato italiano ogni prospettiva di unità nell’azione, cercando di distruggere anche la semplice speranza che un giorno le cose dovranno cambiare, cercando di spegnere la disperazione e la ribellione degli operai nella palude della routine, nella melma dell’articolazione a maggior gloria del mito aziendale, della produttività e dello sfruttamento.

Lo sciopero generale scatenato dai proletari francesi ha distrutto il comodo paravento delle «differenze» e delle «particolarità» aziendali, regionali o nazionali che siano, riaffermando che lo sciopero generale non solamente è possibile ma è assolutamente necessario al proletariato non solo per le implicazioni politiche da esso messe subito in primo piano, ma anche per superare di slancio l’impasse in cui fatalmente cade la lotta articolata. Basta dare un’occhiata alle lotte più importanti di questi ultimi giorni per accorgersi immediatamente che anche in Italia la situazione operaia è matura per una prova di forza, risultando ormai chiaramente preclusa ogni altra strada che non sia quella della lotta generale ad oltranza, come unica efficace risposta all’attacco aperto del capitale, ai continui licenziamenti, alle paghe di fame ferme da anni.

Tutti gli sforzi dei burocrati sindacali e politici sono indirizzati all’opera di scoraggiamento e di tradimento di ogni moto di rivolta proletaria. I fatti di Valdagno, di Trieste, di Palermo e di mille altre zone dove da tempo divampa la rivolta operaia, insegnano che lo svolgersi delle lotte proletarie porta ormai inevitabilmente allo scontro diretto e violento contro tutte le difese dello Stato nazionale, dello Stato della borghesia. I fatti parlano di continui tentativi generosi di estensione delle lotte nel tempo e nello spazio dimostrando nel vivo dell’azione che solo nella generalizzazione delle stesse lotte si può vedere uno spiraglio di vittoria e che continuare la pratica infame delle inutili lotte articolate significa andare incontro ad una disfatta e ad un peggioramento delle condizioni operaie quali da tempo non si vedevano. L’«armonico edificio» della produttività e del commercio che la borghesia si era illusa di aver costruito e che i traditori di tutti i partiti e sindacati avevano presentato agli operai come qualche cosa di nuovo e, in fondo, di utile, sta andando inesorabilmente in pezzi mentre si preparano per questo nuovi giri di vite sulla pelle degli operai. Di tutto ciò niente deve trapelare nella classe; i proletari devono, secondo gli intenti degli opportunisti, aspettare, credere, obbedire e non combattere, dare la colpa volta a volta a questo o a quel padrone «cattivo», a questo o a quel ministro «reazionario» senza mai superare i limiti che i bonzi hanno posto a salvaguardia dei loro stipendi, senza mai scatenare la loro violenza rivoluzionaria anche nelle lotte rivendicative come preludio a lotte ben più risolutive e generali.

Guardiamo alla realtà delle lotte in Italia durante il mese di maggio: noi vediamo lo scendere in lotta di tutte le più importanti categorie di lavoratori, l’estendersi degli scioperi, la tendenza a sorpassare i limiti imposti dai sindacati in un disperato tentativo di coinvolgere nella battaglia quanti più operai possibili sulla base di rivendicazioni che sono comuni a tutti i proletari e che solo il continuo spezzettamento voluto e imposto dai sindacalisti, può far apparire come «particolari» di una categoria, di una regione o di una fabbrica.

I metallurgici, con in testa gli operai delle Fucine Meridionali, sono stati tra i principali protagonisti. Tutto il complesso Italsider, Falk, Ignis, Alfa Romeo, Breda, Bosco, Dalmine, Fiat, e cento altre fabbriche con centinaia di migliaia di proletari contemporaneamente in lotta. OMC di Livorno, OMFP di Pistoia, Pischiutti di Roma, CMI di Napoli, Tagliaferri, ecc. ecc.

I cantieri Piaggio di Palermo, i cantieri di Trieste, i Navalmeccanici di Ancona, altre migliaia di operai in lotta da mesi, lotta violenta con scontri con le «Forze dell’ordine», arresti, processi e di contro non una parola e un’azione di solidarietà attiva da parte dei sindacati che ostinatamente si rifiutano di unificare tutto il settore in una lotta generale.

I chimici, con il complesso Sclavio, la Litopone di Livorno e tutto il complesso Montedison, la Solvay di Monfalcone, Pirelli, ABCD di Ragusa, il colorificio Boero di Genova, il complesso Chatillon, la Rhodiatoce di Casoria; gli elettromeccanici con la Elsi di Palermo, la Ocren di Napoli, la Superpila di Firenze, la Siemens, Lagomarsino, ecc. ecc.; i tessili con le magnifiche lotte degli operai di Marzotto di Valdagno e di Pisa, con la Lanerossi, Franco Tosi, Riva, tutto il settore delle confezioni in serie dei grandi magazzini, dei mercati, ecc.

I cementieri, da mesi in agitazione all’Eternit, Cementir, Calcestruzzo, Italcementi, Isastrade, Sacci, gli edili romani e di cento altre località, i minatori di Enna e di Agrigento, dell’Isola d’Elba, del Grossetano e dell’AMNI della Sardegna.

Le lotte dei braccianti che interessano ormai tutta l’Italia; e le migliaia e migliaia di fabbriche in sciopero, occupate, al centro di problemi che richiedono una soluzione globale e che invece si votano alla sconfitta certa con il metodo delle lotte articolate, per settore, per categoria, per reparto.

Come possono impunemente giustificare a questo punto i sindacati la loro avversione al metodo dello sciopero generale e senza limiti di tempo, senza palesare a tutti gli operai la loro vera natura di dirigenze controrivoluzionarie? Come possono atteggiarsi a difensori degli interessi operai, interessi contingenti e interessi generali, se quale risultato della pratica infame dell’articolazione, in tutte queste lotte non si combatte per raggiungere risultati nuovi e più avanzati ma semplicemente per tentare, nel migliore dei casi, di contrastare l’attacco padronale e per far rispettare gli accordi sindacali passati ormai da anni nel dimenticatoio, già vecchi prima ancora di averli visti applicati, totalmente al di fuori della realtà della situazione presente? La realtà dell’attuale situazione operaia è un’altra: se i sindacalisti si erano illusi di aver dilazionato lo scontro rivendicativo con la firma degli ultimi contratti da burla, con aumenti del 2 o 5%, miserie che non hanno nemmeno permesso di tenere il passo con l’aumento del costo della vita, con l’intensificazione dello sfruttamento, con la caterva di licenziamenti a cui si assiste da anni e che i sindacati, fin che possono, passano sotto silenzio, se il loro disegno era di rimandare tutto al 1970 ed oltre, secondo il loro metodo preferito di far cominciare una lotta per il rinnovo di un contratto almeno sei mesi dopo che è scaduto il vecchio, ebbene anche questa prospettiva, come tutte quelle della borghesia e dei suoi tirapiedi, è completamente saltata. Se un insegnamento scaturisce dalle lotte di questi ultimi tempi in Italia come nel resto del mondo, è un insegnamento di lotta che non ammette più nessun sotterfugio; gli operai non possono più aspettare né il 1970 né un’altra data fissata dai padroni e dai loro amici sindacalisti, la lotta si ripropone oggi, domani e sempre con violenza ed urgenza estrema (ben lo sanno i proletari tutti) e le prospettive di sviluppo «armonico» vagheggiate, coccolate, coltivate dai mestieranti della politica e del sindacalismo saranno sconfitte nel fuoco delle lotte operaie. Se questa è la prospettiva, e lo è senza dubbio, un dovere urgente si pone ai proletari tutti: prepararsi alla lotta consapevoli delle difficoltà e delle prospettive che ne sono alla base, aprire gli occhi sulla reale portata e sulle reali intenzioni della politica opportunista, prepararsi con fermezza e decisione allo scatenamento della lotta generale.

Gli avvenimenti a cui abbiamo assistito in Francia ed altrove ci devono aver insegnato che, aldilà delle chiacchiere e dei discorsi, una sola è la strada dalla quale, lo si voglia o no, si deve e si può passare. Questo insegnamento, che il nostro Partito ha difeso da anni di fronte alle incredulità e ai dileggi delle canaglie borghesi ed opportuniste, questa prospettiva magnifica di salutare lotta, di volontà estrema, di decisione ferma che da sempre il Partito ha additato ai proletari, è ormai nella realtà delle cose; gli esorcismi degli stregoni opportunisti non la sconfiggeranno, essa è finalmente ineludibile e vicina. Il dovere dei proletari tutti, dei comunisti in primo luogo, è di adoperarsi affinché la necessità impellente della lotta generale non trovi la classe operaia priva di strumenti adatti a condurla, come si è verificato in Francia, e che una parte piccola o grande che sia, ma sempre estremamente decisa, di operai più coscienti e avanzati prenda sulle spalle il compito grandioso di avanguardia delle lotte, degli scontri, delle battaglie proletarie, ricostruendo in questa maniera l’ossatura dello strumento principale della emancipazione proletaria: il Partito Comunista Internazionale, il Partito comunista rivoluzionario.