Partito Comunista Internazionale

Dietro il bordello delle crisi di governo

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Una delle accuse che per un partito politico dovrebbe suonare infamante è quella di non fare politica.

Per l’appunto questa è la giaculatoria che ci sentiamo spesso ripetere da una schiera che oseremmo definire «infinita» di opportunisti, dai destri socialdemocratici e staliniani, da sempre, e da più o meno recenti colmatori di abissi storici (ma di che lo sappiamo).

Ebbene, se per politica s’intende, come s’intende, l’arte senza principi di trovare accordi contingenti sulle cosiddette «cose» indipendentemente dalle finalità storiche di cui siamo portatori, nessuno è più non «politico» di noi; ma se per politica s’intende, come si deve intendere, la dura opera del partito politico del proletariato di inquadrare e dirigere gli sforzi della classe operaia per abbattere il dominio della borghesia, nessuno è più coerentemente politico di noi.

L’occasione più tipica per misurare veramente l’abisso che separa la politica rivoluzionaria comunista dalla mediocre e traditrice politica opportunista e piccolo-borghese è una crisi di governo, come è il caso del momento attuale.

La meraviglia che suscita il nostro metodo e il nostro stile è che non ci si perda nel labirinto delle formule e sigle sia di governi che di correnti, che non si faccia petulantemente riferimento alle manovre e contromanovre del leader Tizio o Caio, ma che fedeli al nostro compito di chiarificazione, padroni come pretendiamo di essere, in quanto comunisti, del punto di vista complessivo sull’intera realtà sociale della lotta di classe a livello mondiale (non ci toccano le accuse di immodestia: di «aurea mediocrità» piccolo-borghese e filistea è riempita quotidianamente la testa dei proletari), seguiamo la nostra bussola e la nostra strada.

Solo attraverso questa consegna, tetragona ad ogni gracidamento, siamo gli unici in grado di tenere la testa fuori dal pantano e di gridare forte alla classe operaia che per perseguire i fini comunisti di sovvertimento della dominazione capitalistica non possiamo far finta di non vedere che formule di governo, sigle di partitini e partitacci nascondono (è questo il loro compito) la tetra e tremenda realtà dello Stato. Ammiccando maldestramente, lo stesso Budda del PSI, De Martino ha ammesso (ma questo è affar suo) che nonostante incontri e contro-incontri con Moro-muso di gomma, non è riuscito a capire niente delle sue intenzioni (viva! la politique d’abord e la psicologia che la sottende!).

Per noi marxisti la politica affonda le sue radici sul terreno dell’economia politica: è lì che si devono leggere gli antagonistici interessi tra la borghesia ed il proletariato, col metodo delle «scienze naturali» e non con i sondaggi individualistici di cui è infarcita la politica del tradimento.

Sindacati tricolori e falsi partiti di sinistra, ciascuno con il linguaggio che gli è congeniale, si rifiutano di guardare dietro le quinte, per la semplice ragione che non possono svolgere due parti nello stesso tempo; o si canta o si porta il Cristo, e questi cialtroni sono sul palcoscenico da quasi 50 anni per esibirsi nello squallido e servile canovaccio di giullari del capitale.

Ecco allora che quando il «governo» è in crisi si ricomincia a ripetere il solito ritornello, che manca l’interlocutore valido, che bisogna frenare la lotta perché tanto non c’è con chi ragionare.

Naturalmente non si dice che nonostante la «vacanza costituzionale» del governo, questo rimane al servizio della più complessa macchina di repressione che è lo Stato, di cui non è che uno dei tanti delicati congegni, per il «disbrigo degli affari correnti»; queste formule casistiche e da legulei permettono comunque al governo Moro di riunirsi d’urgenza di fronte al grave problema della questione Leyland-Innocenti, non certo per salvare dalla disoccupazione i disgraziati, ma per mettersi d’accordo, al riparo della pressione sindacale, in attesa di «controparte», sul come meglio gestire o liquidare l’azienda dal punto di vista degli imperativi della concorrenza e delle leggi del mercato.

È proprio durante queste non casuali «vacanze governative» e potremmo citare esempi a iosa, che lo Stato assesta colpi durissimi alla classe operaia, svolgendo quel compito incolore e osceno, ma non per questo meno efficace, di garantire, come recita lo stesso diritto costituzionale borghese, la «continuità della amministrazione statale», che il più volpino e curiale dei democratici, Andreotti, ebbe recentemente a lodare ed esaltare come pilastro della «democrazia».

I fautori della politica al primo posto gratificandoci di meccanicismo e di determinismo, tutti intenti a insinuare «cunei» nelle crepe che i partiti borghesi presentano, non vedono, malati come sono di «empirismo piatto e senza pensiero» dove veramente stanno le rotture del modo di produzione capitalistico, per la facile ragione che sono intenti a rattoppare un edificio fetiscente di cui non si vergognano anzi di proclamarsi gli unici e possibili salvatori, ed hanno ragione!

All’ombra delle crisi sempre più ricorrenti (anche di governo!) le concorrenti bande di capitale si scannano per ottenere migliori condizioni particolari, ma nessuna di queste osa fare riferimento, per distruggerlo, al loro indivisibile bene comune, lo Stato armato di tutto punto che anzi ognuno proclama di volere più forte, più efficiente, più temibile. E per chi? Per e contro il proletariato estasiato (per ora) al vile gioco dei pupi.

Altro che monolitismo e settarismo inconcludente di cui ci si accusa! È proprio sulla verità marxista che non ha mai riconosciuto alla borghesia, anche se puntellata dall’opportunismo, la possibilità di uscire indenne per l’eternità dalle crisi sempre più ampie che il modo di produzione che la sostiene determina, che noi basiamo la nostra unica e possibile politica, che è quella di non muovere un dito per impedire che gli opposti appetiti imperialistici abbiano un esito che non sia quello dell’aperta lotta tra le classi, capace di impedire nuovi massacri per la classe operaia.

È questa la tanto deprecata politica del tanto peggio tanto meglio che viene rimproverata alla Sinistra come disfattista, dimenticando ad arte che fu proprio il disfattismo contro la guerra imperialistica che permise al grande partito di Lenin di instaurare la dittatura proletaria. Ma l’opportunismo oggi si sciacqua la bocca a base di «senso di responsabilità», di calma, di pace sociale e via di questo passo. Il senso di responsabilità è riferito alla borghesia che si vuol tenere in piedi, nei confronti della classe operaia, mentre si predicano sacrifici e rinunce, si pratica la peggiore specie di senso di irresponsabilità, che significa tradimento dei più elementari interessi perfino economici, proprio da chi sostiene di fare qualcosa di più, e cioè politica!