L’infame pacifismo della borghesia e, per essa, degli opportunisti
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« Il capitale è lavoro morto che, simile al vampiro si rianima solo succhiando il lavoro vivente, e la sua vita è tanto più lieta quanto più gli è dato di succhiarne ».
Con queste parole Marx sintetizza mirabilmente la funzione della società moderna: spremere dal proletariato, dalle grandi masse di diseredati, sudore, lacrime e sangue.
Questa la brutale realtà che, se non intervenisse la menzogna democratica con le sue prediche soporifere, rischierebbe di far esplodere da un momento all’altro l’ira degli sfruttati con conseguente repulisti di ogni tipo di parassita.
È la stessa « cultura » figurativo-letteraria del capitalismo che ci mostra come l’ingordo anatrone possa passare per un simpatico vecchietto quando chiama a sé e collabora con le « adamantine » giovani marmotte. Mentre da un lato le giovani marmotte ci presentano la società capitalista come il regno dell’amore e della disinteressata collaborazione, dall’altro minacciano il proletariato (se smette di stare al gioco) di interrompere la loro attività conciliativa e lasciar libero sfogo al pennuto capitalista.
In questo spirito si è celebrato, a Trieste, il processo riguardante il campo di sterminio nazista della risiera di S. Sabba.
Abbiamo assistito alla macabra carrellata di vittime scampate, parenti di vittime e aguzzini impuniti. La libera stampa ha fatto baccano (senza oltrepassare i dovuti limiti) riguardo al fatto che ci siano voluti più di 30 anni di governo democratico per istruire un processo su fatti e nomi noti a tutti; ergo, richiamo ad ogni organizzazione, associazione, singoli cittadini a vegliare a che siano rispettate le democratiche istituzioni onde facilitare il naturale svolgimento della « giustizia ».
Per quanto riguarda noi, il fatto che alla Repubblica italiana, partigiana e antifascista, che nel 1950 premiava con medaglia di bronzo al valore il criminale fascista Collotti per le sue azioni antipartigiane, ci sia voluto tanto tempo per imbastire questa burla di « processo » ha un solo scopo: voler ricordare oggi al proletariato italiano quanto sia pericoloso mettersi contro lo Stato. Aumenta la disoccupazione, aumenta la carne, aumenta la… fame, ma siamo pur sempre in regime democratico; mettersi dichiaratamente sul piede di guerra potrebbe risvegliare gli appetiti di qualche « nostalgico » e di conseguenza tornerebbero a funzionare campi di sterminio e saponifici. È meglio quindi unirsi, senza differenza di classe e di censo, per far funzionare e rispettare le « sacre istituzioni » popolari, abolendo ogni forma di violenza, di dittatura e di terrore.
Per i comunisti, per i proletari vi è un solo tipo di violenza: il regime capitalista, tutte le altre fregnacce le lasciamo ai preti e alle dame di carità in cerca di efferatezze nel campo avversario.
Nelle penultime guerre, era una gara delle due parti a scoprire nelle carni dei propri feriti le palle dumdum. I proiettili ammessi dalle convenzioni internazionali del civile mondo capitalista dovevano essere conici e uscire da canne rigate, non dovevano produrre infezioni o devastazioni dei tessuti, bastava che mandassero legalmente all’altro mondo. Molto si blaterò riguardo alle mani mozze dei bambini belgi da un lato, e alle atrocità delle orde cosacche dello zar che non facevano prigionieri dall’altro. Da entrambe le parti il proletariato era chiamato a collaborare (a farsi scannare) per la « libertà » e contro la reazione e i regimi barbarici dell’altro fronte. Oggi si parla di campi di sterminio nazisti e dei suoi crimini. Furono forse più bestiali i nazisti, coi loro campi di sterminio e la loro dichiarata teoria dell’eutanasia (a quanto pare non avversata neppure dal Vaticano), degli americani che amavano ornare i loro carri armati con teste mozzate di soldati giapponesi, o forse dei francesi che, mentre sedevano quali accusatori al processo di Norimberga, distruggevano, con lanciafiamme, interi villaggi in Madagascar facendo decine di migliaia di vittime?
Non stiamo ad enumerare le famigerete azioni compiute dalla democratica Francia in Algeria e dalla democraticissima America in Vietnam; eppure queste due nazioni, baluardo della civiltà occidentale, sono, dalla nostra antifascista repubblica, considerate a tutti gli effetti (e a ragione) amiche e alleate e chiunque osi diffamarle è passibile di pena secondo le leggi della Costituzione italiana con firma del « comunista » Terracini.
È scontato che la giovane marmotta controbatterà che mentre nelle nazioni a « gestione » democratica questi esecrandi e incresciosi « incidenti » sono, appunto, l’accidente e vengono puniti dalle autorità, nei regimi dittatoriali sono la regola e vengono perpetrati per ordine dell’autorità medesima. Non a caso, continua la marmotta democratica, le nazioni democratiche e progressiste, sebbene a diverso regime politico, si sono unite nella santa crociata contro il nazi-fascismo e nel corso del II conflitto mondiale (definito da Stalin guerra ideologica) lo debellarono una volta per tutte.
Eccoci al dunque. Quando e quale prova di lotta antifascista è stata data? E da chi? Non certo dagli Stati Uniti dove l’avvento del fascismo fu salutato con giubilo come sacrosanta risposta alla tracotanza bolscevica. Mentre Mussolini mandava in dono al presidente Roosevelt volumi in rilegatura lusso di Virgilio e Orazio, e questi affermava: « non ho difficoltà a dirvi… che mi tengo in strettissimo contatto con quel vero galantuomo che è Mussolini » (1933) da lui affettuosamente chiamato « mio caro Duce », la stampa americana, a proposito degli antifascisti, scriveva: « sono loro che turbano la pace… è su di loro che deve ricadere tutto il biasimo, e la polizia non sarà mai abbastanza severa nel reprimere i loro disordini » (New York Times 18-8-25). All’ambasciatore italiano che chiedeva la repressione di ogni tipo di stampa anti-regime, il sottosegretario alla giustizia, Charles Tuttle, rispondeva con profondo rammarico: « Siamo veramente spiacenti di non poter aiutarvi a perseguire e soffocare una propaganda di questo genere » (17-11-’28). Durante la guerra etiopica, il « valoroso » Vittorio Mussolini, che si dilettava col suo aereo a bombardare l’inerme popolazione, annotava nel suo diario: « … Un gruppo di cavalieri mi diede l’impressione, quando la bomba li centrò e li fece saltare in aria, di un bocciolo di rosa che si schiude ». Lo scrittore americano Stevens, meno poeticamente, affermava che « gli italiani hanno lo stesso diritto di togliere l’Etiopia ai negri di quanto ne abbiano avuto i negri di toglierla ai serpenti ». Il perché di tanta simpatia verso il « galantuomo » Mussolini e il suo regime ce lo spiega l’onesto uomo d’affari E. H. H. Simmons, presidente del New York Stock Exchange: la vittoria delle camicie nere sul comunismo, « quel morbo pestilenziale che viene dall’oriente », avevano completamente conquistato le personalità politiche ed economiche a tal punto che persino Nitti veniva accusato dal Segretario di Stato Kellog di essere un mestatore bolscevico e persona grata a Mosca.
Se gli USA entrarono in guerra al fianco delle potenze « democratiche » non fu certo per una crociata contro il fascismo. Il capitale americano se ne fregava altamente di queste beghe teoriche, e, se per bocca di Roosevelt aveva dichiarato che « l’inclusione degli Stati Uniti in un fronte franco-inglese contro Hitler è una interpretazione dei cronisti politici falsa al 100% » (9-9-39), per mezzo di Truman aveva parlato ancor più chiaramente dichiarando che gli USA avrebbero dovuto appoggiare la Russia se fosse apparsa probabile la vittoria tedesca, e la Germania se le sorti della guerra fossero state favorevoli alla Russia di modo che i due paesi si svenassero tra loro il più a lungo possibile (New York Times 24-6-41).
Anche durante la guerra combattuta, gli americani, consci della loro « missione », non cessarono di collaborare con il regime nazista per far piazza pulita di tutte quelle organizzazioni che ai loro occhi puzzavano di bolscevico. Infatti erano gli stessi servizi segreti USA, che attraverso trasmissioni in codice (noto ai tedeschi), indicavano nomi e attività delle organizzazioni clandestine di sinistra. Allen Dulles, che diventerà direttore della CIA, ricordando quei fatti ha dichiarato: « Usavamo quel codice solo per alcune notizie che ci interessava fossero captate dai tedeschi… Non ho mai inviato notizie in codice nelle quali fossero inseriti specifici riferimenti al movimento di resistenza, senza provare (bontà sua) una spiacevole sensazione ».
Dal lato opposto la Russia di Stalin, dopo che la giusta visione rivoluzionaria fu capovolta e lo Stato russo non più si adattava alla politica e alle direttive del partito e dell’Internazionale, ma assoggettò questi ai suoi voleri, sempre più si avvicinò ai regimi fascisti.
Socialismo nazionale russo e nazional-socialismo tedesco erano pronti al dialogo. Nel febbraio 1933 si tenne a Lipsia il processo contro l’anarchico Van der Lubbe accusato di aver appiccato il fuoco al Reichstag. Il « comunista » Dimitrov, uno degli imputati, concluderà la propria difesa dicendo: « Domando, in conseguenza, che Van der Lubbe sia condannato in quanto ha agito contro il proletariato ». Gli imputati staliniani furono assolti dall’« infame accusa » di aver attentato contro la democrazia colpendo l’istituzione parlamentare che così bene aveva servito alla legale ascesa di Hitler al potere; e il proletariato venne « vendicato » dal regime nazista che condannò e uccise Van der Lubbe.
Senza parlare della guerra di Spagna dove gli agenti russi (eh! Longo?) si distinsero nello sterminare anarchici e « trotzkisti », è bene ricordare come nel ’39, a seguito del trattato Ribbentrop-Molotov, Stalin non si limitò ad inviare ad Hitler il seguente telegramma: « La amicizia dei popoli della Germania e dell’Unione Sovietica, cementata nel sangue, ha ogni ragione per essere salda e duratura », ma vi allegò, come grazioso omaggio, un gruppo di comunisti dissidenti tedeschi emigrati in Russia che la Gestapo, a sua volta, collocherà nei campi di sterminio.
Ma l’idillio, che lì non era cominciato, lì non finì. L’ambasciatore fascista a Mosca (Rosso) si congratulò con la stampa russa per il suo tono « obiettivo » riguardo alla guerra di Grecia e comunicava a Roma: « Col mio telegramma ho segnalato il comportamento corretto ed obiettivo della stampa sovietica nei suoi commenti sulla situazione militare italiana… Questo (quello russo) commissario della difesa ha invitato il nostro addetto militare a visitare… alcune formazioni militari sovietiche… Durante tutte queste visite… il nostro addetto militare è stato accolto con particolare deferenza e cortesia e nel corso della ispezione all’accademia Frunze il comandante della scuola gli ha offerto una colazione in cui ha pronunziato un brindisi caloroso inneggiando all’esercito italiano ed auspicando un sempre maggiore riavvicinamento delle forze armate dei due Paesi. Nella sua conversazione ha poi detto di essere sicuro del PIENO SUCCESSO DELLA CAMPAGNA ITALIANA CONTRO LA GRECIA » (5-12-1940).
Quando la Germania occupò la Francia, « il capo del PCF, Thorez, diserta, e può raggiungere la Russia grazie all’appoggio delle autorità tedesche che facilitano il suo passaggio, ed i partiti comunisti francese e belga domandano alle autorità tedesche di occupazione la autorizzazione di pubblicare i loro giornali. Gli avvenimenti precipitano, Hitler invade la Russia il 21 giugno 1941 e si assiste di conseguenza ad un nuovo radicale mutamento della politica dei partiti comunisti » (Prometeo n. 8 1947).
La lotta tra « bolscevismo » e fascismo infuria ma, ancora una volta, nel 1944, Stalin arresterà le sue truppe alle porte di Varsavia per dar tempo ai nazisti di spazzar via la gloriosa Comune.
Dopo che nel 1848 il re delle due Sicilie ebbe massacrato i palermitani, alla camera francese un democratico ministro dichiarò: « Voi tutti fremete d’orrore nell’apprendere che per 48 ore una grande città è stata bombardata… E per quale motivo? Perché l’infelice città reclamava i suoi diritti. E per l’invocazione dei suoi diritti, ha avuto 48 ore di bombardamento… Permettete che mi appelli alla opinione pubblica dell’Europa. È un servizio reso all’umanità, levarsi e fare echeggiare dalla tribuna forse maggiore d’Europa alcune parole di protesta contro siffatte azioni ». Sono passati più di cento anni, ma il linguaggio del rancido democratume è sempre lo stesso: lanciare alcune parole di protesta; ebbene, quello stesso democratico ministro passerà alla storia col nome di BOIA Thiers per aver fatto sterminare, nel 1871, i proletari della Comune di Parigi. Fu quello stesso democratico ministro che anni prima fremeva di sdegno contro il forcaiolo Borbone a gioire dell’eccidio « di uomini inermi, di donne di fanciulli che infuriò con crescente impeto per tutta la settimana… Il retrocarica non uccideva più abbastanza prontamente; i vinti venivano trucidati collettivamente a centinaia dalle mitragliatrici. Il muro dei federali nel cimitero di Père Lachaise dove fu consumato l’ultimo eccidio di massa, rimane ancor oggi come un muto ma eloquente documento di qual furibonda follia è capace la classe dominatrice non appena il proletariato osa farsi innanzi per i suoi diritti » (Engels), rimane altresì come documento del turpe « pacifismo », « libertà » e « legalità » borghesi.
Da tutto ciò i lavoratori traggano la facile conclusione che sempre, in pace e in guerra, tutte le potenze, democratiche, fasciste o « socialiste » collaborano e sempre hanno collaborato per annientare ogni movimento autonomo del proletariato che tenda a sovvertire l’ordine costituito: la schiavitù salariale. I comunisti danno atto di questo diritto al loro nemico, infatti il capitale sa che mai potrà sedere con noi al tavolo della pace.
Il giorno in cui il proletariato, guidato dal proprio partito di classe, si reimpossesserà delle proprie armi, teoriche e materiali, quel giorno (che sia domani o fra 100 anni non ha importanza) si porrà un solo intento: distruzione del modo di produzione capitalistico e instaurazione della DITTATURA DEL PROLETARIATO. Saranno cadute una volta per tutte, da una parte e dall’altra, le idiozie democratiche.