Partidul Comunist Internațional

PiSdC – Lotte e organizzazione sindacale di classe in Italia

Categorii: CGIL, Cobas, Italy, UIL, Union Question, USB

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Questo autunno il quadro del movimento sindacale in Italia si è un poco animato, riportando a una certa partecipazione alle manifestazioni di piazza e al buon andamento di alcuni scioperi di categoria. Qui diamo una breve rassegna della condotta delle varie organizzazioni, che porta diverse conferme al nostro indirizzo nel movimento sindacale.


Premessa: rottura dell’effimera unità d’azione “dall’alto” del sindacalismo di base

Ricordiamo che le dirigenze nazionali dei sindacati di base avevano rotto la loro unità d’azione, lo scorso 2-3 dicembre 2022, con l’ultimo sciopero generale unitario e la manifestazione romana, in cui tristemente quanto vergognosamente gli spezzoni dei lavoratori dell’Usb e del SI Cobas erano stati divisi, dando vita a due cortei separati.

Come dal nostro Partito previsto, e ripetutamente affermato nei nostri volantini nei mesi precedenti, a causa dell’opportunismo di tali dirigenze quella unità era fragile e revocabile in ogni momento. L’avevamo affermato sin dal primo atto di quella breve stagione unitaria, lo sciopero nazionale nella logistica del 18 giugno 2021: «è da escludere che le attuali dirigenze dei maggiori sindacati di base, che hanno condotto per anni e sino a ieri la lotta politica in campo sindacale col metodo disfattista della divisione delle azioni di sciopero, abbiano abbandonato tale pratica definitivamente».

Affinché l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale non sia estemporanea sarebbe stata necessaria, e lo sarà in futuro, una maggiore pressione in tal senso della base degli iscritti e quindi, necessariamente, una loro crescita numerica, nonché una influenza maggiore dell’indirizzo del nostro Partito, cioè l’affermarsi della linea sindacale autenticamente comunista nella inevitabile quanto necessaria lotta politica in seno al movimento sindacale.


Lo sciopero “generale” del 26 maggio dell’Usb

Così il 26 maggio scorso l’Usb ha proclamato, in piena solitudine, uno sciopero generale nazionale. Pur essendo il maggiore sindacato di base in Italia, la sua dimensione organizzata è ancora molto lontana dall’essere adeguata a dispiegare un vero sciopero generale. Ciò a maggior ragione quando tale azione viene decisa senza un legame col contesto sociale e politico generale, calata dall’alto a prescindere dallo stato d’animo dei lavoratori. Infatti lo sciopero era stato proclamato quasi due mesi prima, il 3 aprile.

In ogni caso va precisato che, anche allorquando l’Usb disponesse della forza adeguata a organizzare uno sciopero generale, sarà sempre necessario battersi affinché tutte le organizzazioni sindacali di classe agiscano unite per dispiegare azioni di lotta della massima forza. Lo sciopero generale del 26 maggio, pur convocato con il giusto slogan “Abbasso le armi, alziamo i salari”, non poteva quindi non essere che un’azione velleitaria e ininfluente ai fini della ricostruzione del movimento sindacale.


Lo sciopero “generale” del 20 ottobre e il sindacato-partito della dirigenza del SI Cobas

Tre settimane dopo, il 18 giugno, è toccato a parte degli altri sindacati di base (SI Cobas, Cub, Sgb, Usi e Adl) proclamare un altro sciopero generale separato – senza Usb, Confederazione Cobas e Adl Cobas – per il 20 ottobre, addirittura con 4 mesi di anticipo!

Il 3 agosto, l’Usb ha poi proclamato per il 17 novembre uno sciopero nazionale del pubblico impiego.

Tale condotta opportunista si giudica da sé: a fronte della sempre più grave offensiva del padronato e dei suoi governi contro le condizioni di vita dei lavoratori e le passate conquiste del movimento operaio, della crescente sfiducia dei lavoratori nei sindacati, tale divisione dell’azione rende le iniziativee promosse dal sindacalismo conflittuale ancora più deboli, ancora più incapaci e ininfluenti ai fini di ridestare alla lotta la classe operaia. Una condotta scellerata che perdura da decenni, nonostante l’aggravarsi del contesto generale.

Lo sciopero del 20 ottobre, al pari di quello dell’Usb del 26 maggio, è stato caratterizzato dalla sua debolezza, per essere riuscito peggio degli analoghi dispiegati negli anni passati dagli stessi sindacati.

Nella logistica, la mancata adesione dell’Adl Cobas ha confermato il suo parziale distacco dall’azione comune che aveva sempre avuto col SI Cobas. Ciò ha iniziato a verificarsi da quando la dirigenza di quest’ultimo ha imboccato con decisione – a partire dal 2018 – il sempre ambito “percorso politico”, cioè l’utilizzo del sindacato per funzioni proprie di un partito, come teorizzato dai suoi dirigenti “in supplenza” dell’organismo partitico che, a loro dire, ancora non si sarebbe formato. Il nostro Partito ha sempre combattuto questa deriva opportunista contro cui mettemmo in guardia i lavoratori del SI Cobas sin dal suo primo congresso nel maggio 2015 (“Primo congresso del SI Cobas – L’intervento del nostro compagno – O sindacato o partito”).

Dal 24 febbraio 2018 la dirigenza del SI Cobas ha preso a organizzare manifestazioni nazionali a Roma a carattere politico-partitico il giorno dopo lo sciopero generale, disertando le manifestazioni cittadine organizzate il giorno dello sciopero dagli altri sindacati di base indebolendo anche lo stesso sciopero nei magazzini logistici. Anche in questo caso il Partito criticò subito questa condotta: «Il caratterizzarsi del sindacato in senso partitico non favorisce il suo sviluppo e un rafforzarsi del movimento operaio. Un sindacato non è “ancora più” “di classe” perché si fa portavoce e sostenitore del comunismo rivoluzionario, ma in quanto sa tradurre le posizioni politiche del comunismo rivoluzionario nell’adeguato indirizzo pratico di lotta sindacale. La manifestazione è stata un successo, ma ciò non inficia la validità di quanto affermiamo. Se ad oggi i lavoratori iscritti al SI Cobas dimostrano fiducia in questo sindacato, col tempo questa caratterizzazione in senso partitico genererà inevitabilmente divisioni, disagio, malumori. È un’azione destinata, nella misura in cui si perseveri con essa, a puntellare l’isolamento del sindacato».

L’Adl Cobas aveva sempre aderito agli scioperi generali insieme al SI Cobas e mai alle manifestazioni nazionali romane del giorno dopo. Quest’anno non ha aderito nemmeno allo sciopero, indebolendolo ulteriormente. In linea generale il SI Cobas ha iniziato a indebolirsi, invertendo il rafforzamento che lo aveva contraddistinto dal 2011 al 2017, da quando, per volere della sua dirigenza, ha iniziato a compiere passi concreti in direzione del “sindacato che supplisce all’assenza del partito”. Anche le manifestazioni organizzate a Roma al fine di dare loro una “maggiore caratterizzazione politica”, dopo il successo della prima del febbraio 2018, sono andate declinando in termini di partecipazione.

Ciò è una conferma del fatto che l’ibrido sindacato-partito non funziona: né come sindacato né come partito. Offre all’esterno, e agli stolti dirigenti opportunisti, l’illusione di un movimento politico che abbia un seguito di massa solo perché utilizza la massa degli iscritti, i quali hanno bisogno e vogliono un sindacato, non un partito. Nella misura in cui la dirigenza opportunista procede in questa pratica danneggia il sindacato, e con ciò la base stessa del miraggio di creare “il partito” attraverso questa “furba” scorciatoia.

Ciò non di meno va aggiunto che il SI Cobas continua a condurre importanti lotte operaie – ultimo lo sciopero nazionale nei magazzini Bartolini del 28 dicembre – e che le sue difficoltà sono anche frutto dei duri colpi repressivi portati dal padronato e dalla suo Stato – il Fatto Quotidiano del 22 novembre riportava la denuncia del SI Cobas di quasi 600 iscritti e militanti del sindacato sotto processo in 10 anni nella sola provincia di Modena! – e che l’unità d’azione con l’Adl Cobas non è stata revocata, come conferma il recente sciopero nazionale nei magazzini FedEx del 21 dicembre.


Lo sciopero “generale” Cgil-Uil

Sette giorni dopo – il 27 ottobre – Cgil e Uil hanno proclamato uno sciopero generale, contro la legge di bilancio del governo, a cominciare dal 17 novembre. Si noti: non con quattro mesi di anticipo né due, ma sole tre settimane.

Uno dei motivi, assai ben fondato, della sfiducia dei lavoratori verso il maggior sindacato di regime d’Italia, la Cgil, è che essa negli anni passati ha chiamato alla mobilitazione generale solo quando erano in carica governi di centro-destra, e non governi in cui era presente la sinistra borghese. Andando un po’ a ritroso nel tempo, fu il caso del primo Governo Berlusconi nel 1994, con la riforma delle pensioni, fermata da forti scioperi, ma poi fatta passare dal successivo governo tecnico Dini nel 1995. Più recentemente la clamorosa inazione di fronte alla durissima riforma pensionistica Fornero del governo Monti nel 2012, per la quale lo stesso ex capo del governo si è congratulato esplicitamente con la Cgil.

La dirigenza della Cgil ha in comune con quelle del sindacalismo di base la volontà di deviare il naturale corso del movimento sindacale, subordinandolo a esigenze politiche antiproletarie, filo-borghesi le prime, opportuniste le seconde. Questo dato di fatto ha certo contribuito a frenare i lavoratori dall’aderire allo sciopero. Ma, nonostante ora sia in carica un governo di destra, Cgil e Uil non hanno avuto remore a indebolire ulteriormente la loro mobilitazione, frammentandola per territori e settori: in luogo di uno sciopero generale, hanno dispiegato uno sciopero nazionale articolato.

Ciò conferma che per il sindacalismo di regime rappresenta un problema non  l’assenza di vita interna del sindacato né la scarsa partecipazione agli scioperi, ma una forte partecipazione ad essi. Quando questa si verificasse accelererebbe la verifica empirica dell’impossibilità per i lavoratori combattivi di servirsi della Cgil come organizzazione per difendere i loro interessi, portandoli a organizzarsi “fuori e contro” i sindacati di regime, come già verificatosi ripetutamente dalla metà degli anni’70 a oggi, con gli alti e i bassi tipici della lotta di classe e quindi di quella sindacale.

Cgil e Uil il 17 novembre hanno chiamato allo sciopero nazionale i lavoratori dei trasporti, del pubblico impiego e della igiene ambientale (netturbini); allo sciopero generale solo i lavoratori del centro Italia.

Poi, nelle settimane successive si è svolto lo sciopero generale: il 20 novembre in Sicilia; il 24 novembre nel Nord Italia; il 27 novembre in Sardegna; il 1° dicembre nel resto del Meridione.

Nonostante tutto ciò le manifestazioni hanno registrato una inversione di tendenza, soprattutto per quanto riguarda la giornata del 17 novembre, con un ritorno alla partecipazione di più larghe masse di lavoratori, dopo che negli ultimi anni le analoghe mobilitazioni della Cgil avevano registrato i numeri più bassi di sempre.

In parte ha aiutato la riuscita delle manifestazioni di Cgil e Uil l’intervento del Ministro dei trasporti Salvini, che con gran rilievo mediatico ha prima minacciato poi precettato lo sciopero del 17 novembre. Dalla base della Cgil, e non solo, questo atto è stato visto – giustamente – come un attacco alla libertà di sciopero. Per alcuni giorni la questione della precettazione ha occupato le prime pagine dei principali quotidiani nazionali, per poi scomparire il giorno dopo lo sciopero del 17 novembre.

Però, quando Salvini ha precettato lo sciopero nazionale degli autoferrotranvieri, proclamato unitariamente dai sindacati di base per il 27 novembre, e per questo rinviato dagli stessi al 15 dicembre, e di nuovo precettato, il segretario generale della Cgil Maurizio Landini non ha speso mezza parola a difesa non diciamo dei sindacati di base, ma della libertà di scioperare.

Su questa questione abbiamo scritto nel numero scorso e ad esso rimandiamo (“La libertà di sciopero e il teatrino dei servitori del regime borghese”).


Lo sciopero nazionale del pubblico impiego dell’Usb

Come scritto sopra, dal 3 agosto l’Usb aveva proclamato per il 17 novembre lo sciopero del pubblico impiego e da settembre aveva stabilito di organizzare una manifestazione nazionale a Roma. Il sopraggiungere della mobilitazione di Cgil e Uil, che per lo stesso giorno proclamavano lo sciopero nazionale del pubblico impiego, dei trasporti e dell’igiene ambientale, nonché lo sciopero generale per il Centro Italia, è venuto a rompere le uova nel paniere alla dirigenza dell’Usb. Questo perché essa è solita dare una eccessiva importanza alla risonanza mediatica delle sue mobilitazioni, una delle ragioni per cui predilige organizzarle separatamente dalle altre organizzazioni sindacali. Lo sciopero di Cgil e Uil veniva a “coprire”, a nascondere mediaticamente quello dell’Usb. La sua dirigenza anche in questo frangente ha dato dimostrazione di non considerare il reale contesto sociale, sindacale e politico, mantenendo inalterato il programma della mobilitazione stabilito mesi prima.

La manifestazione a Roma per lo sciopero del pubblico impiego, considerate le dimensioni organizzative di Usb, è andata abbastanza bene, meglio di analoghe iniziative precedenti, tant’è che, a differenza del passato, dopo aver riempito la piazza a lato di Palazzo Vidoni, dove si è svolta una riuscita assemblea, circa 500 lavoratori hanno sfilato per un breve corteo. Ma poco distante contemporaneamente sfilava il corteo di Cgil e Uil con circa 10 mila partecipanti. Non si tratta di mettere a confronto i meri numeri bensì di evidenziare il mancato tentativo di relazionarsi da parte della dirigenza dell’Usb, non con le dirigenze dei sindacati di regime, ma coi lavoratori che ancora seguono le loro mobilitazioni.

A fronte della situazione venutasi a creare – da un lato con la proclamazione dello sciopero generale disarticolato da parte di Cgil e Uil, per la terza volta consecutiva disertato dalla Cisl, dall’altro con la precettazione del Ministro Salvini – la dirigenza Usb avrebbe dovuto rivedere la programmata mobilitazione. Avrebbe potuto, questa volta cogliendo il contesto adatto – non certo quello del 26 maggio e di tante altre analoghe situazioni – estendere lo sciopero nazionale del pubblico impiego a tutta la classe lavoratrice, cioè proclamare lo sciopero generale. In questo modo, avrebbe creato un bel problema a Cgil e Uil perché avrebbe avuto la possibilità di attirare nello sciopero molti lavoratori del Nord e del Sud Italia, confusi dalla divisione territoriale e settoriale dello sciopero operata dai due sindacati di regime. In secondo luogo, l’Usb avrebbe dovuto organizzare manifestazioni locali, quanto meno regionali, giacché molti iscritti Usb, non potendo recarsi alla manifestazione a Roma, di fronte all’attacco alla libertà di sciopero da parte del governo, hanno partecipato nelle proprie città alle manifestazioni di Cgil e Uil. Infine avrebbero dovuto partecipare alle manifestazioni dei sindacati di regime con un proprio spezzone, per collegarsi nelle piazze e nello sciopero coi lavoratori da essi mobilitati. Invece la dirigenza Usb ha agito come se nulla stesse accadendo, lasciando immutati i piani stabiliti a tavolino, con troppo largo anticipo, a freddo.


La “solidarietà con il popolo palestinese”

Lo stesso giorno, il 17 novembre, oltre a Cgil, Uil e Usb, anche il SI Cobas ha proclamato uno sciopero nazionale di 4 ore per il solo settore privato, diviso dai due – a loro volta separati – di cui abbiamo riferito, e con un diverso obiettivo: esprimere la “solidarietà al popolo palestinese”.

A scanso di equivoci, non si trattava di una manifestazione né di antimilitarismo né di internazionalismo proletari. Da un lato non veniva espressa la benché minima solidarietà ai proletari israeliani, nonché ai molti braccianti immigrati, vittime della incursione delle milizie dei partiti borghesi palestinesi, del 7 ottobre, e della guerra successiva della borghesia israeliana. Dall’altro la dirigenza del SI Cobas afferma che si debba sostenere la lotta per una “Palestina libera dal Giordano al mare”, “senza se e senza ma”, il che significa schierarsi con i controrivoluzionari partiti della borghesia palestinese e avere quale obiettivo uno Stato in cui si unificherebbe l’oppressione e il massacro dei proletari palestinesi ed israeliani.

La distruzione non solo dello Stato borghese d’Israele ma di tutti gli Stati borghesi della regione, non meno ferocemente reazionari, sarà possibile solo con la rivoluzione della classe lavoratrice, per la quale occorre un legame ideale, di organizzazione e di lotta fra proletari d’Israele ed arabi. Una via opposta a quella della guerra fra gli Stati borghesi.

Questa, che appare regionale, in realtà è il prodromo di un conflitto mondiale, data la crisi e gli interessi delle grandi potenze nel quadrante mediorientale. Sostenere la lotta per uno Stato palestinese prima della rivoluzione proletaria nella regione significa, nel contesto attuale, accettare che milioni di proletari siano immolati nella guerra imperialista, cioè nel supremo strumento di conservazione del capitalismo!

Questa posizione della dirigenza del SI Cobas, pur maggioritaria nel sindacato, ha suscitato malumori al suo interno, indebolendolo ulteriormente, anche per le sue conseguenze sul piano pratico: negli ultimi due mesi gran parte delle energie dell’organizzazione sono state spese in mobilitazioni filo-palestinesi, di segno oggettivamente bellicista.

Significativamente, mentre sul piano della lotta di classe economica, cioè sindacale, le dirigenze di Usb e SI Cobas hanno diviso le azioni di lotta, si sono invece ritrovate insieme sulla comune posizione nazionalista che asseconda la marcia del capitalismo verso la guerra imperialista sulla pelle dei lavoratori.


24 novembre: sciopero del sindacalismo di base nell’igiene ambientale

Lo sciopero del 17 novembre di Cgil e Uil, come detto, riguardava a livello nazionale il pubblico impiego, i trasporti e l’igiene ambientale. Solo per le regioni del centro Italia si trattava di uno sciopero generale. L’intervento di Salvini, Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, con l’ordinanza di precettazione del 14 novembre, aveva suscitato un gran clamore mediatico, ma nella sostanza non veniva che a ricalcare quanto già deliberato l’8 novembre dalla Commissione di Garanzia sullo sciopero (CGS). Questa aveva indicato a Cgil e Uil di revocare gli scioperi dei lavoratori del trasporto aereo e dell’igiene ambientale, e di ridurre la durata di quelli del trasporto ferroviario a 8 ore, dei tranvieri e dei vigili del fuoco a 4 ore. La precettazione di Salvini non aveva fatto altro che ridurre di ulteriori 4 ore lo sciopero dei ferrovieri.

Per quanto atteneva allo sciopero dei lavoratori dell’igiene ambientale, la CGS ne aveva chiesto la revoca sulla base del cosiddetto principio della “rarefazione oggettiva”, stabilito dalla legge antisciopero 146 del 1990, la quale prevede possa esservi non più di uno sciopero – al massimo di 24 ore – nell’arco di 10-15 giorni (a seconda dei settori).

Siccome precedentemente alla proclamazione dello sciopero da parte di Cgil e Uil, avvenuta il 27 ottobre, vi era stata per l’igiene ambientale la proclamazione di uno sciopero nazionale per il 24 novembre da parte dei sindacati di base Cobas Lavoro Privato, Cub e Adl Cobas, per questo settore la CGS chiedeva la revoca dallo sciopero del 17 novembre.

Lo sciopero nazionale del sindacalismo di base fra i netturbini è stato convocato ponendo al centro la questione dell’igiene, la salute e la sicurezza sul lavoro. Ciò a seguito di tre incidenti mortali e altri gravi, accaduti nell’ultimo periodo a Frascati, Velletri, Roma, Napoli, Cagliari, Anzio, Santa Marinella, Pordenone, Vicenza, Parma, Rieti. Sono sotto accusa: il cosiddetto “mono-operatore”, cioè il netturbino lasciato solo a operare sul mezzo, che si ritrova a dover scendere e salire fra due e trecento volte per turno, a rischio di infortunarsi con mezzi in cui la manutenzione è molto spesso carente; i turni troppo lunghi e i mancati riposi settimanali; gli appalti con contratti collettivi diversi dai due dell’igiene ambientale (che andrebbero unificati), generalmente usando il ccnl multiservizi; il mancato lavaggio industriale delle tute da lavoro contaminate a carico delle aziende.

A questo coordinamento di sindacati di base non ha per ora preso parte l’Usb, che ha iscritti nel settore, ad esempio a Genova e Vicenza.

A Genova e a Roma, nonostante la delibera della CGS, la Cgil il 17 novembre ha chiamato i netturbini allo sciopero; il 24 l’Usb non ha aderito allo sciopero; invece gli iscritti al SI Cobas sono riusciti a far scioperare per l’intera giornata l’officina manutenzione.

Lo sciopero ha avuto adesioni a seconda della presenza o meno nelle varie città delle organizzazioni sindacali di base che lo hanno promosso. A Firenze, Taranto e in Versilia è andato bene. Ma sul piano nazionale il sindacalismo di base deve crescere, e certamente questa unità d’azione va nella giusta direzione e deve essere estesa alle altre organizzazioni sindacali conflittuali. Per lo sciopero sono stati organizzati presidi a Firenze, Bari, Brindisi, Parma, Monza, Padova, Roma, Pisa.

A Firenze i militanti sindacali del CLA hanno partecipato al presidio, portando un volantino di solidarietà. Alcuni di questi lavoratori hanno iniziato a partecipare alle iniziative del Coordinamento 12 ottobre, promosso da CLA insieme ad altri organismi e militanti sindacali.


Precettazioni e leggi antisciopero

Per lo sciopero generale Cgil-Uil nel Nord Italia del 24 novembre abbiamo scritto e distribuito un volantino, pubblicato in questo numero – “Sulla strada per la rinascita del Sindacato di Classe” – che commentava quanto accaduto con la giornata di sciopero di una settimana prima e dava il nostro indirizzo di lotta. Vi si faceva riferimento allo sciopero nazionale degli autoferrotranvieri proclamato per il 27 novembre unitariamente da tutti i sindacati di base presenti nella categoria: Usb, Cub, Cobas Lavoro Privato, Sgb, Adl Cobas, Al Cobas. Il ministro Salvini aveva già preannunciato di voler ricorrere contro di esso alla precettazione, come poi avvenuto. Si indicava quindi, ai lavoratori in sciopero e alle aree conflittuali in Cgil, di essere coerenti con la proclamata volontà di opporsi all’attacco alla libertà di sciopero manifestatasi contro la mobilitazione di Cgil e Uil del 17 novembre, sostenendo lo sciopero dei sindacati di base del 27.

Di fronte all’ordinanza di precettazione, i sindacati di base hanno reagito dichiarando di rigettarla e spostando lo sciopero al 15 dicembre.Si è chiaramente trattato di un palliativo: il problema veniva solo spostato di venti giorni, durante i quali però lo sciopero avrebbe potuto essere preparato meglio; sono state tenute alcune assemblee.

Il sindacalismo di base negli autoferrotranvieri è diversamente presente in varie città: a Firenze ha uno storico radicamento il Cobas LP, a Venezia l’SGB, a Vicenza e Padova l’ADL Cobas, a Milano la Cub, a Napoli Roma e Bologna l’USB, per fare alcuni esempi. Per un’azione a carattere nazionale, quindi, l’unità d’azione del sindacalismo di base a maggior ragione sarebbe necessaria.

La proclamazione degli scioperi unitari del 27 novembre e poi del 15 dicembre è stata un fatto certamente positivo. Diversi comunicati firmati da tutti i sindacati di base sono stati emessi. Ma si tratta di un’unità d’azione ancora fragile. Nei due scioperi vi sono state proclamazioni separate: quella di Cub, Sgb, Cobas LP, ADL Cobas da un lato; quella dell’Usb dall’altro.

D’altro canto, a settembre Cobas LP, Cub, Sgb e Adl Cobas avevano proclamato uno sciopero nazionale il 18, e l’Usb – da sola – il 29, poi spostato al 10 ottobre e a cui si era unito l’AL Cobas.

Inoltre, Cobas LP, Cub, Sgb e Adl Cobas hanno definito una piattaforma di rinnovo contrattuale fra loro condivisa, alla quale però per ora non aderisce l’Usb.

La divisione è tornata a manifestarsi nel merito di come reagire alla prevedibile nuova precettazione dello sciopero del 15 dicembre. Cobas LP, Cub, Sgb, ADL Cobas e AL Cobas hanno deciso di indicare ai tranvieri di imbastire azioni di protesta come l’esposizione di cartelli e di condurre i mezzi lentamente, rispettando scrupolosamente il codice della strada. Si tratta anche in questo caso di un palliativo, spesso difficilmente applicabile, giacché la conduzione “a lumaca” ricade sul singolo lavoratore isolato, sotto la pressione degli utenti e dell’azienda.

L’Usb invece ha dichiarato che non avrebbe rispettato la precettazione. Questa decisione è stata comunicata già il 3 dicembre dal Coordinatore nazionale confederale di Usb nell’ambito di una riunione in cui era presente il portavoce nazionale dell’area di opposizione in Cgil “Le radici del sindacato”. Ciò andava in direzione di quella collaborazione fra sindacati di base e aree di opposizione in Cgil da noi auspicata, ad esempio nel volantino per lo sciopero del 24 novembre.

Negli autoferrotranvieri è la prima volta che un sindacato prende la posizione di non rispettare una precettazione. Ciò dovrebbe comportare per l’Usb una multa fra i 2 e i 50.000 euro. Non potendo sobbarcarsi le sanzioni di quei lavoratori che eventualmente avessero non rispettato la precettazione, quella di Usb è stata una insubordinazione simbolica. Solo alcuni delegati non hanno rispettato la precettazione.

Il Coordinamento Lavoratori Autoconvocati (CLA) ha redatto un documento rivolto ai lavoratori e ai militanti del sindacalismo di base fra gli autoferrotranvieri – «Scioperi degli autoferrotranvieri: un contributo alla discussione su come opporsi a precettazioni e leggi antisciopero» in cui si è indicato come, pur partendo da forme di disobbedienza simboliche, sia necessario lavorare per creare le condizioni per una opposizione concreta e collettiva alle azioni antisciopero, siano esse precettazioni o delibere della Commissione di Garanzia sullo Sciopero.

Non essendo sostenibile sul piano economico un tale peso a livello nazionale – la multa per ogni lavoratore varia fra i 500 e i mille euro per ogni giornata di sciopero – si potrebbe pensare di concentrarsi, con la opportuna periodicità, di sciopero in sciopero, su una singola città, in cui cercare di violare i precetti e le ordinanze, per dare un esempio ai lavoratori sul territorio nazionale, nella prospettiva di facilitare quel movimento generale, coinvolgente vaste masse di lavoratori nello sciopero, che solo può imporre la revoca d’ogni provvedimento sanzionatorio e delle leggi anti-sciopero.

Lo sciopero del 27 novembre ha avuto un esito variabile di città in città, segno da un lato che la temperatura dello scontro non è ancora sufficiente nella categoria, dall’altro che la riduzione dello sciopero da 24 a 4 ore, per effetto della precettazione, ha avuto il suo effetto, giacché molti lavoratori considerano inutile uno sciopero così breve. Inoltre la categoria è divisa a livello territoriale, coi lavoratori più attenti alle questioni locali, come la contrattazione integrativa, che a quelle nazionali. Questa frammentazione è un frutto di un lavoro contro la classe operaia intrapreso da anni da parte del padronato – pubblico e privato – e dai sindacati di regime. Già nel movimento di scioperi “selvaggi” del dicembre 2002-gennaio 2003, l’ultimo sommovimento a carattere nazionale della categoria (“Disamina e bilancio dello sciopero dei tranvieri”), sindacati di regime e autonomi avevano agito siglando accordi locali per spezzarne la forza. Il sindacalismo di base, già allora, non seppe agire in modo unitario così da offrire una alternativa sufficientemente robusta al sindacalismo di regime e autonomo, tale da mantenere una maggiore unità della categoria a livello nazionale.

Un nuovo sciopero nazionale unitario è stato proclamato dai sindacati di base per il 24 gennaio, ancora però con proclamazioni separate da parte dei due schieramenti in cui è diviso il sindacalismo di base nella categoria: Cobas LP, Cub, Sgb, Adl Cobas da un lato; Usb dall’altro.


I ferrovieri dopo l’incidente di Thurio

Era stato del 30 agosto il massacro di 5 operai a Brandizzo (Torino), addetti alla manutenzione della infrastruttura ferroviaria sulla linea Torino-Milano, travolti da un treno che viaggiava a 160 km orari. L’Usb proclamò subito uno sciopero di 24 ore dal 31 al 1° settembre. Poche ore dopo Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti, Ugl Ferrovieri, Fast Confsal e Orsa Trasporti proclamarono 4 ore di sciopero a fine turno per il 1° settembre. La Commissione di Garanzia per lo Sciopero (CGS) invitò l’Usb a ridurre la durata dello sciopero a 4 ore, sull’esempio di quanto fatto da sindacati di regime e autonomi. L’Usb si rifiutò.

La legislazione antisciopero in Italia (leggi 146 del 1990 e 83 del 2000) è una delle più restrittive d’Europa. Nei trasporti lo sciopero non può durare più di 24 ore e deve essere proclamato con molti giorni di anticipo. C’è però una eccezione: se lo sciopero è proclamato per questioni relative alla sicurezza sul lavoro a seguito di gravi incidenti.

Tre mesi dopo Brandizzo, un nuovo incidente ferroviario è occorso a Thurio (Cosenza): un camion rimasto bloccato nel passaggio a livello è stato travolto da un convoglio ferroviario. Il macchinista è riuscito a buttarsi fuori dal treno in tempo. La capotreno al suo fianco è morta, come l’autista del camion.

Quel passaggio a livello è situato in una curva, sicché il macchinista si accorge solo all’ultimo momento di eventuali ostruzioni. Venti anni fa si era sfiorato un incidente identico, lo racconta il ferroviere allora coinvolto in un comunicato unitario dei sindacati di base.

Questa volta a proclamare prontamente lo sciopero di 24 ore sono stati tutti i sindacati di base presenti in ferrovia: Cub, Usb, Sgb, Cat, dalle 21 del 30 novembre alle 21 del 1° dicembre.

Ancora una volta, poco dopo, è arrivata la proclamazione dello sciopero da parte dei sindacati collaborazionisti – di regime (Cgil, Cisl, Uil, Ugl) e autonomi (Confsal e Orsa) –, ma di sole 8 ore, dalle 9 alle 17 del 30 novembre.

Nuovamente la CGS, non potendo per legge impedire lo sciopero, ha fatto buon viso a cattivo gioco, dichiarando lo sciopero “giusto” ma “chiedendo” ai sindacati di base di far confluire il loro sciopero in quello proclamato dai sindacati collaborazionisti, quindi di ridurlo da 24 a 8 ore. I sindacati di base si sono rifiutati.

In questo caso, diversamente da quello dopo l’incidente di Brandizzo, lo sciopero è andato benissimo, come non si vedeva da molti anni. È stato un sussulto di lotta dei ferrovieri. Evidentemente, se dopo la strage di agosto la reazione è stata quella di restare un po’ attoniti, la vicinanza temporale del nuovo incidente è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Inoltre lo sciopero è durato 35 ore: si è sommato quello di 8 ore dei sindacati collaborazionisti a quello di 24 dei sindacati di base, con le tre ore che li dividevano che non sono state sufficienti per rimettere in moto il sistema ferroviario. Si è osservato anche un certo cambiamento negli umori dei viaggiatori alle stazioni: non pochi hanno mostrato di condividere lo sciopero.

Ci pare importante un dato: lo sciopero è una manifestazione di vita sociale reale, non un freddo atto amministrativo. Per questo, in date circostanze, dev’essere proclamato prontamente. È per questa ragione che le leggi antisciopero lo sottomettono a complesse procedure, di modo che non sia un’azione di lotta che sorge dal basso, ma venga percepito come un atto burocratico deciso dall’alto. Questo offre l’idea di quanto importante sia per il padronato, e per converso dannosa per i lavoratori, la legislazione antisciopero, voluta da Cgil Cisl e Uil proprio per impedire il rafforzamento del sindacalismo conflittuale.

Anche fra i ferrovieri l’azione unitaria del sindacalismo di base è stata un fattore positivo, ha condotto alla definizione di una piattaforma unitaria per il rinnovo del contratto nazionale, al quale aderisce – al contrario di quanto avviene fra gli autoferrotranvieri – anche l’Usb, ma non il CAT. L’11 dicembre si è svolta un’assemblea nazionale unitaria on-line. A questa azione partecipa e collabora anche il Coordinamento Macchinisti Cargo, nato già da due anni fra i macchinisti dei treni merci, che si richiama nei suoi principi fondativi alla necessità dell’unità d’azione dei lavoratori e dei sindacati di base, e che ha costituito con il CLA, con altri organismi sindacali, l’associazione Medicina Democratica e con associazioni dei familiari delle vittime di stragi e disastri sul lavoro un “Coordinamento 12 ottobre” per promuovere campagne e mobilitazioni sul tema della salute sicurezza e repressione sui posti di lavoro e nel territorio, la cui prossima iniziativa sarà il 15 gennaio a Roma, per la Cassazione-bis del processo sulla strage ferroviaria di Viareggio del 29 giugno 2009.


Sciopero dei lavoratori del commercio e del turismo

Per il rinnovo dei contratti collettivi nazionali del commercio e del turismo le federazioni di categoria Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs hanno convocato per il 22 dicembre una giornata di sciopero nazionale.

La Filcams Cgil è divenuta la federazione con più iscritti nel maggior sindacato di regime italiano, fatta eccezione per lo SPI Cgil (Sindacato Pensionati Italiani), che da solo rappresenta circa la metà dei suoi circa 5 milioni di iscritti. Questo però non è una categoria bensì un calderone nel quale ormai decenni fa la dirigenza della Cgil ha deciso di infilare i pensionati, separandoli dai lavoratori attivi delle categorie d’origine, sanzionando così anche sul piano sindacale quanto avviene nell’infame sistema produttivo capitalistico: prima sfruttati nella galera aziendale, poi alienati dal mondo del lavoro e dai propri compagni.

I sindacati di regime organizzano nel settore del commercio i lavoratori della distribuzione, dei servizi, della distribuzione moderna organizzata e delle cooperative; nel settore del turismo i lavoratori degli alberghi, dei pubblici esercizi, della ristorazione collettiva e commerciale, delle agenzie di viaggio, delle aziende termali.

Il contratto del commercio è scaduto da tre anni, quello del turismo addirittura da 5! Lo slogan con cui è stato convocato lo sciopero – “Il contratto ci spetta!” – esprime bene le intenzioni di Cgil Cisl e Uil, pronte a cedere su ciò che interessa ai lavoratori pur di poter siglare un contratto e presentarlo come una vittoria, dopo anni di contratti scaduti. Sul piano salariale la rivendicazione è quella di aumenti definiti secondo l’indice IPCA, che è a tutti noto essere inferiore a quello dell’inflazione reale, dato che è “depurato” dai prezzi dei beni energetici importati, che hanno avuto una forte incidenza nel determinare i tassi d’inflazione negli ultimi anni. Ma le associazioni padronali nemmeno accettano aumenti pari all’IPCA, sicché i lavoratori possono aspettarsene di ancora inferiori.

Da sottolineare in questo sciopero il comportamento del sindacalismo di base. L’orientamento prevalente è sempre stato di non partecipare agli scioperi promossi dai sindacati di regime e di proclamarne altri in altre date. Questa condotta è da sempre criticata e combattuta dal nostro Partito: in linea generale gli scioperi vanno sempre sostenuti e rafforzati. Il miglior modo per combattere il sindacalismo di regime non è indebolire gli scioperi da esso promossi bensì radicalizzarli perché ne perdano il controllo. Il sindacalismo conflittuale dovrebbe sempre mantenere la pratica dell’unità d’azione dei lavoratori nella lotta e intervenire negli scioperi e nelle manifestazioni promosse da Cgil Cisl e Uil senza rompere con i lavoratori che ancora seguono le indicazioni di questi sindacati collaborazionisti.

Lo sciopero dei lavoratori del commercio e del turismo del 22 dicembre ha registrato una pur parziale ma positiva inversione di rotta rispetto a questa condotta. L’Usb non ha partecipato allo sciopero, proclamando invece fin dal 20 novembre uno sciopero nazionale nel commercio e nella grande distribuzione dalle ore 17 a fine turno il 24 e il 31 dicembre, con lo slogan: “Riprendiamoci il nostro tempo!”. Invece sia i Cobas Commercio e Turismo sia la Flaica CUB hanno chiamato i loro iscritti nei settori allo sciopero.

Le rivendicazioni dei due sindacati di base sono però ben più radicali di quelle dei sindacati di regime: aumenti salariali superiori all’indice IPCA; riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario; abolizione degli appalti e assunzione diretta dei lavoratori; part-time mai inferiori alle 24 ore. Queste rivendicazioni classiste sono state agitate in presidi dinanzi ad alcuni posti di lavoro, invece che nei cortei organizzati da Cgil Cisl e Uil a Milano, Roma e Napoli, dove forse vi sarebbe stata possibilità di propagandarle fra un numero maggiore di lavoratori, ammesso che non si sia trattato di manifestazioni composte soprattutto da funzionari e delegati fedeli. Ad ogni modo si è trattato di un buon esempio per tutto il sindacalismo di base.


Vittoria delle cameriere all’Hotel Savoia di Genova

All’hotel Savoia di Genova, uno dei pochi alberghi 5 stelle della città, a novembre vi era stato un cambio di appalto per le pulizie delle circa 150 camere e per il facchinaggio. È subentrata una nuova società, la Zenith Spa, con oltre 1.200 dipendenti sul territorio nazionale, che opera per clienti come la catena alberghiera NH, Trenitalia, ATAC, INPS.

Nel cambio di appalto hanno perso il lavoro due facchini e una cameriera. Alle altre cameriere, tutte con contratto part-time, è stato ridotto l’orario di lavoro e quindi, proporzionalmente, il salario. Gli orari di inizio e fine turno sono diventati così irregolari da rendere molto difficile per le lavoratrici avere un altro lavoro part-time, per cercare di racimolare un salario sufficiente per campare. Le cameriere sono state chiamate dall’azienda una domenica per firmare il contratto individuale in cui era imposta loro anche la possibilità di essere spostate su altri appalti. Allora le lavoratrici sono state colte alla sprovvista e non sono state capaci di reagire.

Ciò che ha fatto scattare lo sciopero è stata la decisione di ridurre il minutaggio, cioè i tempi a disposizione per pulire le camere, da 30 a 20 minuti per la grande maggioranza delle stanze; da 45 a 30 minuti per le poche più grandi.

La maggioranza delle lavoratrici erano precedentemente iscritte alla Uil. Da poco erano passate in maggioranza all’Usb. Una minoranza è restata iscritta a Uil e Cgil. Di fronte a questi peggioramenti nelle condizioni di lavoro, l’Usb ha proclamato 3 giorni di sciopero dal 29 al 31 dicembre. Per tre giorni le cameriere si sono schierate all’ingresso dell’hotel di lusso, con striscioni, trombe, cartelli e cantando slogan di lotta. Comprese una italiana erano di 5 differenti paesi e tre diversi continenti: uno spaccato della natura internazionale della classe lavoratrice. Al picchetto hanno partecipato anche i facchini licenziati e oltre a questi altri militanti del sindacato e solidali, fra cui i nostri compagni.

Trovandosi l’albergo in pieno centro, a fianco della stazione ferroviaria di Principe, il rumoroso picchetto ha riscosso la curiosità di molti dei passanti, non pochi dei quali hanno manifestato solidarietà. Al terzo giorno di sciopero l’azienda ha fatto una proposta: 25 minuti per le stanze normali, 28 per quelle grandi. Le cameriere l’hanno rigettata senza tentennamenti e hanno deciso di proseguire a oltranza. Il primo dell’anno quindi lo sciopero è proseguito, pur senza picchetto. Il 2, mentre le lavoratrici si stavano preparando a ripristinare striscioni e cartelli davanti l’ingresso, l’azienda ha comunicato la revoca della diminuzione del minutaggio, riportandolo a com’era in precedenza. Inoltre è stato fissato un incontro con l’Usb per il 24 gennaio. Una netta vittoria, festeggiata dalle lavoratrici.

Lo sciopero ha avuto un’adesione di circa il 90% delle cameriere. Solo in 3 hanno lavorato. L’azienda nel frattempo ne ha assunte 4 nuove, che però non erano veloci a pulire come le lavoratrici esperte, alcune da oltre 12 anni operative nella struttura. Anche due capetti si sono messi a pulire le stanze. Fra crumire, neoassunte e capi erano una decina a pulire circa 150 stanze, in giorni in cui l’hotel era pieno. Alla fine hanno ceduto.

Nelle quattro giornate di sciopero non si è vista l’ombra di un rappresentante né della Uil né della Cgil. L’unità e la determinazione di queste lavoratrici è stata davvero esemplare. Una bella boccata d’aria fresca in tempi di passività e servilismo. Una piccola conferma del fatto che quando le donne proletarie scendono in lotta sanno dare un contributo determinante e anche superiore a quello dei loro compagni maschi.

Lo sciopero è un nuovo successo per il sindacalismo di base a Genova. Anche il SI Cobas ha iscritti in altri alberghi in cui opera la Zenith. C’è da augurarsi che in futuro i due sindacati di base – Usb e SI Cobas – collaborino, nella prospettiva di uno sciopero che coinvolga più strutture alberghiere contemporaneamente.