Интернациональная Коммунистическая Партия

Comunismo 31

Il fallimento delle rivoluzioni nazionali nel Corno d’Africa: Etiopia, Eritrea, Somalia

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Il nostro metodo di lavoro cerca di inquadrare gli avvenimenti che si susseguono sulla scena mondiale nell’ambito di quelle enunciazioni teoriche e programmatiche che rappresentano la sintesi dell’analisi materialista della storia, frutto di un lavoro di partito che abbraccia l’intero arco storico della specie. Alla luce di queste considerazioni generali, è noto il metro di valutazione del partito marxista per analizzare guerre e rivoluzioni nella fase imperialista.

La nostra corrente da tempo, in perfetta coerenza con Lenin e la rivoluzione bolscevica, ha suddiviso questo processo storico per aree geografiche e in tre fasi.

«La serie dei tre periodi si pone così: appoggio alle insurrezioni nazionali nelle metropoli, fino al 1870. Lotte insurrezionali di classe, 1871-1917, una sola vittoria, in Russia. Lotta di classe nelle metropoli e insurrezioni nazional-proletarie nelle colonie con la Russia rivoluzionaria al centro, in un’unica strategia mondiale che si fermi solo al rovesciamento ovunque del potere capitalista, al tempo di Lenin».

È superfluo sottolineare che 70 anni di controrivoluzione hanno causato un pauroso rinculo del proletariato occidentale e conseguentemente un freno alle rivoluzioni antifeudali dei popoli colorati. Ciò non toglie che in questo arco storico tali paesi abbiano intrapreso, o quanto meno tentato, una battaglia in funzione antimperialista genuina. Il fallimento di questi sforzi va ricercato nel ruolo controrivoluzionario svolto dall’imperialismo, nonché nella debolezza del proletariato occidentale.

Il giudizio che diamo a questi avvenimenti deve presupporre un’analisi geostorica dei paesi considerati, in questo caso il Corno d’Africa.

La storia del Corno d’Africa nel corso di questo secolo è stata strettamente legata all’imperialismo straccione italiano. A conferma di ciò riportiamo questo significativo dato, di provenienza USA: nel 1974 gli investimenti stranieri in Etiopia ammontavano a circa 300 milioni di dollari di cui 2/3 italiani.

ETIOPIA

In Etiopia la caduta e la successiva fuga di Menghistu dimostrano ancora una volta quanto travagliata e precaria possa dimostrarsi una rivoluzione democratico-borghese in una area geografica, l’Africa, da sempre terra di conquista delle fameliche metropoli industrializzate.

Fragilità data dalla incapacità della borghesia nazionale, nata già reazionaria, a sciogliere i nodi cruciali, intrinsecamente legati fra loro, della questione agraria e nazionale. Certo che analizzare avvenimenti di tale portata e complessità estrapolandoli dal contesto generale degli equilibri strategici mondiali, e quindi della funzione controrivoluzionaria dell’imperialismo, ha dell’accademico e non appartiene certo al nostro metodo dialettico. Ciò che ci preme essenzialmente è individuare, al di là di fraseologie falsamente di sinistra, i caratteri salienti di una rivoluzione che a suo tempo definimmo “dall’alto”, condotta da una borghesia compromessa con l’imperialismo e le vecchie classi fondiarie, rappresentanti il vecchio regime, determinata solo in una direzione: escludere dalla scena e reprimere i moti delle classi diseredate.

Il precipitare degli eventi in Etiopia non rappresenta altro che la disfatta sul piano militare di una situazione deterioratasi precedentemente e che affonda le radici nelle disperate condizioni economiche in cui versa il paese, che con un reddito pro-capite di 120 dollari annui lo colloca in testa alla classifica dei paesi più poveri del mondo; se a ciò si aggiunge il drastico ridimensionamento negli ultimi due anni degli aiuti “fraterni” inviati dall’Urss, che ammontavano a circa 750.000 dollari, lo storno del 50% del PNL alle spese militari, il flagello della carestia del 1983 costata oltre un milione di morti, e quella attuale che si preannuncia ancora più grave, si evince facilmente come la situazione sia ormai insostenibile per il Derg.

Bisogna sottolineare come il vuoto lasciato dalla potenza imperiale sovietica sia stato colmato immediatamente dall’altro ancor più agguerrito imperialismo: gli USA.

Sintomatico di questa debolezza è il fatto che il Derg avesse dato nella primavera di quest’anno la disponibilità a partecipare alle trattative di Londra insieme ai vari fronti che da tempo lottavano contro il regime militare, la cui repressione gli era costata in 15 anni il dissanguamento della già precaria economia. Non è un caso però che questo negoziato avesse inizialmente come padre putativo Carter.

Nei fatti questa iniziativa è stata superata dallaescalation militare dell’EPDRF in Etiopia e dell’EPLF in Eritrea, con la fuga avvenuta il 21 maggio del col. Menghistu (aiutata dagli americani) e la nomina a nuovo capo di Stato del gen. Kidane. Con questa mossa si è tentato di ridare verginità ad una amministrazione ormai non più credibile sia a livello interno sia internazionale; è certo che i due suddetti Fronti hanno potuto cogliere una vittoria grazie agli aiuti forniti dagli USA.

Il susseguirsi degli avvenimenti non ha fatto altro che confermare questa tesi.

Dalla fuga di Menghistu il 21 maggio alla presa di Asmara del 24, e di Assab (unico accesso al mare per Addis Abeba) del 26 da parte del EPLF e la caduta della capitale etiopica avvenuta il 29 da parte dell’EPDRF sono intercorsi pochi giorni durante i quali le consultazioni fra le varie forze in campo e gli appelli alla moderazione, soprattutto da parte americana, si sono sprecati. Non è casuale che immediatamente dopo la caduta di Addis Abeba si siano verificate in Etiopia numerose manifestazioni antiamericane organizzate fondamentalmente da gruppi amhara, da sempre etnia dominante in Etiopia prima e con Menghistu, che si vedevano quindi scalzare dalla loro posizione dominante.

Dal Corriere della Sera: «La violenta manifestazione antiamericana di mercoledì scorso di Addis Abeba minaccia di essere preludio di uno scontro ben più gravido di conseguenze fra i 4 gruppi etnici etiopici: gli Amhara, gli Eritrei, i Tigrini e gli Oromo. Gli Ahamara rimproverano gli Stati Uniti di avere facilitato il successo dei ribelli contro Menghistu, a loro volta gli Oromo gli rimproverano di aver consentito ai Tigrini di entrare per primi nella capitale e di controllarne il governo. Sempre gli Amhara non vogliono essere governati dai Tigrini mentre gli Oromo rivendicano a sé il diritto di governare il paese come etnia di maggioranza».

È indubbio che la situazione in Etiopia in questa fase è aperta a svariate soluzioni ma è sintomatico che il Fronte salito al potere sia rinculato rispetto alle posizioni originali e ripiegato su soluzioni democratoidi quali libere elezioni, referendum, ecc. Ciò che preme soprattutto all’imperialismo è evitare lo spettro della balcanizzazione di questa area geografica.

Come è potuto accadere che sia crollato l’esercito meglio armato dell’Africa Nera, forte del generoso apporto dell’imperialismo russo, finché c’è stato? La risposta per noi materialisti sta nel fallimento della riforma agraria e nella mancata soluzione della questione nazionale, che in una tale area geografica è di fondamentale importanza. La presenza russa prima e americana dopo non hanno fatto altro che acuire queste contraddizioni: per ambedue gli imperialismi egemonizzare questa zona significa controllare le rotte del petrolio e avere una base stabile a ridosso dell’Oceano Indiano.

Questa regione dell’Africa è stata l’unica del continente a conservare la propria indipendenza rispetto al colonialismo europeo. L’esperienza Eritrea e della dominazione italiana meritano una trattazione a sé, di questo paese da 30 anni in lotta per la propria indipendenza, avendo un presupposto storico che la giustifica.

I gruppi etnici principali dell’Etiopia sono: gli Amhara, un quarto della popolazione, dominatori dell’impero fin dai tempi di Menelik, la cui lingua è quella ufficiale e che sono tradizionalmente dediti all’uso delle armi. Solo ad essi erano riservati i posti della gerarchia militare ed erano inoltre i notabili, i capi della polizia e i proprietari delle terre. I Tigrini, 12% della popolazione, situati a nord e comprendenti gli Eritrei; i Dancala situati intorno a Gibuti; i Somali dell’Ogaden e gli Oromo che comprendono varie popolazioni di origine e tradizione diverse, rappresentanti la massa dei contadini poveri e senza terra sottomessi ai proprietari Amhara.

Questa frammentazione, che ha determinato una incessante lotta contro il regime feudale, anche il Derg non è riuscito a superarla poiché ha perpetuato la politica imperiale della grande Etiopia già perseguita accanitamente da Hailè Selassiè.

Come già abbiamo ribadito in un articolo del 1977 apparso sul nostro giornale, la questione nazionale è la chiave di volta per comprendere i caratteri salienti di una rivoluzione. Già Trotski nella “Storia della rivoluzione russa” pose questo problema.

«A 70 milioni di Grandi Russi che costituivano la massa fondamentale del paese si aggiunsero gradualmente 90 milioni di “allogeni” suddivisi nettamente in tre gruppi: gli occidentali, superiori ai Grandi Russi come cultura, e gli orientali ad un livello inferiore (…) Il gran numero di nazionalità prive di diritti e la gravità della loro situazione facevano sì che nella Russia zarista il problema nazionale acquistasse una forza esplosiva enorme». «Se negli Stati nazionalmente omogenei la rivoluzione borghese sviluppava poderose tendenze centripete; sotto il segno di una lotta contro il particolarismo come in Francia, oppure contro il frazionamento nazionale come in Italia e in Germania, negli Stati eterogenei come la Turchia, la Russia, l’Austria Ungheria, la rivoluzione borghese in ritardo scatenava invece le forze centrifughe. Benché in termini meccanici questi processi sembrano contrapporsi, la loro funzione storica è la stessa nella misura in cui, in entrambi i casi, si tratta di servirsi della unità nazionale come di un serbatoio economico essenziale: per questo bisognava realizzare l’unità della Germania e bisognava invece smembrare l’Austria-Ungheria».

Da questa illuminante considerazione di Trotski si può dedurre che lo Stato etiopico, che si presenta come plurinazionale in cui una nazionalità domina sulle altre, o addirittura nel caso dell’Eritrea una nazione a sé venga sottomessa con la forza dello Stato, è più simile al caso dell’Austria-Ungheria e della Russia che non a quella della Francia e dell’Italia.

Come abbiamo visto già i bolscevichi dovettero affrontare il problema delle nazionalità, irrisolto dal governo borghese scaturito dalla rivoluzione di febbraio, che non faceva altro che perpetrare la vecchia politica di oppressione zarista. Lenin nelle sue Tesi di Aprile diede un saggio di dialettica marxista a questo proposito.

«Nella questione nazionale il partito proletario deve insistere soprattutto sulla proclamazione e sulla realizzazione immediata della piena libertà di separazione dalla Russia di tutte le nazioni e di tutte le nazionalità oppresse dallo zarismo, forzatamente unite o forzatamente mantenute nei confini dello Stato, cioè annesse. Tutte le dichiarazioni, i proclami e i manifesti sulla rinuncia dell’annessione che non implicano la libertà effettiva alla separazione, si riducono ad un borghese inganno del popolo o a pii desideri piccolo borghesi. Il Partito proletario tende alla creazione di uno Stato quanto più possibile vasto, perché ciò è nell’interesse dei lavoratori; esso tende all’avvicinamento e poi alla fusione delle nazioni, ma vuole raggiungere questo scopo non con la violenza ma esclusivamente con la unione libera e fraterna delle masse degli operai e dei lavoratori di tutte le nazioni. Quanto più la Repubblica Russa si organizzerà in Repubblica dei Soviet e dei deputati operai e dei contadini, tanto più potente sarà la forza di attrazione che porterà volontariamente le masse lavoratrici di tutte le Nazioni verso una tale Repubblica».

Tutto questo contraddice la politica dispotica perseguita dal Derg. Anzi, rispetto al vecchio regime imperiale di Hailè Selassiè, vi è stata una escalation sul piano militare che ha fatto regredire di parecchi anni la guerriglia in Eritrea; infatti prima del 1975 il EPLF aveva di fatto conquistato il 90% del territorio. La politica di assoggettamento del Derg si è notevolmente radicalizzata all’interno dell’Etiopia tanto da arrivare ad avere una struttura militare elefantiaca per risolvere un problema che il “sedicente marxista” Menghistu avrebbe dovuto risolvere concedendo l’immediata indipendenza a questa nazionalità, come già fecero in nome dell’internazionalismo i bolscevichi nel 1917:

«Noi Russi dobbiamo sottolineare la libertà di separarsi mentre in Polonia si deve insistere sulla libertà di unirsi» (Lenin).

Per una rivoluzione borghese è giusto esigere la autonomia nazionale, più difficile concederla ad altri. La questione Eritrea è stata per il Derg il banco di prova più importante sulla questione delle nazionalità. La formazione di Stati nazionali indipendenti crea le condizioni per un migliore sviluppo del capitalismo quindi della lotta di classe, il perdurare dell’oppressione nazionale invece blocca questo processo e favorisce il perpetuarsi del collaborazionismo di classe.

In questo Paese l’agricoltura fino al 1974 garantiva il 95% delle esportazioni e il suo prodotto incideva su quello nazionale lordo nella misura del 70% e assorbiva il lavoro dell’85-90% della popolazione: quindi la questione agraria riveste un’importanza fondamentale. La non soluzione di questo problema, come già avvenuto in altri Paesi del terzo mondo, rappresenta il fallimento della rivoluzione democratico borghese.

Le forme di proprietà e distribuzione della terra in epoca imperiale erano prevalentemente due, entrambe arretratissime. A sud dominava il gult, caratterizzato da rapporti feudali di produzione: la proprietà giuridica della terra apparteneva ai cristiani Amhara (la Chiesa ne deteneva da sola il 30%) che l’avevano strappata agli Oromo, nomadi sedentarizzati. A nord il sistema detto rist consisteva nella ripartizione periodica delle terre, che appartenevano al villaggio, fra le famiglie contadine. In entrambi i casi i contadini dovevano rimettere il 75% della produzione alla vecchia aristocrazia e allo Stato.

La produzione manifatturiera rappresentava solo il 5% del PNL e di conseguenza la classe operaia era di gran lunga minoritaria, stimata in circa 150.000 operai industriali. Dal 1965 l’agricoltura meccanizzata e a conduzione capitalista cominciò a fare la sua apparizione nella valle del Rift, nel distretto Cilale e nella provincia di Caffa, dove alcune piantagioni di caffè furono trasformate in aziende moderne. Nel 1975 al momento della nazionalizzazione delle terre solo 750.000 ettari erano a conduzione capitalista e rappresentavano una percentuale assai bassa rispetto ai sistemi gult e rist.

In un Paese in cui la quasi totalità della popolazione attiva è data da contadini e nel quale i salariati, compresi quelli agricoli, non superano le 350.000 unità una rivoluzione democratico borghese perché sia radicale deve necessariamente partire dal basso e, come già in tutte le rivoluzioni borghesi, il proletariato, e in questo caso le masse plebee, pur alleandosi temporaneamente alla borghesia nazionale, debbono costituirsi in classe autonoma; diversamente una rivoluzione borghese calata dall’alto non può risolvere radicalmente le contraddizioni preesistenti.

Già prima dell’avvento del Derg il vecchio sistema imperiale, sotto la spinta di manifestazioni popolari, tentò di ridurre l’imponibile del contadino dal 75 al 50% ma questa misura venne bocciata dall’aristocrazia terriera.

Questo vecchio cadente sistema doveva pertanto crollare perché antistorico. La borghesia per divenire classe dominante doveva abbattere necessariamente l’assolutismo. Tale necessità storica era tanto più impellente poiché di fronte al susseguirsi di manifestazioni spontanee la borghesia doveva battere sul tempo una rivoluzione condotta dalle masse plebee. In questo contesto era logica conseguenza che fosse l’esercito lo strumento di questo processo in quanto unica forza organizzata. Contemporaneamente era necessario darsi una legittimazione politica che lo dichiarasse rappresentativo di tale rivolgimento.

Nulla di strano che, via via che la rivoluzione si radicalizzava, si accentuassero i richiami a terminologie socialisteggianti di matrici stalinista. Scrivemmo in “Il Programma Comunista”, n. 5/1958:

«Un aspetto importante della rivoluzione afro-asiatica è dato dal fatto che i capi dei nuovi Stati nazionali borghesi adoperano concetti e linguaggi che non possono certo assimilarsi a quelli usati a suo tempo dai Cromwell e dai Robespierre. Pur essendo rappresentanti di rivolgimenti borghesi, i Nehru, i Sukarno, i Nasser [e… i Menghistu] usano fraseologie che il proletariato rivoluzionario d’Europa già vide fiorire sulle bocche dei capi del socialismo riformista. Ciò non avvenne a caso.

Due sono le cause fondamentali del fenomeno: 1) L’epoca in cui sono scoppiate le rivoluzioni anticoloniali; 2) la formazione intellettuale delle correnti politiche sorte a lottare contro l’imperialismo colonialista. Per essere venute a cadere nell’epoca dell’imperialismo, in cui la borghesia nazionale tende a rinnegare le sue ideologie di classe a scopo di mimetizzazione sociale e a servirsi di risultati cui sono pervenute le recentissime scuole economiche, le rivoluzioni borghesi afro-asiatiche non potevano che ispirarsi ideologicamente a tali temi».

La borghesia, in un paese divorato dalla crisi economica, ha dovuto agire per prevenire una rivoluzione ben più radicale che sarebbe partita dal basso, il cui motore non sarebbero state le mezze classi ma le masse plebee delle campagne e il proletariato delle città. Questo spiega la contraddizione tra una riforma che nelle sue enunciazioni poteva apparire radicale dati i presupposti, e la sua applicazione reale nella pratica.

Il Derg emana nel marzo del 1975 la riforma agraria, a parole radicale ma mai concretamente applicata, dopo aver preceduto agli inizi dello stesso anno alla nazionalizzazione delle banche, delle assicurazioni e delle poche industrie presenti di proprietà prevalentemente straniera. Nelle città si è tentato, con gravi contrasti all’interno dello schieramento borghese, di introdurre una riforma fondiaria urbana che avrebbe dovuto abolire la proprietà privata degli immobili. Era importante per la borghesia abolire il vecchio privilegio feudale e a tale scopo miravano le misure di carattere economico intraprese, ma è certo che nei suoi sogni ciò doveva avvenire con gradualità evitando da una parte di scatenare forze che le sarebbero risultate incontrollabili e dall’altra di risparmiare il più possibile la proprietà di carattere borghese. Ciò spiega la feroce lotta sorta all’interno del Derg nei primi anni della conquista del potere e l’accentuarsi a richiami teorici e parole d’ordine vagamente socialiste via via che la situazione si radicalizzava.

Indubbiamente smantellare uno Stato autocratico che fonda le proprie radici in un modo di produzione arcaico è impresa titanica e il superamento del “vuoto” fra una economia feudale a quella socialista può determinarsi solo se si è avuta una rivoluzione proletaria vittoriosa nelle metropoli industrializzate. Diversamente è inevitabile che si diventi preda, ancor più in questo contesto geografico, dell’ingordigia dell’imperialismo, nel caso sovietico.

Per rendere attuabili concretamente queste riforme in Etiopia si è tentato di creare una struttura di base che fungesse da collegamento fra il centro e l’immenso territorio. Furono istituiti i Kebelè che altro non erano che comitati di quartiere nelle città che dovevano rappresentare l’ossatura della nuova struttura sociale. Ma in un Paese in cui non vi è stata una rivoluzione popolare e nel quale il tasso di analfabetismo era del 95% ineluttabilmente questi organismi venivano ad essere composti da piccola-media borghesia e vecchi burocrati del passato regime tanto da divenire in realtà gli esattori della rendita fondiaria urbana che era stato solo ridotta percentualmente rispetto al passato.

La riforma agraria alla sua proclamazione conteneva caratteri di radicalità, essa infatti prevedeva la nazionalizzazione delle terre; l’articolo 4 prevedeva l’assegnazione, senza distinzione di sesso, di terra sufficiente al mantenimento di una famiglia e che tale assegnazione avvenisse direttamente dal Ministero.

Già Lenin chiarì nel suo “Programma agrario della socialdemocrazia” il compito che la rivoluzione doveva porsi per superare forme di produzione pre-capitalistiche:

«Le condizioni nelle quali i contadini possono trasformare i vecchi rapporti di proprietà fondiaria secondo un criterio nuovo, capitalistico: questa linea contadina è la spartizione della terra dei grandi proprietari fondiari e il loro passaggio in proprietà alla popolazione contadina».

Certo per creare una classe di contadini liberi accumulatori di capitale nelle campagne è necessario procedere alla nazionalizzazione della terra, ma è ancora più necessario che questo atto formale, pur se ancora di carattere borghese, non rimanga sulla carta ma trovi applicazione pratica, cosa che non è avvenuta assolutamente in Etiopia. Là dove si sono verificati tentativi di esproprio di terre l’esercito è intervenuto in difesa dei proprietari contro i contadini. In taluni casi al Sud si è tentato di creare fattorie statali con l’apporto di capitali stranieri (questa è la ragione per cui venne trasferita popolazione da Nord a Sud, oltre a quella di togliere una base sociale alla guerra che lacerava quelle regioni) ma tale iniziativa è abortita poiché i capitali necessari erano superiori a quelli a disposizione di un’azienda privata. Inoltre l’imperialismo, come nel resto del continente, impone l’uso della monocoltura (the e caffè) che ha il difetto, oltre a quello di non sfamare la popolazione, di impoverire e inaridire il terreno.

La riforma non ha trovato applicazione reale. A tale fallimento ha concorso anche la massiccia campagna di reclutamento di popolazione contadina nelle file dell’esercito per rafforzare la struttura militare e per sradicare la base sociale della riforma.

La borghesia salita al potere diviene lo spietato aguzzino del proletariato. Contemporaneamente nelle città aumenta la repressione degli scioperi e di qualunque manifestazione spontanea. Proclami quali “salari minimi garantiti e una casa a tutti i lavoratori” sono risultati vuote affermazioni e l’unica misura reale applicata è stata la messa fuori legge delle organizzazioni sindacali non di regime e la diminuzione dei salari rispetto all’aumento dei prezzi.

Era naturale che alla luce di un disfacimento di queste proporzioni si determinasse una situazione di ingovernabilità e che quindi le disattese misure economiche portassero alla formazione di organizzazioni antagoniste al Derg. Oltre al EPLF in Eritrea, la più importante è il EPDRF in Etiopia, essenzialmente formato da Tigrini i quali rappresentano la terza etnia in ordine numerico ma la seconda dopo gli Amhara come peso sociale.

I Tigrini si sono posti alla testa di movimenti insurrezionali che dopo circa un decennio di guerriglia sono diventati i detentori del potere centrale. Fino alla conquista di Addis Abeba questo fronte attaccava da sinistra il Derg. Ma oggi, con il beneplacito americano, pare abbiano fatto marcia indietro. Le ragioni di tali metamorfosi e le cause del crollo dello Stato vanno ricercate nell’economia. In un Paese come l’Etiopia dove la carestia assume periodicamente proporzioni bibliche (si calcola che l’attuale determinerà una riduzione alimentare del 90% in Eritrea e del 50% nel Tigrai) e dove per il periodo 1965-88 vi è stato un decremento del PNL di circa l’1% e dove la netta separazione fra città e campagna si è maggiormente acuita (Le Monde), la conservazione dello status quo era impensabile. Sempre più si assisterà, qui come nel resto dell’Africa, a fermenti sociali che dilanieranno intero il continente. Mai nessun modo di produzione ha ammassato tante ricchezze ad un polo e infame miseria all’altro.

Come si è visto la stessa rivoluzione borghese in queste aree è incapace di giungere a compimento, castrata dal peso controrivoluzionario dell’imperialismo. La soluzione a questa degradata condizione la può dare solo il proletariato mondiale, solo la rivoluzione proletaria che imbracci la bandiera dell’internazionalismo può permettere l’emancipazione di questi popoli.

ERITREA

L’Eritrea situata a nord dell’Etiopia su una superficie di 121.320 kmq., è stata suddivisa dal colonialismo in 8 regioni: Barka, Sahel, Senhit, Semhar, Hamascen, Serae, Akele-Guzai, Dancalia. L’Eritrea per la sua collocazione geografica riveste strategicamente un ruolo importante in quest’area, disponendo di circa 1.000 chilometri di coste e di due porti, Assab e Massaua, importanti per le rotte commerciali tra Mediterraneo e Oceano Indiano. La popolazione è suddivisa in nove etnie, i principali gruppi sono: il Tigrigno, il più numeroso, stanziato sull’altopiano attorno alla capitale Asmara, dedicato prevalentemente all’agricoltura; il Tigrè al nord che vive prevalentemente di pastorizia ed è nomade o seminomade; Afar o Basa, pastori seminomadi che vivono in Dancalia, sul Mar Rosso; Bilen, agricoltori situati intorno alla città di Keren.

Solo il Tigrigno e il Tigrè sono lingue con alfabeto, tutte le altre ne sono prive. È evidente che solo questo aspetto la dice lunga sulle condizioni di sviluppo di questa regione (condizioni per altro simili a gran parte dell’Africa). Per dirla con Lenin: «La lingua è il mezzo più importante per le relazioni tra gli uomini; l’unità della lingua ed il suo libero sviluppo costituiscono una delle condizioni più importanti per una circolazione delle merci veramente libera e vasta che corrisponda al capitalismo moderno, per un raggruppamento – libero e vasto – della popolazione in classi diverse, ed è infine la condizione per lo stretto collegamento del mercato con ogni padrone e piccolo padrone, con ogni venditore e compratore».

Lo stato di arretratezza dell’Eritrea, per quanto inferiore a buona parte dell’Etiopia, è dato dalla scarsità di industrie, praticamente concentrate solo intorno ad Asmara, mentre la quasi totalità della popolazione è occupata nell’agricoltura i cui principali prodotti sono dati dai cereali (orzo, miglio, sorgo, thaf e grano), dal caffè, dal tabacco, dal cotone e dai legumi. Anche qui prima dell’avvento del Derg la terra era suddivisa secondo il sistema gult e rist anche se, più che in Etiopia, era di un certo rilievo la proprietà straniera, conseguenza del colonialismo.

Un altro aspetto che ha influito notevolmente nella lotta all’indipendenza è quello religioso: gli Eritrei sono suddivisi fondamentalmente in cristiani (45%) e mussulmani (45%).

Quali i presupposti storici dell’irredentismo eritreo? Nel 1557 i turchi occuparono Massaua e la controllarono fino al 1800, quando subentrarono gli egiziani. L’apertura del canale di Suez nel 1869 risveglia l’interesse strategico dell’occidente. Nel 1869 la Società Rubattino di Genova acquista Assab, preludio all’occupazione di Massaua nel 1885. Nel 1889 venne sottoscritto il trattato di Uccialli con Menelik II imperatore d’Etiopia; tale trattato prevedeva che i territori occupati venissero proclamati colonie dell’Eritrea. Per la prima volta i vari regni della regione, compresa la Dancalia, formarono una unica entità.

Nel 1896 il colonialismo italiano subì una bruciante sconfitta ad Adua e fu pertanto costretto a ritirarsi entro l’Eritrea. Gli invasori incontrarono una decisa resistenza nell’insediamento sia a causa della fiera opposizione della popolazione locale, sia a causa della carenza di infrastrutture. Il fascismo tentò di superare questa mancanza potenziando il porto di Massaua e costruendo la ferrovia Massaua-Asmara-Keren-Agordat. Introdusse quindi le prime industrie leggere determinando conseguentemente un calo della popolazione contadina dal 98 al 80%. Ovviamente tale investimento non va considerato come un’opera filantropica nei confronti di un Paese povero. Come abbiamo sempre affermato noi marxisti la fase imperialista è caratterizzata dalla necessità di esportare capitali che non trovano possibilità di conseguire profitto nelle metropoli.

Nel 1935 fu cacciato Hailè Selassiè. Nel 1941 a Keren gli italiani vennero sconfitti dagli inglesi. Nel 1950 l’ONU dichiarò l’Eritrea Stato autonomo federato all’Etiopia. La pressione dell’impero etiopico si fece sempre più forte fino a determinare nel 1958 uno sciopero generale che causò parecchie vittime. La prima azione guerrigliera si ebbe nel 1961. Nel 1962 l’Etiopia annesse tout-court l’Eritrea. Non è un caso che in questo periodo (1961) venga fondato, da parte di profughi eritrei fuoriusciti in Sudan ed in Egitto, il Fronte di liberazione eritreo (FLE). Questa fu la prima organizzazione politico-militare eritrea, che però, come vedremo, nel tempo diverrà minoritaria fino a scomparire quasi del tutto. Inizialmente l’FLE recluta militanti nelle campagne del bassopiano occidentale. La componente maggioritaria dell’FLE era di origine musulmana, ciò determinò un appoggio in finanziamenti da parte di paesi arabi, conseguenza anche della politica filoisraeliana dell’Etiopia.

Alla fine degli anni Sessanta l’FLE controlla i 2/3 del Paese esclusa la capitale Asmara, che insieme ai porti di Massaua ed Assab rappresentano il centro vitale del commercio.

Già però in questa fase nel fronte eritreo si delineano grosso modo due schieramenti politici, uno “di destra” che rimarrà nell’FLE, espressione della piccola e media borghesia cittadina e mercantile e della proprietà terriera; l’altro “di sinistra” fautore di una riforma agraria più decisa, anche se non radical-borghese, maggiormente radicato negli strati più bassi della popolazione, che darà luogo ad una organizzazione separata: il Fronte popolare di liberazione eritreo (FPLE). Nel 1977 si ebbe il primo congresso del FPLE i cui obiettivi nell’immediato sono: indipendenza, democrazia, non allineamento. Naturalmente anche nelle file del FPLE convivevano tendenze eterogenee tra loro, all’interno di questa organizzazione vi è stata nel corso di questi ultimi anni una battaglia politica accesa che ha visto alla fine prevalere la posizione più morbida. Gli sviluppi recenti lo confermano.

Un’ulteriore riprova di fondamentale importanza la si ebbe allorquando l’FPLE annunciò quella che sarebbe stata la riforma agraria. Questa prevedeva la nazionalizzazione solo delle terre di proprietà straniera (per stranieri andavano intesi anche gli etiopi) e dei collaborazionisti. Tale riforma, come si vede, non prevedeva la misura più radicale che una rivoluzione democratico borghese può darsi, vale a dire la nazionalizzazione.

Va detto che seppur blanda tale riforma ha trovato applicazione laddove il FPLE controllava il territorio, a differenza dell’Etiopia dove una riforma agraria radical-borghese non ha mai avuto applicazione pratica.

A questo proposito ancora una volta è Lenin ad illuminarci: «Anche da un punto di vista strettamente scientifico, dal punto di vista delle condizioni di sviluppo del capitalismo in generale, noi dobbiamo assolutamente dire – se non vogliamo trovarci in disaccordo col secondo volume del Capitale – che la nazionalizzazione della terra è possibile nella società borghese, che essa favorisce lo sviluppo economico, facilita la concorrenza e l’afflusso di capitali nell’agricoltura (…) L’ala destra della socialdemocrazia non spinge fino al termine logico (come afferma) la rivoluzione democratico-borghese nell’agricoltura, poiché tale termine logico (ed economico) in regime capitalistico è soltanto la nazionalizzazione della terra concepita come abolizione della rendita assoluta».

E la Sinistra ribadì: «Ricordiamo (…) che i menscevichi erano per la municipalizzazione, Lenin per la nazionalizzazione, i populisti per la spartizione. Tre tipi di programma agrario diversi, ma tutti e tre borghesi e democratici, ci serve una rivoluzione borghese spinta alle conseguenze estreme, e siamo per il più avanzato dei tre, il più grande borghese, la nazionalizzazione». Più chiaro di così…

Mentre in campo agrario la borghesia eritrea ha adottato la peggiore soluzione (quella parcellare), in campo industriale ha proceduto in modo più radicale nazionalizzando le poche industrie di base esistenti. Tale politica economica in campo industriale è spiegabile col fatto che ogni borghesia che si presenta tardi sulle scene della storia è costretta per accelerare il processo di accumulazione del capitale, a centralizzare e concentrare le forze produttive del paese. La Sinistra ha sempre affermato che le nuove forze borghesi dei paesi colorati ex colonizzati nascono fasciste e stataliste.

La lotta fra le due forze organizzate della guerriglia che a partire dal 1972 dilania l’Eritrea determina la pressoché scomparsa del FLE che dal 1981 esce di scena. Negli stessi anni si assiste alla nascita di altri fronti militari anti-Derg in Etiopia. Essi sono l’espressione delle varie nazionalità, almeno quelle maggioritarie, che compongono un’entità statale multi etnica come l’Etiopia. La vecchia aristocrazia Amhara sottometteva tutte le altre: Oromo, la più consistente, Tigrigna, Somali dell’Ogaden, ecc. La rivoluzione Etiopica avrebbe dovuto sovvertire tale rapporto (Menghistu non è Amhara) ma anche qui, come per la questione agraria, il tentativo è fallito. Il Fronte Popolare di Liberazione del Tigrai, che era ed è, come confermano i fatti più recenti, la più forte organizzazione militare in Etiopia, ha stabilito un’immediata sinergia di intenti con l’FPLE.

Nel 1978 l’FPLE controllava i 9/10 del territorio dell’Eritrea. Tali successi avevano come presupposto la debolezza dello Stato etiopico appena uscito da una rivoluzione antifeudale acerba e dilaniata da una feroce lotta interna fra le varie fazioni borghesi che si contendevano il maneggio della macchina statale. Con l’avvento di Menghistu, uscito vincitore dallo scontro politico all’interno della rivoluzione etiopica, le cose cambiano notevolmente, si assiste ad un ribaltamento delle alleanze internazionali e l’Etiopia passa dalla sfera di influenza americana a quella sovietica, che vede in questo paese popoloso e potenzialmente ricco una roccaforte di grandi dimensioni aperta sull’oceano indiano.

Da prima l’aiuto dell’imperialismo sovietico contribuisce a risolvere favorevolmente il contenzioso con la Somalia circa l’Ogaden. Successivamente, a partire dal 1978, gli sforzi bellici sono rivolti verso il fronte nord, quello eritreo.

Qui, a differenza dell’Ogaden, a parte una prima fase, non si ribaltano gli equilibri militari. Il Derg, nonostante impegni non meno di 120.000 uomini, non riesce a sconfiggere la guerriglia, la quale nel corso degli anni si è sempre più radicata fra gli strati popolari. Da notare a questo proposito che fino a poco prima l’URSS aveva appoggiato l’FPLE in funzione antiamericana.

L’idea di un referendum popolare sotto l’egida internazionale, rilanciata anche di recente, fu proposta all’FPLE nel 1980. Tale iniziativa fu comunque rifiutata dal Derg. I successivi sviluppi fanno parte dell’attualità già trattata.

Questa piccola cronistoria che riguarda un Paese relativamente importante, in un continente dilaniato da fame e guerre da che l’imperialismo vi ha messo piede, serve a noi per ribadire alcuni principi fondamentali della teoria, contro deviazioni e degenerazioni che 70 anni circa di controrivoluzione hanno prodotto, rispetto alla “questione dell’autodecisione” di Lenin.

«Il capitalismo dopo aver risvegliato l’Asia vi ha provocato ovunque movimenti nazionali, che tendono a creare in Asia degli Stati nazionali, e precisamente gli Stati nazionali garantiscono le migliori condizioni per lo sviluppo del capitalismo».

E ancora:

«I marxisti non possono perdere d’occhio i potenti fattori economici che producono la tendenza alla formazione degli Stati nazionali (…) Significa che nel programma dei marxisti “l’autodecisione delle nazioni” non può avere storicamente ed economicamente altro significato che l’autodecisione politica, l’indipendenza politica, la formazione degli Stati nazionali».

Queste due citazioni contraddicono nei fatti la politica della grande Etiopia tanto cara ad Hailè Selassiè ed ereditata dal Derg.

SOMALIA

Riteniamo i fatti di Somalia meno importanti nel contesto di questa area geografica non solo da un punto di vista storico ma anche perché in Etiopia si è avuta, anche se dall’alto e poi abortita, una rivoluzione democratico-borghese più vasta e profonda. Ciò non ci esime però dal ritenere opportuno riportare alcuni cenni storici su questo Paese.

I confini dello Stato Somalo sono stati tracciati seguendo, grosso modo, i confini della Somalia italiana e del British Somaliland; nell’attuale territorio così ricavato sono state escluse alcune regioni abitate da popolazioni di ceppo somalo, ciò ha determinato forti spinte irredentistiche (quindi al concetto della “grande Somalia”) che hanno influenzato i rapporti tra questo Stato e i vicini. La Somalia fu l’unico paese oltre al Marocco ad opporsi con violenza alla solenne affermazione del principio dell’uti possidetis, in occasione della conferenza del Cairo del 21 luglio 1964, tale comune posizione è da ascrivere alla questione dell’Ogaden e del Sahara Occidentale.

Tutti i governi somali si sono trovati, prima o poi, in disaccordo con il Kenya e con l’Etiopia, i quali hanno ripetutamente definito la teoria della grande Somalia una dottrina di chiara ispirazione tribale. In questo caso soprattutto l’Etiopia contraddice se stessa, ma si sa che la coerenza in tali questioni non ha alcun valore.

Nel 1974 Siad Barre ha addirittura chiesto che fosse organizzato un plebiscito in Kenya e in Etiopia e nella terra degli Afar (ora Repubblica di Gibuti) in vista di una eventuale annessione. Il contenzioso sulle popolazioni somale nel Kenya nord-occidentale si è trascinato per anni e si è esaurito solo nel 1981 quando Barre ha annunciato ufficialmente la rinuncia ad ogni rivendicazione nei confronti del Kenya.

Diverso epilogo si è avuto invece con l’Etiopia circa la questione dell’Ogaden, disputa che ha determinato uno scontro armato nel 1977. Il governo somalo, con l’appoggio dell’imperialismo americano, sopravvalutando la reale consistenza non solo delle forze ogadene ma anche di quelle Oromo e Afar che in Etiopia combattevano contro il Derg, invase l’Ogaden. Ma il massiccio intervento sovietico in favore di Menghistu ha invece comportato la sconfitta della Somalia e la rinuncia alle mire sull’Ogaden etiopico. Da allora le scaramucce sono continuate fino al 1988; in tale data i due governi hanno firmato un accordo che prevede il cessate il fuoco e la restituzione dei prigionieri.

Questo accordo non risolve di certo il problema ma questa necessità va spiegata con l’esigenza di dedicarsi anima e corpo al fronte interno fattosi incerto per entrambi. Nei momenti caldi del conflitto la propaganda etiopica è arrivata ad affermare l’inesistenza di un popolo somalo, essendo questo la somma di un insieme di tribù in guerra perenne tra loro senza alcun legame storico comune; queste affermazioni hanno un certo fondamento, ma stupisce la paternità di tali asserzioni. La quasi totalità dell’Africa (Etiopia compresa) ha questi presupposti etnici, contraddizione che è esplosa con il colonialismo.

La popolazione somala si divide in 6 etnie principali (Issaq, Darod, Hawiye, Rahanweiyn, Dighil, Dir) ognuna delle quali suddivisa in clan, questa frammentazione ha portato dopo l’indipendenza ad un proliferare di formazioni politiche a base tribale, tanto che alle elezioni del 1969 furono ammessi 64 partiti: magia della democrazia!

Con il colpo di Stato del 1969 Barre si propose come colui che avrebbe portato la Somalia al superamento del feudalesimo. Una delle prime leggi del nuovo regime fu infatti quella che proibiva cariche e privilegi su base tribale. La politica di Barre nei primi anni mirò alla ripartizione delle cariche in maniera equilibrata fra le varie etnie, riscuotendo in questo senso un certo successo, segno evidente che le condizioni generali erano mature per un superamento in senso antifeudale della società. In realtà successivamente il potere si è andato sempre più consolidando nelle mani del clan Merehan (etnia Darod) cui appartiene Barre. Questa concentrazione, pressoché familiare, si è andata rafforzando con la disfatta della guerra in Ogaden.

È di questo periodo la nascita del più importante movimento armato di opposizione, il Somali National Movement (SNM). Il SNM è formato principalmente da tribù Issaq, che compongono la classe mercantile e piccolo borghese del Nord, all’epoca detentrice di una importante fetta del potere economico. Il movimento è cresciuto, grazie anche all’aiuto di Addis Abeba, a tal punto da arrivare a controllare quasi tutto il Nord. Nel 1981 nasceva anche un altro movimento l’SSDF che reclutava le sue truppe tra le tribù Migiurtine (clan della etnia Darod) e tra le tribù Hawiye delle regioni centrali; recentemente però parte di queste ultime sono confluite nel SNM, altre hanno costituito l’USC.

La politica di Mogadiscio è stata quella di contrapporre una etnia all’altra, quindi agli Issaq le tribù ogadene (Darod), loro tradizionali nemici, che hanno formato per anni la spina dorsale delle truppe impegnate a fronteggiare la guerriglia a Nord. Infine l’accentrarsi della egemonia dei Merehan ha finito per scontentare anche quelle tribù che avevano fino ad allora appoggiato il regime o erano per lo meno neutrali, gli Rahanweiyn e i Dighil. Ricordiamo anche l’MPS in Ogaden. Non ci dilunghiamo oltre su questioni di carattere etnico data la complessa parcellizzazione.

La Somalia fu, dopo essere stata colonia, territorio ad amministrazione fiduciaria dal 1950 al 1960.

Oggi la Somalia rischia, forse in misura ancora maggiore dell’Etiopia, una estrema frammentazione politica e militare che, provocando uno stato di assoluta ingovernabilità, potrebbe consentire il rientro dalla finestra del clan Barre.

Le cifre che hanno causato la caduta di Barre sono eloquenti: reddito pro-capite di 180 dollari l’anno, vita media 45 anni, mortalità infantile del 132 per mille, l’11% del PIL destinato alle spese militari, analfabetismo dell’80% della popolazione, una classe politica che ha ingoiato prestiti esteri in modo parassitario senza avviare nessun serio progetto di industrializzazione anche solo leggera.

La politica imperialista in Somalia ha avuto un percorso diametralmente opposto a quello Etiopico, laddove c’erano gli americani sono subentrati i sovietici e viceversa.

La non soluzione delle questioni nazionale e agraria determina il fallimento di una rivoluzione; questo lo sa bene Menghistu, che in una prima fase rappresentava l’ala più radicale del Derg, tanto da decretare in campo agricolo la nazionalizzazione della terra. Ma falliva i propri obiettivi non riuscendo a portare alle estreme conseguenze tale programma, restando fermo ad indicazioni democratico borghesi, radicali sulla carta ma inapplicate nella realtà. La proprietà della terra è rimasta fondamentalmente quella di prima, cioè Amhara, anche se qua e là è cambiato qualche nome.

Come avemmo modo di scrivere nel 1977 questa era una rivoluzione dall’alto, non poteva pertanto scardinare fino in fondo il modo di produzione feudale. L’atteggiamento tenuto rispetto alle nazionalità ne è una ulteriore prova, non autodecisione ma assoggettamento militare, in perfetta coerenza con la politica della grande Etiopia di Hailè Selassiè.

Chiaramente il giudizio espresso circa Menghistu e Barre non va inteso sulle persone ma sulle classi sociali di cui sono i portavoce. La storia non ha nomi e cognomi da santificare o demonizzare, essa è il prodotto di inconciliabili antagonismi di classe, vittorie e sconfitte esulano dalla buona volontà o capacità di singoli o gruppi.

Oggi in assenza di una azione autonoma del proletariato occidentale, su tutto l’orbe terracqueo detta la controrivoluzione. Nulla quindi abbiamo da aggiungere a quanto scrivemmo nel 1981: «Perdurando l’attuale situazione di assoluta soggezione del proletariato occidentale all’imperialismo, dobbiamo affermare che ogni movimento proletario contadino nazionalista resterà inevitabilmente soffocato per l’assenza del movimento proletario nelle metropoli, in quanto la soluzione rivoluzionaria delle questioni locali è indissolubilmente legata alla situazione internazionale. D’altra parte ed a maggior ragione noi non possiamo che plaudire ad ogni movimento dei paesi sottosviluppati che sconvolga gli attuali equilibri imperialistici, ma non perché ci possiamo aspettare alcuna soluzione rivoluzionaria, né sul piano locale né su quello internazionale, almeno a breve scadenza, ma perché ogni turbamento dell’equilibrio non può che accelerare la crisi generale dei rapporti attuali tra gli Stati imperialisti».