Интернациональная Коммунистическая Партия

Comunismo 55

Intervento di Benito Mussolini

La guerra italo-turca scoppiata nel 1911 fu un evento che si inquadrava perfettamente nel corso e nello sviluppo dell’imperialismo mondiale e che, nel breve volgere di qualche anno, ebbe la sua naturale conclusione con lo scatenarsi della prima guerra interimperialista.

Lo stesso evento, per la dialettica dei fatti sociali, servì a dare un violento scossone al sonnacchioso procedere del partito socialista, tale che, pungolato in particolar modo dai giovani, non arriverà impreparato, almeno nella sua parte migliore, alla scadenza del 1914.

Il proletariato italiano si era opposto compatto e fieramente si era battuto contro l’impresa di Tripoli. Se lo sciopero generale non conseguì quegli effetti che una mobilitazione globale della classe avrebbe potuto ottenere ciò fu da imputarsi a chi tale sciopero aveva organizzato, sabotandolo, e non certo ai lavoratori che espressero tutta la loro volontà antimilitarista nelle manifestazioni contro la partenza delle truppe.

In una atmosfera di galvanizzazione antimilitarista ed antipatriottica si riunì a Modena, il 15 ottobre 1911, il congresso straordinario del Partito Socialista.

Scriveva Vella ne “La Soffitta” del 15 ottobre: «Abbiamo preciso in noi il piano della nostra azione e siamo decisi fieramente a non prestarci a commedie congressuali di nessun genere (…) La nostra frazione va così sicura e decisa a Modena. Fino a ieri sparuta e inorganica minoranza, oggi si presenta come la forza più omogenea e più compatta del socialismo italiano (…) la sola che comunque dominerà il congresso (…) Solo noi possediamo in Italia un programma sicuro e deciso».

Mussolini, allora esponente di primo piano dell’area rivoluzionaria, non poté esser presente a Modena perché incarcerato a seguito delle manifestazioni antimilitariste, ma il congresso applaudì ben due volte all’indirizzo del “nostro buon Mussolini di Forlì”.

La tenzone congressuale si svolse fra ben cinque correnti: i riformisti di destra con Bissolati, Bonomi, Cabrini, Ferri, Podrecca, apertamente favorevoli alla guerra “civilizzatrice”, alla collaborazione ed alla eventuale partecipazione governativa; i riformisti di sinistra, capeggiati da Turati e Treves, che alla guerra si opponevano ma non alla collaborazione con ministeri borghesi “progressisti”; il gruppo di Modigliani che, nei fatti, non differiva da quello di Turati Treves; gli integralisti, o centristi, di Pescetti; ed infine i rivoluzionari.

Tanti erano i gruppi, ma la effettiva battaglia fu combattuta tra due concezioni dell’organo partito e tra due metodi di azione politica; quello riformista e quello rivoluzionario. E questo fatto veniva chiaramente avvertito sia dalla destra sia dalla sinistra, tanto che l’ultra destro Bonomi, con ragione, poteva affermare: «Non ci sono posizioni medie fra la ferrea intransigenza di Lazzari e il dritto riformismo di Leonida Bissolati, ossia tra la legge democratica della coalizione dei partiti e della partecipazione eventuale al potere e l’intransigenza assoluta, che comanda di accamparsi soli, in perpetua opposizione rivoluzionaria, contro tutta la borghesia».

Da parte rivoluzionaria il Della Seta esprimeva, praticamente, lo stesso concetto: «La frazione turatiana non può, senza confermare il fallimento di tutto il riformismo, distaccarsi dalla frazione bissolatiana con cui sino a ieri formarono una stretta compagnia, che corre alle sue ultime conseguenze ed aspetta, serenamente, l’ora di salire al potere e preferisce la scomunica all’equivoco. Per noi il riformismo uno fu, uno è ancora oggi, uno deve rimanere».

Organicamente meglio articolato fu l’intervento di Lerda teso a dimostrare la inconciliabilità tra metodo riformista e metodo rivoluzionario: «Quando noi al proletariato affermiamo che il principio della lotta di classe è basato sull’antagonismo irreduttibile fra quello che è l’interesse delle classi lavoratrici con l’interesse della classe capitalista (…) noi affermiamo cose che hanno la più grande presunzione di verità scientifica e dalle quali deve derivare, come conseguenza logica, uno speciale determinato atteggiamento direttivo e pratico nella lotta o nell’azione che il proletariato deve impegnare di fronte agli interessi della borghesia capitalista (…) Quando diciamo che la borghesia, nella difesa dei propri interessi, sia col Parlamento, sia con tutti gli altri strumenti di dominio da essa creati, ha la concezione esatta dei fini di conservazione cui mira e che sono la ragione stessa della sua esistenza, quando diciamo che essa sa valutare la propria forza e superiorità intellettuale e materiale di fronte al proletariato (…) noi affermiamo un’altra verità che rivela quanto sia necessario dare alla lotta economica e politica del proletariato un’alta e seria base direttiva nel pensiero e nell’azione. La lotta è a forze impari per ora, ma non è meno perciò lotta ad oltranza perché è lotta di rinnovamento civile ed umano; anche gli opportunismi (…) devon esser banditi da quella che è la teoria del socialismo». Riguardo poi alla guerra di Libia, Lerda affermava che non si trattava di una qualunque congiuntura politica, ma era determinata dalla essenza stessa del capitalismo. «Il fatto di Tripoli (…) non è fatto che possa meravigliare coloro i quali non hanno mai avuto l’illusione di influire e di far diventare socialista un governo borghese. Sostanzialmente fatti come quelli di Tripoli ci sono sempre, come c’è sempre la politica della borghesia italiana e di tutte le borghesie del mondo, intese a dare vita ed espansione maggiore ai loro interessi di classe. Ciò che importa a noi di rilevare, nel fatto di Tripoli, avvenuto sotto il Ministero Giolitti, che ha goduto e gode dell’appoggio dei socialisti, è che noi non dobbiamo illuderci, né illudere, che un governo borghese possa seriamente ed efficacemente fare del socialismo internazionale».

Sempre per i rivoluzionari Francesco Ciccotti sostenne che l’opposizione alla guerra di Libia doveva basarsi non su motivi contingenti, come le spese deviate dall’opera di riforme, ma su principi internazionalisti e, rivolgendosi ai riformisti di sinistra, affermava: «La vostra opposizione relativamente a Tripoli, essendo una opposizione puramente contingente, non di principio, alla spedizione tripolina, alla impresa coloniale in sé, è stata una violazione aperta e patente di quel concetto e di quello spirito internazionalista del nostro partito che, fino a quando voi non avrete deliberato in un Congresso di sopprimerlo, darà le vibrazioni più forti all’anima nostra. Ho notato gli applausi fragorosi che da ogni parte del congresso hanno salutato stamane il telegramma dei nostri compagni tedeschi, i quali inneggiavano apertamente all’internazionale socialista, e mi sono parsi da parte vostra piuttosto degli applausi commemorativi di un ideale già morto e seppellito nel vostro animo».

La mozione presentata da Lerda per la corrente rivoluzionaria, se presentava il difetto di chiudere con il solito richiamo all’opera di “educazione” e di “elevazione” del proletariato quale condizione indispensabile per una vera opera di rinnovamento sociale, aveva però il grandissimo merito di recidere, senza mezzi termini e definitivamente, i ponti con il metodo collaborazionista e riformista «che è in contraddizione col concetto e colla pratica della lotta di classe».

Con gli 8.646 voti ottenuti dalla loro mozione, i rivoluzionari, avendo ottenuto la maggioranza relativa, uscivano vittoriosi dal congresso.

Il successivo congresso del partito si tenne a Reggio Emilia nel luglio 1912, solo dopo nove mesi. Il tempo strettamente necessario per la sua preparazione. I nodi storici venivano al pettine; era tempo di verificare, chiarire, preparare il partito agli eventi che, minacciosamente, si profilavano all’orizzonte.

Per i risultati di questo congresso decisiva importanza ebbero le febbrili riunioni della frazione rivoluzionaria, nelle quali gli elementi più giovani presero posizione di avanguardia.

L’atmosfera si presentava incandescente ed il congresso non poteva non registrare lo scontro frontale fra le due “anime” del partito.

E’ vero che nel febbraio il gruppo parlamentare socialista (con la sola eccezione di Enrico Ferri che venne immediatamente liquidato) aveva votato compatto contro il decreto di annessione della Libia al Regno d’Italia; ma dai discorsi pronunciati in quella occasione si rivela quale profonda discordanza vi fosse perfino all’interno delle correnti riformiste.

Il 14 maggio un altro evento servì a portare ulteriore chiarezza all’interno del Partito Socialista. Il muratore Antonio D’Alba aveva sparato contro le sacre persone di re e regina. La notizia giunse alla Camera mentre i deputati si trovavano in seduta e, su proposta del repubblicano Pantano, si recarono immediatamente al Quirinale per felicitarsi con i sovrani per lo scampato pericolo. Nel gruppo si intrupparono pure, rompendo la disciplina di partito, dei socialisti: Bissolati, Bonomi, Cabrini.

Scoppiò l’indignazione dei socialisti, Mussolini dalle colonne della “Lotta di Classe” chiese a gran voce l’espulsione dei tre. «Espulsione! Ecco la parola davanti alla quale arretrano tanti socialisti e sinistri e destri. Ma se è un atto così frequente, così naturale nella vita dei partiti. Può essere un’operazione dolorosa per chi la provoca e per chi la subisce, ma è dolore che purifica e libera. Il saggio chirurgo afferra il coltello delle amputazioni quando constata la inutilità di ogni altra cura e vuol evitare la cancrena» (“Lotta di Classe”, 20 maggio 1912).

Costantino Lazzari diede inizio ai lavori congressuali inviando «un saluto alle vittime politiche, siano illustri od oscure, che segnano la triste pagina della presente storia politica italiana. Crederei di mancare ad un dovere fondamentale della nostra fede socialista – continuava Lazzari – se, in unione al saluto alle vittime della persecuzione e della giustizia borghese del nostro paese, non mandassimo un saluto a tutte le vittime dell’Italia e della Turchia che oggi cadono sui campi di Libia (scoppio di applausi) vittime tutte, vincitori o vinti, della violenza colla quale le classi dominanti nelle diverse circoscrizioni nazionali, intendono di contendersi il diritto di sfruttare il lavoro delle masse, per l’accumulazione del loro capitale privato (vivissimi applausi, grida di “Abbasso la guerra!”)». Lazzari, infine, sottopose ad una serrata critica l’attività della Direzione del partito concludendo che era stato condotto da inetti ed imbelli. Neppure mancò di attaccare il gruppo parlamentare ed il suo preteso diritto alla autonomia nei confronti del partito.

Anche Serrati si scagliò con forza contro tutto l’operato della Direzione che venne accusata di vivere alla giornata, subendo, piuttosto che dirigendo, le iniziative delle singole sezioni: prima di tutte la mobilitazione contro la guerra.

Ma l’intervento che espresse il carattere distintivo e determinante al congresso di Reggio Emilia fu il discorso di Mussolini ben sostenuto dalle energiche richieste venute fuori nelle lunghe sedute notturne di frazione.«Finalmente fu condannata in tutte lettere ogni autonomia del gruppo parlamentare del partito. Mussolini svolse una vivace critica del parlamentarismo e della sopravalutazione del suffragio universale offerto da Giolitti in contropartita all’impresa libica (“il sacco di ossigeno che prolunga la vita dell’agonizzante”); proclamò che l’uso di quest’ultimo deve soltanto “dimostrare al proletariato che neanche quella è l’arma che gli basta per conquistare la sua emancipazione totale”, e disse senza ambagi ch’era tempo di “celebrare solennemente con un atto di sincerità quella scissione che si era ormai compiuta nelle cose e negli uomini”. Ma il suo forte non furono mai le costruzioni teoriche bensì le posizioni di battaglia. Si scagliò contro la visita al Quirinale: noi non siamo per l’attentato personale, ma gli infortuni dei re sono gli attentati, come le cadute dai ponti quelli dei muratori (d’Alba era muratore). Lesse infine tra applausi frenetici la mozione che espelleva dal partito Bissolati, Bonomi, Cabrini, ma nella fretta scordò una parte delle decisioni di frazione della notte: fu necessario gridargli: e Podrecca? E allora afferrò il lapis e scrisse sul foglietto che tendeva al presidente: “la stessa misura colpisce il deputato Podrecca per i suoi atteggiamenti nazionalisti e guerrafondai”, sollevando, tra lo sbigottimento dei destri e dei centristi, alte acclamazioni. Un’altra frase famosa fu quella, che ben si attagliò al Mussolini futuro: “il partito non è una vetrina per gli uomini illustri!”. Morale, diremmo: le verità non sono tali per virtù di chi le afferma, ma per virtù propria» (“Storia della Sinistra Comunista”, Vol. I).

Partito Socialista Italiano
XIII Congresso Nazionale — Reggio Emilia, 8 luglio 1912

Intervento di Benito Mussolini

Presidente GREGORIO AGNINI: — Ha facoltà di parlare il compagno Mussolini.

MUSSOLINI (Applausi): — Permettetemi di cominciare con una dichiarazione personale. Si è detto da molti giornali e molti compagni forse lo hanno creduto, che io avrei presentato e sostenuto una specie di pregiudiziale. Questa non è mai stata nelle mie intenzioni e c’è qualcuno qui che può rendermene fede. La mia discussione sulla relazione del Gruppo Parlamentare e sull’operato di taluni membri del gruppo stesso doveva farsi e la faccio al terzo comma dell’ordine del giorno senza inversioni o anticipazioni.

Io mi sono qualche volta domandato – così per curiosità intellettuale – le ragioni dello scarso successo della propaganda astensionistica in Italia. L’Italia è, certo, la nazione in cui il cretinismo parlamentare – quella tal malattia così acutamente diagnosticata da Marx – ha raggiunto le forme più gravi e mortificanti. Si vede che siamo un popolo “politico” da tanto tempo che per quante disillusioni si provino, torniamo sempre ai vecchi peccati.

Il parlamentarismo italiano è già esaurito. Ne volete la prova? Il suffragio quasi universale largito da Giovanni Giolitti è un abile tentativo fatto allo scopo di dare ancora un qualsiasi contenuto, un altro periodo di “funzionalità” al parlamentarismo.

Il parlamentarismo non è necessario assolutamente al socialismo in quanto che si può concepire e si è concepito un socialismo anti-parlamentare o a-parlamentare, ma è necessario invece alla borghesia per giustificare e perpetuare il suo dominio politico. Tutte le nazioni moderne a regime più o meno democratico-rappresentativo ci offrono lo spettacolo di una borghesia travagliata e stimolata dal bisogno di rinnovare i suoi istituti politici per evitare od allontanare la precoce imminente vecchiaia che li logora. Il Parlamento Francese vota la rappresentanza proporzionale perché il suffragio universale ha già esaurito la sua funzione trasformatrice; la Camera italiana vota il suffragio giolittiano per vivificare l’istituto parlamentare – anello di congiunzione fra governo e popolo.

La decadenza innegabile del parlamentarismo italiano ci spiega perché tutte le frazioni parlamentari – dalle scarlatte alle nere – abbiano votato compatte per l’allargamento del voto. È il sacco d’ossigeno che prolunga la vita all’agonizzante. Per queste ragioni io ho un concetto assolutamente negativo del valore del suffragio universale, mentre per i riformisti il suffragio universale ha un valore positivo. L’uso del suffragio universale deve dimostrare al proletariato che neanche quella è l’arma che gli basta per conquistare la sua emancipazione integrale.

La borghesia come deve compiere il suo ciclo economico, così deve percorrere intera la sua parabola politica – realizzare cioè tutti i desideri delle democrazie – fino al giorno in cui scomparendo la possibilità di ulteriori trasformazioni dei suoi istituti politici, un altro problema, il problema fondamentale, quello della “giustizia nel campo economico” dovrà essere risolto e la soluzione non potrà essere che socialistica: il passaggio alle collettività operaie dei mezzi di produzione e di scambio.

L’utilità del suffragio universale è, dunque – dal punto di vista socialistico – negativa: da una parte esso affretta l’evoluzione democratica dei regimi politici borghesi, dall’altra esso dimostra al proletariato la necessità di non rinunciare ad altri metodi più efficaci di lotta. (Commenti).

UNA VOCE: — È grossa.

MUSSOLINI: — No è marxista.

La relazione del gruppo parlamentare socialista è una così scheletrica e povera cosa, che non vale la pena di discuterla. Come discutere l’operato di un gruppo di 40 deputati che si presenta al Congresso con due o tre paginette di prosa sbiadita e niente altro?! E tutto questo è il documento della sua vitalità, del suo interessamento per la causa del proletariato? Se questo documento dovesse dirci qualche cosa sull’opera dei deputati socialisti noi dovremmo trarne delle ben tristi constatazioni. Badate che non voglio fare il piccolo processo agli uomini. Non possiamo, non dobbiamo fare un processo di dettaglio. Però permettete che, nella relazione, io rilevi alcune frasi.

Si giuoca a scarica barili. Il gruppo non funziona? La colpa è del partito. I deputati aspettano l’ossigeno dal partito, e viceversa il partito dà la colpa al gruppo. Ora questo giuoco deve finire. A nulla gioverebbe, dicono i relatori, limitare l’autonomia del gruppo. Io la voglio invece sopprime. Il gruppo non deve avere che una sola autonomia: l’autonomia tecnica, ma l’autonomia politica non la deve avere, non bisogna concedergliela (Bene). Bisogna che i deputati escano da questo equivoco.

Rappresentano il partito, o la massa elettorale? Rappresentano le Sezioni Socialiste che hanno lanciato e sostenuto la candidatura o il gregge anonimo e caotico dei votanti? Ebbene, se rappresentate, se siete dei deputati socialisti in quanto la vostra candidatura è stata lanciata dalle Sezioni, dovete essere sottoposti al controllo del Partito. La vostra autonomia politica deve essere soppressa. Vi si potrà lasciare un’autonomia tecnica, ma l’autonomia politica non più. I deputati devono ubbidire alla Direzione. Si troverà modo di rendere le sezioni più spedite ed omogenee, più pronte e meno sorde a tutte le chiamate della Direzione, ma l’autonomia del gruppo è altamente pericolosa e lo abbiamo visto.

Del resto questa relazione conferma le nostre critiche. Si riassume in queste parole: non abbiamo fatto niente. Addita talune cause che non riteniamo plausibili ed aggiunge che il Congresso non dovrà segnare condanna od esclusione di alcuno.

Ci sono dei fatti gravissimi nell’ultimo periodo di storia parlamentare. Questa mattina avete applaudito freneticamente all’ungherese e si capisce. Là i deputati semplicemente liberali hanno fatto un’opposizione a Tisza che noi non sogneremmo neppure in questa Italia.

(Applausi) Una voce interrompe (Rumori, invettive, tumulto).

MUSSOLINI: — Egregio amico, spero che mi conoscerete.

La stessa voce interrompe di nuovo (rumori)

PRESIDENTE: — Siano congressisti o del pubblico prego di non interromper l’oratore. Nel caso chiedano di parlare.

MUSSOLINI: — Ma lasciando da parte gli atti compiuti da singoli deputati – e potremmo citare lo scandaloso discorso del Cabrini sul Calendario degli emigranti, il voto di Graziadei, unico in tutta l’Estrema Sinistra, favorevole al mantenimento del giuramento politico – vi sono nella recentissima cronaca parlamentare episodi che non possiamo non segnalare come gli indici della degenerazione politica e socialista cui è pervenuto il Gruppo di uomini che nel Parlamento italiano rappresentano il nostro partito.

Ricordo la famosa seduta in cui la Camera ratificò il regio decreto d’annessione. C’è stato un uomo in quella giornata che è rimasto al suo posto, che ha resistito alle violenze verbali ed idiote della maggioranza e costui è Filippo Turati. Ma i suoi colleghi socialisti lo hanno sostenuto come conveniva? No. C’è stata una opposizione a base di insulti e di ciarle come avviene in tutte le piccole scaramucce parlamentari, ma in quella seduta l’estrema sinistra doveva avere il coraggio di sabotare la manifestazione nazionalista (Applausi vivissimi). Non doveva lasciare solo il Turati, doveva insorgere, portare nel Parlamento italiano i metodi dei liberali del Parlamento ungherese e l’opposizione socialista, se non maggiore efficacia, avrebbe certo assunto una più aperta e recisa significazione, suscitando più vasto cerchio di consentimenti e di simpatie in mezzo al proletariato che – lo si voglia o no – detesta la guerra.

Il governo presenta poi il progetto di legge di nuove spese militari. Si tratta di 60 milioni ed il gruppo parlamentare è assente. E viene un momento in cui la polizia italiana impazza. Due o tre mesi dopo l’attentato di D’Alba si arrestano a casaccio delle persone in tutta Italia. Un Vacca (merita proprio questo nome), ordina degli arresti. Si getta la desolazione in tante famiglie ed il gruppo parlamentare è assente ancora una volta. Sì, c’è stata una protesta di Turati, ma è stata platonica: bisognava insistere bisognava più fortemente criticare, si doveva dire che non è possibile, nel 1912, arrestare dei cittadini sotto l’accusa fantastica di complotto (Applausi vivissimi). Non si doveva limitare la protesta per gli arresti al solo Di Blasio, perché è un avvocato, un letterato. No la protesta doveva essere per tutti e doveva essere più energica.

TURATI: — No, protestai specialmente per gli anonimi. Dissi che mi preoccupavo poco degli avvocati, che avrebbero trovato difensori, mi preoccupavo degli altri.

MUSSOLINI: — Poi il Ministero Giolitti vara un altro progetto: il Ministero delle Colonie. Dove erano i deputati socialisti?

UNA VOCE: — A Tripoli.

MUSSOLINI: — Un Ministero delle Colonie è concepibile in Francia e in Inghilterra che possiedono veri e propri imperi coloniali, ma in Italia non poteva avere altro scopo che quello di aggiungere un nuovo ingranaggio al madornale macchinismo della burocrazia di Stato.

Assenteismo, indifferenza, inazione, ecco le parole che riassumono l’operato del Gruppo Socialista. Le masse sono state oggi disingannate. Perché nei circoli di campagna dove si crede nel socialismo senza discuterlo, si aveva e si ha ancora una cieca fiducia nei deputati socialisti. Sono i santi che figurano, appesi sui muri, nei quadri allegorici del Nerbini. Si può essere iconoclasti, ma il popolo ama le idee attraverso gli uomini e, forse, ha ragione. I deputati socialisti dovevano essere – nel concetto dell’umile gente – i combattenti inflessibili, come lame di Toledo, dalla vita alla morte. Le delusioni non si contano più. Il popolo che sposa le sue idee, non capisce la disinvoltura morale dei suoi rappresentanti politici: il disgusto per le inversioni e gli esibizionismi degli uomini finisce per inasprire lo scetticismo per le idee.

BIANCHINI UMBERTO: — Vi manderemo 20 Marangoni.

SERRATI: — Li deploreremo come gli altri.

MUSSOLINI: — E volete una prova della nostra rappresentanza parlamentare nell’opinione pubblica? Dieci anni fa, dopo l’ostruzionismo, sarebbe stato possibile ad un Renato Simoni di imbastire la Turlupineide? Voi siete degni della caricatura che sollazza la borghesia. (Applausi).

L’ordine del giorno che vi presento e che non ho ancora finito di illustrare dice: “Il Congresso presa visione della povera, scheletrica relazione del gruppo parlamentare, constata e deplora la inazione politica del gruppo stesso, inazione che ha contribuito a demoralizzare le masse e, riferendosi agli atti specifici dei deputati Bonomi, Bissolati e Cabrini dopo l’attentato del 14 marzo… delibera di dichiarare espulsi dal partito i deputati Cabrini, Bonomi e Bissolati” (Benissimo, applausi).

UNA VOCE: — E Podrecca? (Rumori).

MUSSOLINI: — Ebbene, la stessa misura colpisca anche Podrecca (Benissimo).

PODRECCA: — E perché? Specificate (Vivi rumori).

MUSSOLINI: — Per i suoi atteggiamenti nazionalisti e guerrafondai.

PODRECCA: — Non ho capito perché. Specificate (Rumori vivissimi. Da un gruppo di congressisti, fra i quali il compagno Serrati partono delle apostrofi all’indirizzo del deputato Podrecca, fra cui si distingue la parola “ciarlatano”. Il deputato Podrecca e molti altri del gruppo di destra rispondono vivacemente. Agitazione, tumulto)

PRESIDENTE: — Facciano silenzio. Non posso permettere che si lanciano parole ed accuse insultanti contro nessuno. Prenderò dei provvedimenti. Espellerò dalla sala chi si permette questo, anzi prego i compagni di denunziare coloro che fanno nascere tali tumulti (Benissimo) Qui si deve liberamente e lealmente discutere della condotta dei compagni nostri, ma nello stesso tempo si deve ad essi il massimo rispetto. (Bravo! Applausi).

MUSSOLINI: — Non ho alcun rancore personale col Podrecca e non conosco neppure i deputati Bonomi e Bissolati.

Il 14 marzo un muratore romano, spara una revolverata contro Vittorio Savoia. C’era un precedente che indicava la linea di condotta per i socialisti. Si era già criticato aspramente lo spettacolo indescrivibile offerto dall’Italia sovversiva dopo l’attentato di Bresci a Monza. C’è un libro, che potete accettare con beneficio d’inventario, del Labriola, la Storia di 10 anni che vi dice come le classi alte dell’Austria Ungheria seppero accogliere con grandissima dignità la notizia della tragica fine di Elisabetta. Si sperava che, dopo dodici anni, non si ripetesse il veramente indescrivibile spettacolo di Camere del Lavoro che espongono la bandiera abbrunata, di municipi socialisti che mandano telegrammi di condoglianze o di congratulazione, di tutta un’Italia democratica e sovversiva che a un dato momento si prosterna dinanzi al Trono. Difficile scindere la questione politica dalla questione d’umanità. Arduo separare l’uomo dal re. Ad evitare equivoci perniciosi, uno solo era il dovere dei socialisti dopo l’attentato del 14 marzo: tacere. Considerare cioè il fatto come un infortunio del mestiere del re (Bravo! Applausi). Perché commuoversi e piangere pel re, “solo” per il re? Perché questa sensibilità isterica, eccessiva, quando si tratta di teste incoronate? Chi è il re? È il cittadino inutile, per definizione. Ci sono dei popoli che hanno mandato a spasso i loro re, quando non hanno voluto premunirsi meglio inviandoli alla ghigliottina e questi popoli sono all’avanguardia del progresso civile. Pei socialisti un attentato è un fatto di cronaca o di storia, secondo i casi. I socialisti non possono associarsi al lutto o alla deprecazione o alla festività monarchica.

Quando Giolitti dà l’annuncio dello scampato pericolo tutti scoppiarono in un applauso giubilante. Si propone un corteo dimostrativo al Quirinale e alcuni deputati socialisti s’imbrancano senz’altro nel gregge clerico-nazionalista-monarchico (Bene). E si va al Quirinale. Non so se sia vero quel dialogo che le cronache hanno riferito. Non c’ero, ma non è stato neppure smentito. Si dice che quella frase oltremodo banale non sia stata pronunziata. Non importa. So che vi è un telegramma: “Pregovi di presentare a Sua Maestà il mio commosso e riverente saluto “. E questo è il Bissolati, il quale, 12 anni fa, gridava: a morte il re (Applausi a sinistra. Rumori sugli altri banchi).

BISSOLATI ED ALTRI: — No. No. Abbasso il re. La destituzione.

MUSSOLINI: — Non c’è una grande differenza tra morte e destituzione. La destituzione è comunque la morte civile (Interruzioni).

E la banalità dei complimenti? Bissolati elogia il coraggio del re, che aveva la carrozza chiusa, Cabrini si sdilinquisce dinanzi la regina e ne riceve una lezione. Tutto questo “patetico” finisce nel buffo. Il senso dell’umanità offesa sbocca fatalmente nella piaggeria melensa, volgare del cortigiano.

Ma l’episodio ha un’altra, più ampia e politica significazione. È una specie di riconciliazione fra monarchismo e riformismo. In Francia taluni sindacalisti s’accostano ai camelots du roi e sono indifferenti dinanzi alla ripresa del bonapartismo. Tanto i riformisti italiani, quanto i sindacalisti puri o soreliani fanno completa astrazione del problema politico.

Non è questo l’unico punto in cui s’incontrano le due concezioni antitetiche del divenire sociale. Ve n’è un altro. Entrambi ritengono inutile il partito, entrambi mirano a sopprimerlo. Giorgio Sorel che copre col suo dileggio le associazioni politiche dominate e utilizzate a scopi elettorali dai professionels de la pensée e ritiene che il passaggio del vecchio al nuovo mondo, dalla civiltà borghese alla civiltà socialistica avverrà per via economica e non per via ideologica, avverrà cioè nella fabbrica e non nel parlamento, collo sciopero generale e non coi provvedimenti di un’assemblea di legiferatori. Giorgio Sorel è molto vicino al Bissolati dal “ramo secco”. Ma il Partito non ha dunque più nessuna funzione da compiere nel seno delle attuali società europee? Questo è il problema che noi risolviamo affermando recisamente l’utilità del Partito (Applausi).

I riformisti non possono astrarre dal problema politico istituzionale. In fondo il loro socialismo è eminentemente politico, anzi parlamentare. Il loro socialismo diviene attraverso allo stillicidio delle “provvidenze “ legislative. Sono i professionali della “riforma “. Il loro socialismo è il resultato finale della progressiva democratizzazione delle istituzioni politiche della società borghese. È la democrazia che sbocca nel socialismo. Questa relazione di continuità fra i principi dell’89 e il socialismo costituisce il leit motif degli Studi socialisti di Jean Jaurès. Il Codice Civile francese contiene disposizioni utilizzabili per la rivoluzione socialista. I riformisti quindi hanno tutto l’interesse di democratizzare rapidamente le istituzioni politiche.

Ma gli atti che accrescono il prestigio della monarchia e tendono a conciliare le simpatie popolari, non solo sono anti-socialisti, ma sono anti-riformisti. Sono anti-socialisti in quanto rendono omaggio al privilegio politico, sono anti-riformisti in quanto consolidano un regime che non può, per la contraddizione, che non consente democratizzarsi fino al perfetto idillio della collaborazione di classe.

Anche noi abbiamo una pregiudiziale politica, ma essa non è sola – è parte invece integrante della nostra più complessa pregiudiziale anti-borghese. Se i socialisti italiani avessero accentuato il carattere anti-monarchico del Partito, il Partito repubblicano che vive di una sola pregiudiziale politica sarebbe stato colpito a morte e l’esodo, cominciato verso il ‘90, dei repubblicani collettivi avrebbe gradualmente condotto tutti gli operai repubblicani nelle file del socialismo.

Ora si dice: non bisogna colpire gli uomini. Ma, egregi amici, e le idee? Noi siamo i malinconici Don Chisciotte dell’idea. Ma l’idea è irreperibile come la Dulcinea del Toboso. Bisogna identificarla l’idea. C’è, in quanto c’è l’uomo che la cerca, che l’esprime, che a questa idea uniforma le sue azioni. Un processo alle idee è eminentemente domenicano, ma un processo agli uomini, in un organismo di battaglia, è un processo logico e umano e ve lo dimostrerò (Bravo!). Noi non abbiamo feticismi personali. Non li abbiamo per i morti, e sarebbe ben strano che li avessimo per i vivi.

Io accuso il Bissolati del 1912 colle parole del Bissolati del 1900. Ex ore tuo, te iudico. Ricordo che nel 1900 l’on. Bissolati ingaggiò una magnifica battaglia contro i boxeurs, mestieranti ribaldi, sbucati dai bassifondi delle redazioni dei giornali moderati e clericali, che si scagliarono sul Partito Socialista, tentando di coinvolgerlo nella responsabilità dell’atto di Bresci. Bissolati si batté splendidamente. Era allora l’”Avanti!” un giornale di polemica, non un giornale mezzo industrializzato come è oggi. Ammetto l’industrialismo come una esigenza del progresso giornalistico moderno, ma il giornale polemico che tempestava a destra e sinistra, contro il quale si appuntavano le collere bestiali degli altri giornali e del Governo, lo leggevamo volentieri.

È noto il caso De Marinis. Tornato da Parigi per partecipare ai funerali di Umberto, il suo atto sollevò aspre censure fra i socialisti napoletani. L’epidermide socialista era allora di una sensibilità squisita. Il caso venne portato al Congresso di Roma. Contro la proposta di sospensiva di ogni giudizio parlò uno degli odierni accusati: il Cabrini, affermando giustamente la competenza del Congresso sovrano a giudicare i rappresentanti del Partito. Il Congresso approvò il deliberato dei socialisti napoletani che indicava la porta al De Marinis e su proposta Labriola-Schiavi venne deciso di deferire alla Sezione di Reggio Emilia l’esame di un altro caso consimile: quello Borciani. Il giudizio del Congresso di Roma suscitò una certa emozione. La stampa borghese denunciò il domenicanismo intollerante della Chiesa Socialista, ma il Bissolati vecchio stile scrisse allora in risposta un articolo magistrale che vi leggo e che oggi costituisce per fatale ironia di eventi, l’atto di accusa più formidabile contro di lui. Eccolo:

«L’accusa contro i socialisti è vecchia quanto balorda. Nel fatto speciale notiamo che, quando fu deliberata la partecipazione della Estrema sinistra per la minoranza degli uffici della Presidenza, il gruppo socialista, designando il De Marinis alla carica di segretario, gli fece intendere (né v’era bisogno) che il suo ufficio doveva essere strettamente parlamentare e non prestarsi mai a significazioni di natura politica (ricordo la frase di Andrea Costa: avevamo mandato De Marinis alla segreteria della Camera, non al Quirinale); che il gruppo socialista aveva deliberato in modo esplicito e unanime l’astensione dalle onoranze; che il discorso detto al Parlamento da Filippo Turati, a nome del gruppo, (ho riletto or ora quel discorso: era veramente socialista, non faceva concessioni alla canea) dava a ciascun socialista la norma precisa da seguire, inutile d’altronde a chi ha il senso di parte: che il De Marinis ciò nonostante partecipò ai funerali di Umberto e a un’altra cerimonia di carattere egualmente monarchico, esercitando atti che passano i limiti della funzione parlamentare commessa ai segretari, contravvenendo alla precisa disposizione adottata dal gruppo socialista e, quel che più importa, contraddicendo ai principi e alle norme direttive del partito socialista.

«Dal fatto particolare risalendo al generale, dobbiamo fare qualche altra osservazione. Il P.S. (e qui viene la parte interessante dell’articolo) non esercita tirannie verso alcuno, per il motivo semplicissimo che non ha uffici di leva. Vogliamo dire che esso costringe nessuno ad entrare nelle sue file. La coscrizione è libera. Noi siamo per il volontariato. Ma quando uno domanda l’onore di partecipare alle nostre lotte, assume volontariamente gli obblighi che incombono ad ogni gregario del socialismo, chiunque egli sia. Chi vuole onori e non oneri, chi non conosce le virtù del dovere, ha sempre fra noi quella grande libertà che non è negli uffici e negli impieghi del governo e della società presente: la libertà di andarsene. È tirannia questa?

«È poi strano che l’accusa stolida ci venga proprio da coloro che più sono amanti di tutte le forme di costrizione, da quelle della caserma alle altre più terribili della compressione violenta della libertà di sciopero e di associazione. Il socialismo non è tirannide, perché i suoi soldati sono volontari, ma è milizia severa, dove i deboli e gli incerti non hanno posto, nemmeno nella ambulanza. La disciplina è la forza degli eserciti e dà la vittoria. L’esercito socialista conta già qualche vittoria, perché ha saputo combattere disciplinato contro un esercito, numerosissimo, ma non compatto. E vuol seguitare a vincere. Perciò, discussioni sui principi, sulle norme, libere e illimitate, ma azione sicura e serrata».

Perciò sono contrario ad un processo contro l’eresia dei destri. Essi possono accusare me di eresia, almeno come si leggeva nell’ultimo numero dell’Azione Socialista; ma noi facciamo il processo, non all’idea, ma a determinati atti che cadono sotto la sanzione del nostro codice e questo codice non lo abbiamo fatto noi. (Applausi)

«Chi non vuole stia fuori (continuava Bissolati). Noi o militaristi che ci accusate, non costringiamo nessuno ad entrare in caserma e ben comprendiamo le vostre accuse. Sono le accuse mosse dall’invidia e dal dispetto, dall’invidia delle nostre forze unite e coscienti, dal dispetto delle nostre vittorie. Se così non fosse, invece di urlare come se avessimo offeso voi, vi compiacereste in un silenzio prudente della nostra poca accortezza per la quale respingiamo da noi una forza, un carattere forte che non si piega».

Non so come si potrà rispondere a questo documento. Sono in attesa del miracolo. Il partito socialista pratica le espulsioni perché è un organismo. C’è la fagocitosi socialista come c’è la fagocitosi fisiologica scoperta da Metukikoff. Se non corriamo sollecitamente alle difese, gli elementi impuri disgregheranno il Partito, allo stesso modo che i germi patogeni introdottisi nella circolazione del sangue, quando i fagociti siano – per vecchiaia – impotenti ad eliminarli finiscono per abbattere l’organismo umano (Applausi).

La misura che con piena coscienza vi propongo non deve sorprendervi. È tempo di dire una parola che stronchi gli equivoci. È tempo di celebrare solennemente con un atto di sincerità quella scissione che è ormai compiuta nelle cose e negli uomini.

Il caso ci ha dato un ottimo precedente e un non meno ottimo insegnamento: il Congresso repubblicano di Ancona. Voi lo avete visto: per avere voluto mantenere l’equivoco, il Partito repubblicano è oramai divenuto uno straccio. Sarà un bene o un male, non so, ma so che c’è la crisi in basso e in alto. La “Ragione”, si dice, è in stato preagonico, nel basso c’è la disgregazione, i circoli si sconfessano l’uno coll’altro e tutto questo perché il Congresso ha votato una mozione sibillina, elastica, duttile, un vero pasticcio, come l’ha definita Pirolini.

Ebbene guardiamoci dall’imitare i nostri avversari, perché noi vogliamo ritornare nelle nostre terre ad alimentare il Partito, nel quale abbiamo una grandissima fiducia, perché crediamo ancora nella sua forza ideale. Noi riteniamo che l’Italia per 50 anni almeno abbia bisogno di un partito socialista forte ed omogeneo, il quale, come ha detto recentemente l’on. Colaianni nel suo ultimo libro: I partiti politici in Italia, ha un compito preciso da assolvere: partecipare, decomporre cioè la caotica e incoerente democrazia italiana urtandola e assaltandola da ogni parte. Ecco perché vogliamo un partito numeroso e compatto. Ecco perché ci presentiamo con una lista di proscrizione.

Voi, deputati accusati aspettate da tempo la nostra esecuzione: per voi significa: liberazione. Sciolti da ogni impaccio formale, e da ogni vincolo morale voi potrete più speditamente proseguire il vostro cammino. In fondo non vi troverete la voragine ardente, ma la scala fiorita del potere. Noi abbiamo un preciso dovere: quello d’abbandonarvi sin d’ora al vostro destino. Bissolati, Cabrini, Bonomi e gli altri aspettanti possono andare al Quirinale, anche al Vaticano, se vogliono, ma il Partito Socialista dichiari che non è disposto a seguirli né oggi, né domani, né mai.

(Applausi vivissimi e prolungati. Molte congratulazioni).
 
 

(Tratto da Resoconto Stenografico del XIII Congresso Nazionale del Partito Socialista Italiano – Tipografia dell’”Unione Arti Grafiche” — Città di Castello, 1913).