La giornata storica dell'Internazionale operaia
L’Internazionale Socialista, in preparazione del congresso di Basilea, aveva indetto nelle principali città europee una serie manifestazioni contro la guerra per la domenica del 17 novembre 1912. A riprova del carattere internazionalista proletario, in ogni comizio, agli oratori locali, si sarebbero dovuti alternare i più rappresentativi dirigenti stranieri.
L’Avanti! del giorno 18, sotto il grande titolo “ULTIME NOTIZIE DELLA NOTTE — L’Alleanza del Proletariato Europeo per impedire con ogni mezzo la Guerra”, riportava, in modo succinto ma entusiastico, le notizie giunte per telefono e telegrafo sulle grandiose manifestazioni che si erano tenute a Parigi, Berlino, Londra, Madrid.
A Torino il compagno Mitscke portò la testimonianza dell’avversione alla guerra dei proletari tedeschi. A Roma, a nome del proletariato francese, avrebbe dovuto parlare Gustavo Hervé, se non fosse stato fatto arrestare e rinchiudere nel carcere di Regina Coeli per diretto ordine del democraticissimo Giolitti. Lo sdegno per l’arbitrario arresto fu tale che in ogni luogo d’Italia il proletariato scese nelle strade e nelle piazze per protestare contro la guerra e contro il governo. Il citato numero dell’Avanti! riporta notizia di manifestazioni anche in paesi minori come Sarzana o Canneto sull’Oglio. Infatti il P.S.I. aveva chiamato il proletariato a manifestare la sua indignazione diramando il seguente O.d.g.: «La Direzione del Partito Socialista Italiano, riunita d’urgenza di fronte all’arresto di Gustavo Hervé venuto a Roma a rappresentare il partito socialista francese al comizio internazionale contro la guerra; ritenuto che mentre l’arresto costituisce un oltraggio gravissimo al più elementare diritto delle genti, e che l’arresto voleva nella mente del Governo essere un’aggressione al partito socialista italiano tornato alla sua specifica funzione di “partito di classe”; denuncia a tutte le sezioni del partito ed al proletariato socialista la condotta vilmente reazionaria del Governo, e le invita ad estendere a tutto il paese la doverosa protesta nelle forme più energiche, e manda un saluto di fraterna solidarietà a Gustavo Hervé e al partito socialista francese».
A Napoli, al termine del comizio di protesta, venne votato il seguente O.d.g. che, forse unico in tutt’Italia, non lasciava adito ad interpretazioni: «I lavoratori vesuviani, riaffermando la solidarietà col proletariato internazionale che si prepara a rispondere con l’insurrezione alla proclamazione di una guerra europea, rifiutando ogni solidarietà nazionale col governo borghese che arrestava il compagno Hervé, protestano indignati contro Giolitti e contro la borghesia e inviano un saluto entusiasta e fraterno a tutti i senza-patria del mondo».
Quello che riportiamo è il resoconto, così come apparve sull’Avanti! del 18 novembre, del comizio tenutosi a Milano. Significativo è l’intervento di Mussolini, se si pensa che solo due anni dopo avrebbe rinnegato una per una tutte le parole pronunciate in questa occasione raggiungendo le posizioni di Hervé, già da tempo passato al più nauseante sciovinismo. Questo a dimostrazione di quanto poco contino, nello svolgersi storico e nello scontro delle classi sociali, gli uomini-individuo e quanto, al contrario, siano solo delle “povere marionette”, specialmente se si illudono di “fare la storia”.
Però le forti emozioni espresse nel resoconto della manifestazione milanese ci suonano povere di contenuto e sentimentali e si capisce quanto sia debole quel partito che, professandosi, per bocca di tutti gli oratori, avversario incondizionato della guerra, non pone mai, come al contrario avevano fatto i compagni campani, la ineluttabile necessità dello scontro diretto di classe, della insurrezione. Nemmeno il rivoluzionario Mussolini si sente di pronunciare questa parola d’ordine attestandosi sulla più ambigua minaccia: «se la borghesia vorrà tentare il gioco supremo, il proletariato saprà approfittarne per le sue specifiche rivendicazioni».
Per sentir pronunciare in modo netto il richiamo alla “guerra sociale” si dovrà attendere l’intervento dell’ospite anarchico.
A confermare l’incapacità rivoluzionaria dell’Internazionale Socialista, al di là delle deliberazioni ufficiali, saranno i fatti successivi e a tutti noti. La ripubblicazione del resoconto della manifestazione milanese, ma che potrebbe essere stata di qualsiasi altra grande città d’Europa, serve ad evidenziare la entusiastica partecipazione del proletariato, il suo schietto internazionalismo e la sua netta avversione ad ogni guerra fra Stati. Sani istinti ed energie che però solo un partito comunista rivoluzionario avrebbe potuto, e potrà rappresentare, non nell’imporre la pace ma nell’imporre il comunismo.
LA GIORNATA STORICA DELL’INTERNAZIONALE OPERAIA
L’imponente Comizio di ieri a Milano
L’Internazionale socialista e proletaria ha parlato. Ha parlato in cento comizi nelle principali città d’Europa e la significazione pacifica e decisa di queste grandi simultanee adunate di popolo non è certo sfuggita agli uomini che reggono i destini politici delle nazioni. È stata una specie di primo esperimento di mobilitazione dell’esercito proletario. È stata una prima tangibile affermazione dell’internazionalismo che esce dal regno delle utopie e si afferma nella palpitante realtà della vita.
È stata una prima demolizione delle barriere erette dalla borghesia per perpetuare attraverso la vecchia gesuitica formula del “divide ed impera” il suo dominio di classe. L’Internazionale borghese e i borghesi che sono da perfetti internazionalisti nella mentalità, negli affari, nei costumi, ha gettato un guanto di sfida all’Internazionale proletaria e questa lo ha raccolto.
Il proletariato si prepara. Sente la gravità e l’imminenza del pericolo. Domani – speriamolo! – il proletariato sarà pronto. La manifestazione di ieri non è passata inosservata malgrado l’evidente boicottaggio della stampa borghese. Bisogna continuare. È la prima giornata storica dell’Internazionale. Il proletariato è entrato in scena come attore nel gran dramma il cui epilogo non può essere dubbio.
Alla Casa del Popolo
Lo spettacolo delle folla innumere e ardente di fede che si è dato convegno al Teatro del Popolo, è veramente suggestivo. Il comizio internazionale contro l’eventualità di una guerra europea riuscirà meravigliosamente. Invano pochi disturbatori, corti di cervello, tenteranno di interromperne la solennità. In un fervore ideale di parola negli oratori e di commozione dell’uditorio, questa solenne assise proletaria, indetta per deprecare qualsiasi criminosa impresa bellica, giungerà al suo termine alta e regale come l’espressione purissima di tutta l’anima grande del popolo.
L’on. Rigola
Rinaldo Rigola, segretario della Confederazione Generale del Lavoro è nominato presidente e prende senz’altro la parola.
Sopprime la lettura, perché troppo lunga, delle adesioni, per evitare una quasi inutile perdita di tempo, e anche perché le adesioni verranno pubblicate dai giornali.
– Io dirò – incomincia poi Rigola – brevi parole a nome della Confederazione Generale del Lavoro; voi conoscete l’atteggiamento preso da questa di fronte alla guerra libica, gesta inutile e disastrosa che non è però da mettere, come noi infatti non mettiamo, in relazione con l’attuale guerra orientale. Soprattutto il pericolo che ci minacciava l’anno scorso non è da mettere in relazione con quello che incombe su di noi oggi. I popoli balcanici si preparavano da lunga data alla guerra; la guerra nostra, il fatto di Tripoli che indebolì la Turchia, è stato l’occasione. E il pericolo grava ancor più su di noi. Ma i socialisti e i proletari come si sono opposti alla guerra italo-turca si oppongono a quella balcanica. Noi pur non mettendo a paragone le due guerre, sentiamo e dichiariamo che il proletariato ha fatto bene a mettersi contro a questa nuova lotta per non avere la responsabilità di un disastro europeo.
Otto Glöckel
Salutato da grandi applausi comincia a parlare il rappresentante dei compagni austriaci.
– Non mi è mai doluto tanto di non possedere la vostra armoniosissima lingua, quanto in questo momento nel quale debbo porgere a voi, raccolti in questa magnifica sala, il saluto solidale del partito socialista dell’Austria e della frazione socialista del parlamento austriaco.
Però una cosa mi consola ed è la coscienza di essere, ad onta di questa difficoltà, compreso da voi, fratelli, anche se voi non capite la mia lingua. Siamo animati dalle medesime idee, ci entusiasma la stessa fede; ci unisce lo scopo comune, cioè l’emancipazione del proletariato dai legami umilianti del capitalismo, l’elevamento del popolo lavoratore ad un grado superiore di coltura intellettuale e morale, la formazione di una organizzazione ben solida e battagliera la quale, superando tutti gli ostacoli e spianando tutti gli impedimenti saprà condurci alla agognata vittoria.
Ed è per questo che con vera gioia sono corso fra di voi dall’impero vicino onde testimoniare che siamo tutti di un sol pensiero, e che confini arbitrari e segnati dal caso non valgono a dividerci nella condanna più recisa e perentoria della guerra.
Lo sterminio della guerra
Nuovamente è giunto un tempo di decisioni terribili e sanguinose. La sterminatrice furia guerresca imperversa traversando territori vastissimi e città e villaggi, già floridi di vita, consumati dal fuoco, ne segnano quali orribili fiaccole la via; superbi e meravigliosi prodotti, che allo spirito umano sono costati secoli di lavoro e di fatica, si trasformano in sanguinosi strumenti di guerra (applausi vivissimi).
In un tempo in cui la diplomazia tradizionale è venuta meno al suo compito, sorpresa dagli avvenimenti, che non ha saputo né prevedere né regolare; in cui si avanza minaccioso l’orribile pericolo di una conflagrazione europea, è necessario che le masse popolari facciano sentire la loro voce; quelle masse che, quando il pericolo si fa imminente, non possono come i diplomatici chiedere i passaporti e abbandonare il terreno scottante sul quale si combatte e si muore (un’ovazione scrosciante interrompe l’oratore), quelle masse che non possono come i grandi de’ regni e degli imperi, ne’ loro palazzi e castelli lussuosi, dare il segnale dell’attacco e che poi, distanti decine e centinaia di miglia dalla mortale pioggia dei proiettili si scambiano graziosamente le decorazioni guerresche, pel coraggio e il valore dimostrato dagli altri (l’ovazione si ripete). Quelle masse i cui figli il giorno del cimento sono comandati nelle prime file, ad esporre corpo e vita sulle trincee, ad essere bersaglio viventi ai colpi nemici.
Lo scopo del Comizio
L’assemblea d’oggi deve avere un duplice scopo: di chiarimento a chi sta in basso e di ammonizione a coloro che stanno in alto. Insieme alle altre centinaia di dimostrazioni di tutte le nazioni deve essere l’espressione della ferma volontà del socialismo internazionale concorde di liberare l’umanità dal terribile flagello della guerra. Nelle relazioni che quotidianamente ci giungono dai campi di battaglia leggiamo come bastino pochi minuti per annientare migliaia di giovani esistenze, ciascuna delle quali riassume in sé una somma non indifferente di cure, di speranze e d’orgoglio. Il lavoratore che ha fondata una famiglia e che onestamente si affatica per tirarla innanzi viene colpito da un altro lavoratore.
Ma chi è il nemico? Contadini che normalmente zappano la loro terra; operai che creano ricchezze; ingegneri che per anni ed anni si sono preparati a compiere opere utili e buone, giovani studiosi, che coraggiosamente hanno cercato di addentrarsi ne’ campi chiusi del sapere umano! La guerra è un terribile ritorno alla barbarie primitiva.
I colpevoli
E dove sono i colpevoli? I turchi tenevano i popoli slavi della Macedonia in uno stato di asservimento terribile: i grandi proprietari turchi strappavano ai loro contadini il terzo è più del prodotto. In Macedonia va lentamente compiendosi una rivoluzione sociale simile a quella che nell’Europa occidentale si svolse verso il 1848. La Bulgaria, la Serbia, la Grecia, il Montenegro vogliono profittare dell’occasione per arrotondare i loro territori. I principi stranieri vogliono acquistarsi quella popolarità che sino a ieri era loro mancata. La Russia, ghignando, tiene loro mano, per poi trarne profitto.
Ma i rimproveri maggiori, le imputazioni più gravi, devono essere rivolte all’Impero Austro-Ungarico che, nel 1908, annettendo la Bosnia Erzegovina strappò per la prima il trattato di Berlino colpendo i Giovani Turchi
Il popolo austriaco non vi aveva il minimo interesse. L’interesse vero dell’Austria esige che viva in pace profonda e sicura con i popoli balcanici, per poter scambiare senza impedimenti i suoi prodotti industriali con i loro prodotti agricoli. Ed oggi siamo in pericolo gravissimo che anche l’Austria si lasci trascinare nella trista avventura, ciò che significherebbe la guerra europea.
La protesta dei socialisti
I socialisti, mediante comizi numerosissimi, domenica scorsa hanno protestato energicamente per tutto l’impero. Noi non vogliamo la guerra. “Noi abbiamo ben altre cure, ben altri problemi da risolvere, come le questioni del caro vivere, della disoccupazione, gli scompigli interni”.
Ma disgraziatamente anche in Austria la sobillazione per la guerra è fortissima e condotta con tutti i mezzi leciti ed illeciti. Clericali e nazionalisti tedeschi giocano col pensiero della guerra.
Ma otto giorni sono abbiamo loro detto: cristiani piissimi dov’è la vostra protesta contro la guerra la quale storpia così orrendamente i “fatti alla immagine di Dio?”. Per noi il comandamento biblico “non uccidere” vale per tutti, operai, borghesi, principi e re!
E i nazionalisti tedeschi come potranno rispondere che il fior della nazione la gioventù venga dissanguata per un’idea fantastica?
Noi, socialisti, aspettiamo gli eventi a mente calma, fredda e con sicura coscienza. Centinaia di migliaia di giovani vengono gettati annualmente nell’esercito dei potenti. Le guerre e il militarismo divorano somme enormi e i pesi pubblici si fan sempre più schiaccianti. Centinaia di migliaia s’irreggimentano, per contro, nell’esercito del socialismo
Dov’è il nostro posto
Il tempo delle decisioni sanguinose de’ potenti genera quello in cui ogni singolo deve pure decidersi. Dove è il mio posto? Deve chiedersi ognuno. Fra la borghesia guerrafondaia oppure nel socialismo che non vuole e non cerca altro che il benessere del popolo? Unitevi a coloro che condannano la barbarie della guerra, al nostro esercito! Anche noi abbiamo le nostre parole d’ordine: chiarimento, cultura delle masse; e la nostra bandiera di guerra è rossa. La bandiera dell’Internazionale. E verrà il giorno in cui trionfalmente potremo gridare: Il tempo del Capitalismo co’ suoi spaventevoli fantasmi è sorpassato. Soltanto chi lavora ha diritto di mangiare. Il socialismo ha vinto! Nella lotta uniamoci ai fratelli di tutto il mondo civile: Guerra al regno della guerra. Abbasso il capitalismo. Viva l’emancipazione del popolo lavoratore!
Un’ovazione lunghissima e formidabile saluta lo smagliante discorso del compagno austriaco.
Compère-Morel
Compère-Morel, il valoroso rappresentante dei socialisti di Francia, ha la parola appena il traduttore ha terminato, fra vivissimi applausi, di ripetere il magnifico discorso del Glöckel, e così principia:
– La giornata d’oggi conterà come una delle più belle negli annali della Internazionale operaia. Giammai un’azione comune era stata condotta con altrettanto vigore nella nostra vecchia Europa dai nostri organizzatori di classe.
Se v’è tanta audacia nella concezione, tanta rapidità nella esecuzione di questa campagna internazionale, è che ciascuno di noi ha l’orrore della guerra.
La Guerra! Una parola che semina spavento e terrore! Perché?! Domani i lavoratori di Milano, di Roma, di Torino potrebbero essere chiamati a sgozzare i lavoratori di Lione, di Parigi, di Marsiglia! I contadini della vostra Romagna dovrebbero uccidere i contadini della nostra Provenza, e della nostra Linguadoca? Lagrime e sangue dovrebbero scorrere fra due nazioni, il cui proletariato è legato da un ideale comune?
Il nemico è invece altrettanto comune: la borghesia capitalistica di tutti i paesi; e noi, le mille volte, non la vogliamo affatto. Non la vogliamo; non l’accettiamo perché la guerra è appunto insita nel regime capitalista. Essa non scomparirà, o almeno il pericolo della guerra non cesserà di sussistere che con il finire dello sfruttamento capitalistico.
Si! La potenza delle forze socialiste ed operaie è la sola diga che si possa elevare contro la guerra, e ogni volta che i nostri raggruppamenti politici e i nostri sindacati di mestiere vedono il numero dei loro aderenti aumentare, segno è che si verifica una probabilità in meno per lo scoppio d’una guerra.
Ma bisogna forse attendere che le nostre organizzazioni di classe abbiano attinto le massime forze loro per lottare contro la guerra medesima? No! Da oggi noi possiamo, noi dobbiamo fare qualche cosa.
Noi dobbiamo prendere la testa del movimento pacifista: antinazionalista qui; antisciovinista in Francia; antimperialista altrove. Noi dobbiamo evitare al popolo gli orrori di una guerra, al mondo del commercio e dell’industria i pericoli di una conflagrazione europea; e sollevare anche una corrente anti cannibalistica.
E quando i pericoli di una conflagrazione europea saranno passati noi ci dovremo rimettere alla nostra opera di reclutamento e di organizzazione; in vista: primo, di aumentare le nostre truppe; secondo, di conquistare il potere politico naturale di ciascun paese.
L’oratore, che è stato applauditissimo, quasi ad ogni periodo del suo bellissimo discorso – vorremmo scrivere ad ogni strofe della sua vibrante canzone antiguerresca – è salutato alla fine da una commovente ovazione. Il pubblico lo ha seguito attentamente, capendolo quasi a pieno e perciò la traduzione fattane dal nostro Mussolini può limitarsi ad un accenno sommario dei principali “temi” svolti dal carissimo amico di Francia.
Il Prof. Mussolini
L’altro dì, il giornale che rappresenta il socialismo spurio, ci domandava con un po’ di ironia se noi possediamo la bussola che ci guidi nelle nostre direttive politiche di fronte agli avvenimenti balcanici. Orbene, bisogna distinguere fra colui che scrive su di un avvenimento “morto” cioè completo, cioè finito, e quegli che esprime il suo pensiero quando gli avvenimenti stessi si svolgono; e troppi elementi gli mancano per trarre il giudizio definitivo. Ma adesso non è nemmen più il caso di restarcene timorosi nel fissare alcune verità che, poiché siamo alfine della tragedia bellica, balzano evidenti e si impongono da sé.
Quali verità, dunque, dobbiamo affermare d’avere acquisito? Una prima: ed è che la libertà in Italia è una favola (Benissimo! Scatta l’uditorio). Noi abbiamo visto quel che è avvenuto, or è una settimana, a Vienna e a Berlino. Nelle capitali degli imperi che si vorrebbero feudali; i comizi internazionali contro l’eventualità di una guerra europea si sono tenuti liberamente. Da noi invece… E siamo – dicon – in democrazia?! – da noi, a Roma, viene arrestato Hervé. E capita di peggio. Avviene che gli oratori della democrazia romana avrebbero voluto che l’annuncio di tanta iniquità non venisse dato al loro comizio! Democrazia?! (un uragano di applausi sottolinea le prole dell’oratore che prosegue:)
Il tramonto di un’illusione
Un’altra illusione è caduta. L’illusione che fino a ieri ci ha cullato e cioè che ormai nessuna guerra potesse scoppiare fra le nazioni europee. Ci sentivamo; ci credevamo abbastanza forti per impedire lo scempio di una guerra. Reputavamo che gli istessi governanti non dovessero tentare tanta alea! Invece…
E al proposito converrà togliere dalla circolazione un “cliché” che ha fatto il suo tempo, ed è falso. Quello che si riferiva ai socialisti d’Austria; e si compiaceva di raffigurarli come imperiali regi socialisti di Cecco Beppe. No, no!
In questa occasione furono bene i socialisti austriaci, quelli che ci hanno dato il “là” per l’agitazione contro la guerra europea, quelli che prima hanno lanciato la formula ormai universalmente accettata: Il Balcano ai Balcanici! Niente intervento europeo!
Veniamo ad un’altra verità, che con ogni certezza si esprime dagli attuali frangenti. Le guerre della Monarchia concludono sempre con un mercato, con un baratto di popoli. Sia più preciso su questo punto – grida uno sconosciuto. Cioè? Ho capito. Dirò che il primo malo esempio lo ha dato la Monarchia italiana, ribatte prontamente il Mussolini.
Ma io devo… – si prova ad interrompere il commissario Goffredo.
Stia, stia a sentire, continua l’oratore, che a questo punto si addentra con mirabile perspiquità di linguaggio, nella trattazione dell’impressionante problema che ci urge, ed infine esclama: Il Balcano ai Balcanici sta bene.
Ma non si dimentichi che vi sono anche gli albanesi e i turchi. È vero che contro i turchi si possono portare le colpe della barbarie militare; ma allora c’è anche una barbarie russa e lo sanno gli ebrei di Rief e di Riscin; anche per noi c’è stata anche una barbarie cristiana più feroce di quella turca testimoniano, sinistramente, le giornate di Sciara-Sciat (Ovazione lunghissima).
Ricordatevi che fin dal dicembre del 1911 il Congresso dei socialisti serbi tenutosi a Belgrado chiariva, in fatti, che la soluzione del problema non poteva, fatalmente, essere affidata alle monarchie, ma doveva essere una Confederazione repubblicana di tutti i popoli, nessuno escluso.
L’Albania non può essere sacrificata. E si sappia che la sconfitta dell’esercito turco non vuol dire lo sterminio del popolo turco.
Con ciò non si intenda che noi siamo favorevoli al passo dell’Italia con l’Austria contro i Balcani, al diretto favore della Turchia. Anzi, ora che è stata rinnovata di fatto, la Triplice, mentre dichiariamo di non confondere nella nostra avversione i popoli austriaci e tedeschi, affermiamo più che mai il nostro dissenso dalla politica di Corte. Noi non vogliamo servire agli interessi di un Impero, ancora oggi feudale-clericale.
Il pensiero del popolo e quello della borghesia
Ma ritorniamo alla guerra. Guerra di popoli? Ma no; i popoli la subiscono. Nessuno è autorizzato a dire che i popoli applaudano all’occhiuta rapina dei Governi. Quando mai essi furono interpellati sulla volontà loro di andare ad uccidere o a morire? Ci sono milioni e milioni di uomini che vivono di una vita puramente economica: mangiano, bevono, si riproducono; ma tutto ciò che è vita civile, politica, colturale è a loro completamente ignoto. Non hanno neppure in embrione un principio di autonomia morale: è questo il gregge che subisce la guerra e va al macello senza chiedersi nemmeno perché.
I borghesi invece quando inneggiano alla guerra sono al posto loro. La guerra per la guerra, essi vogliono. È questa l’arrière pensée di lor signori. La guerra che li liberi dal socialismo, intanto che esso è virgulto facile ad essere stroncato. In fatti il Vaterland, l’organo clericale austriaco che ha voluto intitolarsi Patria, ha chiaramente scritto che una guerra europea “ci libererebbe per 50 anni dal socialismo”.
Ma precisiamo: noi non siamo contrari alla guerra per viltà. Se fossimo dei pusillanimi non saremmo a questo posto. E poi non crediamo che il coraggio vero sia quello del soldato che ubbriaco di acquavite corre al macello di sé ed altrui. È un coraggio d’un genere inferiore, basso, primordiale; è un coraggio incosciente. Di più: il socialismo è anche miglior avversario della guerra di quanto non lo sia il pacifismo borghese e democratico. Noi siamo contrari ad essa perché rappresenta il massimo di sfruttamento del lavoratore. Il proletario, con la guerra, è cioè chiamato a versare il proprio sangue, dopo aver dato nelle officine, tutto il proprio sudore.
Guerra e Rivoluzione
E fosse vero almeno che la guerra precede, prepara la rivoluzione. È una illusione, un sofisma. Leggiamo nella storia. La relazione fra la guerra di secessione degli Stati Uniti e la Rivoluzione Francese è lontana. Del resto L. Lafayette che vi partecipò tenne agli inizi della Rivoluzione un contegno ambiguo ed incerto. Fu il popolo di Parigi che demolì la Bastiglia, fu il popolo che in tre giorni e in tre notti fabbricò 50 mila picche e incitato da Camillo Demoulins si gettò sulla fortezza che rappresentava e simboleggiava l’”ancien régime”. Le giornate sanguinose del ’48 a Parigi sono forse in relazione con qualche guerra? Ah la Comune! È nata da una guerra sfortunata ed è questo vizio d’origine che l’ha uccisa.
Veniamo alle guerre più vicine. Quella del ’97 fra Grecia e Turchia, quella del ’98 fra la Spagna e gli Stati Uniti non hanno suscitato movimenti rivoluzionari. Pareva che la guerra russo-giapponese dovesse alimentare l’incendio rivoluzionario russo, ma invece dopo la sanguinosissima domenica rossa, è la reazione più feroce che trionfa e la Russia ufficiale – colla protezione manifesta agli slavi della Quadruplice – riprende nel concerto delle potenze europee quell’ascendente che aveva perduto nei piani di Manciuria sotto ai colpi micidiali dei piccoli uomini del Giappone. Per contro l’ultime rivoluzioni politiche di qualche importanza nel Portogallo e in Cina non sono in relazione con nessuna guerra. Per fare la rivoluzione occorrono dei cittadini, cioè dei soldati che rimangano cittadini, dei fucili intelligenti, ma la guerra imbarbarisce imbestia, abbrutisce gli uomini.
Difatti i più feroci massacratori dei Comunardi furono i soldati che avevano fatto le guerre coloniali in Algeria e si erano abituati ad ogni genere di atrocità. I soldati italiani non sono forse tornati dalla gloriosa gesta libica colle orecchie dei beduini tagliate e conservate come reliquie preziose? La guerra non crea il sentimento rivoluzionario là dove non esiste, anzi lo deprime, e, quando è debole, lo atterra. Noi siamo minoranza, è vero, ma che importa? Questo ci impone di continuare la nostra battaglia. Si tratta di creare l’autonomia morale della classe operaia che è stata sin qui strumento passivo nelle mani di tutte le gerarchie borghesi. Il pericolo di conflagrazioni europee tornerà. Ma allora speriamo di essere pronti. Delle due l’una. Si tratta di creare l’autonomia morale del proletariato per impedire la guerra o, se la borghesia vorrà tentare il gioco supremo, il proletariato saprà approfittarne per le sue specifiche rivendicazioni e allora il dominio borghese – già corroso, minato e logorato – andrà in frantumi. Quel giorno la questione del genere umano sarà finita comincerà la nuova storia.
La folla immensa grida per mille bocche il suo entusiasmo e Mussolini deve ringraziare a lungo prima che l’ovazione si plachi.
L’Avv. Tucci
Il discorso dell’avv. Tucci è denso di idee e di dottrina. La folla lo segue con vero interesse. L’oratore, entrando subito in argomento, dimostra che il conflitto attuale fu provocato dalla resistenza opposta dalla diplomazia alle legittime aspirazioni nazionali dei popoli balcanici allo scopo di favorire il giuoco degli interessi capitalistici della Turchia europea. Di più: la guerra balcanica ha due programmi contraddittori: uno di affermazione a difesa delle nazionalità sacrificate dal turco, l’altro di negazione e di offesa dello stesso principio di nazionalità da parte della lega balcanica ai danni del popolo albanese, avente, come gli altri popoli, il diritto insopprimibile di costituirsi a nazione indipendente. Data questa contraddizione bisogna che il popolo ripeta che è invece un interesse ideale e materiale del proletariato di favorire la formazione della nazionalità come condizione necessaria al consolidamento della pace e al libero svolgersi della lotta di classe intesa alla soppressione dei privilegi economici. Si dia così atto del fallimento universalmente dichiarato della diplomazia; riconosciuta inetta a salvaguardare la pace e dimostratasi anzi l’incubatrice dei germi di conflitto fra gli Stati perché rappresentante degli interessi di esigue minoranze plutocratiche e militaristiche contro i superiori interessi della maggioranza lavoratrice e della civiltà.
E si ritenga, sempre più, che allo scopo di favorire gli interessi di tali minoranze i poteri esecutivi di diversi Stati hanno monopolizzato la politica estera e sottratto alla discussione preventiva e al controllo delle nazioni e delle loro rappresentanze i patti di alleanza offensivi e difensivi ponendo così la vita dei popoli interi alla mercé di pochi e di irresponsabili.
Quali le conclusioni? Bisogna deliberare di dare mandato ai nostri rappresentanti in Parlamento di richiedere che nessun atto di politica estera impegnante la intera nazione sia compiuto senza la preventiva discussione della rappresentanza nazionale, alla quale deve essere avocato il diritto di dichiarare la guerra, di fare i trattati di pace, di alleanza e di commercio, diritto finora confiscato dai poteri esecutivi palesatisi specialmente ora in contrasto irriducibile cogli interessi delle maggioranze e della civiltà. E conviene anche invitare il congresso internazionale socialista che si terrà prossimamente a Basilea ad agitare nei parlamenti d’Europa questi postulati che segnano colla fine di una iniqua tutela dei popoli europei il rapido avviamento al disarmo europeo e al consolidamento della pace effettiva.
Molti applausi salutano l’oratore che presenta anche un ordine del giorno che poi è ritirato.
Zavattero
La parola di Zavattero è caratteristica; ed è autenticamente forte. Il metallo della voce si confà allo scoppiettare delle idee e delle immagini ribelli. Egli parla a nome degli anarchici; e sa di non poter nutrire soverchie illusioni circa l’efficacia dei movimenti popolari.
– Noi credevamo di aver notato i sintomi della decadenza del colosso borghese. Ecco invece che esso ci si presenta più agguerrito di prima. Nuove borghesie – quelle dei Balcani – mercé il sangue sparso dai proletari si potranno assidere al convitto delle grandi nazioni.
Né gli anarchici sono contro la guerra per un facile umanitarismo. No. Siamo contrari alla guerra per così dire nazionale: ma siamo invece, e fino in fondo, con tutti gli argomenti che sono propri della borghesia, per la guerra sociale fino al trionfo dell’idea d’ogni più splendida umanità.
Anche Zavattero ha la sua buona parte di applausi.
L’On. Turati
Salutato da una vera ovazione si leva finalmente a parlare l’on. Filippo Turati.
– Avete già udito – dice – le perorazioni di quelli che mi hanno preceduto, perché a me, d’accordo pienamente con loro, avanzi da dire molto.
Il più grande significato è dato alla manifestazione d’oggi da questa gara di conferenzieri, venuti a portare da parti diverse e lontane lo spirito di fratellanza e di solidarietà, contro la minaccia che incombe.
Per incarico della Sezione Milanese del P.S.I. che rappresenta, e a nome del Partito Socialista Italiano l’oratore porge poi agli oratori francese e austriaco il saluto fraterno e il ringraziamento commosso.
– Oggi – prosegue – qui tutti si intendono col cuore ad onta della diversità della lingua. È nei nostri cuori e nelle nostre coscienze la certezza di un grande fenomeno che va maturandosi: l’avvento del proletariato sulla scena della politica internazionale. Alludendo a Gustavo Hervé e al di lui arresto, l’on. Turati, dopo aver protestato efficacemente contro questa violenza dice: — Io non sono herveista, mi riserbo anzi di combatterlo, ma oggi mi sento oltraggiato come italiano per questa vergogna che non è nostra, per questa nuova vergogna del governo, che è forte di.. paura.
L’Internazionale di proletari
Filippo Turati traccia in seguito, ma brevemente, gli scopi dell’unione internazionale dei proletari: Il giorno in cui questa internazionale dei lavoratori non sarà più un sogno, saranno i nostri ambasciatori che tratteranno le questioni; il giorno in cui non avremo più delle politiche di brigantaggio noi non avremo più lo spettacolo ignobile e grottesco di certe società per la pace che predicano il verbo sacro per gli altri mentre per loro osannano alla guerra ed esaltano la carneficina e la rapina; quel giorno la vera società per la pace sarà la vera unione di tutti i proletari del mondo, interessati al bene loro e al bene della umanità; non avremo più le grandi democrazie che dopo aver strombazzato i grandi principi patteggiano col governo la soppressione delle loro idealità.
Questa nostra riunione, tutte le riunioni d’oggi e di domani sono un fatto del presente e un principio dell’avvenire: preludiamo alla nostra Aja.
Venendo a parlare dell’azione del Partito Socialista Italiano nel momento attuale l’on. Filippo Turati aggiunge: L’impresa libica fu decretata e portata a compimento senza che si avesse il tempo di organizzare, di far azionare un’opposizione capace, e in questo passato anno, il nostro anno di passione, abbiamo espiato ciò, lo stiamo ancora espiando poiché l’impresa libica ha fermentato l’attuale nuovo grande uragano.
Per la civiltà universale
– Ricordate le parole di Wandervelde? Un anno fa? Ci ammoniva che tutto ciò, tutto questo grande disastro sarebbe sorto a pesare sulla nostra coscienza. Ma il socialismo fu prima colto nel sonno ed ora ripara al fallo correndo con tutte le volontà, con tutti i sacrifici, maggiormente sentiti, oggi, a mettersi contro il nuovo disastro.
È così il sogno di Marx che si realizza grado grado: Marx fu che disse unitevi, ma non unitevi per le frazioni, per le sezioni, per i paesi, unitevi per la civiltà universale.
L’on. Turati termina così il suo efficacissimo discorso:
– Noi diciamo oggi alla diplomazia che è come dire diciamo alla borghesia: riflettete, qualche cosa nasce; badate che la civiltà sorge, che l’umanità è in cammino e arriverà.
L’ORDINE DEL GIORNO APPROVATO
Siamo alla fine. Anche la commossa ovazione che ha salutato l’on. Turati ha termine ed è approvato il seguente ordine del giorno:
“Il proletariato milanese adunato a comizio nella Casa del Popolo, uditi i portavoce del proletariato socialista austriaco francese e italiano, si associa fervidamente al grido lanciato dai compagni austriaci: ’i Balcani ai popoli balcanici’, compresa l’Albania e non esclusa la Turchia a salvaguardia dei diritti etnici e religiosi delle popolazioni turche di nazionalità e musulmane di confessione; dichiara la sua decisa opposizione ad ogni intervento militare o diplomatico delle grandi Potenze diretto a ripristinare lo ’statu quo’ irragionevole e reazionario che la guerra ha già rapidamente e definitivamente soppresso, e poiché la risoluzione del problema delle nazionalità balcaniche liquida la questione orientale che giustificava sin qui nel pensiero delle classi dominanti la necessità degli enormi armamenti terrestri e marittimi che schiacciano l’Europa, afferma la necessità e il proposito di intensificare la lotta contro il militarismo e la propaganda per il disarmo simultaneo con la organizzazione progressiva economica e politica della classe lavoratrice; e riassume il suo pensiero, il suo programma, il suo ideale nel grido: Guerra al regno della guerra”.
Dopo di che, il meraviglioso comizio è dichiarato chiuso, e senza incidenti l’enorme folla si riversa in città.
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I compagni Glöckel e Compère-Morel vennero al termine della manifestazione accompagnati fino all’albergo dalla folla plaudente, invano trattenuta con i soliti modi brutali dalla polizia che aveva disposto il solito ridicolissimo apparato di forze.