Tesi del C.E. della Internazionale Comunista in previsione della conferenza di Washington
Da Inprecor, I, p. 203, novembre 1921.
I. La conferenza di Washington
La Conferenza che si deve tenere a Washington, indetta dal governo americano per risolvere i problemi dell’Asia Orientale e per la riduzione degli armamenti, è l’ultimo di una serie di tentativi falliti messi in atto dalla società capitalistica per trovare una via d’uscita dalle insolubili contraddizioni su cui la guerra imperialistica ha gettato una luce così viva, e che così si è dimostrata incapace di risolvere.
L’idea della “Mittel-Europa” e l’idea della Società delle Nazioni sono fallite l’una dopo l’altra. Il capitalismo inglese e quello tedesco, l’uno dopo l’altro, si sono dimostrati incapaci di organizzare il mondo su di una base che, pur permanendo ancora lo sfruttamento di una nazione sull’altra, ciononostante eliminasse gli armamenti e il pericolo di guerra. Oggi, a due anni dalla fine della guerra e a due anni dalla conclusione della pace, l’Europa può essere paragonata a una gabbia in cui le belve litigano intorno a un osso rosicchiato, sorvegliate da domatori che ora gettano loro un osso fresco, e ora le frustano.
Dopo che il capitalismo vittorioso ha così brillantemente mostrato i propri titoli per il ruolo di organizzatore del mondo, gli Stati Uniti d’America, che avevano preso parte al tentativo fatto a Versailles per formare la Società delle Nazioni, e che poi si erano rifiutati di aderire a questa Società, opera loro, per la seconda volta prendono l’iniziativa per risolvere i problemi dell’Oceano Pacifico, o, in altre parole, i conflitti dell’Asia Orientale, che sono per essi della massima importanza. Poi, abbandonando le spiagge del Pacifico, vogliono sollevare la questione del disarmo, come problema di importanza mondiale.
Tutto questo si dovrà fare alla Conferenza di Washington. Ma questo tentativo, al pari di tutti i tentativi precedenti, fallirà. Nella migliore delle ipotesi, non può che finire con un nuovo raggruppamento delle varie potenze e con un acuirsi delle divergenze esistenti. Ciò risulta evidente da un’analisi delle forze che premono dietro a Stati Uniti, Inghilterra e Giappone, e dall’esame delle contraddizioni tra di loro.
II. Il ritorno degli Stati Uniti all’Europa
Gli Stati Uniti si sono ritirati dalla Società delle Nazioni, primo, perché l’Inghilterra, con sei voti a disposizione, ha impresso alla Società il marchio inglese; secondo, perché i capitalisti americani non si sentivano propensi a garantire i confini territoriali mondiali raffazzonati a Versailles; e, terzo, perché la cricca capitalistica rappresentata dal partito repubblicano voleva sfruttare il fatto che le masse piccolo borghesi si erano stancate dell’Europa per subentrare alla cricca capitalistica rappresentata dal partito democratico nelle funzioni clientelari governative.
Gli Stati Uniti, però, non hanno potuto ritirarsi dalla politica mondiale, perché i capitalisti europei e gli alleati dovevano loro 20 miliardi di dollari. L’esito dei conflitti europei non deciderà soltanto se i debitori saranno in grado di pagare i propri debiti, ma anche se gli Stati Uniti saranno o non saranno in grado di mantenere in attività l’industria sviluppatasi durante le guerra. Nel 1919 non tutti i capitalisti americani credevano che la loro prosperità dipendesse dallo sviluppo economico dell’Europa, ma la crisi che infierì nel 1920‑21 dimostrò anche agli agricoltori americani che l’America non può esportare i propri prodotti in Europa se l’economia europea continua a decadere.
Per questo motivo gli Stati Uniti hanno già partecipato alla sistemazione della questione delle riparazioni tedesche; ora partecipano alla sistemazione della questione dell’Alta Slesia tramite il Consiglio Supremo; hanno preso posizione sul problema della carestia in Russia. In breve, gli Stati Uniti hanno nuovamente aderito al vero rappresentante del capitalismo mondiale vittorioso, il Consiglio Supremo, che ha reso il Consiglio della Società delle Nazioni un fantoccio. Adesso gli Stati Uniti si stanno sforzando di ottenere il controllo del Consiglio Supremo e a questo scopo sfruttano la difficile situazione in cui si trova attualmente il rivale inglese.
III. La situazione dell’Inghilterra
Per vincere, l’imperialismo inglese fu costretto a trascinare le proprie colonie nella guerra, nel corso della quale esse diventarono economicamente più forti. Nel 1917 fu dato loro il diritto di voto sulle decisioni di politica estera britannica. Ora questo diritto nominale dev’essere trasformato in realtà, perché l’imperialismo inglese è incapace di sostenere da solo il costo degli armamenti navali che deve mantenere sia contro gli Stati Uniti sia contro i propri alleati, Francia e Giappone, e perché deve tenere conto delle colonie come fattori interni alla situazione dei rapporti di forze. La Gran Bretagna ora è stata sostituita da una confederazione fra la Gran Bretagna e le colonie capitalistiche inglesi che si autogovernano, i cui interessi in politica estera non si identificano con quelli della madrepatria.
L’imperialismo inglese vuole mantenere l’alleanza con il Giappone per avere un alleato in caso di conflitto con gli Stati Uniti, per assumere il ruolo di arbitro tra l’imperialismo americano e quello giapponese, dopo aver attizzato la discordia tra americani e giapponesi.
Ma il giovane capitalismo canadese che, per ragioni di vicinanza, sta diventando sempre più dipendente dagli Stati Uniti, non può permettersi il lusso di un turbamento dei rapporti con il suo potente vicino. Alla recente Conferenza Imperiale il Canada si è opposto al rinnovo dell’alleanza con il Giappone e cortesemente rifiutato di farsi vincolare da un eventuale rinnovo. L’Australia, il cui solo nemico possibile è il Giappone, in caso di conflitto con quel paese avrebbe trovato un alleato negli Stati Uniti. Gli agricoltori del Sud Africa non vogliono avere niente a che fare con i conflitti politici mondiali. Questo atteggiamento assunto dalle principali colonie ha privato l’imperialismo inglese della libertà di movimento nei confronti degli Stati Uniti.
In quest’atmosfera di divergenze politiche mondiali non risolte la crescente concorrenza economica tra Gran Bretagna e Stati Uniti pone a entrambi i paesi l’interrogativo se essa non porterà alla fine a una crescita della corsa agli armamenti che potrebbe condurre ad una nuova guerra mondiale. In tale guerra la Gran Bretagna si troverebbe in una posizione più pericolosa che nella guerra 1914‑18 perché, mentre da una parte non potrebbe contare completamente sulle proprie colonie, dall’altra si troverebbe ad avere come avversaria la Francia, il cui sforzo per dominare l’Europa continentale attraverso una rete di stati vassalli, Polonia, Cecoslovacchia e Romania, e la cui politica in Medio Oriente, la pongono sempre più in contrasto con la Gran Bretagna.
L’imperialismo inglese ha contribuito a distruggere la potenza non soltanto navale, ma anche militare del capitalismo tedesco. Il disarmo del capitalismo tedesco ha reso il militarismo francese l’elemento decisivo sul continente europeo. L’avvento di armi a lunga gittata e di aerei e sommergibili in caso di guerra permetterebbe alla Francia, alleata con gli Stati Uniti, non soltanto di assediare l’Inghilterra, ma anche di invaderla. Questa situazione costringe il governo inglese a cercare di arrivare a un’intesa con gli Stati Uniti. Lo scopo di quest’intesa è la formazione di un trust capitalistico anglo-sassone. Gli Stati Uniti sarebbero il centro di gravità di questo trust mentre il Giappone dovrebbe farne le spese.
IV. L’isolamento del Giappone
Durante la guerra l’imperialismo giapponese ha accumulato ricchezze con poca spesa rifornendo gli Alleati e sfruttando l’incapacità dell’Inghilterra di rifornire le proprie colonie di una quantità sufficiente di prodotti industriali.
All’inizio della guerra, avendo accortamente impedito alla Cina di parteciparvi, il Giappone sottrasse a forza Kiaochow e la provincia dello Shantung all’imperialismo tedesco e vi si sostituì. Acuì le difficoltà della Cina e sotto la maschera dell’organizzatore le sfruttò per impadronirsi del vasto impero che, sotto la guida del Sud borghese, stava cercando a tentoni la via che lo conducesse dalla disunione feudale all’unità. I risultati della guerra minacciano di privare i giapponesi dei frutti della vittoria. La sconfitta della Germania e la scomparsa della Russia come elemento imperialistico, che avrebbe potuto unirsi al Giappone in imprese di saccheggio, lo riducono per un aiuto contro gli Stati Uniti a fare assegnamento sulla sola Inghilterra.
V. I progetti degli Stati Uniti in Asia Orientale
Gli Stati Uniti vedono nella Cina e nella Russia (soprattutto nella Siberia) dei mercati per soddisfare la loro enorme necessità di espansione economica, e dei territori da conquistare all’investimento di capitale americano.
La posizione di monopolio di cui godono gli Stati Uniti nella loro condizione di creditori mondiali e, inoltre, la competitività dell’industria americana nei confronti non soltanto dell’industria giapponese ma anche di quella inglese, spingono gli Stati Uniti a contrastare tutti i privilegi imperialistici che gli Stati imperialisti più vecchi, Francia, Inghilterra e Giappone, hanno acquisito in passato in Cina, o quelli che potrebbero acquisire in Siberia. Gli Stati Uniti, sotto lo slogan della “porta aperta in Cina” coniato dal Segretario di Stato americano John Hay nel lontano 1900, stanno cercando di far indietreggiare il Giappone; il loro modo di trattare la questione delle stazioni radio cinesi sull’isola di Yap vale a dimostrare che essi sono decisi a dare battaglia su tutto il fronte.
Questa politica minaccia gli interessi inglesi, anche se in misura molto minore di quelli giapponesi. Non soltanto perché l’Inghilterra è un osso più duro del Giappone per la concorrenza americana, ma anche perché la questione del Pacifico, vitale per il Giappone, non è che una delle preoccupazioni dell’Inghilterra. Perciò il Giappone può contare sull’Inghilterra solo fino ad un certo punto. Costretta a scegliere tra Giappone e Stati Uniti, l’Inghilterra parteggerà per questi ultimi. Perciò la Conferenza di Washington rappresenta un tentativo degli Stati Uniti per strappare al Giappone con mezzi diplomatici i frutti della sua vittoria.
VI. Prospettive per la conferenza di Washington
Qualsiasi accordo sulla limitazione degli armamenti nel Pacifico, o sulla sua suddivisione in zone in cui ogni potenza abbia la supremazia, dipende dall’esito dei negoziati diplomatici sui dibattuti problemi del Pacifico. L’Inghilterra appoggerà il Giappone e cercherà di determinare un compromesso tra Stati Uniti e Giappone, che le permetta di continuare l’alleanza con il Giappone includendovi formalmente gli Stati Uniti. Il valore militare dell’alleanza con il Giappone in caso di guerra con gli Stati Uniti non va sottovalutato. Il compromesso potrà aver luogo sia che il Giappone riceva delle contropartite in Siberia, sia che si facciano agli Stati Uniti delle concessioni in Cina, o si dia loro il diritto di compartecipazione nello sfruttamento del petrolio della Mesopotamia ecc. ecc.
Se l’Inghilterra riuscirà a concludere questo compromesso, farà di tutto per mantenere, all’interno dell’alleanza anglo-nippo-statunitense, rapporti particolarmente stretti con il Giappone.
In seguito da parte delle tre potenze contraenti si arriverà ad un accordo per fissare gli armamenti navali ad un livello che non possa essere considerato pericolosamente competitivo.
Se invece le potenze non riuscissero a raggiungere un accordo sui punti in questione il conflitto economico e la corsa agli armamenti procederebbero senza limitazioni.
Nel primo caso, Stati Uniti e Inghilterra agirebbero di concerto per privare il Giappone di una parte dei frutti della sua vittoria a beneficio degli Stati Uniti e a spese della Cina e, forse, della Russia sovietica. Un accordo di questo tipo si rivelerebbe punto di partenza di nuovi raggruppamenti diplomatici e di nuovi conflitti politici mondiali, allo stesso modo della pace di Shimonoseki quando Russia, Germania e Francia fecero di tutto per strappare al Giappone i frutti della sua vittoria sulla Cina nel 1894.
Nel secondo caso, il processo di inasprimento dei conflitti esistenti si evolverebbe con maggior rapidità.
Essi tuttavia non scomparirebbero del tutto in nessuna delle due circostanze. Quindi il conflitto economico tra Inghilterra e America continuerà ad essere il principale problema mondiale. Il conflitto anglo-nipponico rimane, come rimane quello anglo-francese.
Nello sfondo di questi conflitti che dividono il mondo dei vincitori capitalistici si profila il conflitto con i paesi capitalistici sconfitti, e, in seguito, con i popoli coloniali, e, infine, con la Russia sovietica, che rappresenta una breccia nel sistema degli Stati capitalisti.
VII. La conferenza di Washington e l’Internazionale Comunista
Anche il tentativo di risolvere la questione della limitazione degli armamenti sul continente europeo è condannato al fallimento. Dopo il completo disarmo della Germania, anche se la Francia abbandonasse i propri preparativi militari, la sua sicurezza non sarebbe compromessa; essa tuttavia non rinuncerebbe alla propria posizione di prima potenza militare in Europa, perché la politica dell’imperialismo francese mira al dominio del continente europeo.
A parte la Francia, ci sono i suoi Stati vassalli, che con la pace di Versailles e i successivi trattati hanno tutti ricevuto in assegnazione dei territori abitati da popolazioni straniere e ostili. La Polonia ha una gran quantità di abitanti ucraini, piccolo-russi e tedeschi, mentre le Cecoslovacchia può essere paragonata all’antico Impero austriaco, perché, oltre che dai Cecoslovacchi, è popolata da tedeschi e ungheresi. Un gran numero di ungheresi e bessarabici sono stati assoggettati dalla Romania. Moltissimi bulgari sono stati sottoposti al dominio romeno e jugoslavo. Lo status quo in Europa Centrale, Meridionale e Orientale oggi si regge sulle baionette.
Nel Medio Oriente, la Francia, partendo dai suoi possedimenti africani e dalla Siria, fa di tutto per aggirare l’Inghilterra nel suo punto più sensibile, il Canale di Suez. Si propone con questo di ostacolare la politica inglese volta a stabilire – attraverso il territorio di un grande Stato arabo dipendente dall’imperialismo inglese – le linee di comunicazione tra Egitto e India. Per costringere la Francia a rinunziare ai propri armamenti in una simile situazione, l’Inghilterra deve arrivare a un accordo con la Francia su tutti i problemi mondiali.
Quanto poco le stesse potenze capitaliste credano alla possibilità di un disarmo è dimostrato dal fatto che, avendo accolto cordialmente la proposta fatta da Harding di discutere il disarmo a Washington, immediatamente dopo il governo inglese ha deciso di spendere 30 milioni di sterline nella costruzione di nuove navi da guerra. Lo ha giustificato facendo rilevare che il Giappone sta costruendo otto corazzate che saranno terminate per il 1925, e che gli Stati Uniti sarebbero in possesso di 12 supercorazzate.
L’Esecutivo dell’Internazionale Comunista afferma che la Conferenza di Washington non ci porterà né al disarmo né a una stabile pace tra le nazioni, e che essa rappresenta semplicemente un tentativo di conciliare gli interessi dei grandi predoni imperialisti anglo-sassoni a spese del predone più debole, il Giappone, della Cina e della Russia sovietica. Questa analisi del carattere della Conferenza di Washington è confortata dal fatto che la Russia non vi è stata invitata, per renderle impossibile denunziare il modo vergognoso in cui a Washington si gioca con le sorti dei popoli.
A qualsiasi arrangiamento diplomatico si sia giunti a Washington, l’Esecutivo dell’Internazionale Comunista mette in guardia le masse operaie e i popoli coloniali asserviti dal nutrire la speranza che esso possa liberarli dalla minaccia del mondo capitalistico armato fino ai denti e dello sfruttamento da parte degli Stati capitalistici.
L’Esecutivo dell’Internazionale Comunista fa appello a tutti i partiti comunisti e a tutti i sindacati affiliati all’Internazionale Sindacale Rossa perché intensifichino l’agitazione e la lotta contro i governi imperialistici i cui interessi contrastanti avranno come risultato inevitabile un nuovo conflitto di dimensioni mondiali, se la rivoluzione proletaria non disarma la classe capitalista e non crea così le condizioni per una nuova federazione di dimensioni mondiali di tutti i popoli lavoratori.
L’Esecutivo attira l’attenzione della classe operaia di tutto il mondo sugli intrighi che si stanno tramando a Washington contro la Russia sovietica. Fa appello alle masse della Cina, della Corea e della Siberia Orientale perché si stringano ancora di più attorno alla Russia sovietica, l’unico Stato al mondo pronto a offrire assistenza su di una base di eguaglianza e di aiuto fraterno ai popoli d’Oriente che vengono minacciati dall’imperialismo mondiale.
Congresso dei lavoratori dell’Estremo Oriente Pt.1
Sessione di apertura
21 gennaio 1922
Introduzione di Zinoviev
Compagni, a nome del Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista, dichiaro aperto il Congresso dei Lavoratori dell’Estremo Oriente.
(Brindisi, canto dell’“Internazionale”)
Compagni, il Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista dà una grande importanza a questo Congresso. Sono stato incaricato di accogliere tutti i compagni qui riuniti in nome di tutti i lavoratori comunisti organizzati nella Fratellanza Internazionale dei Lavoratori, conosciuta come Internazionale Comunista. La nostra fratellanza internazionale, dal primo giorno della sua esistenza, si è resa conto del fatto che la vittoria completa del proletariato sulla borghesia in questa situazione è possibile solo a scala mondiale.
C’è qualcosa di più che ci distingue dalla Internazionale precedente, una delle più importanti caratteristiche che distingue la Terza Internazionale dalle organizzazioni precedenti consiste nel fatto che noi, non solo a parole ma nei fatti, stiamo cercando di diventare l’organizzazione non solo dei proletari d’Europa ma anche dei lavoratori del mondo intero. L’Internazionale Comunista tiene sempre chiaramente presente il fatto che la rivoluzione dei lavoratori potrà essere vittoriosa nelle attuali condizioni solo come rivoluzione mondiale. Troppo spesso l’idea della rivoluzione mondiale è stata sostituita dall’idea di una rivoluzione europea.
Naturalmente, sappiamo molto bene lo straordinario significato che hanno in se stessi il movimento dei lavoratori e il generale movimento rivoluzionario in Europa. Non abbiamo alcun motivo di sottovalutarlo, ma allo stesso tempo, sappiamo che la vittoria decisiva sarà garantita solo nel caso che la lotta non sia limitata al solo continente europeo, quando le centinaia di migliaia e le centinaia di milioni di lavoratori e masse oppresse si risveglieranno all’Est.
Tutti sanno che l’Internazionale Comunista è diventata una potenza in relazione alla vittoria della rivoluzione operaia in Russia. La rivoluzione che ebbe luogo nel 1905 nel nostro paese ha causato considerevoli conseguenze internazionali. Quella rivoluzione ha innescato un movimento rivoluzionario in Turchia e Persia. Già la nostra rivoluzione del 1905 ha indubbiamente esercitato una notevole influenza sul movimento rivoluzionario in Cina degli anni 1911 e 1912, che ha assunto forme più turbolente. Ma la nostra rivoluzione del 1905 ha incontrato l’ostacolo delle forze coalizzate internazionali. Ha trovato eco presso le nazioni oppresse di altri paesi comprese quelle dell’Est, che risuonava però in lontananza.
La grande rivoluzione operaia in Russia, di cui siamo testimoni, ha già trovato una incomparabile maggiore eco tra i lavoratori del mondo intero compresi quelli dell’Estremo Oriente. Il più grande compito della Terza Internazionale è fare tutto il possibile per affrettare il risveglio dei popoli lavoratori dell’Estremo Oriente.
All’inizio della nostra attività, nel tentativo di attrarre i più avanzati lavoratori d’Europa come quelli dell’Est ci siamo scontrati con l’aspra critica e con i falsi eroi della Seconda e della Internazionale Due e Mezzo. Hanno inteso schernirci perché volevamo realizzare l’unione fra l’avanguardia proletaria dell’Ovest e i popoli dell’Est, che nelle opinioni di alcuni capi delle Internazionali Seconda e Due e Mezzo, sono ancora in un sonno da cui non è possibile svegliarli, perché non sarebbero in grado di diventare fattore attivo nella realizzazione della storia del mondo. Sappiamo perfettamente bene che questi nostri avversari sono solo dei social-opportunisti, solo socialisti piccolo-borghesi. Sappiamo che sono il vecchio, l’arrugginito, la ristretta mentalità dell’Europa piccolo-borghese, che non conoscono niente al di fuori dell’Europa se non cose lontane e misteriose.
La Internazionale Comunista sa con perfetta chiarezza che l’unione del proletariato avanzato di Europa e di America con il risveglio delle masse lavoratrici dell’Est è un fatto assolutamente necessario per la nostra vittoria. Di qui il nostro tentativo di poco più di un anno fa di organizzare il famoso Congresso di Bakù, da qui il tentativo attuale da parte della I.C. di raggiungere un’intesa con le masse lavoratrici e i loro dirigenti rappresentativi che dal lontano Oriente sono giunti nel paese dove ha sede il Comitato Esecutivo della I.C. e tutta la I.C.
Come si può giudicare dalle risoluzioni prese in tutti e tre i nostri Congressi, si comprende bene che siete costretti a lavorare in condizioni diverse da quelle in cui operano i partiti proletari dell’occidente. Il Comitato Esecutivo della I.C. ascolterà con grande attenzione i rapporti, le informazioni che ci darete.
Non vogliamo nascondere che i collegamenti che manteniamo con i delegati dei paesi qui rappresentati sono molto carenti. Sappiamo molto poco di cosa avviene in paesi come il Giappone e ogni resoconto sull’organizzazione, per esempio, di sindacati in Giappone merita la massima attenzione da parte dell’avanguardia proletaria organizzata nell’Internazionale Comunista. Sappiamo anche molto poco del movimento rivoluzionario in Cina, eccetto per le informazioni dei compagni qui presenti.
Siamo assolutamente certi che la presente rappresentanza del proletariato giapponese, che siamo felici di vedere qui, sia sufficientemente internazionalista, nel vero senso della parola, nel rapportarsi con i cinesi, i coreani e tutte le altre nazioni che sono oppresse dalla borghesia giapponese. Siamo convinti che i nostri compagni giapponesi terranno viva l’eredità di Karl Liebknecht, che il nemico è in casa propria, che il principale nemico dei lavoratori è la loro propria borghesia. Siamo convinti che a questo Congresso l’idea elementare che non ci può essere antagonismo nazionale fra i lavoratori di Giappone, Cina, Corea, Mongolia, etc. che sono qui rappresentate, emergerà alla luce di una verità evidente. Siamo profondamente convinti che questo Congresso rinsalderà la fratellanza dei lavoratori di tutti i paesi anche nella loro forma organizzata.
Compagni, ripeto, noi attribuiamo a questo Congresso grande importanza. La I.C. conseguirà completamente il proprio scopo solo se sapremo tradurre in azione e con successo il programma delineato ed elaborato nei dettagli al Secondo Congresso.
La Seconda Internazionale, ormai definitivamente diventata, e sempre di più, una organizzazione al servizio della borghesia, ha fatto bancarotta sulla guerra e sull’atteggiamento nella questione delle nazioni coloniali e semi‑coloniali, non ha avuto una chiara linea di condotta ed alla fine ha preso una chiara posizione borghese.
La questione del suo atteggiamento verso le nazioni coloniali è ben lontana dall’essersi risolta dopo il Congresso della Pace di Versailles e della Conferenza di Washington e continuerà ad esistere anche dopo l’approssimarsi della Conferenza di Genova, questa questione rimarrà all’ordine del giorno fin tanto che il proletariato, guidato dall’I.C., non avrà realizzato la vittoria finale sul sistema borghese. È su questa questione più che su tutte le altre che il Comintern ha rotto bruscamente con la maledetta tradizione della Seconda Internazionale, che ha portato alla vittoria della borghesia sul proletariato durante i non dimenticabili giorni della guerra imperialista. Questa è la questione delle questioni, il nodo principale della politica mondiale e della lotta dei lavoratori in tutto il mondo.
Alla Conferenza di Bakù il C.E. del Comintern esortò “i Partiti Comunisti di tutti i paesi e i lavoratori di tutte le nazioni oppresse ad unirsi!”. Questo è l’appello che adesso noi indirizziamo ai rappresentanti dell’Estremo Oriente che con grande gioia salutiamo oggi nel nostro paese. I Partiti Comunisti di tutti i paesi e i lavoratori del mondo intero, e in particolare dell’Estremo Oriente, si uniranno sotto la bandiera dell’Internazionale Comunista segnando la vittoria finale sul mondo imperialista.
Viva il Congresso dei Lavoratori dell’Estremo Oriente!
(applausi).
Rapporto di Zinoviev
23 gennaio 1922
La situazione internazionale e i risultati della Conferenza di Washington
Compagni, il mio compito sarà, naturalmente, di presentarvi nei suoi lineamenti fondamentali la situazione internazionale così come è durante il nostro Congresso, e per abbozzare le caratteristiche dei nostri compiti, concepite già dal C.E. del Comintern.
Sono passati già tre anni dalla fine della guerra imperialista. Ma è certo ovvio che ancora molti anni dovranno trascorrere prima che l’umanità inizi a dimenticare i suoi effetti. Tutto il mondo è in lotta, come un uccello in gabbia, cercando di limitare le terribili conseguenze della guerra, che si sono provate ad ogni svolto.
Le caratteristiche fondamentali dell’attuale periodo post‑bellico, così come lo vedo, consistono nel fatto che sempre più urgenti si sollevano questioni non dal fronte europeo ma da quello dell’Asia e dell’Estremo Oriente.
Con questo non intendo dire che prima di adesso queste problematiche non svolgessero un ruolo importante. Tutti sanno che per decenni il problema asiatico ha giocato un ruolo importante nelle questioni della politica mondiale. Tutti sono ben consci che la prima Rivoluzione in Russia, nel 1905, aveva una vicina attinenza con la guerra Russo-Giapponese, che nel suo svolgersi era intimamente connessa con i problemi dell’Estremo Oriente.
Ma nell’immediato futuro il problema dell’Asia e dell’Estremo Oriente sta prendendo effettivamente la precedenza rispetto ad ogni altra questione della politica mondiale. Ce ne rendiamo conto con particolare evidenza se analizziamo la lotta che sta prendendo piede intorno alla pace firmata dopo la chiusura della guerra imperialista. Se diamo un’occhiata anche agli ultimi fatti, se volgiamo lo sguardo alle recenti dimissioni del Ministro Francese Briand, il quale fa anche la proposta della controversa Conferenza di Genova, si vedrà come le questioni europee stanno iniziando ad essere sempre più svuotate e superficiali.
I paesi vincitori, e la borghesia francese in primo luogo, con i loro pii desideri, hanno solo brigato per ottenere una insignificante porzione di ciò che si aspettavano di ricavare e quello che la Francia pensava di essere autorizzata a portar via alla Germania sconfitta. Abbiamo letto ieri la dichiarazione del borghese ministro francese Poincaré: «Hanno cercato di rappresentarci, noi Francesi, come pazzi imperialisti (ha detto proprio così) e per di più che solo noi siamo colpevoli di chiedere che la Germania debba pagare per ciò di cui si è impegnata, per ciò che ha firmato». Suona proprio come una sacrosanta richiesta. Ma noi sappiamo che la Germania non è in condizione di pagare e qualsiasi cambiamento venga apportato nel Gabinetto francese, nessun serio cambiamento potrà aversi in questa situazione.
Questo piccolo insignificante fatto fornisce un esempio di come le questioni europee divengono del tutto superficiali e svuotate. La guerra tragica, che è costata i più tremendi sacrifici, è riuscita ad essere solo una cesura nel tempo. La borghesia vittoriosa non può ottenere alcunché dai paesi sconfitti, dentro i confini di Europa. Sono confini abbastanza estesi, ma in confronto all’intero globo sono assai piccoli e questi confini non possono contenere problemi di serie dimensioni.
È evidente quanto le questioni dell’Asia abbiano avuto la loro parte nella guerra imperialista del 1914‑17 e svoltovi un ruolo molto importante. Tuttavia per molti aspetti questa guerra ha portato in prima linea i problemi europei: la questione balcanica, quella degli Stretti, ecc. Ma ancora, dopo la più sanguinosa e terribile guerra che l’umanità abbia mai visto, vediamo con maggiore chiarezza che le questioni in contesa fra gli imperialismi si stanno spostando in Asia. Il problema dell’Estremo Oriente sta così diventando un milione di volte più concreto che non sia mai stato finora, sta diventando la questione delle questioni, il perno della politica mondiale, e anche il perno dell’intero movimento di liberazione del proletariato e delle nazioni oppresse.
La storia degli ultimi anni può essere riferita ad alcune città dove i più importanti accordi tra gli imperialisti e le loro vittime hanno avuto luogo. Quando noi citiamo il nome di Brest-Litovsk, Bucarest, Saint-Germain, Versailles, citiamo i più importanti eventi della politica imperialista degli ultimi anni. Ma recentemente un’altra città si aggiunge, Washington, diventata il centro dei problemi dell’Estremo Oriente e che ci interessa molto. Possiamo ricordarci bene il baccano che è stato fatto a Washington. Ricordate come a quella Conferenza promisero di risolvere la questione del disarmo, di sanare le ferite dei paesi come la Corea, come là promisero di risolvere la questione cinese, di rendere felici le nazioni dell’Estremo Oriente.
È comprensibile che i rappresentanti più avanzati delle nazioni dell’Estremo Oriente possano difficilmente avere una qualche fiducia in Washington, che difficilmente possano fondarvi qualche seria speranza. Dal passato corso degli anni recenti nessuno se ne può convincere, ovunque l’imperialismo assume forme particolarmente ipocrite, con gli autori di questa ipocrisia, i rappresentanti della borghesia americana, che si sforzano di combinare la più grande rapina imperialistica con la più farisaica ipocrisia doppiogiochista. Basta ricordare le memorabili attività di Mr. Wilson, che, come tutti sanno, sarebbe stato in procinto di risolvere tutte le aspettative dell’Estremo Oriente, dopo aver promesso di rendere felici tutte le nazioni oppresse.
Le stesse cose si ripetono oggi, quando i massimi predatori del potere capitalistico diffondono l’illusione che i più forti di questo mondo desiderino risolvere le grandi sofferenze che affliggono le nazioni oppresse dell’Estremo Oriente. La borghesia americana ha di nuovo messo in atto il suo imbroglio. Un gran miracolo si sarebbe dovuto vedere a Washington, le nazioni martirizzate dell’Estremo Oriente e le nazioni oppresse in generale, malgrado l’esperienza dei molti inganni del passato, avrebbero dovuto riporre qualche speranza nella Conferenza di Washington, le promesse di Wilson avrebbero dovuto risollevare le speranze di qualche nazione oppressa.
Siamo adesso ormai nella condizione di riassumere i risultati di Washington. Mi sembra che il 10 dicembre 1921 rimarrà una delle date più nere della storia dell’umanità. Il 10 dicembre 1921 a Washington abbiamo visto la conclusione dell’accordo fra quattro degli attuali più potenti governi, quattro dei maggiori governi imperialisti oppressori e reazionari: Inghilterra, Francia, Giappone e America. Penso che questa alleanza, nella sua vera essenza, sarà riportata nella storia come l’“Alleanza delle Quattro Sanguisughe”, l’alleanza dei quattro poteri imperialisti più sanguinari che, prima di entrate in lotta – e inevitabilmente dovranno rompere fra di loro – concludono un armistizio per meglio opprimere le nazioni, a spese del loro sangue, grazie al quale questi ladri imperialisti hanno vissuto per molti anni.
Conoscete le principali promesse fatte a Washington. Era per risolvere il problema del disarmo. In realtà, e questo è adesso del tutto evidente, hanno risolto il problema degli armamenti. Quelli di voi che hanno seguito le discussioni dei signori illuminati riuniti a Washington, possono ricordare bene la velenosa litigata che ebbe luogo fra Briand, neo‑dimesso, e i suoi oppositori alla Conferenza, con trattative all’ingrosso riguardo alle forze navali sottomarine da collocare in questo o quel paese. Questi signori, incuranti del fatto che tutta Europa stava ascoltando, che erano davanti agli occhi delle nazioni oppresse dell’Asia, come se fossero soli si sono scambiati delle innocenti battute sulla questione delle flottiglie sottomarine, dichiarando che avevano bisogno di questa flotta per esaminare il fondo del mare, raccogliere ciottoli, ecc. Ovvio che nessun disarmo è uscito da quella Conferenza. La conferenza ha confermato una volta di più l’affermazione comunista che nessun disarmo è possibile durante l’esistenza del capitalismo, e che sarà possibile parlare seriamente di disarmo solo quando le nazioni oppresse avranno riportato la vittoria sui governi imperialisti. Così solo si risolve la questione del disarmo.
Vediamo adesso come si affronta il problema dei diversi paesi dell’Estremo Oriente. Come si risolve il problema della Corea? Ci hanno detto che anche alcuni membri attivi del movimento di liberazione coreano nutrono delle speranze in Washington, pensano che potrebbe accadere qualche miracolo, che qualche chiarimento del problema coreano potrebbe venire in seguito. Ora, cosa è successo? La parola “Corea” non è stata neppure citata alla Conferenza di Washington, come se la Corea non esistesse sulla terra, come se a Washington dove c’erano tutti i poteri riuniti non avessero mai sentito dell’esistenza della Corea; nessuno ha detto una parola sul problema coreano, almeno nei discorsi ufficiali. Questo probabilmente non ha impedito a questi signori di scambiarsi opinioni dietro le quinte su chi deve continuare a opprimere la Corea. Se il popolo Coreano ha bisogno di lezioni penso che non ne possa trarre di migliori e convincenti che dal silenzio a Washington.
Il problema cinese, come sapete, è stato risolto completamente ed interamente nello spirito americano. Più o meno l’accordo è stato trovato per riconoscere alla Cina la cosiddetta politica della “porta aperta”, promossa dal capitalismo americano per egoistici motivi, perché pensano di essere capaci di battere tutti gli altri capitalismi concorrenti sul mercato cinese attraverso la libera concorrenza della “porta aperta”. Il commercio americano con la Cina ammontava nel 1916 a 189 milioni di dollari, arrivava nel 1920 a di 385 milioni, quasi il doppio. Questo dà al capitalismo americano la fiducia di essere capace di praticare la “porta aperta”, di poter trarre di gran profitti dalla Cina.
E sarebbe il più spiacevole errore immaginabile se si trovasse fra i rappresentanti della Cina del Sud, per esempio, qualche sempliciotto ad accettare come oro colato lo slogan della “porta aperta” della vera democrazia e di chi cadesse così nella più comune delle trappole capitaliste. Purtroppo dobbiamo osservare con rimpianto che, secondo le nostre informazioni (e devo ammettere che abbiamo veramente poche e sporadiche informazioni), alcuni lavoratori attivi nel movimento rivoluzionario della Cina del Sud, fra gli aderenti di Sun Yat Sen, fra i numerosi lavoratori del suo partito, talvolta guardano non senza speranza all’America e al capitalismo americano, aspettandosi appunto che da quello si rovescino sulla Cina rivoluzionaria i benefici della democrazia e del progresso. Spero che la Conferenza di Washington convincerà le avanguardie più lungimiranti della Cina del Sud, i rivoluzionari cinesi, tutti coloro che stanno combattendo per l’autodeterminazione delle loro nazioni, anche se non sono socialisti, che i capitalisti americani non sono affatto loro amici, ma i loro più implacabili nemici, che sempre avvicinano le loro vittime (e questo è il metodo preferito dal capitalismo americano, come ho già dimostrato) con parole d’ordine democratiche e con la più evidente ipocrisia.
Il problema mongolo è stato anch’esso dimenticato dalla Conferenza di Washington. Da quando la Mongolia fu liberata, grazie a qualche piccolo aiuto dal Governo dei Soviet (il Governo dei Soviet sarà, ovviamente, sempre fiero di prestare in ogni circostanza anche una minima assistenza alla Mongolia), il problema della Mongolia è stato rilanciato come una palla avanti e indietro fra tutti i capitalisti. Il capitalismo Giapponese sta adesso provando di avvalersi di questo problema, comprando una parte di politicanti mercenari cinesi, sta seminando discordia fra la Mongolia e i rivoluzionari cinesi sotto il pretesto del patriottismo democratico. Propongono la questione della restituzione della Mongolia alla Cina. Alla Conferenza di Washington, niente è stato detto apertamente sulla Mongolia, come è successo per il caso della Corea.
Sapete che gli incontri diplomatici a Washington, che sono ancora in corso, non hanno ancora ottenuto risultati definitivi. C’è adesso in prima linea il problema di andare alla nuova Conferenza di Genova, che, in parte, sposta l’attenzione dai negoziati di Washington. Nessuno di noi può prevedere quando la Conferenza di Genova avrà luogo, come finirà, con quale ampiezza saranno discussi i problemi dell’Estremo Oriente così come quelli europei.
In ogni caso una cosa è certa, Washington conferma che tutto ciò che è avvenuto era inevitabile, cioè che, fintanto alla testa dei più ricchi paesi – Giappone, America, Inghilterra, Francia – sta la borghesia imperialista, il problema dell’Estremo Oriente sarà gravemente destinato a crescere e in nessun caso potrà trovare soluzione. In parole povere, Washington conferma ancora una volta la politica di spartizione che i poteri imperialisti hanno condotto per molti anni. Infatti i nove decimi degli obbiettivi della guerra del 14/17 sono incentrati sul come dividersi il mondo. Il mondo era stato diviso dagli imperialisti già prima del 1914. In questa prima guerra imperialista la questione fu solo quella della re‑distribuzione del mondo. Anche prima dello scoppio della guerra imperialista del 1914, la spartizione era compiuta, per cui un commerciante inglese, in media, sfrutta non meno di 800 nativi in quelle colonie da cui l’Inghilterra succhia il sangue e i profitti. Ulteriori conflitti e contese nascono per la stesso motivo.
Adesso Washington ha, nel complesso, confermato la spartizione del bottino saccheggiato nel 1918, l’anno della chiusura della guerra imperialista. Al Giappone rimane il dominio su Corea, Yap, Liao‑Dun e Shantung; l’America mantiene le Filippine, l’Inghilterra l’Egitto ed India, la Francia l’Indo‑Cina. Come possono affrontare alcuna di questioni? È perfettamente chiaro che hanno deliberato in linea con la formula: io ti aiuto a rubare questa e quest’altra colonia, e tu mi aiuterai a rubare quella e quell’altra.
Seguendo le discussioni della Conferenza di Washington torna frequente il ricordo di un magnifico discorso dell’ultimo Jaurès, pronunciato poche ore prima dello scoppio della guerra imperialista, quando era ormai evidente che la guerra era inevitabile, e quando, esaminando le cause dell’imminente catastrofe, dichiarò a uno dei convegni tenutisi a Parigi: «Domani la guerra scoppierà, domani ti diranno che è una guerra per liberare le nazioni oppresse, ma io vi dico che questa sarà una guerra per spartirsi i profitti. Vi dico che sarà una guerra per la spartizione delle nazioni oppresse». Dicendo poi: «I rappresentanti dei governi di oggi si muovono secondo la formula: io ruberò su questo lato della strada e fingerò di non vedere tu che stai rubando sull’altro lato». I deliberati di Washington hanno seguito la stessa linea. Il Giappone disse all’America: stiamo chiudendo un occhio mentre voi saccheggiate questo o quel posto, ma vogliamo che voi li chiudiate entrambi mentre noi rapiniamo la Corea.
Deve essere perfettamente chiaro ai dirigenti delle nazioni oppresse dell’Estremo Oriente, anche per coloro che non condividono la visione comunista, che dalla Conferenza di Washington non un solo uomo cosciente possa aspettarsi niente, ma solo nuova oppressione, nuovo sfruttamento dagli imperialismi più potenti. Più acutamente che mai dopo la Conferenza di Washington la questione che sta davanti a tutti i membri del movimento di liberazione dei popoli dell’Estremo Oriente è: quale sarà la prossima tappa? Dove è la questione e dove la soluzione di tutte le questioni della liberazione nazionale di questi popoli, obbiettivi attuali dell’oppressione del potere imperialista?
Cerchiamo di affrontare le domande che sorgono dai principali paesi rappresentati a questo Congresso.
La questione cinese
Nell’ultimo decennio la Cina ha offerto il classico miglior esempio di ciò che gli imperialisti assetati di sangue sono in grado di fare quando si trovano di fronte un paese indifeso, oppure che non è abbastanza forte per difendersi. Cerchiamo di considerare i fatti che si svolsero all’inizio di questo secolo, per non parlare di quello che era accaduto prima di allora.
Le atrocità senza precedenti che hanno svergognato gli imperialisti di tutti i paesi, incluso Impero Russo sono il miglior esempio del cinismo e della rapina imperialista. In nessun posto come in Cina è così evidente la crudeltà, la ferocia e la barbarie della così chiamata civilizzazione dei poteri europei. Un grande popolo con una popolazione di centinaia di milioni è stata ed è preda di una banda imperialista. Questa banda è di per sé piuttosto piccola. Le ultime cifre che ho visto mostrano che ci sono 20.000 stranieri contro un milione e mezzo di cinesi a Shanghai. E tutti noi sappiamo che questi 20.000 tengono l’intera popolazione delle zona in schiavitù economica e schiacciano sotto il loro tallone la vita culturale e nazionale della popolazione locale. Gli imperialisti non si limitano nell’infliggere inaudite sevizie ai cinesi. Ovviamente, compagni, non sta a me dirvi come gli ufficiali, i bottegai americani e inglesi vi torturano, di come sputano in faccia ai cinesi, dei loro giardini chiusi a tutti gli indigeni, di come maltrattano le donne nel vostro paese. Potreste, ovviamente, dirci a noi europei, molto a proposito di tutto ciò. È una grande vergogna che queste cose possano accadere ai giorni nostri.
Se la Cina non è stata ancora fatta a pezzi, se è stata sacrificata così tanto sull’altare della guerra civile, se individui come Tchan-Tso-Lin, un Hoong‑Hoos [sic], che ancora oggi non sa scrivere il suo nome ma potrebbe arrivare a governare immensi territori, se il famoso Doodzuns può depredare questo ricchissimo paese e farlo tornare indietro nell’oscurità, se vogliono mantenere il giovane imperatore cinese con uno stipendio di quattro milioni di dollari all’anno, veramente enorme per un così giovane monarca, se, al momento, in connessione con l’offensiva capitalistica in Cina, vediamo un enorme sfruttamento dei lavoratori, ciò è dovuto principalmente all’insolente interferenza dell’imperialismo straniero.
È compito del presente Congresso indicare la guida luminosa per gli attivisti del movimento rivoluzionario cinese. Il problema della Cina, e in particolare il problema di questo Congresso, è quello di portare l’unità nelle file sparse dei rivoluzionari cinesi. Il compito di organizzare i lavoratori dell’Internazionale Comunista è aiutare il diviso e oppresso popolo cinese a svolgere il più elementare e semplice problema: buttar fuori tutti i suoi predoni, buttar fuori tutti gli oppressori del popolo cinese, che sono la causa delle vostre grandi sofferenze.
Sappiamo bene in quale difficile situazione sia adesso la Cina. I predoni imperialisti accumulano i debiti della Cina a tal punto che nel 1920 ammontavano a tre miliardi di dollari, per l’esattezza due miliardi ottocento milioni e novantacinquemila. Sappiamo che, grazie all’intervento degli imperialisti, grazie alle guerre intestine, la Cina mantiene un esercito di circa due milioni di uomini. Tuttavia appare un paese completamente disarmato perché, a causa dell’intervento imperialistico, questo esercito è diviso, separato, ed è utilizzato dagli imperialisti per i loro interessi.
Sappiamo che gli imperialisti europei hanno cercato di diffondere su di voi i loro missionari, e si vantano della grande quantità di denaro speso per loro. Non molto tempo fa ho letto un libro scritto da uno di questi imperialisti che con grande soddisfazione riportava le seguenti cifre: la Chiesa Cattolica ha 50 vescovi, 1.500 sacerdoti stranieri, 1.000 sacerdoti cinesi, ecc. Ci sono un milione e mezzo di cinesi convertiti al cristianesimo come risultato del loro lavoro. La missione protestante, secondo la sua dichiarazione, ha 500 istruttori, 383 missionari, circa 100 dottori cinesi, 1.092 ministri, ecc., ne risultato il fatto che ci sono circa mezzo milione di convertiti al protestantesimo. Tutti questi missionari, senza dubbio, hanno diffuso molte menzogne sulla Conferenza di Washington ma, comunque sia, non abbiamo mai sentito alzare una loro voce di protesta, non abbiamo sentito da loro descrizioni delle sofferenze e delle umiliazioni patite dal popolo cinese, risultato del rapace intervento imperialista nella loro vita.
Questo il quadro ideale che dipingiamo della vostra lotta, della vostra sofferenza, sebbene sfortunatamente le nostre informazioni attuali sulla situazione in Cina siano molto parziali. Probabilmente sappiamo poco dei fatti attuali, vediamo solo un piccolo angolo delle sofferenze, umiliazioni, e privazioni a cui il popolo cinese è sottoposto per il brutale intervento dell’imperialismo.
Sappiamo perfettamente bene che la protesta che si sta levando in Cina contro l’imperialismo non è una protesta comunista, è l’elementare naturale desiderio del popolo di essere padrone del proprio destino. Ma noi dichiariamo che il Comintern è completamente dedicato al sostegno dei desideri del vostro cuore, considerandoli indiscutibilmente giusti, e ritiene suo dovere mettere tutto il suo potere e autorità morale dalla parte del popolo cinese aiutandolo a raggiungere le elementari libertà e indipendenza che gli appartengono naturalmente. Il Comintern contribuirà a raggiungere il giorno in cui la borghesia giapponese, americana e inglese con i loro gendarmi non saranno più in grado di ingannare le masse della Cina, a comportarsi come fossero in una stalla, non sarà in grado di commettere le atrocità commesse impunemente durante la repressione della rivolta dei Boxer, rivolta per la quale avete pagato non solo col vostro sangue e le vostre lacrime, ma anche con il vostro oro.
Corea
Il destino della Corea all’inizio fu strettamente in relazione con la competizione fra gli imperialismi di Russia e Giappone, e durante gli ultimi anni il suo destino è stato principalmente legato al Giappone. Noi sappiamo bene che attualmente migliaia di rivoluzionari di Corea stanno riempiendo le galere, abbiamo sentito che centinaia e migliaia sono caduti nella lotta contro l’imperialismo giapponese, abbiamo sentito dell’insurrezione del 1919, e stiamo seguendo con non diminuita attenzione la lotta che si sta sviluppando del popolo coreano contro i suoi oppressori.
La Corea, è governata da un numero abbastanza insignificante di imperialisti giapponesi. Secondo i dati che ho letto (forse non sono abbastanza esatti) nel 1917 in Corea c’erano solo 332.000 giapponesi contro circa venti milioni di coreani. Di questi 332.000, 144.000 vivono in otto città coreane, cioè non sono andati nei villaggi dove vive la maggior parte della popolazione coreana. Il Giappone può vantarsi del fatto che un così insignificante numero di giapponesi (uno e mezzo per cento del totale della popolazione), maggiormente capitalisti e i loro agenti e mercenari, governa e opprime il 98,5% della popolazione coreana. Ovviamente, il Giappone è attratto dalla Corea soprattutto per le sue ricchezze naturali, carbone, grafite, ferro ed oro. Nel 1917 c’erano 38 milioni di yen di capitale giapponese investiti in Corea. Il capitale giapponese sta diventando ogni anno più potente in Corea.
Fino a quando, ovviamente, il popolo coreano non prenderà nelle sue mani il proprio destino la Corea svolgerà in relazione al Giappone la parte, per esempio (ci sono naturalmente delle differenze), dell’Irlanda rispetto all’Inghilterra, con l’unica differenza, che, come sappiamo, i più vicini dell’est, sono i più vili, più assetati di sangue, più cinici, diventando l’imperialismo più spudorato. Se i capitalisti inglesi stanno strangolando l’Irlanda con metodi in confronto civili, tanto per dire, se i boia dell’imperialismo inglese trattano gli irlandesi con i guanti, gli imperialisti giapponesi trattano la Corea con i più inauditi metodi barbari, che dovrebbero suscitare l’indignazione non solo di ogni rivoluzionario coreano, ma di ogni uomo onesto ovunque.
L’Internazionale Comunista sta guardando la lotta di emancipazione del popolo coreano con la massima attenzione. L’Internazionale Comunista ha seguito con sorpresa e dolore la svolta, nel corso della lotta per la libertà del popolo coreano, di alcuni capi coreani che hanno riposto delle speranze su Versailles, immaginando che sarebbero riusciti a ingraziarsi gli imperialisti europei e asiatici. Questo Congresso deve dire sinceramente e in modo fraterno a tutti i rivoluzionari coreani, riguardo alle loro particolari convinzioni, che devono una volta per tutte liberarsi, loro e la loro gente, di ogni residuo di speranza che la questione nazionale coreana possa essere risolta in altro modo che non la stretta unione con l’avanguardia dei lavoratori rivoluzionari di Europa e d’America. Devono una volta per tutte scacciare il pensiero che sia possibile ogni compromesso per la soluzione della questione nazionale tramite un accordo con gli imperialisti.
La questione della Mongolia
Ho detto di sfuggita che sulla questione della Mongolia qualcuno si aspetta che venga risolta dal ritorno sotto la sovranità cinese, e che gli imperialisti giocano con questa questione come con un giocattolo. Gli stessi imperialisti fingono aneliti di autonomia per quei popoli che hanno nelle loro grinfie, come ad esempio nel caso del governo giapponese in Corea. Mi sembra che sarebbe molto triste se tra i capi, per esempio, del sud della Cina rivoluzionaria si trovasse chi fosse così dottrinario sul problema della Mongolia da proporne il ritorno sotto il dominio cinese.
Mi sembra che la soluzione finale della questione mongola arriverà nello stesso tempo in cui la Cina si libererà dal giogo sotto il quale sta languendo adesso, quando la Cina di per sé scaccerà i soldati imperialisti delle nazioni straniere, quando la rivoluzione sarà completamente vittoriosa in Cina, e quando ci sarà sufficiente libertà per essere in grado di dire che il destino della Cina è nelle mani degli stessi cinesi, quando la Cina si sarà liberata dal giogo dell’oppressione sotto il quale essa oggi soffre; quando espellerà dal proprio territorio i soldati delle nazioni imperialiste straniere; quando i rivoluzionari trionferanno finalmente in Cina e il paese avrà raggiunto la prima fase dell’emancipazione; quando la Cina sarà in grado di dire che il suo destino è alla fine nelle mani del proprio popolo – poi, e solo dopo si potrà vedere la questione mongola in una nuova luce.
Per il momento diremo ai rivoluzionari cinesi che sono circondati da ogni parte da nemici e molto compromessi con gli imperialisti; che possono in ogni momento cadere vittime di questi imperialisti, fintanto la guerra civile non sarà finita e la Cina rimanga lacerata e divisa non solo in Nord e Sud ma in una serie di unità territoriali, fintanto il paese sarà governato dagli imperialisti stranieri.
Diremo a questi rivoluzionari del Sud che se qualche dottrinario dovesse pretendere che la Mongolia torni immediatamente sotto la Cina (indipendentemente dalla situazione del popolo cinese) sarebbe un grande errore, anzi più che un errore. Questo errore sarebbe non solo grave per la Mongolia ma anche per la Cina. Un popolo che tende a opprimerne un altro, anche in piccola misura, non sarà mai libero. Nessun popolo dell’Estremo Oriente può dimenticare questa verità. Effettivamente, spesso vediamo che un popolo oppresso si rende perfettamente conto di questo finché ne è coinvolto, ma cambia le sue idee quando si stabilisce su altri popoli un rapporto di dipendenza. Abbiamo spesso notato questo errore in merito ai popoli che hanno costituito formalmente l’Impero Russo, e riteniamo nostro dovere dare una parola di avvertimento ai rivoluzionari cinesi, in modo che non si possa ripetere nei confronti della Mongolia “come si dà, così si riceve”… Se si desidera l’emancipazione del popolo cinese, se si desidera la sua liberazione dal Giappone e dagli altri oppressori, fate attenzione a non dimenticare che la vostra politica deve essere lungimirante quando si tratta di un popolo come il mongolo il cui destino è strettamente collegato con il vostro.
Questo è lo stato delle cose riguardo ai principali popoli che sono i più oppressi nell’Estremo Oriente e i cui rappresentanti sono qui. Ma noi abbiamo invitato ugualmente a questo Congresso i rappresentanti delle nazioni che opprimono. Possiamo vedere qui un certo numero di rappresentanti giapponesi, la qual cosa, credo, sia una corretta indicazione e la prova che la Internazionale Comunista è sulla giusta strada per risolvere il problema dell’Estremo Oriente. Non esiste soluzione senza il Giappone: il proletariato giapponese tiene nelle sue mani la chiave della soluzione del problema dell’Estremo Oriente, e la presenza a questo Congresso dei rappresentanti dei lavoratori giapponesi è la nostra sola e seria garanzia che stiamo almeno partendo dal nostro metodo per trovare la soluzione a questo problema.
I giapponesi sono conosciuti come i prussiani dell’est. Una parte della borghesia giapponese è orgogliosa di questo nome. Essa prova a condizionare i lavoratori giapponesi con il veleno del patriottismo, proprio allo stesso modo degli imperialisti britannici, che in parte sono riusciti ad avvelenare i lavoratori britannici. Non ci può essere nulla di più triste che vedere, per esempio, l’atteggiamento dei lavoratori britannici riguardo alla questione irlandese, un atteggiamento che non sempre è quello che dovrebbe essere da parte dei lavoratori; in qualche maniera si sente che hanno assimilato insieme al latte materno i pregiudizi nazionali con i quali la borghesia britannica li ha coscienziosamente impregnati. Bene, diciamolo apertamente, qualche volta troviamo che anche i comunisti britannici hanno un modo sbagliato di trattare la questione irlandese. Fu Marx che 50 anni fa aveva già detto che la classe operaia britannica non sarebbe stata in grado di emanciparsi a meno che non si emancipasse l’Irlanda. Sebbene riconoscano il principio, il loro atteggiamento verso l’Irlanda, verso gli operai e i contadini irlandesi è rozzo e sprezzante. Non ci sono dubbi, la borghesia giapponese vuole fare esattamente la stessa cosa con i suoi operai rispetto alla Cina e alla Corea, e così provano ad iniettare nella giovane classe operaia giapponese la nota malattia dello sciovinismo.
Ma noi speriamo che il senso di autoconservazione del giovane proletariato giapponese prevarrà contro il pericolo di essere ammorbati da questa seria malattia. A questo Congresso, quando per la prima volta vediamo un gruppo considerevole di operai giapponesi, consideriamo nostro dovere dire tutto quello che si pensa su questo argomento, fraternamente, francamente e onestamente. Alla luce di tutte le esperienze fatte dall’Internazionale Comunista in tutti gli altri paesi, riteniamo necessario metterli in guardia contro l’abile e insidioso gioco che stanno praticando su di loro i capitalisti inglesi, e anche i capitalisti giapponesi ci stanno provando.
La chiave di volta della questione dell’Estremo Oriente è nelle mani del Giappone. Marx ha detto che senza una rivoluzione in Inghilterra ogni rivoluzione in Europa sarebbe come una tempesta in un bicchiere d’acqua. Bene, mutatis mutandis lo stesso si può dire della rivoluzione in Giappone, che senza di essa ogni altra rivoluzione nell’Estremo Oriente sarebbe un fatto locale e in confronto poco importante. La borghesia giapponese domina e opprime molti milioni di uomini nell’Estremo Oriente, tenendo nelle sue mani il destino di tutta quella parte di mondo. La sola cosa che può veramente risolvere la questione dell’Estremo Oriente è la sconfitta della borghesia giapponese e la vittoria finale della rivoluzione in Giappone. Solo dopo la vittoria in quel paese la rivoluzione nell’Estremo Oriente cesserà di essere “una tempesta in un bicchiere d’acqua”. La responsabilità maggiore è del giovane proletariato giapponese.
Le nostre informazioni sono lontane dall’essere complete (questa è la prima occasione che abbiamo per un incontro amichevole con gli operai giapponesi), ma anche quel poco che sappiamo dimostra che il movimento dei lavoratori giapponesi sta iniziando a risvegliarsi e ad organizzarsi. Per molti aspetti sta ancora passando lo stadio della malattia infantile.
Il Giappone ha quasi tre milioni di operai (stime attuali dicono molti di più). È vicino ad avere 5 milioni di contadini nullatenenti. Il Giappone sta vivendo uno sviluppo irruente del capitalismo, ciò nonostante vediamo il movimento dei lavoratori in Giappone ancora molto debole. Comunisti con coscienza di classe nel paese sono poche centinaia. Il numero dei rivoluzionari, sindacalisti, anarchici, ammonta solo a qualche centinaio. Dalle rivolte del riso del 1918, (il grande movimento elementare di massa) la borghesia giapponese, a quanto pare, non ha avuto occasioni per lottare contro ampi movimenti rivoluzionari. Se esaminiamo la situazione giapponese nel momento attuale, da una certa distanza, come è, arriviamo alla conclusione che la borghesia giapponese si avvantaggia del fatto che il Giappone è nella fortunata posizione di poter raccogliere i frutti dell’impetuosa crescita a larga scala del capitalismo e diventare favolosamente ricca. Fino ad oggi non ha avuto bisogno di guardare l’altra faccia della medaglia, e non ha ancora visto il saluto col pugno alzato del movimento operaio giapponese. Il destino del movimento operaio giapponese sta acquisendo una importanza internazionale enorme.
Ho già parlato a proposito della alleanza delle quattro sanguisughe sancita a Washington (in stretta collaborazione, per il momento), con lo scopo di spezzare, torturare, e dividere i popoli oppressi dell’Estremo Oriente, con maggiore ferocia di quanto non è stato fino ad ora. Questa quadruplice alleanza di sanguisughe, in ogni modo, non può rimandare l’ora della inevitabile gigantesca guerra nell’Oceano Pacifico. Questa guerra è inevitabile. Sicuro, come al giorno segue la notte, così la fine della prima guerra imperialista sarà seguita da una seconda guerra, il cui centro ruoterà intorno all’Estremo Oriente e al problema del Pacifico. Questa guerra potrà essere evitata solo dalla rivoluzione proletaria. Non è possibile dire quando questa guerra scoppierà, se nel 1925 o nel 1928, anno più anno meno, ma è inevitabile. E non può essere evitata dal destino. Sarà possibile evitare questa guerra se la giovane classe operaia giapponese rapidamente diventa sufficientemente forte da agguantare la borghesia giapponese per la gola, e se parallelamente con questo ci sarà un movimento rivoluzionario vittorioso in America.
Se la guerra civile scoppia in America, sarà qualcosa di molto superiore a ciò che abbiamo visto finora. Sarà portata avanti con spietata caparbietà. È giusto quello che affermano i compagni americani, che quando la lotta fra la borghesia e gli operai raggiungerà lo stesso livello raggiunto in Russia, intere città salteranno in aria, la borghesia americana lotterà con tale disperazione da produrre una terribile catastrofe, che in confronto, la lotta in Russia apparirà come un gioco da ragazzi. La resistenza della borghesia americana sarà molto determinata. Non meno determinata sarà la resistenza dell’avida e abile borghesia giapponese, giusto adesso al suo apice. Solo una parallela e rapida crescita di una forte organizzazione del giovane movimento operaio del Giappone e di America sarà capace di salvare l’umanità da un’altra guerra e prevenire una tremenda distruzione dell’industria, che risulterebbe da una guerra senza precedenti distruttiva fra America e Giappone.
Abbiamo il diritto quindi di affermare che il destino di diverse centinaia di milioni di persone che vivono in Cina, in Corea, e in Mongolia sono nelle mani della classe operaia giapponese. E l’obbiettivo di questo Congresso è quello di coordinare l’attività degli oppressi, le masse non proletarie dell’intero Estremo Oriente, con il proletariato industriale e delle campagne del Giappone. Voi, piccolo gruppo di avanguardia operaia del vostro paese, voce del pensiero e delle aspirazioni di centinaia di milioni di oppressi dell’Estremo Oriente, dovete trovare la felice soluzione che potrà realmente coordinare il movimento della giovane classe operaia del Giappone, con quello non proletario delle grandi masse di quei paesi che sono oppressi dal Giappone.
L’Internazionale Comunista assicurerà ogni coordinamento, il coordinamento con la classe operaia d’America, Inghilterra, Francia e delle altre nazioni che partecipano allo sfruttamento e alla spartizione dei profitti nell’Estremo Oriente, che partecipano alla alleanza delle quattro sanguisughe; il compito del coordinamento a scala mondiale del movimento deve essere preso dal Comintern tutto intero, perché lo considera la ragione più importante per la sua esistenza. Il Comintern ha scritto sulla sua bandiera “Rivoluzione Mondiale”, non la rivoluzione solo europea. La rivoluzione europea è una parte, un piccolo angolo sulla mappa della rivoluzione mondiale. Comprendiamo perfettamente bene che è nostro interesse non perdere mai di vista queste prospettive, fare tutto questo per realizzare la giusta cooperazione e coordinamento delle forze dell’Estremo Oriente con quelle della classe operaia d’America ed Europa. Ma l’iniziativa è nelle vostre mani, e dipenderà in larga misura da voi il corretto coordinamento degli interessi del proletariato con quelli delle masse non proletarie dell’Estremo Oriente, per i quali la libertà nazionale e l’indipendenza sono obbiettivi di principale importanza.
I sentimenti espressi qui non sono ancora quelli comunisti, sta semplicemente crescendo una eccitazione rivoluzionaria nazionale. Sarete capaci di attuare l’unione del movimento nazionale rivoluzionario con il più robusto movimento proletario i cui obbiettivi sono di carattere puramente comunista? Questa unione è necessaria e inevitabile. L’Internazionale Comunista ha capito l’inevitabilità di questa unione dall’inizio della sua esistenza. L’Internazionale Comunista nel suo secondo Congresso ha considerato la questione delle nazionalità oppresse come una questione particolarmente importante.
Vi dilungherete sulle politiche dei vari partiti nell’Estremo Oriente con maggiori dettagli. Non ho bisogno di parlare molto a lungo su questa questione. Voglio solo sottolineare il nostro atteggiamento in generale sui problemi del vostro Congresso in connessione con la situazione internazionale. Devo ricordarvi delle decisioni del secondo Congresso dell’Internazionale Comunista del 1920, che in nome degli operai comunisti del mondo dichiarò che non potevamo limitarci allo slogan sull’eguaglianza di tutte le nazioni. Che l’eguaglianza di tutte le nazioni sia necessaria è una semplice verità conosciuta da tutti noi. Dobbiamo affrontare una situazione nella quale se una nazione domina un’altra questa dovrebbe sembrare selvaggia e barbara.
Ma non possiamo fermarci qui. Molto spesso la borghesia contrabbanda le falsità borghese sotto la parola dell’uguaglianza di tutte le nazioni. L’Internazionale Comunista sa pienamente e chiaramente che i popoli oppressi dovrebbero unirsi intorno ad un paese, la Russia Sovietica. Questo non è stato pronunciato da un solo partito, 43 partiti rappresentati al secondo Congresso, provenienti da tutto il mondo, lo hanno dichiarato. Si sono presi in proprio la responsabilità per la Russia Sovietica, e hanno invitato tutti i popoli oppressi a raccolta intorno al primo paese dove per la prima volta nella storia la questione nazionale ha trovato una felice soluzione. Certo, molte altre questioni non sono ancora state risolte dalla Russia Sovietica, molte questioni, in particolare nel campo economico, non sono ancora state risolte, ci sono ancora molte piaghe aperte che sono causa di grandi sofferenze per la Repubblica Sovietica, ma c’è una questione che non esiste più in Russia, la questione nazionale. La questione nazionale è stata risolta nella Repubblica Sovietica con inusuale facilità, in modo abbastanza indolore, con la completa soddisfazione di tutte quelle nazionalità che facevano parte dell’Impero russo e adesso vivono nella Repubblica dei Soviet.
Solo l’altro giorno il Comitato Centrale Esecutivo di tutta la Russia ha deciso su alcune questioni nazionali nelle repubbliche autonome e alcuni distretti dell’Estremo Oriente e in Siberia, e sono state risolte facilmente e in modo indolore. Sapete che la Russia è abitata da decine di nazionalità che languivano sotto un giogo pesante. Sapete che durante il dominio zarista, e il dominio della borghesia, subivano molti torti tanto che odiavano e rifiutavano qualsiasi cosa fosse russo. Ciò che la borghesia e la nobiltà, nel corso di decenni e secoli, hanno rovinato, la classe operaia russa, onestamente e senza molta fatica ha restaurato in pochi mesi: risolvere la questione nazionale con metodi fraterni fino alla completa soddisfazione di tutte le nazionalità che hanno vissuto e vivono nella Russia dei Soviet. È per questo che abbiamo il coraggio di ritenere, a questo proposito, che diamo un esempio concreto di vita in carne e ossa. Non abbiamo più bisogno di discussioni astratte. Abbiamo un esempio di come una nazione, sconfitta la sua borghesia, possa risolvere i suoi problemi nazionali.
Questo è il motivo per cui il Secondo Congresso del Comintern ha, come deve avere, il coraggio di fare appello a tutti i popoli oppressi, inclusi quelli dell’Estremo Oriente, di stringersi intorno a quel paese che ha avuto varie esperienze in questo campo, la Russia dei Soviet, in modo che insieme alla Russia Sovietica possano risolvere i penosi problemi nazionali che rimangono ancora aperti per milioni di uomini. Il Secondo Congresso ha sciolto gli stessi fondamentali problemi che voi avete da risolvere, il coordinamento delle forze dei risvegliati popoli oppressi, che stanno conducendo una lotta che non è ancora la lotta per il socialismo, ma per la loro emancipazione insieme alla lotta del proletariato, in quei paesi dove un proletariato esiste.
Cina, Corea e Mongolia non sono da incolpare perché non hanno un proletariato industriale. Non possono saltare immediatamente diversi passaggi dello sviluppo. Non vi è nulla di male in questo. Ma sarà un disastro se falliremo l’unione con il movimento operaio in Giappone ed America.
Noi non siamo dottrinari né settari. Non abbandoniamo né abbandoneremo le basi del Comunismo. Noi esalteremo il Comunismo dovunque, anche in piccolo gruppo. Ma nello stesso tempo vivremo e combatteremo spalla a spalla con i milioni che vivono e combattono contro questo mondo crudele, e li prendiamo come sono. Consiglieremo i nostri compagni, cinesi, coreani e comunisti giapponesi, che per il momento sono un piccolo gruppo, a non farsi da parte e guardare dall’alto in basso con disprezzo ai derelitti come anime peccatrici che non sono ancora diventati comunisti, ma di andare correttamente fra le decine di milioni di uomini che stanno lottando in Cina, gente che contemporaneamente sta combattendo per la sua indipendenza ed emancipazione nazionale. Devono andare correttamente fra loro e diventare i loro dirigenti. Questo è essenziale, perché la storia ha messo in rilievo questa questione in modo definitivo. La soluzione della questione nazionale non sta a Washington ma solo nelle loro mani.
Ai capi del movimento nazionale diciamo: revocate la fiducia in Versailles e in Washington. Non credete agli intrighi di queste borghesie. Ricordate che il processo storico così pone la questione: o conquisterete la vostra indipendenza, fianco a fianco con il proletariato, o non vincerete niente; o riceverete la vostra emancipazione dalle mani del proletariato, in coordinamento con esso, sotto la sua guida, o siete destinati a rimanere schiavi delle fazioni inglesi, americane e giapponesi; o le centinaia di milioni di lavoratori di Cina, Corea, Mongolia e altri paesi capiscono che il loro alleato e dirigente è il proletariato mondiale e, una volta per tutte, rinunciano a tutte le speranze in ogni tipo di manovra della borghesia e dell’imperialismo, o i loro movimenti nazionali saranno condannati al fallimento, e avranno sempre sulle spalle gli imperialisti a seminare guerra civile, oppressione, per spartirsi il loro paese.
La questione si presenta in questo modo, non teoricamente, con degli scritti, non è la fantasia di qualche capo, ma si è dimostra nel processo di sviluppo della storia mondiale, nello sviluppo dell’imperialismo mondiale che spinge in avanti il problema dell’Estremo Oriente a un posto di primaria importanza. Questo è ciò per cui l’Internazionale Comunista si rivolge a entrambe le sezioni del Congresso: a quella composta da comunisti coscienti, con la funzione di organizzare la classe operaia per la vittoria sulla borghesia, e a quella sezione composta da elementi non proletari, a quei dirigenti delle masse lavoratrici che stanno lottando contro l’oppressione straniera. Una alleanza fra questi due gruppi è essenziale, e faremo il gioco della borghesia se con ogni mezzo indeboliremo questa alleanza. Il nostro congresso acquisirà una importanza storica universale, se riusciamo a far avanzare verso la soluzione di questo problema, del coordinamento e della cooperazione fra queste due gigantesche forze della storia mondiale.
Il compagno Lenin ha detto spesso, le centinaia di milioni di uomini nell’Estremo Oriente, parole sue, sono le ultime riserve dell’umanità. Infatti lo sono. Oggi, dopo molti anni di lotta, il proletariato russo sanguina ancora a morte come avanguardia della rivoluzione proletaria mondiale, e non intende abbandonare il suo posto. Ma anche se conseguiamo la vittoria in Europa, la nostra non sarà una vittoria finale fino a quando la questione dell’Estremo Oriente non sarà risolta, fino a quando le ultime riserve dell’umanità non si saranno risvegliate e le masse di molti milioni di uomini dei paesi che qui rappresentate non si saranno risvegliati.
Questo Congresso, che avviene nelle condizioni più difficili, mentre gli ipocriti predoni riuniti a Washington, ben lungi da esser morti, cantano in coro, non è molto forte numericamente, ma è importante per la sua qualità, per il suo compito storico e mondiale. Questi predoni imperialisti andranno all’incontro di Genova molto presto, e là proveranno a soffocare la Russia Sovietica. Non dimenticate che voi, i molti milioni di uomini dell’Estremo Oriente, siete oggi l’unico ricco boccone che non si sono ancora spartiti.
Oggi le borghesie nel mondo non sono loro stesse al corrente di quello che sta accadendo, e che cosa il futuro riservi loro; non sanno cosa le aspetta quando si risveglieranno, se sono alla vigilia di un nuovo periodo di prosperità o sull’orlo della rovina; e in questo momento siete quelli il cui peso sarà decisivo. Se questo risveglio dei popoli dell’Estremo Oriente procederà rapidamente, in modo organizzato ed energicamente, se dichiarerete la guerra al vostro sonnacchioso Oriente, se voi, che rappresentate gli elementi più avanzati dei vostri popoli, condurrete la loro battaglia senza alcuna considerazione per gli inevitabili sacrifici, e se capirete che il vostro vero dirigente è il Comintern, allora molti di voi vivranno per vedere la vera e finale vittoria della rivoluzione mondiale.
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