Интернациональная Коммунистическая Партия

Il Comunista 1922-01-15

Un appello dell’Internazionale ai proletari di tutto il mondo

Operai e operaie di tutti i paesi!

I Comitati Esecutivi della Internazionale Comunista e della Internazionale dei Sindacati Rossi, nelle loro ultime tre sedute, hanno esaminato la situazione mondiale, la situazione del proletariato internazionale e si sono formati la convinzione che le circostanze attuali impongono l’unione di tutte le forze del proletariato internazionale, la formazione di un fronte unico di tutti i partiti proletari senza riguardo ai contrasti che li dividono, purché disposti alla lotta comune per le immediate, improrogabili esigenze del proletariato. L’Esecutivo della Internazionale Comunista ha indetto per il 22 febbraio 1922, una adunanza più estesa, alla quale tutti i partiti comunisti sono invitati ad intervenire con un doppio numero di rappresentanti. Nello stesso tempo esso invita i proletari di tutti gli altri partiti a fare il possibile perché anche i loro rappresentanti si preparino alla lotta comune.

Operai ed operaie!

Tre anni sono passati dalla fine della grande guerra imperialista, nella quale avete sacrificato la vostra vita per gli interessi del capitale. In questi tre anni il capitalismo mondiale, libero di disporre e di agire, ha avuto campo di dimostrare la sua incapacità di creare un ordine sociale qualsiasi, che assicuri alle vaste masse popolari un minimo di esistenza umana, un minimo di condizioni necessarie alla vita.

Il caos economico mondiale

Il risultato del suo operare sta ora chiaro davanti agli occhi vostri.

In America vi sono sei milioni di disoccupati; in Inghilterra ve ne sono due milioni; negli Stati neutrali la disoccupazione è in continuo aumento; e così pure in quelli usciti vittoriosi od arricchiti dalla guerra, e che oggi non possono esportare i loro prodotti. E intanto nell’Europa Centrale ed Orientale rovinata dalla guerra, nella Russia, nei Balcani, nella Turchia regna la più grande miseria. Occorrerebbero dei miliardi di prodotti dai paesi industriali, per riorganizzare l’economia di queste regioni devastate e fornire loro il pane e le materie prime necessarie alla riattivazione della loro industria. Chiusa fra l’Oriente e l’Occidente, la Germania lavora incessantemente e rovescia sul mondo un cumulo di prodotti a prezzi che fanno una concorrenza di miserie agli altri paesi. In Germania non vi è disoccupazione, ma gli operai tedeschi stanno peggio che i disoccupati dell’Inghilterra. Contro la loro volontà essi provocano la riduzione dei salari dei lavoratori degli altri paesi. La penuria di abitazioni si fa sempre più grave, il peso delle tasse aumenta. Nel mondo dilaniato e devastato, nel mondo in cui risuonò finora il grido «Guai ai vinti!» e che presto udrà il grido «Guai ai vincitori!», la borghesia è incapace di ristabilire la tranquillità e la pace. Le rovine della Francia del Nord, del Belgio, della Serbia, della Rumenia, della Polonia e della Russia, non sono ancora state riparate. Il capitalismo dei paesi vincitori cerca di addossare le spese della ricostruzione ad un paese e ne deriva che la Germania stessa si spezzerà sotto il peso che le è imposto e sarà ridotta ad un cumulo di rovine. La borghesia fa della ricostruzione un oggetto di sfruttamento e di speculazione da cui nasceranno nuovi conflitti. Tre anni di guerra imperialistica, tre anni di intervento armato degli alleati contro la Russia dei Soviety hanno, nonostante l’eroica resistenza del proletariato russo, ridotti ad un deserto il granaio d’Europa. La siccità di questa estate, che minaccia di morte 25 milioni di uomini, fa della ricostruzione della Russia una questione di vita o di morte per milioni di operai e contadini russi. Sempre più chiaro appare anche al più stupido borghese che, senza il riconoscimento dell’invincibile Governo dei Soviety, senza la riedificazione economica della Russia, non possono essere superate neppure temporaneamente, né la crisi economica, né le grandi questioni della politica mondiale. Fino a quando la Russia non avrà ripreso sul mercato mondiale la sua attività di smercio e di fornitura di materie prime, l’economia mondiale risentirà le conseguenze della sua assenza. E fino a quando la Russia non sarà più minacciata da nuove aggressioni, e non potrà smobilitare il suo Esercito Rosso fino a quando permarrà il pericolo di provocazioni da parte dei cani di guardia del capitalismo mondiale, di attacchi da parte della guardia bianca polacca e dei boiari rumeni rimarrà pure il pericolo di veder nuovamente apparire la scintilla dell’incendio mondiale. Ma la borghesia mondiale abbandona senza aiuto i milioni di affamati russi, perché essa spera che la fame li renderà più arrendevoli di fronte alle pretese del capitalismo. Le quali pretese tendono ad ottenere che il Governo dei Soviety, in cambio del suo riconoscimento, consegni la Russia ad un Sindacato finanziario internazionale, che amministrerà la Russia come ha amministrato ed amministra la Turchia e la Cina. Ma il popolo russo, che si è difeso per quattro anni con le armi alla mano contro il pericolo che il capitale mondiale, sotto la maschera di una dittatura delle guardie bianche russe, potesse ristabilire la sua signoria in Russia, si difenderà naturalmente con tutte le sue forze contro un simile «pacifico» tentativo di ridurlo in schiavitù. La questione della reintegrazione della Russia nella economia mondiale, la questione della pace generale diventerà oggetto di nuove grandi lotte.

La Conferenza di Washington

Ma non soltanto l’atteggiamento del capitalismo mondiale verso la Germania e verso la Russia dei Soviety costituisce una causa di nuove grandi scosse. La conferenza di Washington, che tentato di risolvere la questione dell’Estremo Oriente, non è riuscita a nulla. I 400 milioni di Cinesi diventano l’oggetto di nuove competizioni e di nuove lotte. Consce della loro impotenza e della loro incapacità a rinunciare al saccheggio della Cina e a spartirsi il bottino, le potenze alleate hanno stipulato il quadruplice accordo, che svela una cosa soltanto: che esse vedono quanto grande sia il pericolo di una nuova guerra e cercano perciò, attraverso la ragnatela di un accordo, di legarsi reciprocamente e di impedirsi dei passi indipendenti. Neppure sulla carta osarono di limitare gli armamenti terrestri: tutto il rumore fatto intorno al disarmo marittimo finì con lo scarto delle vecchie navi e la limitazione del numero delle super-dread noughts, senza toccare l’armamento sottomarino ed aereo. Nello stesso tempo i governi capitalisti lavorano per scoprire i nuovi gas che possano avvelenare popoli interi.

L’offensiva capitalistica contro la classe operaia

Incapaci di accordarsi per la ricostruzione del mondo, incapaci di assicurare al mondo tranquillità e pane, i capitalisti di tutti i paesi si uniscono per aggredire la classe operaia. Ovunque essi tentano di ridurre i salari, che già sono insufficienti a provvedere quanto gli operai potevano prima della guerra procurarsi per la loro nutritività. Nonostante la disoccupazione i capitalisti cercano ovunque di allungare le ore di lavoro. Il capitalismo ha iniziato in tutto il mondo l’offensiva contro la classe operaia e non poteva non iniziarla. La guerra ha lasciato dietro di sé montagne di debiti statali e la pace imperialista li ha ancora aumentati. I governi capitalisti non osano annullare tali debiti. Qualcuno deve sopportarne il peso, e poiché i capitalisti non vogliono sopportarlo, cercano di addossarlo agli operai. Che cosa è il debito pubblico? Il debito pubblico crea il diritto dei capitalisti di appropriarsi d’una parte del prodotto degli operai, senza partecipare in alcun modo alla produzione. L’offensiva del capitalismo mira a costringere gli operai a lavorare di più, a produrre di più, affinché i pescicani di guerra possano appropriarsi una porzione maggiore, una quota sempre crescente del prodotto delle fatiche proletarie. Il proletariato, che durante la guerra, col suo lavoro nelle fabbriche, con la sua sottomissione, ha reso possibile al capitalismo di mandare il mondo in frantumi, deve ora faticare senza tregua perché le vie dei campi di battaglia possano condurre sopra le rovine ad una vita di gioia e di lusso.

I risultati della politica riformista

Per tre anni, nonostante tutte le esperienze di guerra, voi avete sperato che le cose sarebbero andate meglio, che i capitalisti avrebbero mantenuto le promesse fatte durante la guerra, che essi vi avrebbero dato democrazia, diritto di autodecisione, pane e libertà. Le vostre speranze non si sono avverate. In luogo della nazionalizzazione delle miniere, i minatori inglesi hanno visto i baroni del carbone ridurre i loro salari. Gli operai tedeschi, i quali credettero che sottomettendosi al dominio della borghesia, avrebbero raggiunto per vie pacifiche, la socializzazione delle industrie, si avvedono ora come i re dell’industria tedesca, gli Stinnes e C., allunghino la mano sulle forze produttive della nazione, come tentino di impossessarsi delle ferrovie, come esportino i capitali nazionali, per sottrarli alla minaccia di contribuzioni nascondendoli in forma di valuta estera nelle banche straniere. La Francia, è più che nel passato, nelle mani del capitale, accreditatosi durante la guerra. In America, il dominio del partito repubblicano, significa l’aperta signoria dei trust. Perfino i contributi statali per la delimitazione del prezzo del pane sono stati aboliti: chi non può pagare gli alti prezzi del pane «deve morire di fame». La democrazia del dopoguerra non è nient’altro che il dominio degli speculatori di guerra, e il sipario dietro il quale la diplomazia fabbrica i complotti regna il terrore bianco. A Londra ed in Egitto l’oligarchia inglese forma dei piccoli gruppi, contro le masse. In America, in Polonia, in Rumania, in Jugoslavia vi è libertà di caccia contro i combattenti del proletariato. Tutte le promesse della Seconda Internazionale e mezzo e della Internazionale di Amsterdam, sono andate in fumo, tutti questi organismi internazionali si sono mostrati incapaci di guidarvi anche soltanto nella lotta per la democrazia e per le riforme, perché essi coalizzandosi con la borghesia, si son condannati all’impotenza e ad aiutare, volenti o nolenti, il rafforzamento del dominio borghese.

La necessità del fronte unico

Le esperienze fatte fino ad ora, dovrebbero aver aperto gli occhi anche ai ciechi, mostrato quanta ragione avesse la Internazionale Comunista, quando essa vi disse: la classe operaia può liberarsi solo quando essa infranga il potere borghese ed istituisca il proprio potere; solo in quanto strettamente ed internazionalmente sgomberi le rovine della guerra e indica il lavoro di riedificazione. Ma noi sappiamo quanto forti siano ancora i vincoli del passato, quanto forti gli influssi della scuola, della stampa, della chiesa. Noi sappiamo quanto grandi siano il timore e l’esitazione delle grandi masse proletarie dinanzi al compito di prendere il potere nelle loro mani e di diventare gli artefici del proprio destino. Noi sappiamo quando grande sia ancora l’angoscia delle vaste masse proletarie, al pensiero delle disfatte che alcune minoranze comuniste hanno subito nella loro lotta per salvare le masse dal destino della schiavitù. Noi sappiamo come la stampa capitalistica di tutto il mondo tenti di scoraggiarvi, indicandovi le ferite toccate al proletariato russo, nel duello che esso ha combattuto da solo contro l’intero mondo capitalistico. E perciò noi vi diciamo: se voi non osate ancora tentare la lotta definitiva, se non osate tentare con le armi alla mano, la lotta per la conquista del potere, la lotta per la dittatura, se non osate tentare il grande assalto contro le cittadelle della reazione, almeno raccoglietevi per combattere la lotta per la vita, la lotta per il pane, la lotta per la pace. Schieratevi per questa lotta su di un fronte di battaglia, unitevi come classe proletaria contro la classe degli sfruttatori e dei distruttori del mondo. Abbattete le barriere che sono state elevate tra voi: comunisti o socialdemocratici, anarchici o sindacalisti, accorrete nelle file per la lotta contro la miseria attuale.

L’Internazionale Comunista ha sempre incitato gli operai, che stanno sul terreno della dittatura del proletariato, e dei Soviety, a raccogliersi in partiti indipendenti; essa non rinnega alcuna delle parole pronunciate per la fondazione e la costituzione di partiti comunisti indipendenti; essa è persuasa che ogni giorno che passa convincerà sempre più le larghe masse, come essa abbia giustamente agito. Ma al di là di tutto ciò che ci divide, l’Internazionale Comunista vi dice: Proletari e proletarie di tutti i Paesi! Formate il fronte unico per lotta per quei fini che avete in comune. Ogni operaio, comunista o socialdemocratico o sindacalista, o iscritto ad organizzazioni professionali cristiane o liberali, si ribella al pensiero di nuove diminuzioni di salario; al pensiero di dover, affamato e intirizzito, prolungare il suo orario di lavoro. Questa sorte comune deve creare l’unione di tutti gli operai, il fronte unico contro l’offensiva dei padroni.

Ogni operaio, comunista o socialdemocratico, o sindacalista, o aderente a organizzazioni cristiane o liberali, si rifiuta di andare, di giorno in giorno, ad elemosinare il lavoro alla porta delle fabbriche; ognuno teme di essere gettato sulla strada. E per ciò è necessaria l’unione di tutti per lottare contro ciò che aumenta la disoccupazione. La disoccupazione non scomparirà nei paesi industriali fino a quando il proletariato tedesco, fatto schiavo dell’Intesa e del capitalismo tedesco, dovrà sgobbare, provocando la riduzione dei salari negli altri paesi, affinché i capitalisti tedeschi possano gettare i loro prodotti sul mercato mondiale a prezzi di liquidazione e pagare così il tributo di Versailles. La disoccupazione crescerà se il capitalismo mondiale imporrà alla Russia dei Soviet condizioni di schiavitù e di aggiogamento, costringendola a lasciarsi morire di fare o a difendersi con le armi alla mano. Perciò è necessaria l’unione per imporre l’annullamento dei debiti di guerra, per impedire lo strozzamento della Germania, per ottenere il riconoscimento della Russia e la sua riedificazione sulla base di condizioni che rispondano agli interessi del proletariato internazionale.

E non soltanto il proletariato soffre per la disoccupazione; esso è minacciato dall’anarchia della produzione nel senso che i capitalisti possono produrre ed esportare ciò che vogliono. Al mondo immiserito è necessaria una ripartizione sistematica delle materie prime: l’utilizzazione di esse secondo un piano prestabilito; e il controllo dei prezzi; tutto ciò è impossibile sino a che la classe operaia non conquista il controllo sulla produzione, sino a che degli organismi eletti da operai che abbiano la possibilità di controllare gli arbitrii dei capitalisti disorganizzatori dell’industria.

Perciò è necessaria l’unione di tutti gli operai, nella lotta per il controllo sull’industria, il quale non fa solo l’interesse del proletariato, ma anche dei vasti strati della piccola borghesia che gemono sotto la baldoria degli alti prezzi.

Tutti gli operai, comunisti, socialdemocratici o aderenti a organizzazioni cristiane o liberali, hanno interesse ad impedire che la diplomazia capitalistica accenda un nuovo incendio mondiale; e perciò è necessaria la lotta contro gli armamenti, contro gli intrighi capitalistici.

Preparate il fronte unico nell’officina

La Internazionale Comunista invita tutti gli operai comunisti, invita tutti i sinceri operai, nell’officina, nelle sale di riunione, a stringersi insieme in una famiglia di lavoratori, che di fronte alle esigenze dell’ora resti compatta contro il capitalismo. Createvi la ferrea volontà dell’unità proletaria, contro la quale si spezzi ogni tentativo di decisione da qualunque lato esso venga. Solo se voi, proletari, nell’officina e nell’azienda vi stringerete insieme in tal modo, i partiti che si appoggiano sul proletariato e vogliono esserne seguiti, saranno costretti ad unirsi per la comune lotta di difesa contro il capitalismo. Solo in questo modo essi saranno costretti a rompere i loro rapporti con i partiti borghesi.

Solo se il proletariato riesce a stringersi insieme, se è in grado di utilizzare i diritti, che gli assicura l’apparente democrazia, potrà condurre la lotta per il miglioramento delle sue posizioni. Noi vi diciamo: nella gabbia borghese il gigante proletario non può stendere le sue membra, non può sollevarsi in tutta la sua grandezza. Se voi vincerete le prime lotte comprenderete come vi abbisogni la spada della dittatura per vincere completamente. Ma noi sappiamo che la dittatura è possibile solo in quanto la grande maggioranza del proletariato giunga ad essa attraverso le proprie esperienze; e perciò l’Internazionale Comunista, perciò tutti i partiti comunisti voglion pazientemente camminare insieme con tutti i proletari, anche quando essi vogliono lottare sul terreno della democrazia borghese. Noi sappiamo, che se voi vi unirete, se tutto il proletariato inizierà compatto la sua marcia, apparirà quanto sia grande la vostra forza, come la borghesia, che si sente padrona sulle rovine del mondo, sia piccola di fronte al proletariato. Nella ferrea convinzione che voi vi porrete su quella strada che i vostri fratelli hanno segnato col loro sangue, per la quale sono caduti centinaia di migliaia di operai russi, sono caduti Rosa Luxemburg e Carlo Liebknecht, Leo Jogiches e cento altri noti ed ignoti combattenti, e decine di migliaia di proletari languono nelle prigioni; nella ferma convinzione che il proletariato combattente sarà costretto ad abbracciare la via del comunismo, noi lanciamo l’appello: OPERAI DI TUTTI I PAESI, UNITEVI!

Viva il fronte unico di lotta del proletariato contro la borghesia!

Preparate la controffensiva contro la offensiva del capitalismo!

Lottate per il controllo della produzione!

Abbasso le armi, abbasso i complotti capitalistici!

Strappate le catene della schiavitù dei lavoratori tedeschi!

Vigilate sulla Russia!

Chiedete pane e macchine per il proletariato russo!

Viva la solidarietà proletaria in ogni paese e in tutto il mondo!

Mosca, 1 gennaio 1922

L’ESECUTIVO della INTERNAZIONALE COMUNISTA – L’ESECUTIVO della INTERNAZIONALE dei SINDACATI ROSSI

La Tattica della Internazionale Comunista (pt. 2)

Nel precedente articolo abbiamo insistito sul fatto che le iniziative tattiche che la Internazionale Comunista oggi si prospetta e si compendiano nella formula del fronte unico proletario non comportano in quelli stessi che ne sono fautori alcuna rinunzia alle direttive fondamentali del movimento comunista, quali finora si sono affermate e in special modo contrapposte alle equivoche manovre dei socialdemocratici.

Lo abbiamo provato con le parole stesse di Zinoviev e non sarebbe difficile fare altrettanto in base ad esplicite dichiarazioni di quegli stessi compagni che hanno avanzato le proposte che appaiono più arrischiate, come quelli della centrale del Partito tedesco e della Rote Fahne.

Si potrebbe però dai nostri avversari obiettare che quelle dichiarazioni verbali di fedeltà ai principi non hanno altro scopo che di dissimulare una conversione a destra, mentre le proposte tattiche di cui ci occupiamo contengono in sé stesso una contraddizione con le direttive fin qui seguite dalla Internazionale Comunista e col suo atteggiamento passato verso i partiti socialdemocratici. Ma nemmeno questo è vero, ed anche se si ritiene dal punto di vista comunista e nel nostro stesso campo che queste proposte, o almeno alcune forme di applicazione di esse, sono da respingere, nessuno ha il diritto di sostenere che siamo dinanzi ad una crisi di principi del movimento comunista mondiale, ad un riconoscimento di errori sostanziali nel metodo fin qui tenuto.

Con la somma enorme di elaborazioni teoriche e pratiche di cui la Terza Internazionale si gloria, il metodo rivoluzionario è uscito per sempre dal campo iniziale ed embrionale delle dichiarazioni astratte e dal semplicismo, per portarsi su tutto il fronte al cimento della formidabile complessità del mondo reale.

I problemi tattici vanno intesi in un senso più concreto di quanto gli atteggiamenti da assumere erano vagliati soltanto al criterio del loro effetto di propaganda e di educazione delle masse, e il gioco delle loro influenze, oggi che si tratta di agire direttamente sugli avvenimenti, acquista una complessità ed una capacità di superamento di apparenti contraddizioni che d’altronde era perfettamente contenuta nella dialettica del metodo marxista.

La semplice critica della realtà si completa nella effettiva demolizione: adattarvisi ieri equivaleva a rinunciare all’unica opera che si poteva svolgere per il superamento di essa, adattarvisi oggi può voler dire agguantarla per sottometterla e vincerla. La luce vivissima di un faro splendente segue la sua magnifica linea retta e vince le tenebre, ma si arresta contro il più fragile schermo: la fiamma del cannello ossidrico striscia docile sul metallo, ma solo per rammollirlo e disfarlo passando oltre vittoriosa…

Non vi è marxista che non debba essere con Lenin quando esso denuncia come malattia infantile un criterio di azione che si preclude certe possibilità di iniziativa in base alla semplice considerazione che esse non sono abbastanza rettilinee e adagiate sullo schema formale delle nostre idealità senza stonature e deformazioni antiestetiche. Il mezzo può avere aspetti contrari al fine per il quale lo adoperiamo, dice il fondo del nostro pensiero critico: per un fine alto, nobile, seducente, il mezzo può presentarsi meschino, tortuoso e volgare: ciò che importa è poter calcolare la sua efficacia, e chi lo faccia col semplice confronto delle forme esteriori scende al livello di una concezione soggettivista e idealista delle causalità storiche che ha qualche cosa di quacqueristico, ignorando le superiori risorse della nostra critica, che oggi diviene una strategia, e che vive delle geniali concezioni realistiche del materialismo di Marx.

Non siamo noi forse che sappiamo come la dittatura, la violenza ed il terrore si presentino quali mezzi specifici per arrivare al trionfo di un regime sociale di pace e di libertà, e abbiamo sgombrato il campo delle ridicole obiezioni liberali e libertarie che attribuiscono al nostro metodo la sola capacità di fondare tenebrose e sanguinarie oligarchie perché vincolato dai caratteri esteriori dei mezzi adottati?

Come non vi è una argomentazione da prendere sul serio che possa escludere l’utilità di adoperare i mezzi di azione della borghesia per abbattere la borghesia, così non si può negare aprioristicamente che con l’adozione dei mezzi tattici dei socialdemocratici si possono abbattere i socialdemocratici.

Non vogliamo essere fraintesi e ci riserviamo di esporre appresso il nostro pensiero, e del resto chi voglia coglierne la costruzione non ha che da studiare le nostre tesi sulla tattica. Dicendo che il campo delle possibili e ammissibili iniziative tattiche non può essere limitato con considerazioni dettate da un semplicismo falsamente dottrinale, metafisicamente dedito ai confronti formali e preoccupato dalla purezza e della dirittura come fini a sé stesse, non intendiamo dire che il campo della tattica debba restare illimitato e che tutti i metodi siano buoni per raggiungere i nostri fini. Sarebbe un errore affidare la difficile soluzione della ricerca di mezzi adatti alla semplice condizione che si sia intenzionati a valersene per scopi comunisti. Non si farebbe che ripetere l’errore di rendere soggettivo un problema che è oggettivo, accontentandosi del fatto che chi sceglie, dispone e dirige le iniziative è deciso a lottare per le finalità comuniste e si lascia guidare da queste.

Esiste e deve quindi essere sempre meglio elaborato un criterio tutt’altro che infantile, ma intimamente marxista, di tracciare i limiti delle iniziative tattiche, che non ha nulla di comune con i preconcetti e i pregiudizi di un errato estremismo, ma che raggiunge per altra via l’utile previsione dei legami, ben altrimenti complessi, che legano gli espedienti tattici a cui si ricorre con i risultati che se ne attendono e che poi ne derivano.

Zinoviev dice che proprio perché abbiamo dei partiti forti e indipendenti da influenze opportuniste possiamo arrischiarci a esprimere tattiche che se la preparazione e la maturità nostra fossero minori diventerebbero pericolose. È certo che il fatto che sia pericolosa non basta a condannare una tattica: esso è un elemento unilaterale del giudizio: si tratta in realtà di giudicare l’entità del rischio in rapporto ai possibili benefici. Ma, d’altra parte, man mano che la capacità di iniziativa del partito rivoluzionario cresce, la maturità delle situazioni tende in genere a portare il suo sforzo su di una direzione sempre più precisa, facendo apparire più chiaramente lo sbocco dell’azione.

Nel giudicare le proposte tattiche che oggi vengono affacciate bisogna insomma guardarsi dal frettoloso semplicismo. Solo questo può condurre a dire che il partito comunista tedesco, proponendo un’azione comune al partito indipendente e a quello socialdemocratico, rinnega la ragione della sua formazione attraverso le scissioni dell’uno e dell’altro. Per poco che si guardi alla cosa, si scorgerà una infinità di differenze e di nuovi aspetti, che sono in realtà più importanti di quel riavvicinamento formale.

Anzitutto Zinoviev osserva utilmente che un’alleanza non è la stessa cosa di una fusione. La scissione organizzativa da certi elementi politici può rendere meno difficile il fare un certo lavoro insieme ad essi.

Vi è poi questo: che la proposta di fronte unico non è la stessa cosa di una proposta di alleanza. Sappiamo quale sia il senso volgare di una alleanza politica: dalle varie parti si sacrifica e si sottace una parte del proprio programma per venirsi ad incontrare su di una linea intermedia. Invece la tattica del fronte unico come è concepita da noi comunisti non contiene affatto questi elementi di rinunzia da parte nostra. Essi restano solo come un possibile pericolo: noi crediamo che questo diviene preponderante se la base del fronte unico viene portata fuori dal campo dell’azione diretta proletaria e della organizzazione sindacale per invadere quello parlamentare e governativo, e diremo per quali ragioni, connesse allo sviluppo logico di questa tattica.

Il fronte unico proletario non vuol dire il banale comitato misto di rappresentanti di vari organismi in favore del quale i comunisti abdichino alla loro indipendenza e libertà d’azione per barattarla con un certo grado di influenza sui movimenti di una massa più grande di quella che li seguirebbe se agissero da soli. Vi è ben altro.

Noi proponiamo il fronte unico perché ci sentiamo sicuri che la situazione è tale che i movimenti di insieme di tutto il proletariato, quando questo si ponga dei problemi che non interessano solo una categoria o una località, ma tutte, non possono effettuarsi che in senso comunista, ossia nello stesso senso che noi daremmo ad essi se dipendesse da noi guidare tutto il proletariato. Noi proponiamo la difesa degli interessi immediati e del trattamento che è attualmente fatto al proletariato contro gli attacchi del padronato, perché questa difesa, che non è mai stata in contrasto con i nostri principi rivoluzionari, non si può fare che preparando e attuando l’offensiva in tutti i suoi sviluppi rivoluzionari, così come noi ce li prefiggiamo.

In una simile situazione – e non ripetiamo qui le considerazioni che dimostrano che tali sviluppi essa presenta, collegandosi alle manifestazioni economiche e politiche dell’offensiva capitalistica – noi possiamo offrire un accordo in cui non pretendiamo che si accetti dagli altri contraenti, ad esempio, il metodo delle azioni armate o di lotta per la dittatura proletaria, e se non pretendiamo questo, non è perché ci siamo accorti che è meglio per il momento rinunziare a tutto ciò e contentarci di meno, ma perché è inutile formulare tali proposte quando sappiamo che la loro esplicazione sarebbe contenuta nella semplice accettazione di difendere i modesti obiettivi delle rivendicazioni che devono servire di piattaforma al fronte unico.

Per poco che si approfondisca il valore dialettico di questa situazione si vedrà che tutte le obiezioni di una intransigenza semplicistica cadono totalmente. L’alleanza con i disfattisti e con i traditori della rivoluzione, per la rivoluzione? grida esterrefatto il comunista tipo quarta internazionale o il ruffiano centrista tipo tra due e tre. Ma noi non ci soffermiamo su questa esercitazione terminologica. E neppure diciamo: siamo dei comunisti a tutta prova, sappiamo quel che ci facciamo, ogni nostro atto non può che essere ispirato alle finalità rivoluzionarie, e possiamo trattare anche col diavolo. Ma rispondiamo con un esame critico della situazione e dei suoi possibili sviluppi, che ci tranquillizza sul timore che le cose vadano come vuole… il diavolo.

La corrente di sinistra marxista ha sempre sostenuto l’intransigenza, e aveva mille ragioni, quando i riformisti proponevano le alleanze con certi partiti borghesi. Questa alleanza avrebbe infatti avuto l’effetto sicuro di paralizzare lo sviluppo organico di un partito capace di propaganda rivoluzionaria e, in successive situazioni, di preparazione e azione rivoluzionaria, mentre i suoi risultati avrebbero effettivamente tracciato innanzi al proletariato una via che, pur essendo cieca, impegnava le sue energie nella sostentazione dell’assetto borghese. Non si tratta oggi di rinnegare quella intransigenza. Anzitutto non è nemmeno formalmente lo stesso collaborare con i partiti borghesi e collaborare con i partiti che reclutano i loro aderenti in seno al proletariato, con la condizione implicita che essi rinunzino al blocco borghese. E poi non è neppure una collaborazione che si vuole stabilire con partiti di tal genere, ma un tipo di rapporti ben diversi a base dei quali non sta il fatto che il partito comunista sposti la sua attenzione e il suo sforzo dagli obiettivi rivoluzionari suoi propri su altri più attenuati, illudendosi che i controrivoluzionari della socialdemocrazia possano a loro volta con una conversione a sinistra puntare su questa meta mezzo riformista e mezzo rivoluzionaria, ma sta la convinzione che si deve continuare a lottare per il programma comunista, e che gli opportunisti continueranno a lavorare per la controrivoluzione, con il proposito di creare una situazione da cui esca la lotta con l’indirizzo comunista di tutto il proletariato, dopo che gli opportunisti saranno stati smascherati definitivamente per essere stati messi a confronto con le loro stesse promesse di graduali e pacifiche conquiste.

Il definire i termini precisi della tattica del fronte unico è dunque un delicato problema per i comunisti. Occorre riuscire a tradurla in atto e occorre garantire che essa non smarrisca quei caratteri che la rendono non solo compatibile con le nostre finalità, ma specificatamente indicata per lavorare al raggiungimento di esse in una situazione come l’attuale. Se tutto ciò si deve e si può discutere, dopo aver fatto giustizia delle paure di talune vecchie zitelle puritane, come dell’insulso compiacimento di navigatissime prostitute in atto di profetizzare ad altri la stessa loro fine.

AMADEO BORDIGA