Интернациональная Коммунистическая Партия

Il Programma Comunista 1952/2

Lo stalinismo raccatta le bandiere borghesi

Quando Nenni teorizzò il socialismo come sviluppo della democrazia e l’internazionalismo come sviluppo (pacifico, come no?) del patriottismo, l’illustre camaleonte anticipava le dichiarazioni del suo novello padre putativo, il generalissimo Stalin, dalle cui mani non invano aveva ricevuto la medaglia di super-partigiano della pace.

Bisogna comunque riconoscere che, nel suo demagogico fiuto, Pietrone è rimasto alquanto indietro riscetto allo spudorato cinismo del maestro. Chiudendo il XIX Congresso del P.C. russo (non più bolscevico: in questo almeno la sincerità ha vinto), il generalissimo ha infatti gridato a tutto il mondo che i suoi « comunisti » non solo non rinnegano democrazia e patriottismo, ma raccolgono queste due bandiere-gettate nel letamaio dalla borghesia, e sono pronti ad agitarle dovunque: « La bandiera delle libertà democratico-borghesi la borghesia l’ha buttata a mare; io penso che tocca a voi di risollevarla e portarla avanti… La bandiera dell’indipendenza nazionale e della sovranità nazionale e stata gettata a mare e non vi è dubbio che questa bandiera toccherà a voi di risollevarla e portarla in avanti… se volete essere i patrioti del vostro Paese, se volete essere la forza dirigente della nazione ». Quanto a Palmiro Togliatti, egli ha fatto eco in Parlamento invocando dal buon Dio la cacciata dello straniero. Quanto prima, anche la bandiera della parrocchia sarà raccolta dallo stalinismo.

Dunque, nell’atto stesso in cui si riconosce che la borghesia ha buttato la maschera delle libertà costituzionali e ha fatto getto delle famose idealità nazionali con cui per un secolo ci aveva riempite le tasche, non se ne conclude già che, finalmente, la via è spianata ad un’offensiva della classe operaia, ma, al contrario, che il proletariato deve far suoi i programmi che sono da un secolo egregiamente serviti a spezzargli la spina dorsale; volgersi indietro a difendere e « portare avanti » il cadavere della tradizione capitalista. Lo stalinismo, che vanta il controllo della sesta parte socialista d’el mondo, addita al socialismo ‘a missione di conservatore dei musei borghesi.

Le dichiarazioni di Stalin condensano in due frasi di una spregiudicatezza davvero encomiabile tutto l’armamentario dei Partiti del tradimento, Reazionario nei confronti dello stesso regime capitalista, il richiamo alle ideologie democratiche e patriottiche — a quelle ideologie la cui fine dovrebbe strappare al proletariato non lacrime, ma grida di esultanza — conserva tutta la sua funzione come arma di disorientamento e di corruzione della classe operaia. E’ questo il vervigio che lo stalinismo rende ai centri dominanti dell’imperialismo, la contropartita del suo riconoscimento ufficiale nella società dello sfruttamento e della guerra.

Mai era stato proclamato con tanta chiarezza e da un pulpito così alto il trionfale passaggio dei partiti legati a Mosca nel campo della conservazione capitalistica; mai la controrivoluzione aveva celebrato in modo più cinico il compimento della sua opera assassina. Il massacratore della vecchia guardia bolscevica dichiara oggi apertamente che Marx e Lenin sono degni di un unico, gigantesco rogo, in nome della « libertà » e della « patria » ch’essi instancabilmente fustigarono. Chiama i proletari a venerare le icone che da un secolo benedicono il dominio del capitale o il regno permanente della guerra. Grida al movimento operaio: Che tu sia finalmente seppellito!

La borghesia non poteva togliersi la maschera senza cassarla ai suoi servi annidati in campo proletario: Stalin aveva mille ragioni di raccoglierla. La borghesia continuerà indisturbata il suo cammino verso un sempre più spietato e internazionalizzato totalitarismo: lo stalinismo e coprirà la retroguardia. La riscossa proletaria li travolgera insieme. Sia lode alla sincerità di Stalin.

Il Giappone, come prima

Com’è noto, la politica ufficiale americana in Giappone ebbe i suoi pilastri, sul piano economico, in una serie di provvedimenti diretti a «deconcentrare» i complessi industriali, a sopprimere i monopoli e a riorganizzare «democraticamente» le società per azioni. Tali provvedimenti avrebbero dovuto eliminare il pericolo di un nuovo espansionismo nipponico…

Che tuttavia si trattasse di pure baggianate propagandistiche apparve ben presto chiaro, e la situazione è oggi che — leggi o no — il processo di concentrazione è ricominciato sotto la spinta, inevitabile e favorita dalla stessa America, della necessità strutturale di vendere sul mercato mondiale, e quindi di affrontare la concorrenza con la massima concentrazione di mezzi finanziari e con una produzione razionalizzata; in serie, a bassi costi.

Non stupisce quindi di leggere su Le Monde (19-10), che nel campo delle acciaierie, le tre grandi aziende la cui partecipazione alla produzione di acciaio sommava nel 1937 al 97,8%, per scendere nel 1949 all’88,5%, vi contribuivano nel 1951 per il 93,2%; nel campo delle costruzioni navali, la percentuale della produzione di sei grandi aziende sulla produzione complessiva scese dal 91,7 nel 1937 al 61,7 nel 1949 e risale al 73 nel 1951; quella di dieci grandi società carbonifere supera nel 1951 la percentuale del 1937 (62,9% contro il 60,6) e così via.

D’altra parte, i famosi «zaibatsu», le grandi società finanziarie tentacolari che, prima della guerra, controllavano praticamente l’industria, le miniere, i trasporti e il commercio estero giapponese — le quattro banche Mitsui, Mitsubishi, Sumitomo e Yasuda —, e che la legislazione americana «antitrust» pretese di sciogliere, sono ritornate sulla scena non soltanto coi loro tradizionali nomi, ma coi tradizionali legami in campo finanziario, manifatturiero, minerario, chimico ecc.

E lo stesso processo verificatosi in Germania, inevitabile per la necessità di mantenere — anche a fini di stabilità sociale — un minimo di attività produttiva nei due Paesi vinti, sia per l’urgenza americana di sfruttare ai fini del potenziamento bellico l’apparato industriale dei maggiori centri di produzione dell’«area del dollaro», sia infine per l’impossibilità generale di disfare con misure d’ordine amministrativo il processo storico dell’evoluzione capitalistica.

Che è un’altra conferma del marxismo.

I costi della conservazione

Una delle delizie italiane è, notoriamente. l’alto costo della distribuzione o, in altre parole, la fortissima maggiorazione di prezzo che subiscono i prodotti nel loro tragitto dal luogo di produzione al consumatore ultimo, cioè a noi (quando riusciamo a comprarli): costo dei trasporti, utili dei grossisti ecc. ecc. E’ questo uno degli effetti della nostra arretratezza economica, aggravato dal fatto che negli ultimi anni il numero degli esercizi commerciali (soprattutto di piccola grandezza) degli ambulanti e in genere degli intermediari si è moltiplicato all’infinito in conseguenza degli sforzi di una quantità di gente che, licenziata dalle industrie o messa nell’impossibilità di entrarvi, deve pur cercare in qualche modo di campare vendendo e rivendendo. E, sulla Stampa del 16-10 scrive, a commento. il Di Fenizio:

« Non speriamo miracoli. L’alto onere in Italia dell’intermediazione, altro non è, in definitiva, che il costo sociale di una popolazione esuberante e non specializzata; in più parte di una collettività a scarsa formazione di capitale. Onde le occupazioni dette « terziarie » son quasi d’obbligo ad evitare sovvertimenti ».

Non faremo anche noi lo scandalo sul costo di distribuzione, scandalo che gli industriali amano gonfiare per purgarsi dei peccati propri. Constatiamo che, fra i tanti costi che il consumatore -. e in particolare il consumatore proletario — paga per mantenere in piedi la baracca di una società incapace — pur col gigantesco sviluppo delle forze produttive — di nutrire i suoi amati e figli », c’è anche questo: su ogni « bene di consumo » comprato, Pantalone paga un premio di assicurazione a favore dell’ordine della proprietà e del capitale.

Ragione per cui non solo non « speriamo in miracoli »: ma siamo certi che i costi di distribuzione non diminuiranno. La società borghese ci fa pagare questo ed altro, pur di mantenersi!

Dietro la facciata della proprietà americana

La classe dominante americana va orgogliosa dei successi ottenuti non solo nel procurar lavoro quasi a tutti, ma nell’aver assicurato a chi lavora un livello medio di vita che non ha confronti in nessun altro Paese del mondo. E se ne vanta come se, tutto questo, fosse un suo grazioso dono alla massa dei lavoratori.

La verità è ben diversa. Gli Stati Uniti hanno potuto, per ragioni che abbiamo spesso analizzato, moltiplicare il volume della produzione e, di conseguenza, i mezzi di vita a disposizione dei propri cittadini; ma, in questo gigantesco sviluppo, chi lavora, chi, insomma, « produce », non solo non ha ricevuto nessun gratuito dono, ma, al contrario, è stato continuamente defraudato. Nulla di nuovo, nella società borghese, d’accordo; ma tanto più significativo cd appariscente là dove sembra — e si vuol fare apparire — che la prosperità sia un « bene comune » di proletari e sfruttatori.

Prendiamo i dati ufficiali. Dal 1848 al 1929 — cioè nella prima, ininterrotta ondata di ascesa del capitalismo U.S.A. -; la « quota spettante al lavoro manuale sul valore aggiunto alla produzione » è scesa dal 51 % al 38,2 %: in particolare, nel periodo di maggiore espansione industriale — il può andare a vantaggio l’aumentano del 24%. La stessa constatazione viene espressa in altro modo così: il prodotto nazionale lordo cresce (1927-29) del 10%; il salario reale del 5% appena.

Prendiamo il secondo periodo di espansione in fase economica normale (prescindendo cioè dalla situazione eccezionale di guerra), il 1945-48: i profitti (al netto delle tasse) salgono da 8,5 a 21,2 miliardi di dollari; l’indice del salario reale scende da 152,5 a 129,2. I profitti lordi risultavano nel 1948 aumentati del 40 % sul 1946; i profitti netti del 50 %; l’aumento della produttività per operaio del .4%; l’aumento dei salari è stato più che compensato dell’aumento dei prezzi.

La produttività americana aumonta in media del 3 % all’anno: in altre parole, l’operaio produce nell’unità oraria sempre di più (si badi che la percentuale si riferisce alla media; nella grande industria si arriva ad aumenti reali di gran lunga più forti); di questa produzione crescente la forza-lavoro riceve proporzionalmente sempre meno, il capitale sempre più. E del resto, di chi può andare a vantaggio l’aumento della produttività – o teorici stalinisti dello stimolo alla produzione – se non di chi si appropria il prodotto?

La conclusione è che più la classe operaia americana « sta bene », più partecipa in valori monetari assoluti alla prosperità « generale », più il tasso del suo sfruttamento cresce. A prescindere, s’intende, dall’instabilità di una situazione che si regge su un predominio economico mondiale e, per buona parte, sulla produzione di guerra …

All’insegna di Di Vittorio il normalizzatore

Di Vittorio ha illustrato all’Agenzia Inso (vedi Unità del 16- 10) un suo « progetto di statuto per i diritti dei lavoratori nelle fabbriche ». Il progetto vale davvero un perù.

Esso parte dalla constatazione che la classe padronale va a poco a poco rubando all’operaio le « ore di libertà » che questi passa nella fabbrica, impedendogli di riunirsi coi suoi compagni di lavoro, di discutere di politica, di diffondere stampa, di distribuire tessere sindacali e raccogliere quote ecc., e mira ad assicurare ai lavoratori — in quelle ore — il libero esercizio dei loro a diritti ai cittadini », Ascoltate:

» Ciò che ogni datore di lavoro ha diritto di pretendere dall’operaio è che questi adempia scrupolosamente ai propri compiti professionali durante le ore di lavoro, senza distrarsi da questi compiti per motivi estranei al lavoro.

» All’infuori dell’adempimento di questo dovere, indiscutibile, il padrone non ha alcun potere di esigere altro dai lavoratori. Non si può ammettere, cioè, che un datore di lavoro si arroghi l’arbitrio di annullare o di mutilare le libertà fondamentali dei cittadini durante tutto il tempo che i cittadini lavoratori, per ragioni del loro lavoro, sono costretti a trascorrere nell’ambito aziendale ».

Dunque, servi fedelissimi alla macchina, ma con diritto di svagarsi nelle ore d’intervallo: lo statuto dei « diritti dei lavoratori » è, in realtà, uno statuto sindacale « dei loro doveri ». Immaginiamo che, approvato il progetto, la C.G.I.L. promuoverà scioperi e agitazioni… nelle ore di mensa.

E’ del resto lo spirito animante tutto lo statuto, che — come tutti i piani della benemerita C.G.I.L. — mira a fare, meglio dei padroni, l’interesse dei padroni.

« E poiche questi abusi padronali danno luogo ad agitazioni e scioperi, la nostra proposta si spiega e si giustifica cerchè con essa si tende ad evitare sia gli abusi, sia le agitazioni che ne conseguono, ristabilendo così una situazione normale nelle aziende ».

Lo « statuto dei diritti », arma antisciopero …

« Scrupoloso adempimento dei compiti professionali nelle ore di lavoro », « diritto di mormorare » nelle ore di riposo, pacificazione interna della fabbrica: non vi sembra la traduzione aziendale della staliniana « pacifica concorrenza »?

Del resto, al Congresso della Federbraccianti, Di Vittorio non ha forse invocato « moderazione » nelle agitazioni contadine e invitato i proprietari ad unirsi ai giornalieri nella comune lotta contro «l’arretratezza»? La pace nelle campagne, la pace nelle fabbriche: l’Italia una sola colomba …

Sotto, dunque, padroni, scrollatevi di dosso la miopia e la grettezza tradizionali e, consapevoli del vostro stesso interesse ben inteso, raccoglietevi intorno alla bandiera di Di Vittorio il normalizzatore! E voi, operai, preparate a lui e consorti la fine che meritano i servi e le guardie giurate del Capitale!

Le “riforme” di Naguib

Chiamato al potere per dare alle masse contadine e operaie il contentino di una rivoluzione apparente, risoltasi in un cambio della guardia al Capitale, Naguib «riforma». Qual’é, oggi, il regime borghese che non «riformi»?

Com’è noto, il punto dolente della situazione sociale egiziana è lo stato di estrema miseria del piccolo contadino, il fellah. La situazione è questa: circa 2 milioni di fellah possiedono in media 1 feddan di terra, uguale a 0,4 ettari: essi costituiscono il 72% dei «proprietari terrieri» d’Egitto e possiedono il 13% della terra lavorabile. Vi si aggiungono da 1,5 a 2 milioni di fellah senza terra che lavorano come braccianti o come fittavoli su terre padronali; poiché d’altra parte si calcola che l’appezzamento minimo necessario per assicurare la nuda vita a una famiglia contadina sia di 3-4 feddan, è chiaro che i 2 milioni di «piccoli proprietari» devono lavorare anch’essi, per buona parte del giorno, come braccianti o come affittuari. Vi è poi uno strato superiore di proprietari agricoli con più di 50 feddan: essi costituiscono lo 0,4% per cento dei proprietari terrieri e possiedono il 35% della terra. Infine, 200 proprietari detengono una media di 200 feddan a testa, mentre il rimanente è proprietà di istituzioni «religiose, culturali o benefiche» (1).

La riforma di Naguib stabilisce che non si possano possedere più di 200 feddan a testa: il suolo eccedente questo limite sarà confiscato dietro indennità (in titoli di Stato con interesse al 3 1/4%) e rivenduto ai piccoli fellah che lo pagheranno in 30 anni. Ora, l’esproprio contemplato dalla legge — quando anche questa fosse rigorosamente applicata — metterebbe «a disposizione dei fellah» un totale di circa 725.000 feddan, sui quali potrebbero stabilirsi al massimo 360.000 famiglie, il 10% delle famiglie dei fellah.

La riforma darebbe dunque ai contadini un quadratino di terra appena sufficiente per la fossa e, nello stesso tempo, metterebbe il fellah — obbligato a pagare ratealmente il suolo confiscato, e per farlo rendere, a investire denaro in attrezzi, concimi ecc. — in balia degli usurai. D’altra parte, la disposizione per cui, nelle terre ad affitto, il canone annuo non deve superare un terzo del prodotto è puramente illusoria, perché chi ha in mano capitale e prodotto detterà legge al fellah affamato e privo di appoggio. E taciamo, poi, degli imbrogli connessi a riforme agrarie del genere, grazie ai quali la terra è regolarmente tornata nelle mani della stessa classe o della borghesia cittadina.

E il proletariato industriale? Su questo punto, Naguib il riformatore tace. Ma il proletariato industriale, gravemente colpito soprattutto dalla crisi cotoniera, sa solo che il «nuovo regime» ha spietatamente colpito gli scioperanti e, fra i suoi primi atti di governo, ha fortemente aumentato le imposte indirette (tabacchi ecc.) e i dazi ad valorem. La classe che ha in mano la rete dei commerci interni ed esteri, le banche, il mercato ipotecario (e potrà quindi sfruttare a sangue il contadino e «libero proprietario» non meno e forse più dei grandi proprietari terrieri) e la industria, non è stata toccata, tanto più che il capitale è, in Egitto, per il 40-50% in mano a stranieri e gli investimenti esteri riguardano per 3/4 attività extra agricole. La «riforma agraria» se avverrà, si risolverà anzi — sia per le necessità di sfruttamento delle nuove proprietà contadine, sia per la bonifica di terre non coltivate — in un utile netto delle banche di credito e ipotecarie e, in particolare, del capitale estero, cui sarà necessario ancor più di prima ricorrere.

E allora? Allora Naguib ha procurato di eliminare la schiavitù dello sfruttamento della classe che lavora e il vistoso bubbone della corruzione di singole cricche, per rendere possibile la continuazione indisturbata dell’estorsione generale del plusvalore, dietro le apparenze di un «miglioramento delle condizioni di vita degli oppressi».

Prestami dei fiorini ed avrai il socialismo

In Ungheria — si legge nell’edizione ligure dell’Unità del 5-10 — un terzo « prestito della pace » è stato lanciato per l’ammontare di 1300 milioni di fiorini in buoni rimborsabili in 15 anni. La somma raccolta servirà a costruire la pace e, manco a dirlo, il socialismo.

In Italia, gli staliniani furono, ai tempi, i più accaniti propagandisti del prestito della «ricostruzione», cui invitarono (e il termine è fin troppo dolce) a sottoscrivere i proletari. La parola ebbe il suo magico effetto: coi quattrini carpiti alla buona fede degli operai si ricostrui… l’apparato statale di dominazione e di oppressione del capitalismo.

Analogamente, lo stalinismo ungherese gioca, ora, sulla buona fede dei proletari locali, sbandierando l’ingannatrice parola della « pace ». Le parole cambiano: la zuppa rimane la stessa.

Quanto al socialismo, curioso modo di distruggere l’ «economia mercantile e monetaria » quello che fa appello ai prestiti e li dichiara rimborsabili — in moneta e con gli interessi — fra quindici anni!

I badogliani tedeschi

Tutte le propagande di guerra si fondano su un mito. Quella tedesca si baso sul mito della monolitica unità politica della Nazione tedesca della leggendaria lealtà militare della razza teutonica. In realta, l’hitlerismo ripeteva esasperandoli tutti i motivi e le superstizioni criminose del pangermanismo. Purtroppo, gli avvenimenti accaduti durante tutta la seconda guerra mondiale, dalla cinica metamorfosi petainista della borghesia dominante di Francia, al formarsi dei vari governi «quisling» in Belgio. Olanda, Norvegia, ecc., al fatto più clamoroso della guerra — il capovolgimento del fronte operato dalla borghesia italiana — valsero ad accreditare il mito della assoluta superiorità della classe dominante e dello Stato tedesco in materia di dirittura morale, intransigenza politica, fedeltà agli ideali. Crebbe e ingigantì la leggenda della Nazione tedesca incorruttibile ed incorrotta in un mondo di traditori e di rinnegati. Nè si tratto di una infatuazione da ragazze vanesie, se per tale enorme balla ci fu gente disposta a prendere le fucilate, se ci fu la Repubblica di Sato, i cui stanati epigoni tentano di perpetuare la tedescomania di ieri l’altro.

La realti fu ben diversa come sempre accade nella storia delle borghesie. Innanzitutto, la decantata razza germanica sviluppò le famose doti guerriere solo negli uitimi decenni della sua esistenza millenaria. Se ci si rifa alle guerre di Napoleone I, tanto per restare nell’epoca contemporanea, risulta che i miserelli antenati dei tremendi soldati di Guglielmo II e di Hitler non riuscirono ad altro che a riscuotere formidabili sconfitte sui campi di battaglia, facendo vergognare poeti e filosofi di essere nati in Germania, cio per via della fiacchezza, della ignavia e viltà del pubblici poteri di fronte all’invasore. Non parliamo neppure di quello che successe dopo la guerra dei Trent’anni! Certamente la vita più miserabile che si conosca fu quella della borghesia tedesca sotto il tallone, prussiano. Solo nella misura in cui sviluppava la grande industria, dopo il 1870, la borghesia tedesca cominciò a ritenersi il prodotto più eletto del genere umano.

Ciò non valse nei decenni scorsi, non valse durante la seconda carneficina, non vale oggi, a ridare il senno agli ammiratori fanatici dello Stato tedesco. Ma i fatti stanno li a demolire spietatamente miti nazionalistici. Si disse: la Germania vincerà perchè i soldati tedeschi sono imbattibili. Vinsero invece le concentrazioni industriali e tecniche più forti di quelle utilizzabili dalla Germania nazista. Si dissę: tutti tradiscono, i tedeschi no. Nell’estate del 1944, promotori altissimi ufficiali dello Stato Maggiore, cioè la quintessenza concentrata della conservazione capitalistica, fu organizzato e consumato l’attentato contro Hitler, in vista di ripetere nei confronti del partito nazista quanto già effettuato felicemente dalla borghesia italiana, il 25 luglio 1943. Oggi, emergono dai verbali del processo aperto in Germania per fare luce sulle circostanze dell’impiccagione dell’ammiraglio Canaris, altri edificanti particolari del doppiogiochismo teutonico. Innanzitutto, rimane un fatto unico che alla testa delle manovre sotterranee dirette a prendere contatti col Governo inglese, contro cui la Germania era in guerra, si trovassero proprio coloro che avevano il compito di combatterle, e cioè l’ammiraglio Canaris e i suoi più diretti collaboratori, rispettivamente capo e alti ufficiali del, servizio di controspionaggio tedesco. Un po’ troppo forte per i modelli mondiali della lealtà militare! Per tornare al processo, un ex ministro del governo bavarese ed ex ufficiale agli ordini di Canaris, ha rivelato che egli fin dal 1939 e durante il 1940, cioè in pieno conflitto, era stato incaricato di prendere contatti con il governo inglese, ricevendo nella bisogna l’appoggio del Vati- cano. Che la congiura dei « badogliani » tedeschi dei doppiogiochisti, contro il nazismo e per il «nemico» del proprio paese, fosse molto estesa, stanno a testimoniarlo le stragi di ufficiali, tra cui Rommel e di politicanti « resistenti » perpetrate dalle milizie naziste rimaste fedeli ad Hitler. Nè quanto sta facendo la borghesia di Germania di fronte agli occupanti anglo-americani e russi vale a rialzare il crollato mito della superiorità tedesca.

Come le altre la borghesia tedesca in pace e in guerra, ha tenuto di mira solo il suo interesse di classe la questione vitale della propria conservazione e quando si è trovato a scegliere tra la rovina e il tradimento ha scelto sempre il tradimento strafregandosene degli ideali di cartapesta dati in pasto alle folle destinate al macello. In Italia, in Germania, in Giappone persino nel paese degli aviatori-suicidi sorse il « badoglismo », prudentemente pilotato dalla Corte, e solo per poco Hiro Hito non riusci a ripetere il gesto di Vittorio Emanuele III nei confronti del fascismo — la borghesia dominante tramava il capovolgimento del fronte, nello stesso tempo che mandava al macello i popoli. Prova lampante che la guerra imperialista è un affare interno , del capitalismo.

Purtroppo, altri idoli si sostituiscono a quelli infranti, altri miti a quelli svergognati dagli stessi avvenimenti. I proletari del mondo ritorneranno ad idolatrare il « migliore soldato » il o «il più leale combattente »? Per fare le guerre occorzano le armi ma per far sparare le armi occorrono tali leggende. Non esistono soldati migliori o peggiori, ma solo proletari più o meno avvelenati dalla borghesia, la quale serve un solo ideale: il suo interesse di classe.

L’ultima trovata trotzkista

Nella loro affannosa ricerca di qualcosa da « difendere » — non il programma comunista, calpestato e deformato, non lo schieramento di principii e di azione del proletariato rivoluzionario; no, no, qualcosa da difendere dentro la società borghese e perciò fuori del solco del movimento operaio: la democrazia, i diritti civili, la repubblica e via discorrendo — , i trotzkisti sono arrivati a scoprire un rampino fresco fresco al quale aggrapparsi: la… purezza delle consultazioni elettorali.

Proprio così, Secondo Bandiera Rossa, la « truffa elettorale » non consiste già nel principio e nelle pratica delle elezioni in regime borghese, nè perciò si tratta — oggi più che mai — di martellatore nella coscienza dei proletari che il ricorso all’urna è un supremo inganno per loro e un mezzo di conservazione per i loro sfruttatori: la truffa sta nel mancato rispetto delle regole del gioco, nell’abbandono della proporzionale. Ristabilito nella sua purezza questo… eterno principio, e le elezioni non saranno più una truffa, il loro responso diventerà sacro come quello della Sibilla.

Difendere, dunque, la proporzionale. Così, una volta di più, gli « antistaliniani » trotzkisti si accodano ai più schietti rappresentanti della controrivoluzione annidata nel seno della classe operaia, gli stalinisti. Hanno « difeso » la democrazia, la Costituente, le libertà civili, il minimo vitale; difendono « condizionatamente » Russia e Cina (ed è un difendere, inutile dirlo, da pennaioli); ora difenderanno la proporzionale, metteranno qualche oratore di più a presidio della verginità elettorale, a sua difesa contro gli attacchi degli stupratori.

Ahimè, Trotzki, dagli amici ci guardi Iddio!

L’ANZUS o l’integrazione del pacifico

Cinque lettere, tre nazioni, la fine dell’egemonia navale dello Impero inglese. Vi pare poco? La sigla, che pare la marca dell’ultimo tipo di calze di nylon, significa Australia + Nuova Zelanda + Stati Uniti, ma l’addizione delle potenze statali è solo eufemistica. In realtà, l’A.N.Z.U.S., o Consiglio del Pacifico, che sarebbe poi l’equivalente, fatte le debite proporzioni, del Patto Nord-Atlantico, segna il punto di arrivo del processo di decadenza imperiale della Gran Bretagna nei quinto continente, e il passaggio del bastone di comando imperialistico nelle mani degli ammiragli di Washington.

Le cause profonde della decadenza degli imperi, e non solo di quelli dell’epoca capitalista, restano sotterrate nel sottofondo delle forze di produzione, tumultuosamente sviluppantisi. Difficile, se non impossibile, quindi fissare le date di nascita, di agonia e di morte dei concentramenti imperiali, di cui tanto si dilettano gli storici borghesi. Però, se proprio si desiderasse una data che segnasse il momento critico in cui la curva della potenza inglese nel Pacifico ha preso a precipitare, si dovrebbe citare la caduta di Singapore per mano delle armate di invasione nipponiche, avvenuta nel febbraio del 1942. Non è esagerato dire che a Singapore l’imperialismo britannico combatte l’ultima battaglia per difendere la conservazione del suo predominio sul Pacifico. L’A.N.Z.U.S. sta a significare appunto che l’impotenza inglese non solo a vincere le prime battaglie della seconda guerra mondiale in Asia, ma anche a ritornare da sola a riconquistare il perduto, rappresenta ormai il dato di fatto su cui l’Australia e la Nuoza Zelanda, Stati oceanici di razza bianca, fondano la loro politica estera. A.N.Z.U.S. significa sfiducia dei governi di Australia e la Nuova Zelanda, ex colonie della Corona di S. M. Britannica, e odiernamente membri del Commonwealth britannico, verso la potenza navale inglese, verso la capacità del Governo di Londra di rintuzzare le minaccie, reali o potenziali, portate dal non morto espansionismo del Giappone e le ipocrite crociate di liberazione nazionale del «comunista» governo di Mao Tse Tung. E’ noto infatti che l’A.N.Z.U.S. è stato richiesto da Australia e Nuova Zelanda come contropartita alla accettazione del Patto militare nippo-americano. Immaginate se Washington si sia fatto pregare troppo.

L’Inghilterra risulta esclusa dal Consiglio del Pacifico. Pare che a imporre tale discriminazione sia stata proprio l’Australia, ciò secondo radio Londra, la quale ovviamente non può sfogarsi, come vorrebbe, con gli Stati Uniti. Perchè, a occhio e croce, si capisce subito che l’anglo-fobia del Governo di Camberra è stata una recita a soggetto sollecitata da Washington per salvare la faccia dell’alleanza, operante in altre parti del mondo, tra U.S.A. e Gran Bretagna.

L’imperialismo intende solo il linguaggio della forza. Non poteva toccare all’Inghilterra il dominio su mari e continenti che non seppe neppure riconquistare, dovendo adattarsi a svolgere una parte secondaria nelle gigantesche operazioni aero-navali che riportarono il dominio dell’imperialismo bianco in Oceania. Americane furono allora e sono ora le portaerei e le fortezze volanti di stanza sul Pacifico, americana deve essere la « protezione » politico-militare della zona del Pacifico.

Attenti a Stalin il filotempista

Caro Programma Comunista.

reduce dalla laboriosa lettura del recente saggio del maresciallo Giuseppe Stalin intitolato «Problemi economici del socialismo della U.R.S.S. », che, sotto la direzione di Palmiro Togliatti, la rivista Rinascita ci ha tradotto dal russo, sento il bisogno imperioso, indovina di che?, di ringraziarti per la affettuosa accoglienza che hai immancabilmente tributato, sulla indimenticabile Battaglia Comunista, e sul presente foglio che ne assicura la continuità programmatica, ai « Fili del tempo ». Qualcuno potrà stupirsi dell’accostamento, ma solo se non avrà letto l’ultima fatica letteraria del maresciallo. Fatto sta che Giuseppe Stalin, massimo teorico del Cominform, è, per chi non se ne fosse mai accorto, un perfetto … filotempista. Gia, un filotempista proprio come noi, seppure, s’intende, per obiettivi e scopi diametralmente opposti ai nostri, fatte le debite proporzioni tra il comandante in capo di eserciti e polizie abnormi e noialtri miserelli…

La verità è che Stalin, nel suo saggio, si richiama ad ogni passaggio, dal principio alla fine, ai testi. I « polverosi » testi, di quella che qualcuno spiritosamente ama definire la « paleontologia » marxista. Anche lui, guarda un po’, dispone il contesto delle argomentazioni e il materiale dei fatti su un «Filo del tempo », il « suo », s’intende, quello che a lui e alla Direzione del P.C. russo è imposto dalla insopprimibile esigenza di definire i caratteri e il contenuto della economia russa. Brani da Marx, da Engels, da Lenin, citazioni delle fondamentali posizioni del marxismo, invocazioni all’autorità dei classici, tu ne trovi, nello staliniano saggio, quante ne vuoi. Lo scopo? Dimostrare che l’« oggi », tangibile in Russia e governato dal Politburo, pardon, volevo dire, Presidium, traduce nella viva materia storica le previsioni scientifiche del materialismo storico marxista, cioè appunto l’« ieri » del movimento operaio rivoluzionario.

Noi sappiamo grazie alla martellante azione del « nostro » filotempare, che neppure le armate atomiche e le onnipotenti polizie del Capp del Cremlino dispengono del potere di risaldare il « filo» tra la rivoluzione bolscevica d’Ottobre e l’odierno regime di « industrialismo di Stato » che vige in Russia. A suprema ironia degli affossatori del marxismo, arroccati sul vertice di formidabili apparati totalitari di potere, sta di fatto che ogni tentativo in tale senso è destinato a naufragare finché esista un solo proletario che sappia « leggere » i testi marxisti.

Chi ti scrive ad esempio, pur non possedendo neppure il potere di un caporale, leggendo l’augusta prosa del più potente dei marescialli viventi, provava una paura ben diversa da quella inspirata normalmente dai potentati della terra, perchè, te lo dico francamente, era provocata dalla profonda consapevolezza che, sincerità innanzi tutto, beh, le avrei bevute a garganella le falsificazioni di Peppone, se non fossi stato imbottito, da quel fanatico che sono, delle cose dette e ridette (alla faccia degli impazienti cercatori di novità) nei nostri « Fili del tempo ». La constatazione di essere scampato ad un pericolo mortale (politicamente parlando) mi ha fatto molto più piacere che non quella che neppure le argomentazioni di Stalin in persona riescono ormai a fare fesso me, che pure sono una recluta del movimento operaio.

Immagina, caro Programma, come ce la passeremmo (permetti che faccia un’ipotesi) se ora dovessimo affrontare gli agit-prop del P.C.I., non parliamo neppure dei tronfi bonzetti federali, rimpinzati delle proposizioni or ora sfornate da Stalin. Che sarebbe successo se avessimo dato retta a coloro che guardano al lavoro svolto nei « Fili » e nelle riunioni di studio di Napoli, Firenze, Milano, soprattutto di quelle di Napoli e di Roma, come ad una specie di passatempo letterario e infruttuoso virtuosismo di archivisti? Sarebbe accaduto, è facile immaginare che un’enorme confusione si sarebbe creata nei nostri crani, tale che nessun genio dell’azione della « politique d’abord » ce l’avrebbe levata. E a me pare che un movimento quale il nostro può benissimo resistere e durare senza poter mandare deputati alla Camera e segretari alle Leghe di mestiere, ma difficilmente può evitare di sbandarsi e scomparire se la confusione teorica si impadronisce di esso. E allora, dunque? Il lavoro di riordinamento teorico, intrapreso con i « Fili », per debellare l’infatuazione attivista che minacciava di liquidarci, deve ritenersi solo opera di « studio » elucubrazione solitaria di chiesuole di pensatori, siccome pretendono certuni? Oppure, per toccare un altro tasto, possiamo dire di aver perso il nostro tempo assimilando quanto detto, con instancabile pazienza, nel centinaio di « Fili del tempo », pubblicati dal 1948 ad oggi? Che abbiamo sopportato invano la fatica di lunghe sedute attorno a non comodi tavoli di lavoro rileggendo collettivamente capitoli fondamentali del « Capitale » di Marx? Coloro che presuppongono in se stessi, non si sa con quanta arbitrarietà, tempre di condottieri di abili manovre o di scopritori di indissepolti tesori teorici, si sono lagnati solo di non potere tapparci la bocca. Ma ora vorrei vederli alla prese con la formidabile scartoffia spedita da Mosca, se ci fossero riusciti … Che è, che non è; sta di fatto che Peppe Stalin ha centrato la sua esposizione proprio, guarda coso, sull’abile ed insidiosa falsificazione dei capisaldi teorici marxisti, di cui assiduamente abbiamo letto nei « Fili », e discusso nelle riunioni di lavoro. Segno che Stalin sa molto meglio di certi rivoluzionari da strapazzo su quali denti batte la lingua … della critica rivoluzionaria …

E con ciò, caro direttore, ho finito. Sicuro che mi ospiterai in qualche pagina ti saluto caramente,

Il tifoso dei « Fili del tempo »

“Casa mia…”

Si legge sulla Stampa del 18-10 che secondo un raffronto statistico pubblicato dalla « Svimez », la popolazione dell’Italia meridionale è aumentata, fra il 1916 e il 1951, del 20 per cento, mentre il numero delle a stanze disponibili » (baracche — e aggiungiamo noi grotte e tane comprese) vi è cresciuto appena del 13 per cento: quanto a Napoli città, ad un aumento della popolazione del 21 per cento si contrapporrebbe un aumento dei vani « disponibili » del solo 4,5.

Queste statistiche che vorrebbero gettare un grido di allarme, servono in realtà a mascherare una realtà ben più cruda. Anche prendendole per buone e chiaro che la « disponibilità » dei vani (baracche ecc. comprese) è del tutto teorica, giacché i locali di nuova costruzione sono, per il grosso della popolazione inavvicinabili e quindi la disponibilità reale si riduce a percentuali assai più misere mentre l’aumento della popolazione è sopportato per una percentuale schiacciante proprio dalle grandi masse. Il fenomeno è dunque ben più tragico, e la statistica — come le consorelle rilevazioni del « reddito medio » e di altre illustri balle — serve solo a ovattarlo.

Quanto poi al divario fra le due curve al Nord e al Sud (la popolazione dell’Italia centro-settentrionale è aumentata del 13 per cento, la disponibilità dei vani del 18 per cento, cioè in un rapporto esattamente inverso a quello presentato dal Mezzogiorno), analoga constatazione: a parte l’arbitrarietà, del raggruppamento sotto un’unica voce delle regioni settentrionali e delle centrali (che per buona parte si assimilano, come ambiente economico-sociale, al sud), è chiaro che le medie attenuano la portata del distacco non solo perche nel nord il tenore di vita più elevato facilita maggiormente l’accesso alla casa (a prescindere dalla minor pressione demografica), ma perché il sud ha da rimontare una situazione di partenza molto più grave del settentrione, e il sovraffollamento delle abitazioni, oltre a risalire all’anteguerra, è reso ancor più acuto dal maggior volume delle distruzioni nel corso del conflitto.

Mettete a raffronto gli indici della produzione industriale ed agricola — che hanno superato il livello anteguerra — e questi, d’altronde ingannevoli, dati sugli sviluppi della costruzione edilizia per le masse produttrici, ed avrete un quadro di quella « ricostruzione nazionale » per cui osannarono insieme alla pacificazione fra le classi e cavarono insieme sudore e quattrini ai proletari, democristiani e stalinisti, liberali e socialdemocratici, repubblicani ed altra fauna politica italiana.

Диалог со Сталиным (Ч. 2)

ДЕНЬ ВТОРОЙ

Главной темой первого дня дискуссий, на которой Сталин ответил на наши марксистские рассуждения и уточнения для точного определения современной экономики России, стал вопрос о возможной совместимости товарного производства и социалистической экономики. Для нас любая система товарного производства в современном мире, в мире ассоциированного труда — то есть объединения рабочих на производственных предприятиях — определяет капиталистическую экономику.

Далее мы рассмотрим вопрос о стадиях экономики, или, точнее, социалистической организации, и о разграничении низших и высших форм коммунизма. Теперь заявим, что в основе нашей доктрины (если вернуться к историческому контексту, отойдя от определений «неподвижных» и, следовательно, абстрактных систем) лежит утверждение, что переход от капиталистической экономики к социализму происходит не мгновенно, а в длительном процессе. Следовательно, следует признать, что сосуществование секторов частной экономики с секторами коллективной экономики, капиталистических (и докапиталистических) сфер с социалистическими может продолжаться очень долго. И давайте уточним: любая сфера или сектор, в котором товары обращаются, получают или продают товары (включая человеческий труд), имеет капиталистическую экономику.

Теперь Сталин в своем тексте (теперь известном полностью и в оригинале) заявляет, что российский аграрный сектор является меркантильным — и подтверждает, что это частная экономика, даже в плане владения определенными средствами производства — и пытается доказать, что промышленный сектор (крупная промышленность) не производит товары, за исключением случаев производства потребительских товаров, а не «капитальных товаров». Однако он хочет утверждать, что не только крупномасштабная промышленность, но и вся российская экономика может быть определена как социалистическая, даже несмотря на то, что товарное производство в значительной степени сохраняется.

Мы подробно ответили на все эти вопросы, обратившись к нашим обширным исследовательским материалам по основным текстам марксизма и данным общей экономической истории, в том числе и истории прошлого века, и сегодня мы должны перейти к вопросу об «экономических законах» и «законе стоимости».

СВЕТ И ТЬМА

Но прежде всего важно отметить из рассматриваемого текста, что, столкнувшись с возражениями, которые Энгельс использовал для обоснования того, что мы выходим из капитализма, когда выходим из меркантилизма — тем самым преодолевая первое и второе, — Сталин ограничивается попыткой переосмысления одного отрывка, где тезис развивается Энгельсом

(великолепно, мастерски, используя для этой цели сталиниста Дюринга) на протяжении всего раздела о «социализме» и в главах, где мы так часто приводили цитаты: «Теория», «Производство», «Распределение».

Отрывок под авторством Энгельса гласит: «Раз общество возьмёт во владение средства производства, то будет устранено товарное производство, а вместе с тем и господство продукта над производителями».

Это различие может (возможно) показаться остроумным, но с доктринальной точки зрения оно неверно. Энгельс, замечает Сталин, не говорит, относится ли это к обладанию всеми средствами производства или их частью. Теперь только общественный захват всех средств производства (крупной и малой промышленности, сельского хозяйства) позволяет нам отказаться от товарной системы производства. Карамба!

Мы, вместе с Лениным (и Сталиным), неустанно работали около 1919 года, чтобы убедить прагматичных социал-демократов и либертарианцев в том, что средства производства нельзя покорить в одночасье взмахом волшебной палочки, и что именно для этого, и только для этого, необходим Его Террор, Диктатура. Теперь мы бы печатали учебники по политической экономии, чтобы признать грандиозность того факта, что все товары в одночасье потеряют свой товарный характер, в тот день, когда кремлёвский чиновник представит на подпись Сталину того далёкого времени указ об экспроприации последней курицы у последнего члена последнего колхоза.

В другом месте Энгельс говорит о обладании всеми средствами производства, и поэтому мы слышим, что вышеупомянутая формула Энгельса «не может считаться совершенно ясной и точной».

Клянусь рогами пророка Авраама, это очень весомый аргумент! Сам Фридрих Энгельс, вдумчивый, спокойный, бескомпромиссный, кристально чистый Фридрих, мировой рекордсмен по терпеливому исправлению догматов и доктринальных искажений, непревзойденный в скромности и доблести, уступающий лишь бурному Марксу, который порой, из-за блеска своего взгляда и языка, кажется мрачным и в своей силе, возможно, — возможно, — более поддающимся опровержению; Фридрих, чья проза течет чисто и беспрепятственно, как родниковая вода, и который, благодаря природному дару, а также отработанной научной строгости, не пропускает ни одного необходимого слова и не добавляет ни одного лишнего, обвиняется в отсутствии точности и ясности!

Все в порядке: мы здесь не в организационном бюро или агитационном комитете, где, возможно, о бывший товарищ Иосиф, вы могли бы считать Фридриха равным себе. Мы здесь, в школе принципов. Где говорится о обладании всеми средствами? Где, возможно, обсуждаются товары? Никогда больше. Это, как вспоминает Энгельс, «более или менее неясно представлялось в глазах отдельных лиц или сект с момента исторического возникновения капиталистического способа производства как будущий идеал». Давайте не будем играть между ясностью и неясностью. Для нас это уже не вопрос идеалов, а вопрос науки.

И если Энгельс позже снова говорит об обществе, контролирующем все средства производства, то именно в этом отрывке излагается комплекс требований, которые мы подробно обсуждали на упомянутой выше встрече в Риме, поскольку только с таким результатом будет достигнуто освобождение всех индивидов. Энгельс показывает, как эти требования: устранение разделения между городом и деревней, между интеллектуальным и физическим трудом, а также социальное и профессиональное разделение труда (Сталин признает первые два, но утверждает, с еще одной серьезной доктринальной ошибкой, что эта проблема не поднималась классиками марксизма!) уже предлагались утопистами и активно Фурье и Оуэном, с ограничением численности населения населенных пунктов до 3000 человек, с абсолютным чередованием физического и интеллектуального труда для одного и того же человека. Энгельс демонстрирует, что таким справедливым и великодушным требованиям не хватало доказательств, которые предоставляет марксизм: то есть, их возможности, основанной на уровне развития производительных сил, достигнутом (и теперь превзойденном) капитализмом. Здесь на кону стоит предвкушение высшей победы революции, описывающей «организацию, в которой труд перестанет быть бременем и станет удовольствием», и вспоминая исчерпывающее доказательство, которое мы уже приводили — и, ей-богу, классическое! — в главе XII «Капитала» о разрушении разделения труда в обществе и деспотизма на предприятии, ожесточающем человека. Сталин и Маленков не могут утверждать, что добились какого-либо прогресса в этих вопросах, поскольку, как доказывают стахановщина и штурмовщина (диалектическая реакция на первых из бедных трудяг, раздавленных в обожествленном предприятии), марш идет в направлении самого тяжелого капитализма.

Как эти отрывки оправдывают утверждение, что для строительства этого огромного здания будущего общества каждый удар кирки не должен разрушать позиции меркантилизма, сметая одну за другой его удушающие траншеи?

Мы, конечно, не можем здесь пересказывать Сталину целые главы, и, как обычно, процитируем центральные отрывки, потому что они предельно ясны и неоспоримы, и к ним нельзя относиться с долей скептицизма. Мы знаем, как эти крупицы превратились в горы, благодаря древнему опыту.

Энгельс: «Обмен продуктами равной стоимости, выраженный общественным трудом, друг на друга — отсюда закон стоимости — это в точности фундаментальный закон товарного производства, а следовательно, и его высшей формы, капиталистического производства».

За этим следует хорошо известное напоминание о том, что Дюринг, наряду с Прудоном, представляет будущее общество как меркантильное и не осознает, что этим он описывает капиталистическое общество. Воображаемое, говорит Энгельс. Сталин же описывает, в немалом тексте, реальное общество, скромно скажем мы.

Маркс: «Представим себе объединение свободных людей, работающих с общими средствами производства и использующих свои многочисленные индивидуальные силы по заранее определенному плану как единую и идентичную общественную рабочую силу». В Неаполе мы прокомментировали текст слово в слово, показав, что этот первый абзац представляет собой целую революционную программу. Мы возвращаемся к Робинзону Крузо, отправной точке. Что это значит? Продукт Робинзона был не товаром, а всего лишь предметом потребления, поскольку обмена, конечно же, тогда не существовало. «Всё это воспроизводится здесь социально, но не индивидуально». Здесь; в вышеупомянутом коммунистическом объединении. Единственное руководство, которое нам нужно, — это руководство по обучению чтению! И мы читаем: ещё раз, продукт труда перестаёт быть товаром, когда общество становится социалистическим. И Маркс продолжает сравнивать это положение дел (социализм) с товарным производством, показывая, что последнее является его диалектической, совершенной, яростной и непримиримой противоположностью.

ОБЩЕСТВО И ОТЕЧЕСТВО

Однако прежде чем перейти к законам экономики, необходимо сказать еще кое-что о сталинской версии изложенной Энгельсом социалистической программы, представленной в этих главах. Это тем более верно, поскольку Сталин, опровергая мнения ряда русских экономистов, вместо того чтобы пытаться внести дальнейшие изменения в классический текст, цитирует из него целые отрывки, выражая резкое партийное осуждение за любое нарушение абсолютной ортодоксии в этом вопросе.

Во всех аспектах своего фундаментального изложения Энгельс говорит о присвоении средств производства (и, отметим тысячу раз, в связи с исследованиями, которым мы посвятили эту тему в данной работе и в «Прометее», особенно продуктов, которые сегодня доминируют над производителем и даже покупателем: таким образом, мы определяем капитализм не как систему, лишённую производителя доступа к средствам производства, а как систему, лишённую доступа к продуктам) всегда обществом.

В московской перефразировке «общество» исчезает, и вместо него снова и снова обсуждается передача орудий производства государству, нации. И когда действительно хочется тронуть народ — в заключительных речах, вызывающих обычные овации социалистическому Отечеству!

Оценив описание Сталина, не без признания его достоинства в жестокой откровенности (горбатого могила исправит… с тем, что следует дальше), конфискация орудий производства представляется чисто юридической, поскольку её действие ограничивается страницами Устава Государственной сельскохозяйственной артели или последней (находящейся на стадии пересмотра) Устава Союза, поскольку они касаются земли и крупномасштабной сельскохозяйственной техники и оборудования. За объявлением законной собственности не следует экономического распоряжения сельскохозяйственной продукцией, разделённой между колхозами и индивидуальными колхозниками. Этот захват собственности эффективен только для крупной промышленности, поскольку государство распоряжается лишь своей продукцией, и, по сути, перепродает ту, которая является товаром потребления. Общественная собственность, не только на продукцию, но даже на средства производства, отсутствует по сравнению с малыми и средними предприятиями, торговыми предприятиями, с менее оснащенным поощряемым семейным и мелкомасштабным земледелием. Таким образом, несмотря на огромные заводы и гигантские государственные строительные проекты, мало что действительно находится в руках и под контролем Республики, которая называет себя социалистической и советской; мало что действительно национализировано, полностью национализировано. Относительный размер государственной собственности по отношению ко всей экономике, возможно, больше в некоторых буржуазных государствах.

Но кто, какая структура и какая власть владеет тем, что было отнято у частных рук после революции? Народ, нация, родина! Энгельс и Маркс никогда не использовали эти слова. «Преобразование в государственную собственность не отменяет капиталистического присвоения производительных сил», — утверждает Энгельс в вышеупомянутой главе.

Когда общество само определяет распоряжение продуктами, станет ясно, что это бесклассовое общество, преодолевшее классовые барьеры, и пока существуют классы, это будет общество, организованное «одним классом» с целью упразднения всех классов, и только этого одного класса по диалектическому следствию. Здесь происходит мастерское разъяснение марксистской доктрины государства, кристаллизованной с 1847 года. «Пролетариат захватывает государственную власть и сначала превращает орудия производства в государственную собственность (слова Маркса в цитате). Но, делая это, он уничтожает себя как пролетариат, тем самым он упраздняет всякое классовое различие и противостояние, и государство также упраздняется». И тогда, и таким образом, и только на этом главном пути, действует общество, которое мы видим, в конечном итоге распоряжаясь производительными силами и каждым продуктом, и ресурсом.

Но что же за народ, чёрт возьми? Гибрид классов, смесь простаков и рабов, бизнесменов и властолюбцев с голодными и угнетёнными массами. Мы отдали народ ещё до 1848 года в руки лиг за свободу и демократию, пацифизма и гуманитарного прогрессивизма. Народ — не субъект экономического управления, а лишь объекты эксплуатации и обмана в своём жалком, печально известном «большинстве».

А нация? Ещё одна необходимость и основное условие построения капитализма, она выражает ту же смесь социальных классов уже не в безвкусном юридическом и философском смысле, а в географическом, этнографическом или языковом. Даже нация ничего не присваивает: Маркс, как известно, высмеивал выражения национального богатства и национального дохода (это важно в сталинском анализе России) и демонстрировал, как нация обогащается, когда рабочего обманывают.

Если буржуазные революции и распространение современной промышленности, заменившие феодальные системы в Европе и во всех других странах мира, должны были осуществляться не во имя буржуазии и капитала, а во имя народов и наций, если это был необходимый и революционный переход для марксистского видения, то можно сделать вывод о полной согласованности в указаниях Москвы между отступлением от фронта марксистской экономики и отходом от пролетарской, революционной и интернационалистской «категории» общества, используемой в классических текстах, к политическим категориям, свойственным буржуазной идеологии и агитации: народной демократии и национальной независимости.

Поэтому неудивительно, что спустя 26 лет повторяется тот грубый порядок, перед которым мы сожгли мосты: поднять буржуазные флаги, которые, и без того высоко поднятые во времена Кромвеля, Вашингтона, Робеспьера или Гарибальди, теперь упали в грязь, и которые вместо этого марш революции должен безжалостно там же погрузить, противопоставляя социалистическое общество лжи и мифам народов, наций и родин.

ЗАКОН И ТЕОРИЯ

Дискуссия также перешла к сравнению законов российской экономики с законами, установленными марксизмом для буржуазной экономики. Рассматриваемый текст диалектически аргументирует свою позицию на двух фронтах. Некоторые утверждают следующее: если бы наша экономика уже была социалистической, мы бы больше не были детерминистически направлены по неумолимому пути данных экономических процессов, а могли бы изменить свой курс: например, национализировав колхозы, подавив торг и деньги. Если вы докажете, что это невозможно, давайте сделаем вывод, что мы живем в обществе с полностью капиталистической экономикой. Что выиграете, делая вид, что это не так? Эти наивные исследователи явно не являются активными «политическими» элементами: доказательством тому служит то, что в этом случае легкая чистка сделала бы так, чтобы они не доставляли неудобств. Они всего лишь «техники», эксперты по существующему производственному механизму, которые являются лишь посредниками центрального правительства в понимании того, работает ли механизм бесперебойно или застопорился; и если бы они были правы, заставлять их замолчать было бы бесполезно: в той или иной форме возник бы кризис. Трудность, возникшая сегодня, или, скорее, выявившаяся, не носит академического, критического или даже «парламентского» характера, потому что, чтобы смеяться над этими насмешками, достаточно быть, скажем, Гитлером, но даже последним из де Гасперини. Трудность реальна, материальна; она заключается в вещах, а не в умах людей.

Чтобы иметь возможность ответить, центр власти должен отстаивать два положения: во-первых, даже в социалистической экономике люди должны подчиняться специфическим для экономики законам, которые нельзя нарушать; во-вторых, эти законы, даже если в будущий период совершенного коммунизма они будут совершенно отличаться от законов капиталистической эпохи, установленных Марксом, в социалистический период некоторые из них будут отличаться, а некоторые будут общими для капиталистического производства и распределения. И поэтому, определив законы, которые кажутся непреодолимыми, необходимо под страхом разорения не игнорировать их и, прежде всего, не идти против них.

Затем возник особый, но важный вопрос: применим ли закон стоимости к российской экономике? И если да, то разве любой механизм, действующий по закону стоимости, не является чистым капитализмом? Сталин отвечает на первый вопрос: да, закон применим здесь, хотя и не повсеместно. На второй: нет, может существовать экономика, которая, будучи не капиталистической, соблюдает закон стоимости.

На протяжении всего этого торжественного теоретического документа нам кажется, что система несколько несовершенна и, прежде всего, удобна для полемических противников марксизма, для тех, кто использует «философское» оружие и легко справится с упрощенным отождествлением влияния естественных и экономических законов на человеческий вид, и для энтузиастов экономики, которые столетие с нетерпением жаждали мести Марксу, желавшему загнать нас в порочный круг. Бесполезно, от законов экономической прибыли и конкуренции интересов, как мы их понимаем, никуда не деться.

Мы должны различать теорию, закон и программу. В какой-то момент Сталин позволяет себе сказать: Маркс не любил (!) отстраняться от изучения капиталистического производства.

На последней встрече нашего движения 6 и 7 сентября в Милане одной из главных тем было показать, что на каждом шагу Маркс демонстрирует свою цель не в холодном описании факта капитализма, а в продвижении намерения и программы его уничтожения. Речь шла не просто о развенчании этой старой, грязной оппортунистической легенды, а о демонстрации того, что вся работа носит полемический и воинственный характер и поэтому не тратит время на описание капитализма и случайных капитализмов, а описывает типичный капитализм, капиталистическую систему — да, сэр, абстрактную, да, сэр, — которая не существует, но которая полностью соответствует апологетическим гипотезам буржуазных экономистов. На самом деле важно столкновение — классовое столкновение, партийное столкновение, а не банальная научная диатриба — между двумя позициями: той, которая стремится доказать постоянство, вечность капиталистической машины, и той, которая демонстрирует её неминуемую гибель. С этой точки зрения революционеру Марксу следовало бы признать, что колёса действительно идеально центрированы и смазаны свободой конкуренции, правом всех производить и потреблять по одним и тем же правилам. В истинной истории капитала этого не было, нет и не будет, и исходные данные гораздо более благоприятны для нашего доказательства: тем лучше. Если бы, короче говоря, капитализм пережил последнее столетие, оставаясь гладким и идиллическим, доказательство Маркса рухнуло бы: оно сияет силой, потому что капитализм существует, да, но как монополист, угнетатель, диктатор и массовый убийца, и данные о его экономическом развитии именно такие, какими они должны были быть, начиная с первоначального чистого типа; Наша доктрина верна, в отличие от доктрины его приспешников.

В этом смысле, клянусь всеми богами, Маркс пожертвовал жизнью, чтобы описать социализм, коммунизм, и мы уверены, что, если бы речь шла лишь об описании капитализма, он бы полностью проигнорировал это.

Маркс изучает и развивает капиталистические «экономические законы», да, но таким образом, чтобы система характеристик социализма развивалась полно и в диалектическом противостоянии. Есть ли у него эти законы? Отличаются ли они? И какие именно?

Одну минуту, пожалуйста. В центре марксистской конструкции мы ставим программу, которая является шагом за пределы холодного исследования. «Философы лишь различным образом объясняли мир, но дело заключается в том, чтобы изменить его.». (Тезисы о Фейербахе, и каждый образованный дурак добавляет: молодой.) Но прежде программы, и даже прежде указания на открытые законы, необходимо установить всю доктрину, систему «теорий»

Маркс находит некоторые готовые решения в собственных противоречиях, таких как теория стоимости Рикардо, а также теория прибавочной стоимости. Эти понятия – мы не хотим сказать, что Сталин этого не знал – отличаются от «закона стоимости» и «закона прибавочной стоимости», которые он подробно обсуждал и которые, чтобы не вводить в заблуждение менее опытных, лучше было бы назвать «законом обмена между эквивалентами» и «законом соотношения нормы прибавочной стоимости и нормы прибыли».

Различие, которое мы хотим прояснить для читателя, также применимо к изучению физической природы. Теория — это изложение реальных процессов и их соответствий, призванное облегчить их общее понимание в данной области, и лишь впоследствии переходит к предсказанию и модификации. Закон — это точное выражение определенной взаимосвязи между двумя наборами конкретных материальных фактов, которая постоянно наблюдается и которая, как таковая, позволяет нам вычислять неизвестные соотношения (будущее, господа философы, не означает настоящее или прошлое: например, определенный закон, если его тщательно изучить, позволит мне определить уровень моря в храме Сераписа тысячу лет назад: единственная разница в том, что вы не можете его контролировать, как это было в случае со множеством ослиных хвостов между Землей и Луной). Теория — это общее понятие, закон — это четко определенное и частное понятие. Теория, как правило, качественная и устанавливает только определения определенных сущностей или величин. Закон количественный и стремится к их измерению.

Физический пример: в истории оптики две «теории» света чередовались с различной степенью успеха. Закон излучения гласит, что свет является результатом движения мельчайших корпускулярных частиц; закон ряби гласит, что это результат колебаний неподвижной среды, через которую он проходит. Теперь простейший закон оптики, закон отражения, гласит, что луч, падающий на зеркало, образует с ним тот же угол, что и испущенный луч. Проверив этот закон тысячу раз, молодой человек знает, где стоять, чтобы увидеть красавицу напротив, пристально рассматривающую свой toilette: дело в том, что закон совместим с обеими теориями, а другие явления и другие законы определили выбор.

Теперь, согласно тексту, произойдет следующее: «закон обмена между эквивалентными ценностями» совместим как со сталинской «теорией», которая гласит: в социалистической экономике существуют торговые формы, так и с нашей (скромной) теорией, которая гласит: если существуют торговые формы и крупномасштабное производство, то это капитализм. Проверка закона: легко, поезжайте в Россию и убедитесь, что обмен происходит в России.

Эквивалентный обмен действует. Разобраться в истинной теории несколько сложнее: мы делаем вывод: мы живем в условиях полноценного, чистого и подлинного капитализма; Сталин же фабрикует теорию — точнее: теории изобретаются, законы открываются — и заявляет, вопреки мнению отца Маркса: определенные экономические явления социализма обычно происходят в соответствии с законом обмена (называемым законом стоимости).

ПРИРОДА И ИСТОРИЯ

Прежде чем перейти к сути: каковы законы капиталистической экономики Маркса, и какие из них «различают» капитализм и социализм, а какие (возможно) являются общими для обеих стадий, мы должны отметить слишком распространенное отождествление физических законов с социальными законами.

Как борцы и полемисты, какими мы должны быть в школе Маркса, мы не должны решать этот вопрос в схоластическом ключе, а вместо этого настаивать на теоретической аналогии с «политической» целью избежать вопроса: если социальные законы не так нерушимы, как, например, закон гравитации, давайте избавимся от некоторых из них.

Как мы можем забыть, что между колоссом Марксом и рядами наемных мошенников в университетах капитала ведется борьба за то, что законы буржуазной экономики «не являются законами природы», и поэтому мы можем и хотим разорвать этот цикл? Действительно, в своих трудах Сталин напоминает нам, что у Маркса законы экономики не «вечные», а специфичны для каждого социального этапа и эпохи: рабства, феодализма, капитализма; но затем он утверждает, что «определенные законы» являются общими для всех эпох и будут применяться также в социализме, который также будет иметь свою собственную «политическую экономию». Сталин высмеивает Ярошенко и Бухарина за то, что они говорят о замене политической экономии наукой об организации общества, и едко парирует, что эта новая дисциплина, к которой обращаются псевдомарксистские русские экономисты, опасающиеся царской полиции, на самом деле является «политической экономией», необходимость которой он признает чем-то иным. Что ж, давайте подумаем так: если у социализма есть наука об экономике, мы обсудим это, когда термины будут в правильном порядке; но когда еще существует политическая экономия (что должно быть и при пролетарской диктатуре), там присутствуют соперничающие классы, и социализм еще не наступил. И мы должны спросить себя, подобно Ленину: кто обладает властью? И, следовательно, экономическое развитие — которое, как мы согласны, происходит постепенно — в каком направлении оно движется? Его законы подскажут нам.

Что касается общей проблемы законов природы и истории, она должна найти место в дискуссиях нашего теоретического журнала, где мы отвечаем на нападки, которым подвергается марксизм — учитывая, что из тысячи писателей девятьсот девяносто девять считают Москву своей официальной штаб-квартирой — относительно банальности выражения, данного теории (это теория, а не закон) исторического материализма, относительно проблем детерминации и воли, причинности и конечности. Первоначальная позиция Маркса всегда одна и та же (так малопонятная и столь неудобная для тех, кто преследует политику оппортунистического успеха) — всегда это прямая борьба между противостоящими классами и их историческим антагонизмом, в которой иногда используется пишущая машинка, иногда пулемет — уже не говорят «перо и меч». Для нас триумф буржуазии означал продвижение критического научного метода и смелое его применение от естественной сферы к социальной. Она открыла и отвергла теории, которые сегодня являются нашими: теорию стоимости (стоимость товара определяется количеством и временем общественного труда, необходимого для его воспроизводства) и теорию прибавочной стоимости (стоимость каждого товара включает постоянный капитал, переменный капитал и прибавочную стоимость: первые две — это доход, третья — прибыль). И она триумфально заявила: если вы признаете (и сама наука признает это столетие спустя), что одни и те же физические законы применимы к первобытной туманности и к нашей Земле сегодня, вы должны признать, что все будущие человеческие общества будут подчиняться тем же социальным отношениям, поскольку мы единодушно исключаем вмешательство Бога или чистой Мысли из обеих сфер. Марксизм состоит в научном доказательстве того, что, напротив, в социальном космосе разворачивается цикл, который разрушит капиталистические формы и законы, и что будущий социальный космос будет регулироваться иначе. Поскольку вам наплевать на кастрацию и обесценивание этой могущественной конструкции до абсурда в целях внутренней и внешней «политической» политики, сделайте нам, наконец, одолжение и откажитесь от прилагательных «марксисты», «социалисты» и «коммунисты»; называйте себя экономистами, популистами, прогрессистами: это вам идеально подходит.

МАРКС И ЗАКОНЫ

Энгельс приписывает Марксу авторство доктрины исторического материализма. Маркс утверждает, что его вклад в применение этой доктрины к современному миру состоит не в открытии классовой борьбы, а во введении понятия пролетарской диктатуры.

Таким образом, доктрина развивается до классовой и партийной программы, до организации рабочего класса для восстания и захвата власти. На этом гигантском пути лежит исследование законов капитализма. В «Капитале» установлены два истинных и главных закона: общий закон капиталистического накопления, результат первого тома, и закон, известный как закон возрастающей бедности — часто обсуждаемый нами, — который устанавливает, что по мере концентрации капитала в больших массах растет число пролетариев и тех, кто «не имеет резервов», — и мы тысячу раз объясняли, что это не означает снижения уровня потребления и реального уровня жизни рабочего. В томах II и III «Капитала», которые будут подробно рассмотрены в нашем журнале, как и первый, развивается закон воспроизводства капитала. Согласно ему, часть продукта, а следовательно, и труда, должна быть отложена капиталистом для воспроизводства капитальных благ экономистов — то есть изношенных машин, заводов и т. д. Когда капитал выделяет большую часть на это отложение, он «инвестирует», то есть увеличивает обеспеченность производственными мощностями и инструментами. Законы Маркса о распределении человеческого продукта между непосредственным потреблением и капиталовложениями показывают, что до тех пор, пока существует товарный обмен и система заработной платы, система будет сталкиваться с кризисами и революциями.

Однако первый закон, безусловно, не может быть применен к социалистическому обществу, поскольку оно организовано именно так, что социальный резерв является индивидуальной гарантией для всех несмотря на то, что он никому не принадлежит и разделен (как и в докапитализме) на множество мелких долей. Второй закон, говорит Сталин, сохраняется, и Маркс утверждает, что он был предвиден. Марксизм просто устанавливает, среди прочего, в знаменитом отрывке из критики Эрфуртской программы, что социальный налог на индивидуальный труд будет существовать даже при коммунистическом режиме для обеспечения содержания предприятий, коммунальных служб и так далее. Он не будет эксплуататорским именно потому, что не будет осуществляться меркантильными средствами.

Суть всего этого заключается в следующем. Сталин, с ценным признанием, заявляет, что, поскольку закон стоимости применим и к государственным отраслям промышленности, эти отрасли функционируют на основе коммерческой прибыли, прибыльного управления, производственных издержек, цен и т. д. Вместо «и т. д.» мы пишем: прибыльные. Кроме того, он заявляет, что будущая программа состоит в увеличении производства орудий производства. Это означает, что «планы» советского правительства по индустриализации страны требуют, чтобы вместо товаров народного потребления для населения производились машины, плуги, тракторы, удобрения и т. д., а также строились колоссальные общественные сооружения.

К следующему собранию нашего скромного движения мы уже изучили наводящую на размышления тему: капиталистические государства строят планы, и пролетарская диктатура их составит. Но первый настоящий социалистический план в конечном итоге предстанет (мы имеем в виду, в терминах немедленного деспотического вмешательства: Манифест) как план по: увеличению производственных издержек, сокращению рабочего дня, изъятию капитала и выравниванию потребления, как количественно, так и, прежде всего, качественно. В капиталистической анархии потребление составляет девять десятых бесполезного уничтожения продукции лишь постольку, поскольку это соответствует «выгодному коммерческому управлению» и «прибыльной цене». Следовательно, это план недопроизводства, резкого сокращения доли производимых капитальных товаров. Мы легко нарушим закон воспроизводства, если отдел II Маркса (который производит продукты питания) наконец-то сумеет выбить отдел I (который производит инструменты). Нынешний оркестр уже оглушил нас.

Еда — для рабочих, инструменты — для работодателей. Легко сказать, что раз работодатель — это рабочее государство, то несчастные рабочие заинтересованы в «вложении» и работе полдня на Первый сектор! Когда Ярошенко сводит критику этой тенденции к фантастическому увеличению производства инструментов по формуле: экономика для потребления, а не для производства, он впадает в банальность. Но также банально и использование, прикрываясь социалистическим знаменем государственного индустриализма, агитационных формул вроде: кто не работает, тот не ест; отмена эксплуатации человека человеком; как будто целью эксплуатируемого класса является весьма изящная цель — обеспечение собственной эксплуатации.

В действительности, и даже основываясь только на анализе отечественной экономики, российская экономика применяет все законы капитализма. Как можно увеличить производство непотребительских товаров, не пролетаризируя людей? Откуда они их берут? Путь тот же, что и при первоначальном накоплении капитала, и зачастую средства столь же жестоки, как описанные в «Капитале». Либо они станут колхозниками, оставшимися без коровы, либо странствующими пастухами Азии, оторванными от созерцания смутных звезд Большой Медведицы, либо феодальными крепостными Монголии. Порядок, конечно же, таков: больше средств производства, больше рабочих, больше рабочего времени, больше трудоемкости: накопление и прогрессивное воспроизводство капитала с адской скоростью.

Почитание, которое мы отдаем «великому Сталину», несмотря на множество идиотов, заключается в следующем. Именно потому, что процесс первоначального капиталистического накопления разворачивается, и, если это действительно дойдет до провинций огромного Китая, до таинственного Тибета, до легендарной Центральной Азии, из которой произошла европейская раса, это будет революционно, это повернет колесо истории вперед. Но это будет не социализмом, а капитализмом. На этом огромном участке земного шара необходимо возвышение производительных сил. Но Сталин прав, когда говорит, что заслуга принадлежит не Сталину, а экономическим законам, которые навязывают ему эту «политику». Вся его затея заключается в фальсификации ярлыков: это тоже классический приём примитивных накопителей!

На Западе же производительные силы уже многократно переполняются, и их бурный рост делает государства деспотичными, поглощающими рынки и земли, готовящимися к резне и войне. Там не нужны планы по увеличению производства, а лишь план по уничтожению банды преступников. И прежде всего, погружение их вонючего знамени свободы и парламентаризма в грязь.

СОЦИАЛИЗМ И КОММУНИЗМ

Завершим экономическое обсуждение кратким обзором этапов развития общества будущего, который «документ» Сталина (слово жужжит на клавишах!) несколько запутан. Издание France Press обвинило его в плагиате работы Николая Бухарина об экономических законах переходного периода. Но Сталин несколько раз цитирует эту работу, даже ссылаясь на критику, высказанную Ленином в её адрес. Бухарин заслужил большую похвалу, когда ему было поручено подготовить программу Коминтерна, которая осталась черновиком, за то, что он подчеркнул антимеркантилистский постулат социалистической революции как первостепенную важность. Он последовал за Лениным в анализе перехода «в России» и в признании того, что меркантильные формы должны быть приняты при диктатуре пролетариата.

Всё становится ясно, когда мы отмечаем, что этап Ленина и Бухарина предшествует двум этапам коммунистического общества, обсуждаемым Марксом и проиллюстрированным в великолепной главе «Государство и революция».

Таким образом, этот набросок может суммировать сложную тему сегодняшнего диалога.

Переходный этап. Пролетариат завоевал политическую власть и вынужден вывести непролетарские классы из-под действия закона именно потому, что не может «упразднить» их сразу. Это означает, что пролетарское государство управляет экономикой, которая частично и во все меньшей степени имеет не только торговое распределение, но и формы частного распоряжения как товарами, так и средствами производства, как разрозненными, так и агломерированными. Эта экономика еще не социалистическая, это переходная экономика.

Первая фаза коммунизма, или, если хотите, социализма. Общество уже имеет общее распоряжение товарами и распределяет их между своими членами посредством «резервного» плана. Торговый обмен и деньги больше не выполняют эту функцию — нельзя передать Сталину перспективу более коммунистической формы простого обмена без денег, но все еще с законом стоимости: это был бы своего рода возврат к бартерной системе. Вместо этого это распределение из центра без какой-либо эквивалентной отдачи. Например, вспыхивает эпидемия малярии, и в районе бесплатно раздают хинин, но только по одному тюбику на жителя.

На этом этапе требуется не только отработать, но и вести учет отработанного времени и выдавать соответствующий сертификат — знаменитый ваучер, который обсуждается уже столетие и который нельзя использовать в качестве резерва, так что любая попытка накопления приводит к потере доли труда без эквивалента. Закон стоимости погребен. (Энгельс: общество не приписывает никакой «стоимости» продуктам.)

Высшая фаза коммунизма, который мы без труда можем описать как полный социализм. Производительность труда такова, что для предотвращения потерь продукции и человеческой энергии не требуется ни принуждение, ни квоты (за исключением патологических случаев). Свободное потребление для всех. Например, аптеки бесплатно раздают хинин без ограничений. Что, если кто-то возьмет десять тюбиков, чтобы отравиться? Он, очевидно, так же глуп, как и те, кто принимает зловонное буржуазное общество за социалистическое.

На каком из трёх этапов находится Сталин? Ни на каком. Он находится в переходном периоде не от капитализма, а к капитализму. Почти респектабельный, и не склонный к самоубийству.

Marxisti loro malgrado

Il supremo mondo della cultura borghese, da Benedetto Croce fino all’ultimo scaccino delle sacrestie giornalistiche, è permanentemente schierato a combattere il marxismo, a dimostrare caduti i principii del materialismo storico e sorpassata la prospettiva programmatica. Ma migliore prova dell’esattezza del determinismo non si potrebbe avere trascurando quanto essi stessi sono costretti a dire e scrivere circa le cause di determinati avvenimenti storici, Per evitare di cadere nel ridicolo, debbono allora, non possono che dover ripetere, sia pure a denti stretti, sia pure bestemmiando in cuor loro, quanto i marxisti vanno sostenendo dall’epoca del Manifesto.

Ora è la volta di Oreste Mosca, il pretenzioso « esperto » di problemi economici e politici, fondista dei più diffusi fogli borghesi, di « confessare » l’interpretazione materialista, cioè marxista, delle cause delle guerre. Citiamo un passo del suo articolo: « La terza guerra » pubblicato sul Tempo del 4-10:

« C’è ancora qualche cervello debole che ritiene essere stata la prima guerra mondiale provocata dalla revolverata di Gavrilo Princip (Princip è il nome dell’autore dell’attentato di Sarajevo che fu la causa occasionale della prima guerra imperialista). Con o senza colpi di pistola il conflitto sarebbe scoppiato lo stesso perche la rivalità tra la Germania e l’Inghilterra dominava il primo decennio del secolo. E parimenti con o senza il corridoio di Danzica sarebbe ugualmente scoppiata la seconda guerra mondiale … Danzica? Ma che Danzica! Sapete quali furono le vere tappe della guerra del 1939? Quelle che conpiva quel bravo e valoroso dott. Schacht, che creo il nuovo marco oro, che se la cavò benissimo a Norimberga, e che oggi sta andando per il mondo prodigando consigli a Mossadeq e al generale Naguib. Quel mago delle finanze, tra il 1934 e il 1939, quando il commercio internazionale era quasi finito, girava imperterrito per l’Europa centrale e balcanica, stipulando magnifici patti bilaterali e scambi compensati. Andava in Romania e comprava tutto il grano contro macchine tedesche, in Bulgaria e s’accapparava tutto il tabacco e l’essenza di rose contro prodotti chimici e ferramenta tedeschi; ma facendo cosi, metteva in moto opifici ad Amburgo, a Francoforte. e a Berlino e faceva chiudere fabbriche a Londra, a Manchester e a Liverpool».

Oreste Mosca concludeva il suo articolo, scritto sotto l’influenza delle impressioni provocate dal famoso articolo di Stalin su Bolscevik preconizzando che l’ora « veramente pericolosa » per il mondo, verrà allorché si verificherà la previsione di Stalin, secondo cui tra breve il blocco russo non solo non avrà più bisogno dell’aiuto dei Paesi capitalistici, ma potrà lanciare sul mercato mondiale i prodotti che avrà in eccedenza. L’illustre pubblicista, onore e vanto dell’anti-marxismo, a parte l’inevitabile mitologica personificazione delle forze economiche tedesche nella figura del dott. Schacht, doveva, proprio lui, fare ciò che con buffonesca ironia rimprovera ai marxisti, e cioè recitare, bongré malgré, il versetto della Bibbia marxista riguardante le cause delle guerre. Ammettere cioè che la guerra delle armi e degli eserciti è lo sbocco inevitabile della guerra delle merci e dei commessi viaggiatori dei grandi trusts. Anche la Russia di Stalin sarà inevitabilmente trascinata nella guerra commerciale, partecipando così alla realizzazione delle premesse del terzo conflitto mondiale? Già previsto, egregio sig. Mosca, senza i vostri lumi, senza le ammissioni prezicse del maresciallo Stalin.

Ma che pensare di questi giornalisti borghesi? Sanno molto bene che la guerra è quello che e, l’ultimo atto delle feroci lotte scatenantisi nell’interno della borghesia internazionale, disperatamente tesa nello sforzo di controllare le forze anarchiche di un sistema di produzione — quello capitalista — che, infischiandosi completamente di tutte le disquisizioni idiote sullo spirito, sulla coscienza, sull’intelligenza dei dottrinari borghesi, e degli Oreste Mosca di tutte le redazioni del pianeta, schiaccia continuamente tutti i piani della classe sociale — la borghesia — da esso stesso invocata, distruggendo imperi nello stesso tempo che ne trae altri dal deserto pre-industriale, «accumulando ed acutizzando sempre, inarrestabilmente, le premesse di nuovi contrasti, di nuove crisi commerciali, di nuovi conflitti. Sanno tutto ciò, ma, prendendo il là da S. Santità, continuano con impagabile faccia tosta a biasimare il « materialismo ateo » dei comunisti. Non saremo noi a stupirci, o, peggio ancora, a indignarci. Chi è determinista non può non capire che la cultura borghese, da Croce all’ultimo Mosca, non può fare e dire diversamente. Si può pretendere che la classe dominante anteponga la « Verità » alla disperata lotta per sopravvivere? Però, che delizia assaporare la disperazione dei borghesi messi di fronte alle forze endogene del sistema che hanno essi stessi utilizzato contro il feudalesimo e che si rifiutano ora di piegarsi alla volontà dei Guglielmoni, dei Pepponi, dei Truman ..