Интернациональная Коммунистическая Партия

Il Programma Comunista 1960/16

Il drammatico duello cosmico

Era sicura attesa quella che i russi avrebbero clamorosamente spezzato con un gran colpo la serie di successi americani di cui di volta in volta abbiamo notizia. Ed abbiamo avuto il viaggio di andata e ritorno delle due cagnette con relative emozioni universali.

I fatti annunciati da una parte e dall’altra, in questo tempo di spaccio trionfante della frottola, non possono e non devono sfuggire a rilievi critici. Gli americani avevano vantato: recupero della capsula staccata dal satellite Discoverer 13 attuato con pesca nell’oceano — recupero della capsula del Discoverer 14 in aria con velivoli dalle reti per farfalle (ma nelle due capsule che hanno traversata l’atmosfera senza incendiarsi non vi erano esseri in vita) — infine messa in orbita del satellite pallone detto Echo gonfiato al diametro eccezionale di trenta metri in un esile involucro che pare abbia conservato il suo turgore per un tempo assai più breve di quello annunziato di un mese. Non diamo importanza alle telefonate radar attraverso il pallone Echo da un punto all’altro degli Stati Uniti e alla parlata di Ike. È stato detto che per avere questo collegamento stabile Terra-Echo-Terra bisogna riuscire a mettere in orbita tre palloni che viaggino di conserva alla stessa distanza sul cerchio in modo che ve ne sia sempre almeno uno sull’orizzonte. Dunque quello attuale è caduto o si è afflosciato; i tre previsti dovrebbero girare su orbite matematicamente previste fisse e di pari velocità. E questo è molto poco probabile ottenerlo.

Il risultato brillante del primo Echo gonfiato è che era visibile da tutti e quindi l’annunzio era verificabile dall’uomo comune, non specializzato, e senza strumenti, come nei passaggi chiarissimi su Roma, Napoli etc. Avendo una sua eclittica quasi ortogonale a quella del Sole, ed essendo altissimo, l’Echo viaggiava sempre nella luce solare anche quando era allo zenit delle località fino alla massima latitudine di 45°. Effetto imponente: perché non lo si è molto stamburato? Facile dirlo; perché si era al di fuori dell’ermetismo dei circoli specialisti, e chiunque poteva rilevare e calcolare l’orbita e attendere passaggi, che invece non sono stati regolari e costanti. Quindi la prova che in questa materia si azzarda senza poter sapere che a cose fatte quello che si ottiene. Comunque va fatto tanto di cappello allo spettacolo insolito di una stella con moto gradato visibile ad occhio nudo, per diecine di minuti.

I russi con le cagnette hanno «messo da sopra»? Sì, se fosse vero che tutto è andato come previsto. La nave spaziale cosiddetta di maggio si staccò dalla capsula ma questa si perse (o gira ancora in alto?). Questa di agosto ha inviata la capsula a terra intatta o almeno con i molti animali vitali, ma non si è capito perché è discesa anche la nave stessa. Prima non si era, al solito, detto come si prevedeva che le cose andassero. Se poi è vero che la caduta è stata localizzata con l’errore di soli 10 km, questo ha dello sbalorditivo. Ma è la corsa a sbalordire e il rispetto tra i duellanti nel farlo, che ci rende dubbiosi. La «nave» russa col suo periodo di circa 90 minuti non è andata più su di 320 km, e il conto torna: ma le fasce distruttrici della vita organica possono essere più in alto. Il Satelloon americano è giunto a 1.700 km con periodo di oltre due ore. Le cifre dei due contendenti concordano, ed in entrambi i casi si sono ottenute orbite quasi circolari.

Ma per noi la questione centrale è un’altra. Il grande can-can lo farà quello che lancia primo l’uomo (previa scimmia). Non interessa molto se il primo uomo scende morto o vivo, primo caso, pronto un posto di eroe di più nella storia di questa lacrimevole civiltà borghese. Nel secondo caso il problema è se nel percorso spaziale questo corpo vivo vegetava solo, o pensava e tecnicizzava, facendo manovre. Ci si dice dai russi che i comandi saranno sempre mandati da terra. E noi ritorniamo alla nostra soluzione che nel cosmo il futuro farà navigare macchine-robot — che trasmetteranno nuovi rilevamenti — ma non uomini respiranti e consumanti pasti come a terra. E da terra l’uomo penserà gli ordini per il robot, che né ragionano, né mangiano, né respirano.

Il testo di Lenin “Estremismo, malattia d’infanzia del comunismo” condanna dei futuri rinnegati Pt.1

Nella commemorazione di Lenin tenuta poco dopo la sua morte alla Casa del Popolo di Roma a iniziativa della Sinistra comunista italiana (se ne veda anche la traduzione in francese, più bella dell’originale, data nel n. 12 di “Programme Communiste”, la nostra rivista teorica internazionale, luglio-settembre 1960) il conferenziere, dopo aver fatto giustizia del «preteso opportunismo tattico di Lenin», citava un passo dell’inizio del classico “Stato e Rivoluzione” con queste parole: «Lenin dice che è fatale che i grandi pionieri rivoluzionari vengano falsificati, come è stato di Marx e dei suoi migliori seguaci. Sfuggirà Lenin stesso a questa sorte? Certamente no!»

Da questa facile previsione sono passati 36 anni, e il loro bilancio, tessuto passo per passo dalla critica spietata della Sinistra, sta a dimostrare che il volume di sterco falsario che l’opportunismo ha tentato di accumulare sulla figura di Lenin è almeno dieci volte più nauseante di quello che fu rovesciato su Marx.

Il mezzo vile dei falsificatori è sempre lo stesso: costruire una leggenda al posto della realtà storica che generò il formarsi del metodo e del programma di quei massimi comunisti, pescare in questa leggenda con citazioni locali, artefatte, staccate dalle condizioni effettive di lotta che dettero luogo al formarsi di quei testi classici, e capovolgerne sfrontatamente il valore speculando sulle difficili condizioni di combattimento della classe rivoluzionaria che, nel più gran numero dei casi, per lo stesso difetto economico in cui vive, deve contentarsi di prendere in rigatterie di terza e quarta mano l’arsenale delle sue armi teoriche.

Ma un lavoro marxista condotto, come avviene nelle nostre file, senza dilettantismi vuoti e vanesi, e disprezzabili arrivismi di facile affitto da sponde corruttrici, consente di mostrare che dell’”Estremismo” non vi è pagina, non vi è frase, che non debba ricadere come sferza implacabile sulla faccia bronzea dei traditori e dei rinnegati.

Per accingerci a questo, bisogna lasciare da parte retorica e demagogia e riportarsi alla storia positiva dei fatti, ove solo – e non nella bassa cronaca pettegola di eventi contemporanei – si legge la traccia luminosa unica della dottrina e della attuazione rivoluzionaria, che da un secolo i coboldi tentano porre in contrasto.

Primavera del 1920

In soli quattro anni da quando Lenin era sbarcato in Russia si era avuto l’Ottobre 1917, e, traverso lo svergognamento dell’opportunismo della II Internazionale naufragata nella guerra, da un anno appena (marzo 1919) la III era stata fondata.

Attorno al partito bolscevico da tutte le parti del mondo giungevano maledizioni e plausi, feroci invettive e ardenti adesioni. Nell’epoca a cui ora ci riferiamo il primo impegno del partito russo non aveva ancora cessato di essere la guerra combattuta, la guerra civile contro i bianchi, Denikin, Kolciak, Judeniç, Wrangel, le mille valanghe poggiate su piani di attacco tedeschi, inglesi, francesi, giapponesi. Tale periodo, da noi a fondo trattato negli ampi lavori sul cammino della rivoluzione di Russia, aveva tenuto in primissima linea questa lotta non solo politica ma apertamente militare: tutto andava subordinato alla vittoria.

Se Lenin fosse stato quell’opportunista in cui hanno tentato di trasformarlo da quarant’anni, non avrebbe trovato un minuto per scegliere tra le adesioni e le dichiarazioni di guerra. Tra un mondo di feroci nemici, tutti gli amici sarebbero stati accettati senza alcun benefizio di inventario, tali erano le urgenze di trovare appoggi nel mondo internazionale da cui tutte le borghesie centuplicavano i loro sforzi feroci, imbestiate dal terrore della dittatura rossa.

Lenin invece scrive quel testo per la preparazione del II congresso convocato per il giugno 1920. Egli sa dalle lezioni della storia che – come questo testo in prima linea dimostra – la vittoria in Russia è venuta perché il partito è stato nella sua formazione e preparazione spietato e senza riguardi nel riconoscere nemici e alleati. La sua prima preoccupazione è che il partito rivoluzionario mondiale non si formi senza una rigorosa base di dottrina programmatica e di organizzazione, anche a costo di dover respingere molti e molti aderenti da fuori Russia.

Di questa operazione selettiva si dà la versione banale prendendo a prestito le maniere della politica borghese parlamentare. Era già chiaro che vi era un pericolo dalla “destra” in quanto elementi a cavallo tra la II e la III Internazionale avrebbero gradito penetrare nella nuova a fare opera di intorbidamento: il centrismo, il kautskismo; contro questi Lenin aveva già fieramente martellato. Ma vi erano altre adesioni da rivedere attentamente, ed erano quelle che venivano, nel gergo politicante, da “sinistra”. Si trattava di anarchici, di libertari, di sindacalisti cosiddetti rivoluzionari della scuola di Sorel.

Tutti questi elementi aderivano agli eventi di Russia in forza della loro accettazione della violenza armata nella lotta di classe. Ma Lenin sapeva troppo bene che lo scaldarsi di molti fessi (per lo più squisiti fifoni individuali) per lo spettacolo di una cazzottatura o di una sparatoriella, nulla aveva a che vedere con la posizione rivoluzionaria. Sapeva che questi elementi, detti con grave errore di sinistra, sono spesso di origine proletaria e sinceri nel loro sbagliare, ma sapeva altrettanto bene che non si tratta di impartire assoluzioni morali ma di organizzare le forze rivoluzionarie, e solo verso questi deviati usava termini meno cocenti di quelli dati agli opportunisti di destra (sebbene nell’una e nell’altra schiera siano operai ingannati e siano intellettualoidi aspiranti a capi).

Il pericolo centrale contenuto in questo falsissimo estremismo consiste nel rifiuto degli insegnamenti fondamentali della rivoluzione russa circa lo Stato e il partito come mezzi essenziali della rivoluzione, lungo tutta una fase storica. In dottrina e nella organizzazione gli anarchici erano stati giudicati nella polemica di Marx ed Engels nella I Internazionale. In Russia, dice Lenin qui, si erano mostrati fuori strada quando erano prevalenti, nel 1870-1880, «rivelando la inettitudine dell’anarchismo come teoria rivoluzionaria». Quanto ai sindacalisti soreliani, erano meno noti a Lenin perché propri dei paesi latini, ove prevalentemente la critica della loro dottrina era partita da marxisti di destra quasi fino alla guerra (non da noi in Italia; del resto, nel social-sciovinismo è noto che caddero socialisti riformisti, sindacalisti soreliani e anche anarchici: Francia e Italia).

Ma Lenin vedeva avanzarsi la scuola errata in un’ala detta di sinistra dei comunisti tedeschi del partito di Spartakus, che si era scisso in K.P.D. (partito comunista di Germania) e K.A.P.D. (partito comunista operaio di Germania), e nei gruppi olandesi della Tribune di Gorter e Pannekoek.

Perché questa corrente, malgrado la sua dichiarata simpatia per la rivoluzione di Ottobre, preoccupa Lenin? Proprio perché Lenin non era un opportunista, ma un difensore del rigore teorico.

Lenin scusa quasi i falsi sinistri di Russia e Francia perché non erano mai stati sulla linea di una tradizione marxista. Col suo geniale intuito si preoccupa di quelli che si dicono tuttora marxisti, come noi facciamo oggi per quelli che si dicono… leninisti. Lenin cita un articolo di Karl Erler dal titolo edificante “Scioglimento del partito” e con questa perla:

«La classe operaia non può demolire lo Stato borghese senza annientare la democrazia borghese, e non può annientare la democrazia borghese senza distruggere i partiti».

Lenin qui non può non esplodere: «Le teste più confuse tra i sindacalisti e gli anarchici latini possono essere soddisfatte: solidi tedeschi, che si ritengono solidamente marxisti, arrivano a dire incredibili scempiaggini!».

Punto centrale: la dittatura del partito

L’Internazionale comunista non poteva definirsi solo dal riunire quei socialisti che come mezzo della lotta di classe del proletariato rivendicano la violenza armata. La distinzione sarebbe stata insufficiente. Ora tutti questi gruppi Lenin ha giustamente in sospetto (ma non tanquanto i destri, se a un certo punto dice: «Anche al IX congresso del nostro partito russo (aprile 1920) ci fu una piccola opposizione, che parlò contro la “dittatura dei capi” contro l’”oligarchia” ecc. Quindi nella “malattia infantile” del “comunismo di sinistra” fra i tedeschi, non c’è nulla di strano, nulla di nuovo, nulla di terribile. È una malattia che passa senza pericolo, e dopo di essa l’organismo diviene persino più forte»).

Ecco l’idea di Lenin sulla famosa malattia infantile. Ma egli ben sapeva quale altro pericolo venisse dai centristi e dalla famosa “destra”. È stata la “malattia senile” del comunismo, che ha condotto l’organismo rivoluzionario alla morte odierna, con effetto di gran lunga più deleterio della rovinosa crisi della II Internazionale.

Nell’onda di commenti che la rivoluzione russa portò con sé, la più gran parte dei nostri critici e detrattori, senza nulla aver capito della grandiosa teoria di Marx-Lenin sulla dittatura del proletariato, e con un coro che andava dai borghesi di destra ai democratici e agli anarchici, prese a inveire contro i “dittatori”, o il dittatore Lenin.

I liberali dimenticavano le figure colossali dei loro dittatori, da Cromwell a Robespierre a Garibaldi; tra i libertari ve ne furono di quelli, citati nella ricordata commemorazione, che avevano scempiamente scritto lutto o festa? I sinistri di Olanda, Germania e altri paesi esitavano sulla “dittatura”, e Lenin giustamente mostrò che lo facevano perché imbevuti di una mentalità democratica e piccolo borghese non diversa da quella che sollevò lo scandalo dei centristi kautskiani e di tutti gli imbecilli che da allora fino a oggi hanno gridato: socialismo non è che democrazia, che libertà per tutti! E sono le stesse figure sporche che oggi parlano a nome di Lenin.

Perché è proprio in queste pagine, che sarebbero state scritte contro noi veri marxisti di sinistra, che Lenin disperde da par suo ogni esitazione e ogni distinzione di principio tra dittatura del proletariato, dittatura del partito, e anche dittatura di date persone.

Lenin infatti, nel suo V paragrafo intitolato: “Il comunismo in Germania. I capi, il partito, la classe, le masse”, cita ampiamente un opuscolo dei comunisti tedeschi di sinistra, che pone la vuota alternativa: si deve, per principio, aspirare alla dittatura del partito comunista, o a quella della classe proletaria? E che poco più oltre contrappone due soluzioni: il partito dei capi che agisce dall’alto, e il partito delle masse che aspetta l’ascesa della lotta dal basso.

La critica a questo punto svolta da Lenin si riduce a stabilire che se si rinunzia al “dominio del partito” che scandalizzava quei comunisti, si rinunzia alla dittatura del proletariato e alla rivoluzione, e se si vuole che il partito non agisca per mezzo di “capi” solo per paura di questa parola, si ricade nella stessa impotenza. Il nostro è un partito diverso da tutti i partiti, il nostro ingranaggio di uomini rivoluzionari è diverso da tutti gli ingranaggi adulatori e pubblicitari degli altri movimenti. E Lenin riattaccherà questo alla necessità vitale della organizzazione “illegale”.

Nella sua formidabile dote di chiarezza, Lenin non ci darà qui definizioni filosofiche di quelle “categorie” che sono masse, classe, partito e capi. I tempi urgevano e la sistemazione venne per altra via. Ma il testo di Lenin toglie di mezzo ogni esitazione sulla necessità che la dittatura sia del partito, e in determinati estremi anche di dati uomini del partito; il che da allora a oggi fa inorridire tutti i ben pensanti, pronti tuttavia sempre a prosternarsi a vertici di quattro duci, o, come diciamo noi, di quattro Battilocchi.

Altro che permessi da designazioni elettorali e consultazioni interne!

«Il solo fatto di porre il dilemma “dittatura del partito oppure dittatura della classe?”, “dittatura (partito) dei capi oppure dittatura (partito) delle masse?” attesta una incredibile e irrimediabile confusione di idee… Tutti sanno che le masse si dividono in classi; che si possono contrapporre le masse e le classi soltanto quando si contrapponga l’immensa maggioranza generica, non articolata secondo la posizione nell’ordinamento sociale della produzione, alle categorie che occupano un posto speciale nello stesso; che le classi sono dirette di solito e nella maggior parte dei casi, almeno nei paesi civili moderni, da partiti politici, che i partiti politici come regola generale sono diretti da gruppi più o meno stabili di persone rivestite della maggiore autorità, dotate di influenza e di esperienza maggiore, elette ai posti di maggiore responsabilità e chiamate capi. Tutto ciò è elementare, semplice e chiaro» (Ed. Mosca 1948).

Giusta diagnosi del tradire dei “capi”

Queste limpide parole richiamano quelle di Engels sugli anarchici spagnoli: «Una rivoluzione è il fatto più autoritario che ci sia».

La rivoluzione di classe è una guerra, guerra civile; occorrono un esercito, uno stato maggiore, un partito, e con la vittoria uno Stato, un governo, degli uomini al potere.

Il testo qui spiega che la confusione delle idee è sorta dalla necessità di agire in una situazione illegale, quale si generò in Germania dopo la prima guerra, al posto della precedente piena legalità. «Quando da tale consuetudine, per causa del corso tempestoso della rivoluzione e dello sviluppo della guerra civile, si dovette rapidamente passare all’avvicendarsi della legalità e della illegalità, alla combinazione dell’una e dell’altra, ai metodi “incomodi” e “non democratici” di selezione o formazione o conservazione dei “gruppi di capi”, costoro si sono smarriti e hanno cominciato a tirar fuori delle sciocchezze madornali».

Molti buoni proletari scottati dai tradimenti dei socialisti del 1914 acquisirono la diffidenza verso il capo, qualunque fosse. Lenin ricorda che la degenerazione dei capi è cosa antica e chiarita per i marxisti, e non si risolve con la “contrapposizione dei capi alle masse”. Non si tratta di capi cattivi e masse buone, ma di processo degenerativo dei capi e delle masse. «Marx ed Engels spiegarono molte volte le cause profonde di questo fenomeno… con l’esempio dell’Inghilterra… negli anni 1852-1892. La posizione monopolistica dell’Inghilterra separò dalla massa una “aristocrazia operaia” a metà piccolo borghese, opportunista. I capi di questa aristocrazia operaia passavano continuamente dalla parte della borghesia, erano mantenuti da questa, direttamente o indirettamente. Marx si guadagnò l’odio onorifico di questi farabutti, bollandoli apertamente come traditori».

Questo fenomeno, Lenin dice, si è ripetuto colla guerra nella II Internazionale. «È comparso dovunque il tipo del capo opportunista, traditore, social-sciovinista, che sostiene gli interessi della sua corporazione, dello strato costituito dalla aristocrazia operaia. Si è creato un distacco dei partiti opportunistici dalle “masse”, cioè dagli strati più estesi dei lavoratori, dalla loro maggioranza, dagli operai peggio pagati. La vittoria del proletariato rivoluzionario è impossibile senza lottare contro questo male, senza smascherare, svergognare e scacciare i capi opportunistici e social-traditori; questa è la politica fatta dalla III Internazionale».

Quale marxista può confondere questa posizione storica con la proposta libertaria: il male è nel partito, il male è nei famosi “capi”?

La questione era di principio e di programma e non di tattica contingente o peggio locale, nazionale, tedesca. Il fatto storico che vi sono stati capi e interi partiti, gli uni e gli altri che si richiamavano al proletariato e anche alla sua specifica e classica dottrina rivoluzionaria, che malgrado tanto sono passati dalla parte del nemico di classe, non conduce a ripudiare l’arma partito e l’arma, se così vogliamo chiamarla, “capo”. La dottrina marxista infatti dal suo sorgere ha confutato per sempre tali obiezioni, dal “Manifesto” che esige la organizzazione del proletariato in partito di classe (che secondo gli statuti della I Internazionale è «opposto a tutti gli altri partiti») agli scritti di Marx ed Engels sulla rivoluzione e controrivoluzione in Germania; e via.

Oggi possiamo dire di più. Al tempo di Marx e di Lenin non si era dato ancora che uno “Stato” della vittoria proletaria, come quello russo, degenerasse fino a passare dalla parte del nemico di classe nella politica estera (alleanze di guerra) e interna (misure economico-sociali capitalistiche). Un tale fatto storico da solo basta a mostrare quanto sia imbecille non vedere che l’opportunismo di oggi ha consumato qualcosa di venti volte più infame di quello di ieri, noto a Marx e a Lenin; non ha solo disonorato partiti e uomini del proletariato bensì ha disonorato il primo Stato della dittatura proletaria. Ma tale fatto che si esprime dicendo non solo: l’uomo è corruttibile, il proletariato è corruttibile, il socialista e comunista è corruttibile, e il partito è corruttibile; ma: lo stesso Stato proletario è corruttibile – per effetto di rapporti di reali forze storiche e non perché la carne sia fragile, e altre spiegazioni etiche! – non autorizza a dire: rinunziamo allo Stato; il potere è una porcheria, e tutti corrompe!

Questa eresia teorica era nota bene a Marx e a Lenin che la stritolarono per sempre. E Lenin scorge negli errori di principio dei sinistri tedeschi la stessa sbagliata idea: orrore del potere; e ribadisce che tutte dobbiamo saperle impugnare queste armi difficili: gli uomini, il partito, il timone del governo statale. Il problema è di indicare la via storica per cui i nostri militanti politici, il nostro partito rivoluzionario, il nostro apparato di Stato, saranno diametralmente diversi da tutti quelli che ha presentato il passato, in parte purtroppo anche proletari: e giungeranno alla forma originale teorizzata dalla nostra dottrina.

Lenin che ha posto questo problema insuperabilmente ma – uomo e mortale come era – non ne ha vista giungere la soluzione, capì che i sinistri di Germania, come avevano aperto il fianco ai dubbi contro la forma partito, dubitavano anche della forma Stato, e non avevano, in dottrina, capito la forma storica della dittatura, enunciata senza esitazioni dal marxismo. Essi falsamente credevano che rapidamente si dovesse sciogliere il partito per non vedere più traditori, e perfino sciogliere lo Stato per evitare le famose, piccolo borghesi, «seduzioni corruttrici dell’esercizio del potere».

La durata della dittatura

Prima di chiudere questa dimostrazione, che il pericolo contro il quale si levò Lenin non era l’errore di tattica del quale diremo in secondo tempo, ma un fondamentale errore di principio, e quindi un errore al quale non si rimedia con sole misure di organizzazione interna di partito – e in quel momento storico si trattava di prendere le misure “costituenti” del nuovo partito comunista mondiale, nella quale sede si evita l’errore, nel più dei casi, non facendosi allettare dall’acquisto di un flusso di aderenti, ma tagliando nel vivo con il ferro senza pietismi delle scissioni e delle diffamate “scomuniche” – sarà bene dare il passo di Lenin, di incomparabile vigore, dal quale si deduce che la dittatura si deve accettare non per un breve istante, ma per tutta una dura e lunga fase storica. Essa non è un provvedimento “di emergenza”, come nel gergo alla moda oggi si direbbe, ma è la parte vitale, l’ossigeno, che alimenta la nostra teoria e la nostra battaglia.

«Nel proclamare l’inutilità e il carattere borghese dei partiti politici (…) si vede come da un piccolo errore si può sempre arrivare a un errore madornale, se lo si spinge sino in fondo. La negazione del partito e della disciplina di partito; ecco il risultato al quale è giunta l’opposizione. E ciò equivale al completo disarmo del proletariato di fronte alla borghesia. Ciò equivale appunto a quella dispersione, a quella incostanza, a quella incapacità di essere fermi, di essere uniti, di coordinare le azioni, che sono proprie della piccola borghesia e che rovinano inevitabilmente ogni movimento rivoluzionario del proletariato se vengono trattate con indulgenza».

Da questo punto in poi il passo è talmente classico, e – a questo concluderemo il presente studio – collima talmente in pieno con le tesi della sinistra marxista italiana, quali le sosteniamo oggi che non vi è più Lenin, e quali sostenemmo quando era presente e avevamo sostenute prima del collegamento del nostro movimento in Italia colla nuova Internazionale e con Lenin (collegamento che avvenne appunto in quei mesi del 1920, in cui egli personalmente organizzò che andasse a Mosca un delegato della Frazione Comunista Astensionista del partito socialista, non compreso nella delegazione “democraticamente scelta”) che, da questo punto in poi, le sottolineature sono apposte da noi e non da Lenin al testo.

«Dal punto di vista del comunismo, negare il partito significa voler saltare dalla vigilia del crollo del capitalismo (in Germania), non alla fase più bassa o a quella media, ma alla fase superiore del comunismo. Noi in Russia (nel terzo anno dopo l’abbattimento della borghesia) muoviamo i primi passi sulla via del passaggio dal capitalismo al socialismo, ossia alla fase inferiore del comunismo. Le classi hanno continuato a esistere ed esisteranno ancora per anni [sottolineato in Lenin], dappertutto, anche dopo [idem] la conquista del potere da parte del proletariato. Può darsi che questo termine sia più breve in Inghilterra, dove non ci sono i contadini (ma ci sono tuttavia i piccoli produttori!).
     «Sopprimere le classi non significa soltanto cacciare [o uccidere, nota nostra] i proprietari fondiari e i capitalisti – ciò che noi abbiamo fatto con relativa facilità — ma vuol dire [è Lenin che qui sottolinea] eliminare i piccoli produttori di merci, che è impossibile cacciare, impossibile schiacciare, con i quali bisogna trovare un’intesa, che si possono (si devono) trasformare, rieducare solo con un lavoro di organizzazione molto lungo, molto lento e molto prudente. Essi circondano il proletariato, da ogni parte, di un ambiente piccolo borghese, lo penetrano di questo ambiente, lo corrompono, spingono continuamente il proletariato a ricadere nella mancanza di carattere, nella dispersione, nell’individualismo, nelle alternative di entusiasmo e di abbattimento, che sono proprie della piccola borghesia.
     «Occorre la più severa centralizzazione e disciplina nel seno del partito politico del proletariato per opporsi a questi difetti, per far sì che il proletariato adempia giustamente, con buon successo, vittoriosamente, la funzione organizzatrice (che è la sua funzione capitale). [Gli ultimi corsivi in Lenin vogliono dire che i semiproletari possono avere aiutato nella lotta civile, ma poi disorganizzano e decentrano: ora, sottolineeremo noi]. La dittatura del proletariato è una lotta tenace, cruenta e incruenta, violenta e pacifica, militare ed economica, pedagogica e amministrativa, contro le forze e le tradizioni della vecchia società. La forza dell’abitudine di milioni e decine di milioni di uomini è la più terribile della forze. Senza un partito di ferro, temprato nella lotta, senza un partito che goda la fiducia di tutto quanto vi è di onesto nella sua classe [noi chiosiamo che come nelle masse anche nella classe vi sono residui malsani, vittime della influenza contro-rivoluzionaria, e che in principio, dove non sono trattabili pedagogicamente, si tratteranno senza pietismi repressivamente], senza un partito che sappia osservare lo stato d’animo delle masse e influenzarlo [non subirlo!] è impossibile condurre con successo una lotta simile.
     «Vincere la grande borghesia centralizzata [leggi monopolista e fascista] è mille volte più facile che “vincere” milioni e milioni di piccoli produttori, i quali, mediante la loro attività quotidiana, continua, non appariscente, impercettibile, dissolvente, pervengono a quei medesimi risultati che abbisognano alla borghesia e che portano alla restaurazione [corsivi in L.] della borghesia. Chi indebolisce, sia pur di poco, la disciplina ferrea del partito, del proletariato (soprattutto durante la dittatura del proletariato) aiuta in realtà la borghesia contro il proletariato».

Con questa esplicita e decisa formulazione Lenin ha voluto togliere di mezzo un’altra ubbia dei comunisti di sinistra, che pensavano che il soviet operaio fosse un surrogato del partito comunista, e quindi la sua istituzione, che vale la dittatura del proletariato in quanto i borghesi non votano per i soviet, autorizzasse a “sciogliere il partito politico”, fino al punto di suggerire di convocare i soviet prima della lotta rivoluzionaria. I sinistri italiani fin dal 1919 avevano combattuta decisamente questa tesi antimarxista, che fu poi condannata al II congresso nella risoluzione sui soviet o consigli di fabbrica, di cui converrà riparlare.