Интернациональная Коммунистическая Партия

Il Partito Comunista 158

L’Ottobre proletario russo spezzò insieme Stato borghese e guerra

Se a 70 anni dalla Rivoluzione torniamo a parlare dell’Ottobre non lo facciamo per commemorare un evento passato, ma per attingere certezza nel futuro. Credano gli opportunisti traditori che l’Ottobre sia morto, credano i nemici borghesi di averlo ucciso; il proletariato rivoluzionario mondiale si riapproprierà dell’insegnamento dell’Ottobre e lo sbatterà sul muso di entrambi.

70 anni fa, mentre nei paesi «civili» il massacro imperialista ancora continuava, nel paese più arretrato di Europa scoppiava la Rivoluzione.

Nel febbraio, sotto i colpi di una insurrezione popolare, crollava il secolare impero degli zar: gli alleati capitalisti e democratici, insieme ai socialtraditori che avevano abbracciato la causa della guerra antitedesca, giudicavano lo zar un potenziale nemico e quindi da eliminare, e la prima rivoluzione russa (del febbraio 1917) fu da essi osannata tanto che l’attribuirono non alla stanchezza delle masse e dei soldati, bensì all’opera delle ambasciate alleate.

Una repubblica borghese nacque, visse nove mesi tempestosi, e crollò a sua volta abbattuta da una nuova insurrezione: l’ottobre.

Il 25 ottobre del calendario russo il (7 novembre di quello occidentale) Pietrogrado cadeva ed il governo provvisorio, eccezion fatta di Kerenskj, veniva arrestato. Dopo otto giorni di combattimento cadeva anche Mosca. Il tentativo di riprendere la capitale falliva ed in tutte le città della «Santa Russia» i soviet prendevano il potere. Il 31 ottobre l’esercito di Kerenskj era definitivamente schiacciato.

Riunitosi il 25 e 26 ottobre, il 2° congresso panrusso dei Soviet degli operai e dei contadini aveva deciso, in un delirio di entusiasmo, la consegna di tutto il potere, in tutte le località, ai soviet, aveva approvato il governo esclusivamente bolscevico proposto dal partito bolscevico stesso, aveva approvato il proclama bolscevico «ai popoli e ai governi di tutti i paesi belligeranti», aveva approvato il decreto bolscevico sulla terra.

La società borghese apprese confusamente che una Repubblica dei consigli operai e contadini, diretta dai comunisti, era stata instaurata in Russia, e, tra l’incredulo e lo sbalordito, attese da un giorno all’altro la fine dell'»avventura rivoluzionaria» e la caduta dei comunisti russi. Lacerata fra due blocchi imperialistici che si contendevano la vittoria sui campi militari, dominata dalle passioni sciovinistiche, accecata dai suoi pregiudizi, essa non si preoccupò all’immediato che della ripercussione dell’avvenimento sulla sorte delle armi. La società borghese non comprese immediatamente che il «colpo di Stato bolscevico» era in realtà una Grande Rivoluzione mondiale: la prima delle rivoluzioni socialiste del mondo nel momento stesso che era l’ultima delle rivoluzioni antifeudali dell’Europa.

Il primo atto dell’Ottobre vittorioso, a carattere eminentemente rivoluzionario ed internazionalista, fu quello di fare uscire la Russia dalla guerra, ad un tempo rompendo con gli impegni assunti dallo zar e dalla borghesia russa verso l’imperialismo dell’Intesa e rivolgendosi, al di sopra dei governi cui doveva tener testa, ai popoli ed alla classe operaia di tutti i paesi facendovi penetrare la sua agitazione contro la borghesia, fautrice della continuazione del massacro. Vantandosi di «non appartenere alla scuola diplomatica», ma di essere dei semplici «soldati della rivoluzione», i diplomatici della Repubblica dei Soviet rivelarono al mondo i vergognosi trattati segreti, i sordidi scopi della guerra imperialista, ai quali i popoli venivano sacrificati.

Non appena la società borghese si rese conto che l’Ottobre non era la Nuova Russia che batteva alle porte dell’Europa e del mondo per farsi ammettere nel consesso delle nazioni, ma era il Comunismo rinato che lanciava la sua sfida di sempre al dominio della borghesia, quando capi che l’ottobre era il focolaio minaccioso di quella rivoluzione proletaria mondiale di cui esso si proclamava il primo baluardo e la «fiaccola» e dalle cui sorti mai avrebbe concepito di essere separato, allora la società borghese non si accontentò di dar la caccia ai comunisti e di reprimere le agitazioni sociali in patria; mobilitò contro la Repubblica dei Soviet tutti i pregiudizi, i risentimenti e gli odi lanciando come mute di belve inferocite i suoi democratici eserciti di invasione contro di essa, sostenne le rivolte delle armate bianche e non esitò neppure ad arruolare la Fame nella sua campagna assassina. Nulla la controrivoluzione borghese lasciò di intentato pur di impedire che l’anima rivoluzionaria dell’Ottobre penetrasse nella cittadella occidentale del capitalismo e la travolgesse nel suo incendio distruttore.

Non a caso la borghesia percepiva che l’Ottobre significava un esempio vivente, una clamorosa lezione; percepiva che esso non era un fatto locale e nazionale; capiva che nella Russia feudale era stato spezzato un anello dell’unica solidale catena del dominio capitalistico sull’intero pianeta.

Ma l’ottobre, malgrado tutto, sapeva resistere contro l’esercito tedesco di Ucraina; contro l’intervento imperialista americano, francese, inglese (perfino italiano) contro le guardie bianche insorte di Kolciak e Denikin, di Judenic e Wrangel. La classe operaia, pilastro dell’Armata Rossa, lottava trascinando dietro di sé i contadini, ed il partito, organizzatore di questa armata, vi infondeva la sua volontà rivoluzionaria impedendole di precipitare nell’anarchia. In ottobre le Guardie Rosse delle due capitali non contavano più di 5-7000 membri armati ed inquadrati; due anni dopo la Repubblica dei Soviet disponeva di 5 milioni di soldati e 30000 ufficiali ex-zaristi sottomessi alla volontà di lotta del proletariato.

In Stato e Rivoluzione Lenin scriveva: «Accade oggi alla dottrina di Marx quello che spesso è accaduto nella storia alle dottrine dei pensatori rivoluzionari e dei capi delle classi oppresse in lotta per la loro liberazione. Le classi opprimenti hanno sempre ricompensato i grandi rivoluzionari con incessanti persecuzioni durante la loro vita; la loro dottrina è stata sempre accolta con il più grande furore, con l’odio più accanito, con le più impudenti campagne di menzogne e di diffamazioni. Dopo morti si cerca di trasformarli in icone inoffensive, di canonizzarli, per così dire, di cingere d’una certa aureola di gloria il loro nome, a «consolazione» e mortificazione delle classi oppresse, mentre si svuota del suo contenuto la loro dottrina rivoluzionaria, se ne smussa la punta, la si avvilisce».

Lenin non immaginava certo che proprio questo destino sarebbe stato riservato alla dottrina «sua» come di Marx e di Engels e più ancora al fulgido Ottobre rosso al quale al suo nome, di lì a poco, si sarebbe indissolubilmente legato.

Avviene così che oggi, ma non da oggi, per la borghesia, dimenticate le paure del 1917, l’Ottobre è «passato alla storia», è divenuto un pezzo da museo, nulla vieta quindi di commemorarlo perché, credono, sia morto. Possono impunemente cantarne le lodi sia i successori degli avversari più accaniti del bolscevismo, sia gli eredi dello stalinismo che bene iniziò la sua carriera mummificando Lenin ed eternandone il nome dopo aver adulterato il contenuto della sua dottrina. Per tutti questi signori l’Ottobre non è più crocevia storico della tormentata lotta di classe mondiale, ma il giorno di nascita del moderno Stato di tutte le Russie; non più fiaccola e bandiera della rivoluzione mondiale proletaria, ma insegna degli interessi nazionali; non insegnamento per le generazioni future, ma catechismo per i banchi di scuola dei giovani leoni di una patria tra le innumerevoli patrie.

La speciale condizione storica della sopravvivenza dispotica e medioevale della Russia avrebbe effettivamente potuto spiegare una eccezione in rapporto ai paesi borghesi sviluppati, mentre, all’opposto, la Rivoluzione di Ottobre percorse la via unica e mondiale tracciata dalla dottrina marxista da cui Lenin mai si distaccò in nessuna fase. È pertanto falso giustificare l’Ottobre con le speciali circostanze e condizioni locali. Nel 1918 Lenin affermò: «La rivoluzione russa non è che un esempio, non è che un primo passo di una serie di rivoluzioni». Nel 1919: «In sostanza, la rivoluzione russa, era la prova generale della rivoluzione proletaria mondiale». Nei primi capitoli dell'»Estremismo», che furono scritti per ricordare ai comunisti di tutti i paesi tratti di importanza internazionale della Rivoluzione di Ottobre, Lenin indicò «una delle condizioni principali del successo dei bolscevichi» nel fatto di aver dovuto cercare fuori dei limiti nazionali della Russia una teoria «provata dall’esperienza mondiale di tutto il secolo decimonono»e ulteriormente confermata «dall’esperienza dei brancolamenti, dei tentennamenti, degli errori e delle delusioni del pensiero rivoluzionario in Russia».

Ma così come l’Ottobre per potersi realizzare, aveva dovuto far propria la dottrina rivoluzionaria «europea», allo steso modo, per mantenere il potere conquistato e trasformare la struttura economica e sociale aveva bisogno dell’ossigeno della rivoluzione in occidente. Lenin aveva sempre escluso e fino a che visse escluse che mancando la ripercussione della rivoluzione di Ottobre in Europa potesse la struttura russa trasformarsi con caratteri socialisti.

Nella Russia del 1917 sembrò che si attuasse la grande visione rivoluzionaria che Marx nel 1848 aveva prospettato per la Germania. Convivevano allora in Germania le strutture sociali a) dell’impero medioevale ed aristocratico-militare, b) della borghesia capitalista e c) del proletariato; ossia del servaggio, del salariato e del socialismo. Lo sviluppo industriale in Germania, in quantità se non in qualità, era allora limitato, ma se Marx introdusse il terzo personaggio fu perché le condizioni tecnico-economiche esistevano in pieno in Inghilterra, mentre quelle politiche sembravano presenti in Francia. Nel campo europeo la prospettiva socialista era ben presente e l’idea di una rapida caduta del potere assolutista tedesco a beneficio della borghesia, e poi dell’attacco a questa da parte del giovane proletariato, era legata alla possibilità di una vittoria operaia in Francia dove, caduta la monarchia borghese del ’31, il proletariato di Parigi e della provincia desse la battaglia, che generosamente diede ma perdette. La Francia avrebbe dato la politica, fondando a Parigi un potere dittatoriale proletario (come tentò nel ’31 e nel ’48 e realizzò nel ’71); l’Inghilterra avrebbe dato l’economia; la Germania avrebbe dato la dottrina.

Lo sguardo di Lenin vedeva la Russia rivoluzionaria — industrialmente arretrata come la Germania del 1848 — offrire la fiamma della vittoria politica e resuscitare quella formidabile dottrina cresciuta in Europa e nel mondo.

Dalla sconfitta Germania sarebbero state attinte le forze produttive, il potenziale economico; sarebbe seguito il resto del tormentato centro-Europa. Una seconda ondata rivoluzionaria avrebbe travolto le vincitrici Italia, Francia, Inghilterra e forse anche America e Giappone. E nel nucleo Russia-Europa centrale lo sviluppo delle forze produttive nella direzione del modo di produzione socialista non avrebbe avuto ostacoli, ma soltanto bisogno della dittatura dei partiti comunisti.

Era quindi indispensabile che il proletariato occidentale si lanciasse risolutamente sulla via della rivoluzione; nella battaglia per il potere, non nella lotta elettorale.

Invece avvenne che, vittima del tradimento socialdemocratico, a parte gli episodi gloriosi e tragici di Germania e di Ungheria, consumò il suo potenziale rivoluzionario nelle lotte democratiche.

La salvezza dell’Ottobre, affermava Lenin, «è possibile soltanto nella via della rivoluzione socialista internazionale, nella quale siamo impegnati: il nostro compito, finché siamo soli, sta nel salvaguardare la rivoluzione, nel conservarle una certa dose di socialismo, per debole che sia, fino al momento in cui la rivoluzione scoppierà negli altri paesi e altri distaccamenti verranno alla riscossa» (Il Compito Principale dei Nostri Giorni), perché «la vittoria definitiva del socialismo in un solo paese è impossibile» (3° congresso dei Soviet).

La lunga battaglia di Lenin, fin sul letto di morte, fu di ammonire sulla necessità di mantenere al partito il carattere classista ed internazionalista pur dovendo passare sotto le forche caudine della Nep. Engels aveva già, molto tempo prima, affermato che «la peggior cosa che possa accadere […] ad un partito estremista è di essere costretto ad assumersi l’onere del governo in un’epoca in cui il movimento non è ancora maturo per assicurare la dominazione della classe che esso rappresenta, e prendere i provvedimenti che questa dominazione implica. Esso si trova necessariamente chiuso in un dilemma. Ciò che può fare è in contraddizione con tutte le sue azioni precedenti, tutti i suoi principi e gli interessi presenti del partito».

Sarebbe potuto non avvenire, ma avvenne, che il partito bolscevico, assuntosi coraggiosamente l’onere gigantesco di costruire il capitalismo in Russia, in attesa della rivoluzione mondiale, ne fosse infine controllato e travolto, non dagli imperialisti, ma dalle forze sociali interne borghesi e piccolo-borghesi gradualmente impossessatesi del volante della macchina statale.

Maxisticamente non siamo mai andati alla ricerca di chi avesse la colpa della degenerazione dell’Ottobre, ma ne abbiamo ravvisato le cause materiali al di fuori dei confini nazionali russi: nel mancato assalto proletario occidentale contro la roccaforte del capitalismo e nella estrema debolezza teorica e programmatica dei partiti comunisti aderenti alla III internazionale.

La controrivoluzione ha potuto schiacciare l’Ottobre, ma non ha potuto impedire che il capitalismo accumulasse tanto di quel materiale esplosivo per una futura e più potente rinascita del proletariato che porrà all’ordine del giorno, nei suoi gangli vitali, il problema dell’unica soluzione possibile: la rivoluzione comunista. Ed è su questa base materiale che il partito rivoluzionario di classe, forte degli insegnamenti dell’Ottobre nella vittoria come nella sconfitta, rinascerà alla scala mondiale, unico nel programma, nella dottrina, nella tattica, nella struttura organizzativa, e lancerà alla classe nemica e al codazzo delle sue sotto-classi la suprema sfida: o il combattimento o la morte!