Интернациональная Коммунистическая Партия

Il Partito Comunista 5

La piattaforma del P.C.I. per il «Compromesso Storico»: « GLI AGENTI DELLA BORGHESIA IN SENO ALLA CLASSE OPERAIA »

Non da oggi il P.C.I. ha abbandonato la strada della rivoluzione proletaria, non da oggi esso è divenuto il miglior pilastro della conservazione sociale. Mille volte abbiamo dimostrato che il ruolo controrivoluzionario del falso partito comunista si è espresso alla luce del sole proprio in quello che esso rivendica come il suo vero atto di nascita: la resistenza antifascista che invece di schierare il proletariato sul fronte della guerra fra le classi, lo schierò in appoggio ad uno dei fronti imperialistici contro l’altro fronte e che, con la successiva «ricostruzione nazionale», legò le sorti della classe operaia alla resurrezione, naturalmente sulle sue spalle, della nazione e della economia nazionale. Le posizioni attuali del P.C.I., dal «compromesso storico» all’ultimo discorso di Berlinguer al C.C. non costituiscono dunque una novità, ma soltanto la riconferma e la dimostrazione che quanto i comunisti vanno dicendo da 25 anni corrisponde alla realtà.

LA GRANDE CONFESSIONE

Il capintesta del P.C.I. non dice cose nuove, a scorno di tutti coloro, compreso lui, che si aspettano svolte ad ogni piè sospinto. La situazione della crisi mondiale avanzante lo spinge soltanto a dire le cose più chiaramente ed apertamente, a dichiarare a tutte lettere il ruolo controrivoluzionario che il P.C.I. intende svolgere per la salvezza del modo di produzione capitalistico contro qualsiasi tentativo di emancipazione della classe operaia. È su questo che è necessario spingere gli operai a riflettere, perché possa costituire un coefficiente di schieramento delle forze proletarie sul terreno della rivoluzione e della battaglia per l’instaurazione della dittatura proletaria. Ed in primo luogo il discorso di Berlinguer contiene una confessione, la confessione che tutto ciò per cui durante la II guerra mondiale e nei 25 anni successivi si sono chiamati gli operai a versare il loro sudore ed il loro sangue era illusorio e inesistente. Tutto il piano che il P.C.I. ha prospettato da 25 anni alla classe operaia è fallito; la prospettiva per cui, una volta abbattuto il fascismo ed il nazismo il mondo avrebbe avanzato pacificamente e gradualmente verso il benessere, verso la pace, verso la graduale elevazione delle condizioni di vita e di lavoro delle masse proletarie, senza rivoluzioni, senza scontri violenti, senza cozzare contro le strutture del ricostituito Stato democratico, va in pezzi. «Su scala internazionale, tutti i principali paesi industriali si propongono lo stesso obiettivo: importare di meno ed esportare di più. Si ha così un ulteriore inasprimento della lotta e della concorrenza economica fra i principali paesi capitalistici». Lotta e concorrenza sempre crescenti, tendenza ad importare sempre di meno e ad esportare sempre di più; cose non nuove per il modo di produzione capitalistico, cose di sempre sulla base delle quali si impostano le trentennali tragedie a cui l’umanità è sottoposta dal modo di produzione capitalistico ed a cui non potrà non essere periodicamente sottoposta fino a quando questa forma di produzione esisterà: lo schiacciamento delle condizioni di vita del proletariato, la disoccupazione, la fame, la guerra, tutti fenomeni che accompagnano necessariamente l’esistenza del modo di produzione capitalistico nella sua fase imperialistica. L’unica cosa nuova è che, dopo aver addormentato per 25 anni la classe proletaria nell’oppio delle illusioni pacifiste e democratiche, la forza delle cose spinge il P.C.I. a riconoscere l’esistenza di questa situazione. «Il mutamento che è inevitabile nei rapporti economici e politici mondiali avverrà nella pace o attraverso nuove guerre? Altre volte il capitalismo ha cercato proprio nelle guerre il mezzo per venir fuori dalle sue crisi e contraddizioni, e ciò ha portato in questo secolo, oltre che a innumerevoli guerre locali, a due guerre mondiali che hanno distrutto un numero immenso di vite umane e incalcolabili ricchezze…». La guerra è dunque proprio quello che i marxisti hanno sempre detto: l’unico modo che il capitalismo conosce per uscire dalle sue contraddizioni e per risolvere le sue crisi attraverso la distruzione di forze produttive e di prodotti (vite umane e incalcolabili ricchezze). Bella conferma! Ma allora, secondo le parole stesse di Berlinguer, anche la II guerra mondiale rispose a questo scopo, era una guerra fra potenze imperialistiche per risolvere le contraddizioni del modo di produzione capitalistico. Ebbene, quale funzione reale ha svolto il partito che ha sempre presentato al proletariato la II guerra mondiale come una crociata «ideale» delle forze della democrazia e della pace contro le forze «della guerra e della reazione» rappresentato allora dall’imperialismo tedesco ed italiano? Non ha forse a quei tempi il P.C.I. svolto il ruolo di agente della propaganda del blocco imperialista anglo-russo-americano chiamando i proletari a schierarsi sul fronte degli Stati che combattevano «per la pace, per la democrazia e per la libertà?» E quali sono le prospettive future? «…Conflitti bellici di vaste proporzioni potrebbero accendersi in certe regioni del mondo con il rischio di dilatarsi fino allo scatenamento di una guerra mondiale… Gravido di pericoli che ancora non tutti avvertono è il fatto che si va estendendo nel mondo la corsa agli armamenti e che nuovi paesi si sono dotati di armi atomiche, mentre altri stanno lavorando per dotarsene anch’essi. Minacce alla pace possono venire, in questo periodo, dallo stesso aggravarsi della crisi del capitalismo. Non può davvero essere sottovalutato il discorso del presidente degli USA a Detroit, nel quale si è piuttosto esplicitamente parlato della eventualità di un ricorso alla forza per regolare i rapporti con i paesi produttori di petrolio. Ancora più netta è stata in questo senso una recente dichiarazione del ministro finanziario della repubblica federale tedesca». La prospettiva è dunque questa: crescente concorrenza fra gli Stati capitalistici, intensificazione della corsa agli armamenti, crisi economica mondiale («Sta di fatto che la crisi attuale non è superabile come quelle precedenti», dice Berlinguer), guerra mondiale. È di fronte a questa situazione, dunque, che ci si deve porre, che si devono impostare le direttive per la classe operaia del mondo intero. E di fronte a questa situazione ci si può porre solamente in due modi del tutto opposti ed inconciliabili. Il partito comunista ha sempre considerato le crisi ricorrenti del modo di produzione capitalistico come l’espressione inevitabile delle contraddizioni di questo stesso modo di produzione; di conseguenza ha sempre dimostrato alla classe operaia: 1) che queste crisi periodiche con tutte le loro conseguenze sono inevitabili finché esisterà il modo di produzione capitalistico, 2) che, di conseguenza, il proletariato deve predisporsi alla distruzione, per via rivoluzionaria e violenta, di questo stesso modo di produzione, per fondare, attraverso la dittatura mondiale del proletariato un modo di produrre e di vivere completamente opposto a quello attuale, 3) che i periodi di crisi e di dissesto della economia e dello Stato capitalistico, essendo quelli che materialmente indeboliscono il nemico di classe e che dimostrano praticamente alla classe operaia la necessità di combattere rivoluzionariamente contro il sistema che determina le crisi e le guerre, sono quelli più favorevoli perché il partito comunista possa schierare la classe sul terreno rivoluzionario. Per il partito comunista rivoluzionario l’avvento dell’inevitabile crisi capitalistica costituisce dunque non solo una conferma della sua visione, ma anche un dato favorevole allo schierarsi del proletariato sul fronte della guerra rivoluzionaria fra le classi.

AL SERVIZIO DELLA ECONOMIA NAZIONALE

E c’è un modo opposto di porsi di fronte alla crisi capitalistica, il modo dei socialdemocratici che si votarono alla difesa della patria ed alla organizzazione del massacro degli operai nella guerra 1914-18, il modo degli stessi socialdemocratici che, in nome della salvezza della patria, della ripresa produttiva, della salvaguardia della democrazia, sputarono tutto il loro veleno sulla rivoluzione russa, combatterono con le armi alla mano contro i comunisti e contro gli operai rivoluzionari (Germania, Ungheria, Italia) giungendo perfino ad un patteggiamento «per il ritorno della legalità democratica» con il fascismo (Italia e Germania); il modo di quei partiti, prodotti della degenerazione della III Internazionale, che chiamarono gli operai a sacrificarsi per la ricostituzione dello Stato borghese in forma democratica, per ricostruire l’industria e l’economia nazionale: il modo, insomma dell’opportunismo di sempre, il modo degli agenti della borghesia nella classe operaia. Per questa gentaglia che per svolgere il suo ruolo all’interno della classe è costretta a mascherarsi da «socialista» o da «comunista» la crisi capitalistica si presenta come una catastrofe nazionale proprio perché potrebbe portare ad uno schieramento frontale delle classi sociali ed allo scontro fra di esse. Non si tratta per essi di far comprendere al proletariato come proprio queste catastrofi periodiche dimostrino la necessità di combattere per distruggere l’attuale assetto economico, sociale e politico, dal momento che essi si sentono investiti della sacrosanta missione di salvare l’economia e la società attuale facendosi garanti che il proletariato sopporterà, grazie alla loro opera, tutti i sacrifici necessari a questo scopo, da quelli attuali di abbassamento del tenore di vita, disoccupazione e fame, fino a quelli di domani di vite da sacrificare nella futura guerra fra gli Stati. La crisi, infatti, che Berlinguer è costretto così bene a descrivere, non ha dal punto di vista capitalistico che una sola soluzione: pressione sempre maggiore sulle condizioni di vita e di lavoro della classe operaia. Per concorrere sul mercato mondiale, «per esportare di più ed importare di meno» c’è infatti un solo mezzo: produrre a prezzi più bassi dei concorrenti, abbassare i costi di produzione delle merci. E questa necessità non può non generare una lotta accanita per accaparrarsi tutte le fonti di materie prime al più basso costo possibile, per controllare i mercati di sbocco dei prodotti industriali e sottrarli ai concorrenti; e nello stesso tempo una pressione costante per ridurre il costo della forza lavoro intensificando i ritmi di produzione, licenziando una parte degli operai, abbassando i loro salari ecc. Di conseguenza la borghesia può pensare di uscire dalla crisi soltanto a patto che la classe operaia accetti passivamente questi «inevitabili sacrifici», che non reagisca rivendicando almeno il mantenimento delle sue attuali condizioni di vita. Se questo avvenisse, e noi comunisti lottiamo appunto perché questo avvenga, la fine del sistema capitalistico sarebbe segnata. Per impedire che questo avvenga occorre un partito il quale abbia seguito fra gli operai e che goda la loro fiducia. Nella crisi 1913-22 questo partito fu la socialdemocrazia internazionale, nella crisi 1929-1945 fu la degenerata III Internazionale, nella crisi attuale questo ruolo può svolgerlo soltanto il P.C.I. E lo svolgerà e dichiara apertamente di predisporsi a svolgerlo: infatti nel discorso di Berlinguer tutto quello che abbiamo detto è perfettamente contenuto. Facciamolo dire a lui. In primo luogo si tratta di convincere gli operai che la crisi e la guerra non sono per nulla inevitabili; una iniezione di oppio soporifero è necessaria, altrimenti la classe operaia potrebbe essere portata a credere che il modo di produzione attuale deve essere distrutto e non può essere riformato. Perciò la prospettiva che abbiamo descritto viene presentata dall’opportunista soltanto come una «possibilità», come un «pericolo» nei confronti del quale esistono pur sempre dei «rimedi» interni all’attuale assetto sociale e politico. I «rimedi» a livello internazionale consistono, secondo Berlinguer, in questo: «Si fa sempre più impellente la necessità di una ampia cooperazione internazionale fra paesi capitalistici, paesi socialisti, paesi del terzo mondo sia ricchi che poveri di risorse naturali. Cooperazione innanzi tutto per la pace, per una giusta soluzione dei conflitti internazionali per la sicurezza e il disarmo… Cooperazione per affrontare problemi vitali ed immani quali quelli della fame nel mondo… Cooperazione per mandare avanti linee nuove di sviluppo economico internazionale, tali che l’assolvimento del compito di contribuire al sollevamento dei popoli economicamente arretrati, pur comportando necessariamente oneri per i paesi industrialmente avanzati e ricchi di materie prime, costituisca per questi stessi paesi fattore e sollecitazione per uno sviluppo economico di tipo nuovo. Si tratta dunque di promuovere un sistema di scambi e criteri di divisione internazionale del lavoro che perseguano simultaneamente sia lo sviluppo agricolo, industriale e culturale moderno dei paesi produttori di materie prime, sia il sollevamento dei paesi più poveri del terzo mondo, sia la continuità e l’allargamento, in forme nuove, dello sviluppo economico e sociale dei paesi industrialmente progrediti…». Era destino che l’ex partito comunista si incontrasse su questa strada con quello che sembra essere divenuto il suo più valido alleato, la chiesa cattolica. Berlinguer lo dice apertamente: «Non ci sembra davvero che ci siano nel mondo altri movimenti e correnti di pensiero che possano essere capaci di porsi di fronte a questa realtà nuova in un atteggiamento che ne comprenda pienamente il senso generale. Forse, se si guarda all’ultimo periodo, fanno in parte eccezione alcuni atteggiamenti della Chiesa cattolica, la quale, a partire dal pontificato di Giovanni XXIII, e con la sollecitazione di molti episcopati, ha iniziato a prendere contatto con queste nuove realtà, e soprattutto con quella del terzo mondo, in un modo che tende a correggere e cancellare una condotta secolare che l’aveva vista spesso identificarsi con la politica delle classi dominanti e delle potenze coloniali, e… esaurire la propria funzione nelle opere di carità. Anche in questo campo si conferma la possibilità di convergenza e di incontri fra il movimento operaio e il movimento cattolico nell’azione per promuovere la pace e la giustizia nel mondo…». Ma non c’era bisogno che Berlinguer lo dicesse: infatti la funzione del P.C.I. e quella della Chiesa convergono nello stesso scopo: addormentare il proletariato facendogli credere che la «pace e la giustizia» sono possibili nell’attuale regime capitalistico purché si abbia «la buona volontà di fare gli indispensabili sacrifici». L’unica notazione importante è questa: mentre la Chiesa cattolica ha sempre combattuto non solo contro il comunismo, ma anche contro qualsiasi movimento degli operai che si ponesse sul terreno della lotta di classe e perciò è perfettamente coerente con se stessa e con la sua tradizione, quando predica piani di «collaborazione, pace e giustizia», il PCI deve, per fare la stessa cosa, rinnegare se stesso ed ogni suo collegamento con la tradizione marxista e rivoluzionaria. È la sorte dei traditori!

Che i piani siano utopistici e servano soltanto a far dimenticare alla classe operaia le sue reali condizioni ed i reali modi per uscirne lo dimostra lo stesso Berlinguer. Basta ascoltarlo: «Le classi dominanti del mondo capitalistico, le caste reazionarie e i gruppi di borghesia compradora che dirigono alcuni paesi del terzo mondo sono però organicamente incapaci di intraprendere e percorrere fino in fondo la strada di una cooperazione fondata su queste basi… Anche nelle sfere dirigenti del mondo capitalistico questi problemi sono ampiamente dibattuti. Ma, salvo qualche eccezione, essi vengono considerati quasi esclusivamente dentro l’angusta logica puramente contabile e mercantile dei costi e dei ricavi, dei profitti e delle perdite…» Il piano sarebbe dunque realizzabile: basterebbe soltanto che… il capitalismo non fosse capitalismo e smettesse di comportarsi secondo l’unica logica che corrisponde alla sua natura: quella appunto «dei costi e dei ricavi, dei profitti e delle perdite». Correva l’anno 1917 e un famoso teorico della socialdemocrazia tedesca impugnò la penna per sostenere che in fondo «il capitalismo avrebbe anche potuto non comportarsi da capitalismo, cioè non fare una politica aggressiva ed imperialistica». Fu giustamente bollato ed è conosciuto dai comunisti come il rinnegato Kautsky. Ma siccome era soltanto un socialdemocratico e non un rinnegato del comunismo diceva le cose con maggiore chiarezza, cosa che il P.C.I. non può fare. Sostenne che le guerre imperialistiche potevano anche essere evitate e perciò si poteva avere la pace mondiale, se le grandi potenze imperialistiche si fossero messe d’accordo per sfruttare insieme «pacificamente» il resto del mondo. Gli fu risposto che non solo questo era impossibile sul terreno del modo di produzione capitalistico nel quale «i periodi di pace non sono che intervalli fra due guerre» (Lenin), ma che dell’eternità di una simile pace, che significherebbe l’eternità del regime capitalistico i comunisti non sapevano che cosa farsene, perché loro, i comunisti, erano per la distruzione del regime capitalistico, non per la sua eterna conservazione «pacifista». Berlinguer non dice niente di diverso da Kautsky (altra riprova che le idee sono soltanto un riflesso degli interessi materiali), soltanto non osa proporle apertamente. Ma la posizione è la stessa: l’imperialismo ed il suo necessario corollario — la guerra — non sono lo sbocco inevitabile e necessario dello sviluppo o meglio del sopravvivere a se stesso del modo di produzione capitalistico, ma solo una «politica», «la politica preferita» del capitalismo. Se allora gli si dimostrasse, a questo capitalismo, a queste classi dominanti «particolarmente miopi da non saper riconoscere nemmeno i loro interessi», che ci sono «altre politiche possibili» per sfruttare il mondo, «politiche» più «pulite», «pacifiche», potrebbero convincersi a cambiare rotta. Anzi, ci dice Berlinguer, che una parte di queste «classi dominanti» si è già convinta: è possibile infatti un movimento non della sola classe operaia, ma dei democratici e dei pacifisti tutti, della borghesia «progressista e illuminata» che «isoli le forze della reazione e della guerra». In definitiva il piano è però quello di Kautsky: infatti la sua unica garanzia sta nella collaborazione fra USA ed URSS cioè fra le due potenze imperialistiche che si sono spartite il mondo dopo la II guerra mondiale: «Un aspetto essenziale dell’azione per scongiurare i pericoli di guerra e per garantire la pace mondiale è costituita dal dialogo sovietico-americano… Il ritorno a uno stato di tensione nei rapporti fra le due maggiori potenze mondiali determinerebbe, nel mondo di oggi, una situazione nella quale diventerebbe forse impossibile prevenire e scongiurare lo scatenamento in alcune regioni del mondo di conflitti militari di vasta portata e tali da creare pericoli immediati di una guerra generale». Dunque speriamo bene! E se il buon dio vorrà che non cozzino l’uno contro l’altro gli interessi economici dei due maggiori colossi imperialistici o che qualche altro Stato industriale non cerchi di conquistarsi il «suo spazio vitale», la povera umanità avrà la pace, una pace fondata sull’armamento fino ai denti, ma pur sempre una pace. Una volta si aveva il coraggio di collocare il regno «della pace e della giustizia» nell’immensità dei cieli. Era più credibile perché se nessuno poteva dimostrare di averlo visto, era anche impossibile dimostrare che non esisteva. Vero è che certi marxisti osarono tacciare i propagatori di questa credenza nell’aldilà da propagatori di oppio; ma è anche vero che la produzione di droga si è molto sviluppata e oggi è possibile far credere che «il regno dell’eterna giustizia» può esistere proprio qui sulla terra sotto i nostri occhi.

CONTRO GLI INTERESSI IMMEDIATI E GENERALI DELLA CLASSE OPERAIA

Ma la droga opportunista ha un suo ben preciso destinatario: è il proletariato che si tratta di dirottare dalla coscienza dei suoi compiti e delle sue necessità. Perciò a questa parte colorata vagamente di verde-speranza fa seguito, nel discorso di Berlinguer, una parte ben più realistica: è quella in cui si parla di come uscire dalla crisi italiana (quella che realmente e praticamente preoccupa il patriottico P.C.I.). Naturalmente anche qui è necessario far credere, come Kautsky, che la crisi italiana sia dovuta non alle contraddizioni del modo di produzione capitalistico, bensì ad «errori» e «miopia» delle dirigenze politiche. Non si può, nemmeno Berlinguer può, andare dagli operai e dirgli semplicemente «è necessario lavorare di più e guadagnare di meno»; bisogna mantenergli qualche speranza di «miglioramenti futuri»; quando poi questi non verranno, perché sul terreno del regime capitalistico non possono venire, come non vennero quelli di dopo il 1948, qualche scusa la troveranno. Nel 1948 la cosa fu semplice: si scoprì improvvisamente che «la grande democrazia» americana era in realtà uno Stato imperialista e fascista, che la Democrazia cristiana era al servizio della borghesia e degli USA, che Scelba aveva sul comodino la foto-ricordo di Mussolini e tanto bastò a turlupinare le masse operaie. Per il prossimo round noi comunisti speriamo e lavoriamo perché magari non sia così semplice e perché mai più il P.C.I. possa travestirsi di rosso. Comunque ci sono alcune «chiarificazioni» importanti. Prima di tutto la prospettiva: «Come si presentano oggi le questioni dell’avvenire del paese? Quali sono le prospettive vicine e quale potrà essere il futuro dell’Italia… convinzione preliminare: ci sono condizioni e forze, volontà e idee sufficienti ad assicurare la salvezza e la rinascita della nazione italiana… Una nazione può anche sopportare un periodo di difficoltà e di durezze, quando se ne fa una ragione; ma non può vivere, conservare una sua unità morale e andare avanti senza avere davanti a sé una prospettiva e delle mete da raggiungere». Naturalmente questa sacra unità nazionale (è sempre Berlinguer che parla, non Benito Mussolini) è messa in pericolo dalla politica delle classi dominanti «miopi» le quali non sanno far altro che «sviluppare processi di ristrutturazione che si risolvono in una ulteriore concentrazione del potere di comando in grandi gruppi industriali e finanziari, privati e pubblici, in un attacco al tenore di vita e alle conquiste della classe operaia e dei lavoratori e in un ulteriore decadimento del Mezzogiorno». Queste classi dominanti con il loro comportamento «antinazionale» spingono «la Nazione» verso il caos, potrebbero perfino provocare uno scontro fra le classi… se non ci fosse il P.C.I. Ma il P.C.I. c’è e veglia a che tutto si svolga bene e la Nazione sia salva. In che modo? «L’essenziale è, lo ripetiamo, di prendere come punto di partenza la situazione così com’è oggi e di vedere come da essa si può risalire. Ed è proprio ponendoci da questo punto di vista che noi — partito della classe operaia e degli sfruttati — diciamo chiaramente che non si può uscire dalla crisi senza un periodo di duro sforzo di tutto il popolo e di tensione di tutte le energie nazionali… Duro sforzo vuol dire che bisogna produrre di più, non sprecare, ma risparmiare e impiegare bene ogni risorsa, riconvertire l’industria e riorganizzare le attività economiche e amministrative secondo criteri di efficienza e di rigore… Duro sforzo significa che bisogna far recuperare al personale politico e a tutti gli appartenenti alle pubbliche amministrazioni uno spirito di dedizione al servizio della nazione e dello Stato… Duro sforzo vuol dire anche che insegnanti e studenti ritrovino l’impegno alla severità e alla disciplina negli studi… Duro sforzo vuol dire infine reagire tutti alle manifestazioni di delinquenza e di immoralità per ricreare, contro forme di egoismo e di individualismo esasperate, il senso della solidarietà e del mutuo sostegno tra gli uomini. Senza uno sforzo e una tensione di tal genere, l’Italia rischia davvero di arretrare a precipizio…». E pensare che avevamo cominciato nel 1848 col dire «I proletari non hanno patria. Non si può togliere loro ciò che non hanno». E avevamo, noi comunisti anche osato pensare che l’unica classe produttrice di plusvalore e di valore fosse la classe degli operai salariati e che le altre classi sociali vivessero ripartendosi il plusvalore estorto alla classe operaia. Per cui ci sembrava assurdo che anche le altre classi sociali potessero sia «produrre di più», sia «risparmiare» sia «fare dei sacrifici». Tanto è vero che quando Benito Mussolini ci venne a raccontare nel 1920 parlando agli operai della Dalmine che «tutte le classi sociali erano ugualmente interessate alle sorti della produzione e della economia e dovevano avere un forte senso dello Stato», venne da ridere non solo a noi, ma anche al vecchio Turati che pure di collaborazione fra le classi se ne intendeva. Il 1974 dimostra che non dovevamo ridere!

Ma sinceramente il conto di Berlinguer non torna, perché se la classe operaia è la sola classe che produce non si riesce a capire come si potrebbe realizzare la sua seconda condizione: «I sacrifici necessari per il duro sforzo di ripresa e di rinnovamento devono essere ripartiti secondo giustizia». Ma siamo noi a non capire, perché invece Berlinguer è molto esplicito: I) «In ogni caso è chiaro che sia in funzione di rinnovamento e ampliamento del mercato interno, sia in funzione degli scambi con l’estero è necessario elevare la competitività dell’industria italiana». Dunque anche l’industria italiana deve mettersi a fare quello che fanno «le classi dominanti dei paesi capitalistici», cioè cercare di «esportare di più ed importare di meno»? II) «Una solida competitività si può e si deve raggiungere puntando decisamente sulle innovazioni tecniche, sulla piena utilizzazione di tutte le risorse e degli impianti, e sulla ricerca di sbocchi più stabili e duraturi alla produzione per l’interno e per l’estero». In complesso il P.C.I. è d’accordo per la «ristrutturazione» dell’industria, anzi ne è il maggiore assertore. Ma è d’accordo anche perché l’industria italiana agisca, alla moda delle «più miopi» classi dominanti secondo il meccanismo dei «costi e dei profitti, delle spese e dei guadagni», perché competitività in un regime che produce merci non può significare che questo. E, del resto, modernizzazione degli impianti non può significare nel regime capitalistico, che maggiore sfruttamento della forza lavoro, riduzione del numero degli operai alla produzione, abbassamento dei loro salari. Infatti: III) «È evidente che una riconversione industriale comporta riduzione di certe produzioni e unità produttive e sviluppo di altre, innovazioni nelle tecniche produttive e nell’uso degli impianti e quindi anche, in certi casi, spostamenti nell’impiego della manodopera. Ma noi ci battiamo perché questi processi non siano lasciati all’arbitrio e ai calcoli dei dirigenti delle singole aziende private o pubbliche che siano. È necessaria una contrattazione condotta in termini non soltanto aziendali, con le organizzazioni sindacali; e sono necessari un indirizzo generale e un intervento dei poteri pubblici». In altre parole: non siamo contro i licenziamenti e contro la disoccupazione, siamo soltanto per contrattare e controllare che i licenziamenti («spostamenti di manodopera») non avvengano «ad arbitrio», ma «nel superiore interesse della nazione». Sistemata così la questione della «difesa del posto di lavoro» si passa a sistemare la questione del salario. IV: «Ma è ora che tutti cambino radicalmente atteggiamento nei confronti delle rivendicazioni salariali degli operai e dei braccianti… Non è da questa parte della società che sono venute o possono venire spinte irresponsabili…». E ancora: «La lotta per le rivendicazioni immediate economiche e sindacali è necessaria… Vi è però un orientamento che va tenuto fermo: evitare che i contenuti e le forme della lotta creino divisioni fra i lavoratori e suscitino incomprensioni ed ostilità nella popolazione». Della popolazione, senza tema di sbagliare, fa anche parte la borghesia e la piccola borghesia: dunque: bisogna lottare per rivendicazioni «responsabili» cioè tenendo conto delle esigenze della nazione e tali che per «forma e contenuto» non dispiacciano alle classi borghesi. La conclusione ogni operaio è in grado di capirla da solo!

«GARANZIE» A TUTTE LE ISTITUZIONI BORGHESI

Tutto questo discorso serviva a dimostrare alla borghesia italiana che il P.C.I. non ha nessuna intenzione di mettere in movimento la classe operaia neanche sul piano delle rivendicazioni economiche immediate. Deve ora, però dimostrare che la sua presenza ai vertici dello Stato è indispensabile perché tutto il piano si realizzi e l’Italia, cioè la borghesia italiana, possa «uscire dalla crisi». Ecco la dimostrazione di Berlinguer: «Bisogna che il paese e soprattutto il popolo lavoratore abbiano la garanzia che il duro sforzo a cui si è chiamati serva effettivamente a raggiungere la meta di un superiore assetto economico e sociale… E perciò chiaro che non ci si può affidare solo alle forze che hanno finora diretto il paese, perché esse non hanno l’autorità e la credibilità necessarie, per i guasti che hanno fatto, per le promesse che hanno tradito, per i gravi episodi di corruzione… Tanto è vero che gli appelli e le prediche di costoro passano come acqua su una lastra di marmo. Occorre una profonda trasformazione della direzione politica, il concorso di forze nuove di riconosciuta serietà, pulizia e fedeltà agli interessi del popolo per far sì che lo sforzo oggi indispensabile sia sostenuto dalla fiducia e dalla partecipazione attiva della parte più sana, laboriosa e produttiva del paese». Dunque, se c’è una possibilità che la classe operaia sopporti senza colpo ferire gli «indispensabili sacrifici» è necessario che a proporglieli sia il P.C.I., ritornato al governo dello Stato borghese, come dal 1945 al 1948, quando si trattò di imporre alla classe operaia il «necessario sacrificio» della ricostruzione dell’economia dello Stato. Per tradire la classe operaia occorre un partito che «goda la fiducia della classe stessa. Non possono farlo i partiti apertamente borghesi ai cui appelli al «sacrificio» il proletariato risponderebbe con la lotta. Questa è sempre stata la funzione dell’opportunismo: «Agente della borghesia nel campo operaio». E nelle epoche di crisi il partito opportunista non può restare all’opposizione, perché mentre la classe operaia viene colpita nelle sue condizioni di vita e di lavoro, c’è un solo modo per fargli credere che lo Stato che la colpisce è «il suo» Stato e per impedire che rivolga la propria collera contro l’apparato statale: vedere al vertice dello Stato quello che essa ritiene il suo partito di classe. Berlinguer è tanto compreso da questa necessità «nazionale» che aggiunge: «Quanto alle forme e ai metodi di questa partecipazione si vedrà!».

Ma se il P.C.I. non chiede «garanzie» e non pone «condizioni», le garanzie e le condizioni le chiedono invece gli interessi della borghesia italiana ed internazionale nelle loro varie espressioni. Bisogna dare assicurazione che nulla cambierà nella politica sia interna che estera dello Stato italiano. E Berlinguer si accinge a dare questa dimostrazione. Prima forza da rassicurare sono gli Stati Uniti d’America con le loro formidabili basi economiche e politiche, con le loro aziende multinazionali, i loro dollari investiti in Italia, le loro flotte che incrociano a difesa di queste aziende e di questi dollari. «La completa dissoluzione dei blocchi poi, in una tale ottica, appare come una delle conseguenze finali, e presumibilmente non prossime, dell’avanzata della distensione. Considerare invece l’obiettivo della dissoluzione dei blocchi come un prius significherebbe relegarlo fra le cose impossibili ed anzi potrebbe complicare e rallentare il movimento complessivo verso la distensione e la cooperazione… Non è realistico pensare a eventuali uscite unilaterali di singoli paesi dall’uno o dall’altro patto… Precisato chiaramente che anche noi riteniamo che il governo italiano non debba proporsi di compiere atti unilaterali che alterino l’equilibrio strategico militare tra il patto Atlantico e il patto di Varsavia, con altrettanta chiarezza e fermezza deve essere affermato il diritto del popolo italiano… gli indirizzi politici della sua vita interna, le maggioranze parlamentari e i governi chiamati a guidare il paese». Cioè: stabilito che gli interessi economici, politici e militari degli USA non saranno in alcun modo compromessi, «vogliamo essere liberi di decidere…». Non è una battuta di spirito, tanto è vero che Berlinguer conclude la sua genuflessione: «Non vi è nessuna delle grandi forze politiche italiane che voglia far seguire al nostro paese una linea di ostilità verso l’America». La faccia nella polvere anche di fronte alla borghesia italiana, la quale teme per la sua «libertà imprenditoriale»: «Ma questa ormai indispensabile avocazione al potere politico democratico della funzione di definire le scelte fondamentali… non implica affatto la statizzazione di tutta l’economia, né la scomparsa di quei meccanismi di mercato che costituiscono un criterio necessario per misurare l’economicità e per verificare la validità delle scelte produttive delle imprese pubbliche e private… (ma non avevamo sentito poco fa che «le sfere dirigenti del mondo capitalistico considerano i problemi dentro l’angusta logica puramente contabile e mercantile dei costi e dei ricavi, dei profitti e delle perdite»?) … È noto anche che noi consideriamo che il settore pubblico in Italia è già abbastanza vasto… Una programmazione ben impostata e realizzata comporta dunque, certo, l’effettivo esercizio di un potere di decisione da parte di una autorità pubblica democratica ed efficiente, ma dovrà, al tempo stesso, costituire un quadro di convenienze oggettive di tipo nuovo per il mondo imprenditoriale, che dovrà lasciare largo campo e stimolare l’autonoma iniziativa delle imprese private nell’industria, nell’agricoltura e in altri settori economici…». Altra genuflessione nei confronti dell’apparato burocratico dello Stato borghese, dei dirigenti industriali, dei baroni della «cultura»: «Anzitutto si tratta di correggere la sperequazione assurda dal punto di vista sociale ed anche economico tra le retribuzioni degli operai, braccianti, contadini, tecnici industriali e agricoli e quelle di alcuni strati di alti burocrati, di professionisti e di certe categorie di dipendenti di enti pubblici e semipubblici, sempre tenendo conto delle necessarie differenziazioni anche all’interno delle varie categorie, e senza deprimere le remunerazioni di quei quadri che assolvono effettivamente e con impegno a un’alta funzione produttiva, amministrativa e culturale…». Faccia a terra anche di fronte all’altra struttura dello Stato — la sua forza armata -: «Da molto tempo il P.C.I. ha criticato e superato vecchi atteggiamenti antimilitaristi che furono propri di un periodo della storia del movimento operaio italiano. La nostra ispirazione di principio e la nostra battaglia permanente per la causa della pace… non ci fa misconoscere la necessità che anche l’Italia abbia le sue forze armate, organizzate ed efficienti, a garanzia della sicurezza e dell’indipendenza nazionale… Vogliamo garantire la possibilità ai militari di assolvere con piena tranquillità e dignità, e con la solidarietà del popolo, quei doveri verso la Patria e verso le istituzioni in nome dei quali hanno prestato giuramento… Bisogna smascherare quei demagoghi e falsi patrioti fascisti che hanno tradito e calpestato l’onore della nazione». E siccome nel campo della forza armata è pericoloso scherzare e bisogna esser chiari, la genuflessione arriva fino alla condanna aperta dei gruppuscoli: «Noi respingiamo nettamente posizioni e orientamenti settari di gruppi che agitano parole d’ordine dannosi allo stabilirsi di un rapporto di fiducia tra i lavoratori e le forze armate… Noi riteniamo che si debba mantenere il carattere obbligatorio del servizio militare. Un esercito di leva è una delle garanzie per la salvaguardia del regime costituzionale e per la stessa efficienza della difesa nazionale. Tutti i giovani devono partecipare all’organizzazione difensiva della nazione. Inoltre il servizio di leva… può rappresentare un’esperienza positiva nella vita dei giovani e contribuire alla loro formazione professionale e civile…». Altro inchino nei riguardi delle forze di polizia: «Stanno qui le cause di un certo distacco tra forze di polizia e cittadini, che è invece interesse di tutti venga colmato. Da una parte bisogna far di tutto perché tutti gli appartenenti ai corpi di polizia non vedano più i lavoratori e le loro organizzazioni sindacali e politiche come loro avversari e come forze perturbatrici dell’ordine democratico. Dall’altra parte i lavoratori e le loro organizzazioni devono considerare con spirito di comprensione il dovere e il lavoro spesso pesante e rischioso degli appartenenti alle forze di polizia e sostenerne le richieste di migliori trattamenti… Utilizzazione, trattamento economico, orari di lavoro, carriere, qualificazione professionale, culturale e civile dei tutori dell’ordine devono essere ispirati a criteri più razionali ed umani. La tutela sindacale… deve essere assicurata». Alla Chiesa cattolica, come abbiamo visto, è già stato assicurato un posto di primo piano fra le «forze progressive»; alla piccola impresa, la recente conferenza del P.C.I. ha addirittura garantito un posto stabile nella società socialista futura, il cui avvento, dice comunque Berlinguer, non è da prospettarsi a breve scadenza; per ora si tratta solo di continuare «la rivoluzione democratica» e di introdurre «nella realtà italiana» «alcuni elementi di socialismo», naturalmente nel modo che abbiamo tratteggiato. Ma qualcosa manca ancora perché la faccia dell’ex partito comunista si immerga veramente nella polvere in attesa dell’investitura di sua Maestà il Capitale! Un omaggio alle tradizioni ed alle nostalgie imperialiste della servile borghesia italiana, divenuta antifascista solo per poter saltare il fronte di una guerra perduta, ma sempre attenta alle serenate sulla «missione civilizzatrice dell’Italia»: «Ma ciò deve valere anche e soprattutto per i paesi del Mediterraneo e del vicino Medio Oriente. Tale orientamento corrisponderebbe a una tradizionale vocazione dell’Italia. Anche se non si vuole risalire all’età delle Repubbliche marinare e alla plurisecolare iniziativa di Venezia, si può rammentare che l’apertura del canale di Suez coincise con il compimento dell’unità italiana, contribuendo a far emergere il ruolo dell’Italia come paese europeo collocato al centro del bacino mediterraneo, il quale ridivenne con quell’evento uno dei centri più importanti dei traffici mondiali. Né va dimenticato che il popolo italiano è naturalmente più sospinto di altri a comprendere la natura dei problemi che si pongono nelle aree sottosviluppate per il fatto che anche il nostro paese ha avuto ed ha un suo peculiare problema di natura analoga, qual è quello del Mezzogiorno…».

La conclusione unica di tutte queste oscenità è che la classe operaia si metterà in grado non solo di ricollegarsi alla prospettiva rivoluzionaria, ma perfino di combattere per la difesa immediata delle sue condizioni di vita e di lavoro, soltanto nella misura in cui riuscirà a demolire e ad espellere dal suo seno l’influenza controrivoluzionaria del partitaccio opportunista. La ripresa rivoluzionaria e l’influenza della controrivoluzione che il P.C.I. rappresenta sulla classe operaia sono in proporzione inversa l’una rispetto all’altra. E riconferma ancora più importante è la nostra di sempre: il partito comunista rivoluzionario non può risorgere che sulla base di un blocco omogeneo di posizioni teoriche, programmatiche e tattiche che costituisca la contrapposizione frontale di tutti i miti, le ideologie, i metodi attraverso i quali l’opportunismo avvelena ogni giorno la classe operaia: di conseguenza, al di fuori e contro tutte le semiposizioni, le elucubrazioni furbesche, le deformazioni e gli aggiornamenti che costituiscono la fisionomia e il patrimonio di tutti i cosiddetti gruppuscoli extraparlamentari, vere e proprie scorie, prive di vitalità propria e trascinantesi all’ombra del vero ed unico partito opportunista.

Le Questioni della tattica nei testi e negli insegnamenti della sinistra Pt.1

Il valore dell’isomanento

Introduzione a «Il valore dell’isolamento»

Il testo che segue fu pubblicato nel quotidiano del PCdI «Il Comunista», del luglio-agosto 1921. Lo ripubblichiamo per ribadire le concezioni della Sinistra, valide non solo nel «caos di forze e tendenze» di allora, ma anche e a più forte ragione in questa era stercoracea.

Il tema centrale del testo, che si svolge in tre articoli, è quello del rapporto tra il partito e le altre «forze e tendenze» che si richiamano al proletariato, tema che sarà affrontato definitivamente e sistemato nelle celebri «Tesi di Roma» del 1922, in base al quale il partito imposta e risolve la questione tattica delle “alleanze” del proletariato e dell’inquadramento della massa proletaria per una direzione comunista dell’azione di classe.

Le questioni da affrontare sono gravi e delicate. Non ricerchiamo una analogia esteriore tra le fertili vicende passate e il presente sterile, ma un nesso oggettivo, una lezione che ci indichi, ancor prima di un comportamento pratico, la posizione di «forze e tendenze» che oggi cianciano di rivoluzione. È chiaro che gli anarchici e i sindacalisti-rivoluzionari di ieri non hanno nell’oggi nemmeno un pallido imitatore o continuatore. E qui si deve stabilire subito un primo rude confronto. Al dato evidente del rinnegamento della dottrina e della prassi tradizionali – quand’anche vi siano – da parte di ogni movimento politico, consumato in vario modo, con “l’arricchimento”, “l’ammodernamento” ecc., si contrappone netta e luminosa la riaffermazione integrale del marxismo rivoluzionario e della prassi del partito comunista. Dopo sconfitte e tradimenti, noi testardamente ribadiamo: immutabilità di posizioni teoriche e programmatiche e di impostazione tattica, che le crisi e le ascese hanno ancor meglio riaffermate e precisate. Mentre i comunisti rivoluzionari non hanno rinnegato né aggiornato il loro passato vicino o lontano, gli altri, pur di restare in “corsa”, si sono dati alle più oscene manifestazioni di “correzione”, di “critica” e “autocritica”, per precipitare poi nel cul di sacco dell’avventurismo o del democratismo. In secondo luogo, dopo “incroci” più o meno bastardi tra correnti anarco-sindacaliste con l’odiato fascismo nero, dopo il terrorismo socialdemocratico di Noske e Sheidemann, quello opportunista di Stalin e C., quello fascista di Mussolini e Hitler, ed ultimo quello resistenziale democratico post-fascista, in una coerente sintesi antiproletaria e anticomunista, dopo queste naturali trasformazioni del pacifismo e del collaborazionismo di classe, la semplice proclamazione dell’uso della violenza e la violenza stessa non caratterizzano il rivoluzionario, come stava già scritto nella innata dottrina molto prima del fenomeno occidentale. Costoro hanno usato la violenza per affossare la storia, che indica una sola direzione, comunismo, nel trapasso: distruzione dello Stato capitalista, Dittatura proletaria, società senza classi e senza Stato.

Fatte queste due precisazioni di raffronto tra l’ieri e l’oggi, riscriviamo a caratteri indelebili e fosforescenti, per orientarci nelle nebbie del presente: «Noi crediamo che a base della nostra tattica debba stare questo criterio: nessuna intesa organizzativa, ossia nessun fronte unico, con quegli elementi che non si prefiggano: la lotta rivoluzionaria armata del proletariato contro lo Stato costituito, intesa come una offensiva, un’iniziativa rivoluzionaria – la abolizione, attraverso questa lotta, della democrazia parlamentare insieme al meccanismo esecutivo dello Stato attuale – la costituzione della dittatura politica del proletariato che porrà fuori dalla legge rivoluzionaria tutti gli avversari della rivoluzione».

Oggi non conosciamo «elementi» di questo tipo, quantunque il parlare di tattica in senso pratico, per l’assenza assoluta di fermenti di classe, equivalga ad acchiappar nuvole e a distrarre il partito dai suoi compiti principali che, in presenza di un totale assopimento sociale, sono di elaborazione teorica, riaffermazione programmatica, col mezzo della propaganda e del proselitismo, senza chiudersi ad altre forme d’azione suggerite dalle condizioni materiali.

Conosciamo, invece, la matrice comune di tutti gli “incrociati” odierni, non riuscendoci ben distinguibile il campo dell’ «errore» da quello dell’ «insidia» nell’intrico gruppettistico, cosiddetto “rivoluzionario”, che è quello dell’ «agitazione per il ristabilimento delle pubbliche libertà» e, per portare il testo ad oggi, dei “genuini valori della Resistenza e della democrazia”. È la matrice, quindi, della “democrazia progressiva”, del capitalismo, che può assumere le più disparate apparenze, di populismo (i “cinesi” all’affannosa ricerca di blocchi ora operai-studenti, ora operai-docenti, ora operai-baraccati ecc., contestando al PCI la legittimità di un’uguale aspirazione col risibile argomento di aver invertito i termini dell’alleanza), di pan-sindacalismo, covato dai nuovi assertori di un corporativismo che ancora non osa chiamarsi fascista, ma che fascista è, apparenze tutte che meglio di ciascun movimento singolo sintetizzano la formula laida del “compromesso storico”, vero abbraccio universale di tutte le classi nello Stato borghese per meglio soffocare il proletariato.

La fase presente non esprime «forze rivoluzionarie», da «inalveare» nella organizzazione rivoluzionaria di classe, eccetto quelle che aderiscono al partito.

D’altronde non esiste nemmeno un movimento sindacale di classe, che consenta un’azione tattica comunista più o meno a largo raggio sul terreno della difesa economica comune a tutti i proletari, terreno sul quale la «intesa» per «un fronte unico sindacale o dal basso» potrebbe essere possibile ed apportare utili frutti alla preparazione rivoluzionaria delle masse. Vuol dire, allora, che si debba sostituire la limpida azione tattica che prevede chiusura a partiti e movimenti politici in ogni fase della lotta, apertura a tutti i lavoratori sul terreno economico e sindacale, con altre soluzioni “nuove”, “inattese”, di “emergenza”? Se la classe operaia è tuttora inquadrata nei sindacati tricolore, monopolizzata dai partiti traditori, ciò significa che non esiste una delle condizioni oggettive favorevoli all’intervento diretto o indiretto del partito, dato per fermo che non è il partito a “creare” le condizioni per la ripresa della lotta di classe, ma che il partito può condizionare la lotta di classe per elevarla a lotta rivoluzionaria di classe. Non c’è da escogitare, allora, manovre, ripieghi, da spremersi le meningi e ricorre alla fantasia. C’è da prendere atto che questa maledetta società riesce ancora a prevenire o bloccare ogni pur piccolo serio e continuato movimento della classe, che, ancor quando si manifesta, riesce ad incanalarlo nell’alveo della conservazione, per mezzo del suo braccio opportunista.

Si lasci ad altri la «mania di battere… il record dell’estremismo», la ricerca e accettazione di qualsiasi alleanza «pur che si cominci ad agire». Questi “altri”, guarda caso, si cimentano soprattutto nell’arena politica (politique d’abord!), e se anche si ritrovano nel campo economico, avendo una visione deforme della lotta di classe, se ce l’hanno, e non avendo un programma, corrompono i naturali fermenti positivi, le inconsce aspirazioni degli operai per uscire dalla morsa di sindacati collaborazionisti. Di ciò abbiamo, nel nostro piccolo, un’esperienza diretta e significativa, quando nel 1969-70 tentammo di influenzare alcuni consigli di fabbrica e cozzammo contro il muro, formato prima da gruppetti, poi dal blocco gruppetti-PCI-bonzi sindacali, dove i gruppetti si dimostrarono i nostri più acerrimi e irriducibili nemici. Il risultato lo conosciamo: i consigli di fabbrica sono morti, e i gruppetti sono tra gli affossatori. A differenza del sindacalismo rivoluzionario, negatore del partito, ma non del sindacato, di cui, anzi, ne sopravvaluta la funzione, il gruppettismo odierno nega sia il partito, o lo ammette come partito populista e le conclusioni non cambiano, sia il sindacato di classe, che ritengono “superato” dalla storia. Ecco perché dobbiamo riconoscere che i gruppi di oggi sono più pericolosi, più insidiosi di quelli di ieri. La chiusura del campo dell’armamento di classe è, ovviamente, ancora più rigida perché le ragioni svolte nel testo si sono al presente moltiplicate per cento.

Il testo scandisce: «Un’azione per la difesa del proletariato contro la reazione non può essere concepita che come un’azione del proletariato per rovesciare il regime. Ecco perché i comunisti devono rifiutare di partecipare ad iniziative di intese politiche aventi carattere “difensivo” contro gli eccessi dei bianchi, ma con l’obbiettivo insidioso di ristabilire l’“ordine” e fermarsi lì». Per chiarire un’eventuale obiezione se il gruppettismo è per “ristabilire l’ordine» o no, ricordiamo che il limite delle sue azioni dimostrative è quello di non toccare il blocco democratico-costituzionale, in ispecie quello di “sinistra”, ribadendo così di lottare per un assetto veramente democratico, dal quale sia esclusa la “destra” più o meno fascista, per il vero “ordine democratico”, mescolando in questo indirizzo la roboante fraseologia comune a tutti di proletario, socialismo, dittatura, ecc. D’altra parte per i comunisti l’inquadramento militare è solo ed esclusivamente «su base di partito».

La ripubblicazione del “Valore dell’isolamento” non è estemporanea. Essa è solo l’inizio di un più vasto programma di trattazione delle questioni tattiche, che il partito si propone di affrontare, appunto, alla luce degli insegnamenti della Sinistra, perché possa «agire come un coefficiente di orientamento, di raddrizzamento, di continuità sicura nel pensiero e nell’azione, in mezzo al caos delle mille correnti “rivoluzionarie”». Cosicché ciò che in questa brevissima premessa è stato dimenticato o non sufficientemente messo in luce, sarà oggetto di rilevazione e studio nei prossimi numeri del giornale.

Tuttavia non possiamo omettere la riflessione, cui induce lo stesso titolo del testo. Il partito è “costretto» ad isolare, che significa separare, distinguere rigidamente, la sua dottrina, la sua tattica, la sua organizzazione da qualsiasi altra, perché è scientificamente consapevole che nell’ora suprema, dell’urto decisivo tra le reali ed uniche forze in campo in cui è divisa la società, quelle della dittatura proletaria e quelle della dittatura capitalista, rimarrà solo, unico essendo come organo storico della classe e del suo totalitarismo, e che perciò dovrà sin d’ora predisporsi a rivolgere le sue armi rivoluzionarie anche contro eventuali “compagni di strada”, “alleati occasionali”, “vicini” del momento, sebbene non si intravvedono ancora di quelli che meritino il nome di “alleati”. Ed è questo il principale valore dell’ “isolamento”.

Il valore dell’isolamento

[Il valore dell’isolamento]

Condizioni materiali e tattica di partito

È un luogo comune prodotto dalle correnti evoluzionistiche e riformiste passate armi e bagagli al servizio del campo borghese e causa di azione devastatrice nel cuore del movimento operaio, che la società si evolva per gradi, da una fase inferiore ad una fase superiore, progressivamente, senza scosse violente e nel tripudio generale.

S’intende che alcune di queste correnti non escludono qualche contrattempo, qualche incidente sul lavoro, come la necessità di sedare, magari con qualche dose di repressione violenta i sussulti inevitabili che le crisi ricorrenti del modo di produzione capitalistico determinano. Ma nella sostanza, per loro, la società e la natura procedono secondo « le magnifiche sorti e progressive ».

Non mancano poi raggruppamenti che pur giurando sulla necessità della violenza rivoluzionaria, la riducono ad un inevitabile infortunio reso maturo dall’andamento « naturale » o « gradualisticamente » preparato dalla « coscienza rivoluzionaria » delle masse e delle sue « molteplici avanguardie » più o meno colorite di rosso.

Gli uni si adeguano ad una sorta di fatalismo che coinvolgerebbe nella « armonia prestabilita » uomini e cose, gli altri, apparentemente di segno opposto, ma oggettivamente della stessa logica, ed espressione di basi materiali e sociali piccolo-borghesi, presentano la preparazione rivoluzionaria come un problema da risolvere a colpi di organizzazione secondo moduli in continua arbitraria necessità di rinnovamento o di dialoghi più o meno scoperti, filtraggi più o meno osmotici.

La corretta teoria rivoluzionaria comunista, in ormai più di un secolo di esperienza e di duri collaudi, dimostra senza equivoci che la dialettica storica non vale soltanto in rapporto a momenti « magici », tipo fasi rivoluzionarie montanti, ma anche, anzi soprattutto, nelle fasi difficili, di ritirata e di controrivoluzione. La necessità della « preparazione rivoluzionaria » non comporta che essa possa realizzarsi nel « progressivo » attestarsi di gruppi e movimenti « radicalizzati a sinistra », magari maledettamente rivoluzionari a parole, intorno ai principi fondamentali, validi per tutti in quanto grandi come le case, quali la presa violenta del potere, la dittatura proletaria e l’esercizio di essa da parte del partito comunista. Il salto di qualità non consiste semplicemente nel passaggio dalle schermaglie nella cornice dell’ordine borghese alla « critica delle armi »: la lotta delle classi e la sua dinamica vige anche nel corso della preparazione, coinvolge le avanguardie e la classe nel suo insieme, determina « salti » che nessuna « coscienza », per quanto alta ed erudita può pretendere di armonizzare a suo piacimento o programmare « razionalisticamente » attraverso ritrovati organizzativi coltivati in provetta. Solo il partito comunista, in rari risvolti storici, è riconosciuto capace, ed allora è la rivoluzione, di dominare gli eventi, di far pendere dalla parte delle finalità storiche del proletariato la risultante delle infinite forze che interagiscono nel parallelogramma dello scontro.

La stessa scienza borghese della società, nel momento più alto della sua capacità di analisi e di sintesi organica, ha battuto una volta per tutte l’illusione del progresso graduale ed armonico, salvo riesumarne le spoglie nella fase della sua agonia fatta di sussulti e di contraddizioni.

« Non si può confondere la dialettica con la teoria dell’evoluzione, la quale si adagia sul principio che né la natura né la storia fanno dei salti, e che nel mondo tutti i cambiamenti operano gradualmente » — ricorda Plekhanov nei suoi « Elementi fondamentali del marxismo », citando Hegel, allorché dice: « quando si vuole rappresentare l’apparizione o la scomparsa di qualche cosa essa si rappresenta come un’apparizione o una scomparsa graduale, tuttavia la trasformazione dell’essere sono non solo il passaggio da una quantità ad un’altra, ma anche il passaggio dalla quantità alla qualità, e inversamente, passaggio che comportando la sostituzione di un fenomeno a un altro, è una rottura della progressività. Alla base della teoria della progressività continua si trova l’idea che ciò che sorge effettivamente già esiste e resta impercettibile unicamente a causa della sua piccolezza. Allo stesso modo, quando si parla della scomparsa graduale di un fenomeno, lo si rappresenta come se la scomparsa fosse un fatto effettuato, come se il fenomeno che prende il posto del fenomeno precedente, già esistesse, mentre non sono percettibili né l’uno né l’altro … ma in questo modo si sopprime di fatto ogni apparizione e ogni scomparsa di un dato fenomeno; con la progressività della trasformazione è riportare tutto a una tautologia fastidiosa, perché è considerare come pronto in anticipo (vale a dire come già apparso o già scomparso) ciò che è in via di apparire o di scomparire. (I tomo della Logica) ».

Conseguentemente Marx poté affermare, e certamente con una validità che vale per tutta un’epoca storica che conosce il dominio della borghesia sul proletariato, che « nella sua forma mistica (cioè mistificante) la dialettica divenne una moda tedesca, perché sembrava coprire con una aureola lo stato di cose esistente. Nella sua forma razionale la dialettica agli occhi della borghesia e dei suoi teorici non è che scandalo e orrore, perché oltre alla comprensione positiva di ciò che esiste, essa comprende egualmente la comprensione della negazione, della scomparsa « inevitabile » dello stato di cose esistente, perché considera ogni forma sotto l’aspetto del movimento, e per conseguenza, anche sotto il suo aspetto transitorio, perché non s’inchina davanti a niente ed è per sua essenza critica e rivoluzionaria ».

Per quanto ci riguarda la dialettica è ancora oggi orrore e scandalo non solo per la borghesia, che anche quando nelle sue frange più agguerrite propone la lotta aperta, la repressione e il ricorso alla violenza di classe, non fa altro che praticare e giustificare la necessità del rafforzamento dello Stato come espressione concentrata del suo potere politico, ma anche per tutti i suoi puntellatori, esoterici o meno, che nascondono dietro la facciata democratica e gradualistica il proposito di debellare la ripresa della lotta del proletariato e il pericolo della riorganizzazione dell’attacco all’assetto sociale esistente. Nel frattempo portano acqua allo stesso mulino quei movimenti, gruppi e tronconi che non sono altro che espressione del ribellismo piccolo-borghese schiacciato, specie nei momenti di crisi economica, dal prepotere degli « speculatori » e dai gestori dello Stato: la Sinistra comunista nei loro confronti ha sempre coerentemente sostenuto la necessità di non venire a patti, di non barattare il piatto di lenticchie di un episodico e falso appoggio al programma comunista con interessi estranei al proletariato come classe.

Assolutamente da respingere è allora per noi la pretesa di educare simili correnti o di attrarle con l’allettamento e la lusinga generica: peggio ancora invitandole con l’eloquenza dei grandi principi a collaborare alla formazione della « grande organizzazione rivoluzionaria comunista » sostituendo una pia intenzione ad una realtà storica che, seppure impone ai rivoluzionari di non abbandonare nemmeno per un attimo la trincea del rapporto pratico e vitale della lotta di classe, nello stesso tempo ingiunge di non attenersi alla contingenza del movimento, ma al dettato delle lezioni della storia come è stata interpretata nella sua continuità dal Partito di classe, anche quando esso è ridotto, non per sua volontà, ad un esiguo embrione di militanti decisi a non cedere all’avversità della controrivoluzione.

Di fronte a questi compiti a poco vale la facciata corruccia e, apparentemente, tremendamente organizzata: dietro la mente ordinata e tutta tesa alla « razionale » preparazione, trema la preoccupazione massimalista e sostanzialmente pavida di chi idealisticamente vive nell’angoscia di non fare tutto il suo kantiano dovere di fronte agli eventi che incalzano e corrono il rischio di cogliere « inopinati » i rivoluzionari o sedicenti tali. Da qui le proposte, lanciate in tutte le direzioni, gli appelli a « colmare il fossato che divide il partito dalla classe », ponendo in second’ordine la necessità di battere il chiodo sulle cause che hanno determinato questa situazione, dimenticando, come al contrario raccomanda Engels, che i risultati non vanno accettati per come si presentano empiricamente, ma come frutto di una complessa serie di antefatti che li hanno determinati. Dietro l’apparente metodo capace di andare « in profondità » spunta il « razionalismo intellettualistico », la pretesa di incidere sul corso della storia e dello scontro di classe attraverso i moralismi, perdendo di vista il movimento nel suo insieme, la conoscenza del quale rimane il compito primario del partito, da perseguire con la passione del cuore e la lucidità della mente, come raccomanda Lenin. Ciò perché esistono « innumerevoli forze che s’incrociano, un numero infinito di parallelogrammi di forze che hanno una risultante, l’avvenimento storico, che, a sua volta, può essere considerato come prodotto di una potenza che agisce come un tutto, senza né coscienza né volontà. Perché ciò che separatamente ognuna vuole è ostacolato da tutte le altre, e ciò che ne risulta è qualcosa che nessuno ha voluto » (Lettera di Engels del 1890 pubblicata nel « Sozialisticher Akademiker »).

È nota la lettura in chiave evoluzionistico-riformista di questo passo del lucidissimo Federico: al contrario esso calza a pennello nei confronti della attuale realtà sociale. Da una parte ci ricorda che nessuna forza isolatamente presa è in grado di smuovere le montagne per sua volontà, dall’altra richiama il Partito stesso, come forza tra le tante, per quanto privilegiata essendo la portatrice della « dottrina comunista », cioè della coscienza del movimento preso complessivamente, a svolgere la sua insostituibile funzione nell’ambito del numero infinito di parallelogrammi che costituiscono nella loro dinamica le forze della società divisa in classi. La risultante dovrà essere la conquista del potere politico da parte del proletariato sotto la guida del suo Partito, come condizione per il conseguimento dei suoi fini storici: tutto questo non per sua volontà soggettiva, ma oggettiva, come compito assegnatogli da forze impersonali, che vanno oltre ciò che « ognuno separatamente vuole ». L’inevitabilità del conseguimento di tale risultante per i comunisti rivoluzionari non è una necessità storica intesa in senso fatalistico e metafisico, né frutto di furore mistico o frenesia di volontà scardinata dal suo legame con la pratica storica sociale. La liberazione del proletariato non è astratta libertà, perché la vera libertà per i marxisti consiste « nell’imperio esercitato su noi stessi e sulla natura, dominio fondato sulla conoscenza delle necessità inerenti alla natura » (da « La scienza sovvertita del Signor Dühring » di F. Engels).

Ciò in netta contrapposizione con le aspettative di ogni gradazione di riformismo e di evoluzionismo, dietro i quali fa capolino la morale kantiana del dovere e dei principi disancorati dall’essere reale: « per essa l’uomo sarebbe più libero se potesse soddisfare i suoi bisogni senza sforzo. Ma la sottomissione alla necessità è la condizione per vincere le difficoltà. Il potere sulla natura si raggiunge sottomettendosi ad essa » (da Plekhanov: Questioni fondamentali del marxismo).

La necessità della rivoluzione proletaria non è una necessità assoluta, cioè, etimologicamente, sciolta dai condizionamenti che la ostacolano. Per i comunisti essa non è la condizione per salvare l’umanità dalla barbarie o dal pericolo di ripiombare nel « medioevo », come paventano umanisti di varia e dubbia tendenza, ma una necessità per il proletariato, « se esso vuole liberarsi » dal dominio borghese. Necessità condizionale dunque, come direbbe Aristotele. « È necessario prendere delle medicine per guarire, è necessario respirare per vivere, è necessario fare un viaggio ad Egina per incassare una somma di denaro, è necessario seminare per raccogliere » (Metafisica, I. V. 5).

Analogamente aggiungiamo: « è necessario per il proletariato fare la rivoluzione, se vuole liberarsi dall’oppressione borghese ». Ma è una necessità che comporta lo sforzo e la sottomissione per vincere le difficoltà. Hegel dice: « la libertà consiste nel non volere che se stesso » Plekhanov commenta: « il proletariato per volere se stesso deve ottenere il potere, ma come? Quando una classe aspira alla propria emancipazione compie una rivoluzione sociale; agisce nella circostanza nella maniera più o meno appropriata al fine perseguito, e in ogni caso la sua attività è la causa di tale rivoluzione. Ma questa attività, con tutte le aspirazioni che l’hanno suscitata, è essa stessa determinata dalla necessità ».

Si dirà: « ma è ovvio! »

Non tanto, diciamo noi. In ultima istanza le rotture, le scissioni, le selezioni, alla cui base stanno sempre delle necessità che « nessuno può vedere separatamente », finiscono quasi sempre per essere giustificate in nome di questa contraddizione: libertà e necessità. Engels dice che « occorre che i mezzi per sopprimere i mali sociali siano » scoperti » nelle condizioni materiali date dalla produzione, non inventati da questo o quel riformatore sociale ». I « riformatori sociali » d’oggi non sono più semplicemente quelli che si autodefiniscono tali, sarebbe troppo comodo, ma soprattutto quelli che propongono « moduli » e « piani » che non scaturiscono dalla lettura corretta che solo il materialismo dialettico è in grado di dare, contro tutti i marchingegni, le organizzazioni perfette, gli adoratori di forme, che sono i peggiori nemici della rivoluzione, indipendentemente dalla buona fede, s’intende.

“El defeto xe nel manego”

In tre « direzioni » l’Internazionale Comunista sbandò: in quella della tattica, del metodo di lavoro interno, dell’organizzazione. La Sinistra lavorò e si batté senza sosta in queste tre « direzioni », all’interno dell’I.C., finché fu possibile, poi all’esterno.

Il risultato storico di questo processo è il ritessersi di una rete organizzata di partito, che faccia proprie le lezioni tratte dalla Sinistra.

Storicamente lo sbandamento dell’I.C. prese avvio da una non perfetta sua costituzione organica, sebbene i celebri « 21 punti di Mosca » del 2º Congresso 1920 costituissero uno sbarramento antiopportunista, che consentì il rafforzarsi di gruppi non genuinamente comunisti e marxisti, allorché l’I.C. impostò i problemi di tattica in maniera, prima dubbia (fronte unico dal basso o sindacale, o fronte unico politico, tra partiti?), successivamente in modo del tutto erroneo e pericoloso (governo operaio tra comunisti e socialdemocratici, di tipo parlamentare — oggi si direbbe di « democrazia progressiva ») ed infine, accentuando l’errore precedente, in quel « governo operaio e contadino » che apriva addirittura verso blocchi politici distruttivi delle stesse basi programmatiche dell’I.C.

Man mano che nel campo della tattica si scivolava sempre più verso il fondo, si intersecavano variazioni dello stesso segno negativo nell’organizzazione, sino ad arrivare ad aggregare all’I.C. cosiddetti « partiti simpatizzanti », di chiara natura piccolo-borghese e borghese, per sfociare in una vera e propria orgia burocratica, detta « bolscevizzazione », per soffocare materialmente ogni opposizione rivoluzionaria; e nel « metodo di lavoro interno », per cui non si affidava più l’orientamento del partito e la sua tattica allo « studio e alla considerazione oggettiva dei problemi », ma al diktat della onnipotente centrale. Si sostituì al clima fraterno di collaborazione quello delle pressioni organizzative e del terrore ideologico, delle umiliazioni e delle radiazioni, ed in Russia persino l’intervento della violenza statale contro il partito, ben inteso, in nome di Lenin, della rivoluzione e del partito.

Sono ormai note a tutti queste considerazioni della Sinistra e non ci dilunghiamo oltre, se non per riaffermare, a scanso di equivoci e per svergognare le facce tagliate, che il superamento delle deviazioni non si ottiene negando partito unico e centralizzazione, tattica centrale vincolante tutti, Stato dittatoriale di classe.

Le tesi della Sinistra del 1964-65 « sul compito storico, l’azione e la struttura del Partito Comunista Mondiale » prendono l’avvio dal processo storico innanzi accennato per sistemare in regole valide per ogni comunista i preziosi insegnamenti scaturiti dialetticamente dalla degenerazione dell’I.C., dalle sconfitte e dagli errori. Il primo insegnamento, quindi, è che il partito si corrompe in diverse « direzioni », per cui non si può dire: è giusta la nostra tattica, ma è sbagliata la organizzazione e il metodo di lavoro interno; ovvero: l’organizzazione è centralizzata e disciplinata, e non in linea le altre condizioni. Le tre « direzioni » devono essere coerentemente allineate al Programma e alla dottrina, perché basta che una delle tre sia sbilenca per sconnettere la correlazione delle altre e prima o poi far deviare il partito su posizioni opposte e distruggerlo in quanto organo storico della classe. Tattica organizzazione metodo interno di lavoro, non solo non sono compartimenti stagni, ma intimamente legati tra loro ai principî e alle finalità.

Quando si verifica, quindi, una deviazione nel metodo di lavoro interno, per esempio, non si può pensare che sia sufficiente una correzione per ristabilire l’assetto originario e non verificare i guasti apportati all’organizzazione e alla tattica. È indubbio che ne avrà sofferto tutto il partito di quella deviazione e vi si dovrà provvedere seriamente. Ma le deviazioni e gli errori nelle tre « direzioni », seppure si influenzino genericamente a vicenda, non hanno lo stesso grado di intensità e di pericolosità. Una deviazione nel campo della tattica, che non abbia intaccato le basi programmatiche, potrà essere corretta e l’organizzazione potrà non risentirne in modo determinante, a condizione che il partito non abbia abbandonato il metodo basilare e preliminare del suo lavoro che è appunto lo « studio e la considerazione oggettiva dei problemi ». È evidente che se si perde questa chiave del lavoro interno di partito, si perde la possibilità stessa di correggere le deviazioni, anzi addirittura di non individuarle in tempo utile e in modo corretto perché non degenerino e non corrompano l’organismo intero del partito.

Finché questa chiave fu saldamente impugnata dal partito, si ebbe il bolscevismo, l’Ottobre e l’Internazionale rivoluzionaria. Il partito bolscevico si vantava giustamente di aver superato le « frazioni » al suo interno, eppure si ebbero pareri diversi, « frazioni » contrastanti — come Lenin stesso, negatore di frazioni, ammetteva — in più occasioni di vitale importanza: nel Febbraio sul Governo provvisorio, alla vigilia dell’Insurrezione vittoriosa, sulla N.E.P., sulla pace di Brest, sui sindacati, sul gosplan, ecc. Nessuno fu espulso, né coartato, né ideologicamente terrorizzato, né quanto meno fucilato. Per molto meno, dal 1924 in avanti, o meglio per il semplice fatto di difendere il comunismo rivoluzionario si era dichiarati fautori di frazioni; si assisterà a quello che la Sinistra definì quasi uno « sport », quello di perseguitare i compagni in disaccordo con le centrali nazionali e con l’Esecutivo di Mosca.

È chiaro, allora, che un partito nel quale ricorrono sovente lacerazioni organizzative, sebbene ostenti di possedere una struttura di « ferro », questo partito deve ricercarne le cause non solo nell’organizzazione, ma soprattutto nella sua tattica, se è in grado di svolgerne una (e non può applicarla che nella sua fantasia immediatista e volontarista, quando non ha alcuna presa sulle masse proletarie), e in special modo nel suo modo interno di lavorare. Perché ciò avrà significato che questo partito non ha sufficientemente lavorato in profondità, che non ha consentito alle sue forze di operare nel senso « dello studio e della considerazione oggettiva dei problemi » e nella « fraterna considerazione verso qualsiasi compagno ». Sarebbe vano e deleterio ricercare la soluzione nella « scelta di uomini migliori », in un inasprimento disciplinare, in una diversa gerarchia e struttura, insomma in un diverso attrezzaggio organizzativo, patrimonio, peraltro, non del partito.

Affamatori a congresso

Quanto più la crisi mondiale dell’imperialismo avanza determinando inflazione, intasamento del mercato di merci con conseguente disoccupazione e fame sia per il proletariato urbano metropolitano che per i contadini poveri di tutto il pianeta, tanto più la borghesia internazionale e manutengoli opportunisti in combutta con chiese e «istituzioni benefiche» si danno un gran da fare, organizzando convegni per approntare «piani planetari» per debellare il flagello della carestia e della crescente domanda di beni alimentari.

Prima la conferenza di Bucarest sulla questione demografica, poi il congresso di Roma sul problema della fame nel mondo hanno visto sfilare rappresentanti di paesi «affamatori» e di paesi «affamati», terzomondisti e quartomondisti, che democraticamente e razionalmente pretendono di accordarsi per sfamare due terzi di popolazione mondiale che vive di stenti.

I più sofisticati «demografi» e uomini di «buona volontà» (della quale, come è noto, è lastricato l’inferno) hanno evocato l’inquietante fantasma di Malthus, e nonostante i distinguo d’obbligo a base di tecnologia e di scienza, hanno ammesso che effettivamente «mentre i prodotti alimentari della terra crescono in ragione aritmetica, la popolazione cresce in ragione geometrica, anzi, come s’ama dire, esponenziale».

I cosiddetti «paesi socialisti» hanno approfittato per accusare l’imperialismo occidentale, rapinatore e ladro, ma si sono guardati bene dall’indicare nella rivoluzione proletaria il rimedio per la fine di quest’infamia; al contrario (vedi Cina) si sono trovati schierati con istituzioni che sulla fame dei poveri sono sempre superbamente vissute, tipo Chiesa cattolica e barbe di tal genere.

Alla conferenza di Roma si è assistito alla parata di affamatori alla Kissinger, allineati ed affamati tipo indiani e popoli afro-asiatici che hanno, come era inevitabile, trovato il modo di dar vita a stomachevoli schermaglie procedurali per meglio approfittare di una occasione eccezionale come questa per imbonire la cosiddetta «opinione pubblica». I sovietici, come riferisce il Corriere della Sera dell’8 novembre, hanno minacciato di abbandonare la conferenza se non avessero avuto la precedenza nel prendere la parola nei confronti di altri delegati. Ciò in quanto essendo nell’ordine al 22º posto ritenevano che la loro relazione non avrebbe avuto un uditorio attento! Il vice ministro degli affari esteri Rodionov è stato fatto salire alla tribuna della conferenza alle 17,40. Quindi è stato il 17º oratore della giornata, avendo doppiato, con l’accordo dell’ufficio di presidenza, 5 oratori fra i quali il rappresentante di Malta e della repubblica Dominicana, il tutto in omaggio alla politica della «competizione pacifica» e dell’«uguaglianza delle nazioni» sancita dagli aurei principi delle Nazioni Unite.

La fame dei «poveri» è un’occasione da non perdere per ribadire diritti di veto e prepotenza «democratica». Ma il ridicolo, anzi il grottesco si è puntualmente verificato quando i delegati della conferenza sono stati invitati a pesarsi per pagare una tassa per ogni chilo di «grasso superfluo». Un partecipante alle grandi assise ha calcolato che se tutti saranno assolutamente onesti potranno essere raccolti trentacinquemila dollari. La cifra sarà versata alla «Freedom for hunger campaign»; uno dei programmi della FAO per combattere la fame nel mondo… Alcune decine di delegati si sono sottoposti all’operazione di peso ed hanno pagato quella che è stata definita «tassa del grasso»: duemila lire per ogni Kg. superfluo.

«Ma è l’entusiasmo del primo giorno, poi nessuno lo farà più», ha lamentato René Dumont, considerato il maggiore esperto di problemi agricoli dei paesi del terzo mondo. Non contento dunque, anzi sospettoso come tutti gli zelanti, il signore ha allora proposto a tutti i partecipanti una giornata di sciopero della fame, in segno di solidarietà con le popolazioni affamate. Morale? «Nessuno, finora — commenta avvilito il Corriere della Sera — ha aderito all’appello». E così questi pagliacci che pretendono di salvare il mondo dalla fame, abituati come sono a barare da buoni mercanti, non sono riusciti a smentirsi; hanno «fatto i furbi» eludendo la bilancia e dimostrandosi incapaci di tenersi la fame neanche per un giorno.

Ora se tutto ciò non fosse una lurida farsa alle spalle di chi giornalmente cade per le strade sfinito di privazioni potrebbe anche essere un motivo per sbellicarsi dalle risa: ma il fatto è che, dal grasso borghese tanto pachidermico da eludere la bilancia per non pagare, al cinese smilzo che ce la fa (ancora) per un soffio a farla franca «legalmente» non sono solo responsabili di tali vergognose esibizioni, ma giocano oggettivamente un ruolo omicida a livello storico impedendo con ogni mezzo la lotta rivoluzionaria del proletariato, la sola capace di far piazza pulita delle contraddizioni insanabili del capitalismo.

Fin qui la cronaca, non certo edificante, ma pur sempre istruttiva per chi, se non altro, conserva un minimo senso del grottesco: ma veniamo alle proposte emerse dalle citate conferenze, che possono riassumersi così: «per vincere la fame diamo inizio alla rivoluzione verde, ad un nuovo modello di sviluppo; i paesi ricchi diano finalmente (ma è una vecchia solfa) un aiuto concreto ai paesi poveri, oltre che inviando beni alimentari a titolo gratuito favorendo la valorizzazione delle materie prime che quest’ultimi producono. I paesi semi-poveri, tipo produttori di petrolio siano tanto ben disposti da «riciclare» gli introiti in petrodollari nei paesi industrializzati, in modo che essi a loro volta possano inviare manufatti ai poverissimi a prezzo conveniente».

Come si vede, nonostante la «buona volontà», non si riesce ad uscire fuori dal circolo vizioso del commercio internazionale, degli scambi, magari da liberalizzare, tutte belle parole dietro le quali si ergono le ferree leggi del modo di produzione capitalistico. Questa è l’unica forma di «razionalità» che la borghesia conosce: aumentare il profitto e accumulare capitale o a colpi di conferenze o di cannonate, secondo la bisogna. Inutile dire che i paesi produttori di petrolio hanno risposto picche, sostenendo di non avere colpa della fame, e cercando solidarietà tra i «socialisti» per trovare un terreno d’intesa contro i superimperialisti. L’intera «problematica», come si ama dire oggigiorno, è andata avanti a base di analisi scientifiche del problema in cui fanno spicco termini di grande valore specifico e «concreto» tipo: popolazione, risorse, materie prime, amore universale, carità, pace etc. Per gli imbonitori con questa terminologia tutti i semafori della dialettica, scienza delle contraddizioni reali, sono verdi: mai che abbiano la sventura di imbattersi non diciamo in qualche rosso, esorcizzato con tutti i mezzi, ma nemmeno nel giallo (senza nessun riferimento ai cinesi, per carità).

Tutta questa gente, non è neanche il caso di dirlo, sul piano teorico fa professione di «concretismo», di «realismo», e perché no, di «materialismo», ben diluiti con fiumi di buon senso, senso di responsabilità, abnegazione, sacrificio, etc.

Ma se questi otri ingordi ci permettono, diamo la nostra storica, immutabile ricetta, dopo aver ricordato che soltanto il materialismo storico e dialettico, per loro rozzo e inadeguato, è in grado di decifrare le contraddizioni del capitalismo ed indicarne la via d’uscita. Il nostro metodo sta nell’anatomia dell’economia politica, base reale su cui si ergono le lotte politiche, la guerra imperialista, la fame dei «poveri» compresa la goffaggine dei signori congressisti.

Dice Marx nell’appendice alla sua «Per la critica dell’economia politica»: «quando consideriamo un dato paese dal punto di vista dell’economia politica, cominciamo con la sua popolazione, con la divisione di questa in classi, la città, la campagna, il mare, le diverse branche della produzione, esportazione ed importazione, produzione e consumo annuale, prezzi delle merci etc… Sembra corretto cominciare con il reale e il concreto, con l’effettivo presupposto, quindi per esempio nell’economia, con la popolazione che è la base e il soggetto dell’intero atto sociale di produzione. Ma, ad un più attento esame, ciò si rivela falso. La popolazione è una astrazione se tralascio ad esempio le classi da cui essa è composta. A loro volta queste classi sono una parola priva di senso se non conosco gli elementi su cui esse si fondano, per esempio lavoro salariato, capitale etc. E questi presuppongono scambio, divisione del lavoro, denaro, prezzo etc. Il capitale senza lavoro salariato, senza valore, denaro, prezzo, è nulla. Se cominciassi quindi con la popolazione, avrei una rappresentazione caotica dell’insieme, e ad un esame più preciso, perverrei sempre più, analiticamente, a concetti più semplici; dal concreto rappresentato ad astrazioni sempre più sottili, fino a giungere alle determinazioni più semplici. Da qui si tratterebbe, poi, di intraprendere di nuovo il viaggio all’indietro, fino ad arrivare finalmente di nuovo alla popolazione, ma questa volta non come ad una caotica rappresentazione di un insieme, ma ad una totalità ricca, fatta di molte determinazioni e relazioni».

Al contrario, i congressisti di Bucarest e Roma partono dalla popolazione e rimangono alla popolazione, scoprono «relazioni», ma non reali e dialettiche, bensì quelle che si perdono tra gli sbadigli (di noia, non di fame…) nelle aule grigie delle conferenze.

Non una parola si è sprecata sul modo di produzione: tutta l’attenzione è stata rivolta al consumo, che agli occhi dei grassi borghesi è sempre troppo quando si tratta di bocche proletarie, sempre poco quando si tratta di pance borghesi, tanto gonfie ormai da richiedere cure dimagranti per rientrare nella norma fisiologica.

E non è da credere che questi farabutti manchino di «cultura» o di «scienza» per capire simili banalità; scoppiano anzi di «tecnica» e di «razionalità», solo che: «più si sviluppano gli antagonismi tra le forze produttive crescenti più si compenetra d’ipocrisia l’ideologia della classe dominante. Più la vita (anzi, in questo caso la fame) svela la natura menzognera di questa ideologia, più il linguaggio di questa classe si fa sublime e virtuoso» (Marx).

Noi che non ci siamo mai permessi di correggere il maestro, ci permettiamo di aggiungere: «più il linguaggio di questa classe si fa meschino e vergognoso».

Non saremo certo noi a negare che i fattori della popolazione nello sviluppo sociale esercitano una grandissima influenza, ma perfettamente parla Marx quando dice che le leggi astratte della moltiplicazione non esistono che per gli animali e le piante (e con l’intervento tanto deleterio della rapacità del capitale ormai più neanche per loro). L’accrescimento (o la diminuzione) della popolazione della società umana «dipendono dall’organizzazione di questa società, organizzazione determinata dalla struttura economica di questa stessa società. (Come ricorda Plekhanov nelle «questioni fondamentali del marxismo»). La cosiddetta fame nel mondo è dunque il prodotto naturale delle contraddizioni del modo di produzione e di consumo capitalistici: «dalla miseria nasce la ricchezza» aveva già intuito Fourier, dalla fame dei più nasce la sazietà dei meno.

Altro che «democrazia» e pacifica competizione a base di commercio e di congressi!

Ed allora come debellare questo «flagello» come ecclesiastici, opportunisti e borghesi in combutta definiscono fatalisticamente, riesumando il linguaggio apocalittico di stampo medioevale?

Non saranno certamente loro a batterlo: loro saranno solo capaci di acuirlo. Sarà il proletariato mondiale, spinto dalla fame stessa, e non di solo pane!, a strangolare i suoi affamatori, purché abbia la forza di rialzare la testa dalle dure mazzate infertegli dallo stato borghese e dall’opportunismo in quasi mezzo secolo, riconoscendo il suo «naturale e storico partito».

Alla falsa parola d’ordine «rivoluzione verde» opponiamo seccamente la rivoluzione rossa!

Alle proposte di neo-malthusiani capaci solo di moralismi e prediche, ai pianificatori armati di computers che teorizzano di giorno la «crescita zero» e di notte vanno a rubare plusvalore con i loro padroni, rispondiamo con la nostra classica formula: contro la ragione borghese, la passione del proletariato, becchino naturale dei suoi affamatori.

Altro che pillole e santini in scatola!

Dalla Svizzera - Politica nazionale o politica di classe

Si è ormai svolto anche l’ultimo referendum in Svizzera col quale i liberi cittadini della Confederazione, senza distinzione di classe, «gli svizzeri» insomma, erano chiamati a far finta di stabilire se gradissero o meno la presenza sul comune territorio nazionale di un mezzo milione di proletari di nazionalità straniera.

Coerentemente con la politica borghese svolta, il Partito Socialista e l’Unione Sindacale Svizzera nella loro campagna propagandistica a favore della permanenza dei lavoratori stranieri e nelle successive valutazioni della «vittoria», non potevano uscire, impostando la questione, da un quadro nazionale, strettamente non di classe, come postulati incontestabili sono assunti quegli obiettivi presunti comuni a tutti «gli svizzeri», nascondendo ai propri organizzati qualsiasi divergenza, anche immediata, delle diverse classi, in merito al trattamento riservato alla forza lavoro: «…Questo mezzo milione di persone produce più di quanto consumi, non vive alle spalle di nessun tipo di assistenza, lavora e si mantiene da sé — davvero un affare per «gli svizzeri»», osserva il settimanale della Federazione dei metalmeccanici «…la massiccia riduzione degli effettivi di stranieri, in particolare in determinati settori dell’economia ed aziende, darebbe luogo ad importanti ristrutturazioni aziendali…le conseguenze sarebbero frequenti e numerose chiusure di imprese…Contratti conclusi sul piano internazionale dovrebbero venire disdetti; ciò non contribuirebbe certamente a facilitare la nostra posizione nei confronti di altri Stati». Si tratta insomma «di una vittoria della Civiltà; il venti ottobre ha vinto il Buon Senso, la Ragione, la Democrazia», esclama Emigrazione Italiana del 23 ottobre.

Purtroppo tutte queste belle qualità del «genio elvetico» non sono state tenute in gran conto dagli interessi anonimi del capitale industriale: il problema della occupazione ed il controllo della concorrenza fra lavoratori, se non sembra interessare le organizzazioni sindacali imbevute di patriottismo, preme assai alla grande finanza, tanto poco «cantonale», quanto cosmopolita, come la composizione dei lavoratori nelle fabbriche: con un disinvolto pardon all’interdetto valligiano «referendista», cominciano a farsi sempre più frequenti i casi di licenziamento di operai — anche svizzeri — e per gli stagionali — si parla per un quarto di essi — il non rinnovo del contratto di lavoro per il prossimo anno. Infatti la crisi mondiale di sovraproduzione coinvolge anche la prospera ed efficiente economia svizzera che, oltre ad ospitare le maggiori banche del mondo, è assai dipendente dall’estero per il suo commercio: «Il nostro benessere dipende dagli altri — se ne è accorto perfino il capo del Dipartimento delle Finanze, anch’egli per il NO — dalle relazioni internazionali e da un’equa ripartizione delle risorse di lavoro». Come negli altri paesi le fabbriche meno competitive sono costrette a licenziare ed i primi ad essere colpiti saranno gli stranieri. Su questo privilegio dei residenti, di essere licenziati dopo, come su mille altri, prodotti artificialmente dal capitalismo, si basa la politica di divisione della classe operaia alla quale collaborano organizzazioni sindacali come l’USS. Anche da questi sindacati viene propagandata fra i lavoratori l’ideologia nazionale, la lotta contro l’inforestierimento della privilegiata Svizzera; dalle colonne della loro stampa si accusano le autorità di favorire una «emigrazione a briglie sciolte» e si invitano a regolamentare una «emigrazione controllata»; si mette in guardia la borghesia dall’importare nelle pacifiche valli, insieme alla forza lavoro, «ideologie e concezioni globali della vita e della storia…(che impediscono di) ridurre gli interessi di gruppo (classe) entro i limiti degli interessi generali (nazionali)» — Da Lotta Sindacale del 25/10. È patente come anche l’USS abbia rinnegato la sua stessa tradizione: teme questa organizzazione che teorie ed istinti di lotta di classe siano contrabbandati nel latte e cacao del suo collaborazionismo, mentre proprio nel programma di costituzione del 1881 si parlava perfino di «soppressione definitiva del lavoro salariato», ed ancora nel 1906 il Congresso di Basilea «dichiarava che l’USS rappresenta l’organizzazione collettiva di tutte le organizzazioni sindacali svizzere che si orientano sul terreno della lotta di classe (da Reymond-Sanvin)». Ma il sindacato svizzero ha ben altre e più recenti tradizioni da rivendicare. Sin dal fallimento dei moti dell’immediato dopoguerra la tendenza dell’USS a farsi garante della pace sociale è continua: nel 1920 il «fronte unito» col PSS, che nel 1921 rifiuta i ventuno punti di Mosca; con la cacciata dalle federazioni dei lavoratori comunisti. Poi negli anni successivi alla grande crisi economica mondiale, con l’instaurarsi di strutture come le «comunità professionali», vere e proprie corporazioni sullo schema fascista, si rinuncia definitivamente alla lotta di classe: tali organismi paritari «confidano la politica economica e sociale del paese ai sindacati padronali ed operai» come, sulla stessa linea, la firma nel 1937 della «Pace del Lavoro» e l’organizzazione di «Esercito e Focolare» per la mobilitazione patriottica dei lavoratori nell’ultima guerra.

Intanto oggi la crisi economica avanza anche alle spalle degli operai svizzeri e farà sentire i suoi effetti nei primi mesi del 1975: è in costante aumento il costo della vita, da gennaio potranno aumentare gli affitti due volte l’anno invece che una volta ogni due anni. Nella metallurgia, di fronte all’accelerarsi dell’inflazione, l’indennità di contingenza viene ridotta ai 4/5 e il padronato «…si sforza di garantire perlomeno il posto di lavoro a tutti i dipendenti. (Corriere del Ticino del 3/12)». Di fronte a questo attacco ai lavoratori il sindacato invita i propri iscritti ad appoggiare lo Stato nella sua proposta di legge per aumentare le tasse sui redditi dei proletari: «…un lavoratore non potrà mai considerare suo interesse l’impoverimento dello Stato. Uno Stato povero non può essere sociale. I poteri pubblici devono avantutto servire la grande maggioranza del popolo. Votate SI anche se siete del parere che i grandi guadagni dovrebbero venir tassati maggiormente. La situazione economica è diventata critica ed il voto dell’otto dicembre dovrebbe esservi dettato soltanto da considerazioni di politica congiunturale». (Da Lotta Sindacale 29/11). Lo «Stato sociale», infame menzogna, bandiera di tutti i traditori ex-comunisti ed ex-operai. Nessuno Stato, nemmeno la dittatura del proletariato, sarà mai «sociale».

I proletari della Svizzera che oggi sono guidati a negare la solidarietà di lotta ai di loro più sfruttati compagni emigrati ed a schierarsi dalla parte dello Stato, domani sconteranno su sé stessi ogni compromesso passato e presente dei loro dirigenti con la propria borghesia. Per ogni difesa del lavoro e del pane si mostrerà drammaticamente inadeguato lo schema nazionale dell’opportunismo e si imporrà nell’azione il ritorno alle tradizioni di classe del proletariato svizzero, il ricordo collettivo dello sciopero generale del novembre 1918 che solo l’intervento dell’esercito borghese ed il tradimento dei dirigenti sindacali e politici riuscirono ad arginare. Allora, come nelle vicende tumultuose di un’Europa nascente e già decrepita, si diffuse al di sopra dei confini per la prima volta lo spettro, per i borghesi, l’unitaria marxista coscienza di sé, per gli sfruttati, ugualmente nella ventura ripresa del moto internazionale proletario le schiere dei lavoratori costretti ad emigrare si faranno veicolo non di «realtà», bisogni e partiti nazionali, cioè borghesi, ma del semplice, unico impellente bisogno di milioni di proletari: soppressione del lavoro salariato.