Интернациональная Коммунистическая Партия

Prometeo (II) 98

L'Epilogo del processo di Lipsia: VAN DER LUBBE DECAPITATO!

Eccolo l’epilogo di Lipsia: quattro assoluzioni, una condanna a morte: quella dell’anarchico Van der Lubbe.

L’ «Humanité», in perfetto accordo con i Nitti, i Bergery, i Pan Noli e di tutti i boia del proletariato in veste democratica, aveva scritto che il processo di Lipsia era «il più grande scandalo giudiziario dell’epoca», perchè — per essa come per il concerto unanime di tutta la stampa imperialista — si trattava di un incendio preparato dal fascismo e dal suo «provocatore» Van der Lubbe. E l’epilogo è là: i giudici di Lipsia hanno ascoltato le ultime dichiarazioni di Dimitrov che doveva, con esse, spegnere e imbrattare tutto il suo contegno precedente. Dimitrov aveva detto (vedi «Humanitè» del 17 dicembre): «Io non sono d’accordo con le conclusioni del procuratore generale per la nostra assoluzione «per mancanza di prove». Domando in conseguenza che Van der Lubbe sia condannato per aver lavorato contro il proletariato e che i danni-interessi ci siano accordati per il  tempo che abbiamo perduto».

I giudici di Lipsia hanno dunque colpito Van der Lubbe «che aveva lavorato contro il proletariato», giudici senza dubbio che hanno così lavorato negl’interessi del proletariato. Quale materia per la demagogia contro Dimitrov. Ma noi che ci siamo rifiutati alla demagogia «per Dimitrov» durante il primo periodo del processo, non ci assoceremo a nessuna demagogia «contro Dimitrov». Abbiamo messo in evidenza il suo contegno fermo primitivo, mettiamo in evidenza l’altro contegno ripugnante della fine e ci assoceremo ad ogni azione che nel suo nome fosse condotta per strapparlo al boia fascista che ancora lo detiene e combatteremo politicamente contro lui, domani, come combattiamo politicamente contro il centrismo, formazione politica controrivoluzionaria che giudichiamo per la sua funzione reale e non attraverso la piccola campagna personalista come fa il centrismo nei nostri confronti.

Vogliamo solamente mettere in evidenza la significazione reale dell’incendio e del processo del Reichstag per il proletariato tedesco e internazionale. Notiamo innanzi tutto che «Nostra Bandiera» senza dirlo apertamente, non si manifesta d’accordo con Dimitrov. Essa scrive: «La condanna a morte del provocatore cosciente od incosciente è odiosa». Ma non si tratta di un disaccordo che possa determinare dei risultati favorevoli per la lotta del proletariato: giacché nessuna conseguenza ne risulta per la lotta della classe operaia; dalla prima all’ultima linea del giornale centrista italiano si prosegue sulla stessa solfa dell’ «Humanité».

«Nostra Bandiera» che precedentemente aveva scritto a proposito degli anarchici: «tenetevi il vostro Van der Lubbe», noi ci teniamo il nostro Dimitrov», deve tener conto dell’ambiente particolare dell’emigrazione italiana e non può prendere una posizione così netta ed aperta come l’«Humanité». Come si potrebbe nei confronti degli operai italiani sostenere che si debba chiedere la testa di Van der Lubbe quando giammai in Italia non si è presa una simile posizione nei confronti degli attentati che si sono verificati dal Diana a Zamboni?

L’«Humanitè» aveva scritto che si trattava del «più grande scandalo giudiziario». L’epilogo di Lipsia è là per provare che si tratta del «più grande scandalo proletario che la storia conosca». La testa di Van der Lubbe  sarà probabilmente stroncata fra l’indifferenza, se non gli applausi, di operai che i boia democratici del controprocesso di Londra e di Parigi hanno potuto orientare verso una direzione opposta a quella degli interessi del proletariato tedesco ed internazionale.

La nostra posizione sul terrorismo è ben nota. Per quanto siamo per un tutt’altro metodo di azione da quello preconizzato dagli anarchici, noi non giungeremo mai ad unire la nostra voce a quella dei nemici che passano al massacro dei terroristi. Di più, persuasi che la lotta del proletariato non si svolge affatto secondo i dettami di una impossibile disciplina militare e di «buona condotta» dei combattenti dell’armata proletaria, noi comprendiamo magnificamente che dei proletari commettano dei gesti non rispondenti agli interessi del movimento proletario. Ma questo disaccordo non può stabilirsi né risolversi sulla base di una sorte di tribunale marxista, ma deve essere stabilito e risoluto in funzione della lotta del proletariato.

Si è detto che il processo del Reichstag era necessario al fascismo per passare allo schiacciamento del proletariato tedesco. Come se il fascismo non fosse di già al potere o come se il fascismo ha avuto bisogno di incendi del Reichstag per assassinare i proletari di Altona o di Colonia per giungere ai risultati del plebiscito del novembre scorso. D’altra parte tutti quelli che parlano di Van der Lubbe strumento di Goering non hanno nulla potuto provare in questa direzione. Ma quello che ci interessa di fronte a questo macabro bilancio di Lipsia è di tirare delle conclusioni per il movimento proletario ed è in questa direzione che noi riteniamo di dovere lavare dall’infamia la memoria di Van der Lubbe se il fascismo dovesse passare domani alla sua esecuzione.

Sul terreno dei fatti è impossibile sostenere che Van der Lubbe sia stato uno strumento anche incosciente di Goering; in effetti se questo fosse vero non si spiegherebbe come mai il fascismo non abbia preparato delle condizioni di fatto favorevoli per dimostrare la complicità del partito con Van der Lubbe invece di preparare così stupidamente le cose avrebbe messo a lato del suo strumento, nel giorno dell’incendio, degli elementi responsabili del partito invece di fare le cose talmente stupidamente da permettere ai complici di cavarsela così a buon mercato come si è verificato durante il processo, attraverso degli alibi inconfutabili.

Il fascismo anche senza l’incendio del Reichstag sarebbe passato all’attacco contro il proletariato; la sua funzione storica non dipende e non può dipendere da fatti occasionali ma — come la esperienza italiana lo arciprova — da necessità insite al capitalismo e a particolari situazioni economiche e politiche che abbiamo più volte esaminato.

Per realizzare la sua funzione il fascismo si servirà di tutto anche di episodi come l’incendio del Reichstag. Se questo fosse mancato  vi sarebbero stati altri motivi per realizzare la mobilitazione contro il proletariato e il partito comunista. Occasioni migliori ancora per il fascismo che, nella circostanza doveva prendere le difese di una istituzione parlamentare e democratica quando ben altro è il suo programma per manovrare le masse piccolo-borghesi ed alcuni strati della stessa classe operaia.

L’incendio del Reichstag prendeva esattamente questa significazione: che sola la violenza poteva essere opposta dal proletariato nella lotta contro il capitalismo. I comunisti vedono evidentemente lo sviluppo di questa lotta in correlazione con il movimento di classe ed è su questa base che essi avrebbero dovuto porre il problema nel febbraio dell’anno scorso. Solo così avrebbero opposto alla politica del terrorismo l’altra politica della classe operaia e della sua lotta. Invece di fare questo i comunisti hanno preso l’altro cammino: un episodio di violenza si verifica e siccome quest’atto è in contraddizione con la politica comunista si tratta immediatamente di provare che ci si trova dinanzi ad una provocazione. Una tale posizione doveva finire per facilitare il piano del nemico.

Nell’ipotesi che una sola possibilità restasse ancora al proletariato tedesco per opporsi al piano nemico questa possibilità risiedeva nella riaffermazione della ineluttabilità della violenza per la lotta,  nella dichiarazione della necessità di passare immediatamente alla difesa contro lo sviluppo dell’azione nemica. Il nemico si apprestava a profittare dell’incendio del Reichstag e poteva profittarne unicamente su questa base: contro ogni manifestazione di violenza e per evitare il ripetersi di violenza l’estirpazione di ogni forma di organizzazione proletaria e sovrattutto del partito comunista. Di fronte a questa tattica nemica occorreva rispondere, come lo abbiamo indicato, inquadrando il gesto di Van der Lubbe nel processo della difesa delle istituzioni e degli organismi di lotta del proletariato.

Dai primi commenti della stampa operaia si doveva poi giungere al controprocesso e al verdetto di Lipsia. Vi è una correlazione strettissima fra i primi commenti e tutta la campagna internazionale condotta in accordo fra la democrazia, la socialdemocrazia ed il centrismo. Van der Lubbe si è trovato solo al processo in faccia ad un mondo che gli era ostile. Solo, nell’impossibilità di rivendicare il suo gesto giacché se egli si fosse fermamente affermato l’autore dell’incendio, avrebbe, nello stesso tempo distrutto la tesi di Parigi e di Londra secondo la quale si dovevano assolvere Dimitrov e gli altri non perchè estranei all’incendio, ma perchè gli autori dell’incendio erano i fascisti. Se Van der Lubbe avesse rivendicato il suo gesto o che avrebbero tardato un solo istante i controgiudici a dire che il «provocatore» continuava la sua provocazione opponendo alla campagna, e nell’interesse dei responsabili fascisti, un’affermazione che metteva fuori causa Goering e compagnia?

Non un gesto di Van der Lubbe poteva suffragare l’ipotesi della sua provocazione cosciente od incosciente. Eppurtanto il «provocatore» è l’unico condannato a morte di Lipsia. Questo vero «scandalo proletario» non è che un’altra conferma della situazione in cui si trova il movimento proletario devastato che dal fascismo attraverso la socialdemocrazia, per finire al centrismo, prepara le condizioni per il massacro proletario in una nuova guerra.. Van der Lubbe resterà per indicare tutta una situazione in cui vive il proletariato; domani quando il proletariato si sarà liberato dei vecchi e dei nuovi traditori, il suo gesto sarà compreso come un gesto di terrorismo che se non poteva condurre il proletariato alla sua liberazione, poteva però permettere che, nella sua difesa e contro il fascismo, si cementasse l’unione dei proletari perchè questi riprendano la loro lotta sulla base dei principi della lotta delle classi. Nessuna delle forze che agiscono nel movimento proletario ha difeso Van der Lubbe: tutte plaudono alla sua condanna; questo non prova nullamente che Van der Lubbe sia un provocatore. Questo prova al contrario che tutte le organizzazioni di massa che agiscono attualmente nel seno del proletariato agiscono contro il proletariato e che si tratta di ricostruire le basi stesse del movimento proletario.

* * *

Il delitto è consumato

Lipsia 10 gennaio. — Questa mattina alle sei fu notificato a Van der Lubbe il rifiuto del presidente Hindenburg di accordargli la grazia. Dopo essere stato rasato il condannato fu condotto nella parte della prigione dove si trovavano radunati il Dott. Werner, il pubblico ministero del processo, il presidente del tribunale, tre giudici della corte suprema e i rappresentanti degli Stati.

Van der Lubbe ascoltò la sentenza di morte senza far trasparire alcuna emozione e si limitò a scuotere la testa quando gli fu richiesto se voleva fare qualche dichiarazione. Van der Lubbe seguì impassibile il boia sul patibolo mentre il prete recitava delle preghiere.

L’esecuzione durò trenta secondi. La mannaia cadde alle 7,25 del mattino.

Fronte Unico di Classe sulla base unitaria dei sindacati

I gruppi della frazione riceveranno il testo di una risoluzione tendente a  sistematizzare Ii lavoro da svolgere fra l’emigrazione, nella situazione attuale in cui numerosi militanti affluiscono dalla Germania e dall’ Austria.
L’articolo e la mozione che seguono, fa literannato la discussione su questa questione.

La questione sindacale e il problema dell’unità

Per quanto chiara e inequivocabile fosse
la nozione fondamentale della organizzazione unitaria della massa dei salariati, confuse e ambigue sono le interpretazioni che di essa danno a scopo evidente di particolarismo opportunista le due frazioni politiche che si contendono il monopolio direttivo del sindacalismo di classe.

L’assurdo, si direbbe, non puo’ mai sempre evitare il paradosso. Ed è cosi’ che all’assurdo delle interpretazioni riformista e centrista fa riscontro la paradossale concezione di una formula di unità che, contrariamente alla sua naturale espressione, dovrebbe consistere, nel risultato di un compromesso burocratico invece che nel corollario di una formazione cosciente, consapevole della funzione indipendente -non politica- di tali organismi di massa

Fino a quando la differenziazione di tendenze non aveva aperta la breccia che doveva separare, nel 1914, e distinguere nettamente le forze della rivoluzione da quelle della contro-rivoluzione, la nozione unitaria delle natura del sindacalismo di classe, aveva avuto facilmente ragione di tutte le formazioni di destra e di estrema sinistra nelle sue stesse file « dell’apoliticismo » di sto(?)  gesuitismo massonico che durante il periodo dell’anti-guerra e specialmente in alcune zone come le più arretrate, aveva estese ramificazioni se non radici profonde del movimento organizzativo del socialismo.

Ma ? la guerra e il dopo guerra col tradimento riformista e colla vittoria rivoluzionaria in Russia, colla divisione politica del movimento socialista e la creazione dei Partiti Comunisti, la lotta fra le due frazioni del proletariato, sempre più acuta e difficile non poteva non tradurre quegli effetti che gli organismi di massa  manifestano sotto l’insegna opportunista che prima caratterizzava soltanto il riformismo ed oга caratterizza anche il centrismo.

Per le scissioni politico-ideologiche e per avversione ad ogni compromesso imposto su questo terreno, la frazione di sinistra è stata e rimarrà sempre fedele al principio fondamentale dell’unità di classe sul terreno sindacale. E l’attaccamento a questo principio non deriva da un feticismo o da una idea astratta di unificazione realizzabile, bensì da una giusta, precisa non ambigua interpretazione delle nozioni teoriche della dottrina di classe del proletariato.

Certo degli errori ne sono stati commessi e se ne commetteranno, il marxismo non è un dogma e per conseguenza nessun marxista, a cominciare da Marx puo’ plocamarsi infallibile.

Ma quando gli errori non servono ad ammaestrare, la coscienza non puo’ esistere e non vi è che manovra per ingannare e tradire. Questa massima dovrebbe un po’ servire a coloro che predicano ma operano in contro senso per il fronte unico e per la scissione sindacale.

Ma quante volte è stato detto: è possibile conciliare elementi che lottano per gli stessi interessi immediati e contro lo stesso nemico?

E quante altre volte è stato invece affermato: è possibile accordare ideologie opposte con fini irreconciliabili anche su  determinate questioni ma che si inspirano sempre dai detti fini ?

A simili quesiti non si puo’ rispondere divagando. Chi divaga perpetua il confusiomismo e facilita la politica di tradimento. La costituzione dell’I. S. R., in quanto sezione sindacale dell’I. C. fu pienamente giustificata, ma essa doveva in seguito trasformarsi in organo di scissione dei movimenti sindacali nazionali.

Certo nessuno allora pensava che la politica dei partiti comunisti avrebbe raggiunto un cosi’ basso grado di degenerazione fino al punto di ridurre al minimo, il coefficente rivoluzionario al rapporto di forze della lotta fra le classi ed elevare, per contro al massimo l’appoggio burocratico con tutti i suol effetti nefasti, anche dove, come nel campo sindacale la base costitutiva non vuole tendere che al solo coordinamento delle forze rivoluzionarie polarizzate verso il nuovo orientamento della fase superiore della politica di classe

Questo con l’Internazionale del sindacati rossi al tempo della politica comunista e nel momento di affluenza delle forze rivoluzionarie e non il contro altare in concorrenza quello che è oggi al tempo della politica centrista e nel momento di sbaraglio delle forze rivoluzionarie.

Ma la parola «unità» anche quando la si adopera per il movimento sindacale non è aliena dagli stessi rischi del compromesso politico se la si pone confusa tra le varie formule che si pongono sulla falsa riga delle combinazioni burocratiche. Ed ecco perchè sono falliti e falliranno più miseramente ancora i tentativi di unita sindacale di cui i più tipici esempi ci vengono forniti dalla Francia  Abbiamo già fatta l’esperienza della politica di accaparramento dei vari Cook, Fimmen, ecc, e delle conquiste di tipo Monmousseau per illuderci su altre consimili combinazioni che dovrebbero mettere a braccetto Monmousseau con Jouhaux, Buozzi con Di Vittorio e via di seguito. Nel paesi, come la Francia di oggi e come l’Italia, probabilmente di domani, il problema dell’unità è molto più complesso che per gli altri paesi dove, la scissione delle forze operaie non si è manifestata anche sul terreno organizzativo del movimento sindacale.

Per la Francia, l’azione per l’unità intrapresa dall’opposizione comunista si sarebbe certamente incanalata verso il suo obiettivo di successo se questa opposizione non avesse conservato nelle sue proprie file gli elementi — predominanti- che in fatto di manovra hanno bene appreso dalla scuola del centrismo. Su questo terreno sembra che nessuno sia capace di comprendere che, per unificare il movimento operaio non occorrono altri imbrogli a quelli che purtroppo hanno già ridotto la massa lavoratrice spezzettata e demoralizzata.
Altrimenti si ottiene il risultato opposto di facilitare il compito « dell’avventurismo apolitico » peggiore del riformismo.

Per l’Italia si delinea la stessa corrente combinata dalla stessa materia fornita dal bolscevico-leninismo.

Prima di precisare i nostri compiti occorre soprattutto specificare che la nostra azione sul terreno sindacale, all’estero, поn puo’ assolutamente svolgersi aldifuori della organizzazione delle masse del paese in cui siamo. Per questo è da respingere e combattere ogni qualsiasi formazione di comitati i cui rappresentanti -quello che si verifica — non sono nemmeno organizzati. E’ evidente che ai problemi propri all’immigrazione è pregiudizialmente posta la questione generale dell’unità delle forze senza la quale non è possibile nessuna azione seria tendente alla lotta efficace contro il fascismo, aperto o coperto, pericolo di guerra.

Nell’immigrazione non ci siamo, sfortunatamente, noi soli italiani. La reazione incalzante spinge verso questo campo i militanti attivi e combattivi sfuggiti ai rispettivi boia. I problemi nostri sono i problemi di tutti: dai polacchi ai tedeschi agli austriaci, come a tutta la massa della mano d’opera straniera.

Il primo nostro obbiettivo è quindi quello di una formazione d’intesa non solamente fra noi ma con tutti gli altri raggruppamenti di lingua che, come noi, hanno lo stesso interesse di un necessario e più stretto collegamento di attività. Ed è a noi, che apparteniamo al proletariato di altri paesi dove la dolorosa esperienza espressa dalla sconfitta sanguinosa, che spetta la dimostrazione ad esempio, del resto doverosa, del consiglio, e dell’incitamento e del lavoro efficace.

Perchè non potrebbe essere lanciata da questa massa di profughi, provata al fuoco più terribile della lotta e scottata dalla dolorosa esperienza di una sanguinosa sconfitta la parola che chiarifichi e orienti? Non sono le condizioni favorevoli che mancano bensi’ la volontà che non viene ad esprimersi su un terreno possibile d’offrire il frutto di un lavoro veramente fecondo.

Lo sciopero generale di Francia del 12 Febbraio 1934 è un esempio fertile di insegnamenti e di orientamento. Ecco perchè la costituzione di comitati d’intesa sindacale che colleghino tutti i gruppi di lingua nell’immigrazione, solidamente poggiati sulla base organizzativa del movimento sindacale deve tendere a divenire una manifestazione di forza e di volontà, di cosciente comprensione dei problemi di classe, di coesione e di solidarietà nelle battaglie di oggi e di domani

Per un convegno sindacale dell’emigrazione organizzata;

Per l’unificazione delle forze proletarie contro le manovre dei vari uffici burocratici;

Questo è il punto centrale verso il quale l’indirizzo del nostro lavoro puo’ convergere con l’aspirazione di tutta la massa, per le nostre particolari rivendicazioni e per le sviluppo della lotta di classe in generale.

Complemento al progetto di risoluzione sindacale

Il problema fondamentale che si deve porre l’avanguardia rivoluzionaria è quello dell’unificazione dell’azione delle grandi masse proletarie. Questo problema in Francia, come del resto in quasi tutti i paesi è reso più difficile per l’esistenza di una moltiplicità di centrali sindacali.

Allo stato attuale esistono in Francia un’infinità di formazioni sindacali. Le due essenziali attorno alle quali gravitano tutte le altre, formazioni minori, sono la C. G. T e la C. G. T. U.

Le posizioni rispettive nella geografia politica si trovano espresse nel partito socialdemocratico francese e nel partito comunista. La rottura di questi due organizzazioni politiche con gli interessi fondamentali della classe proletaria, li porta ad una utilizzazione particolare delle rispettive organizzazioni sindacali da esse  influenzate come punti di appoggio per il mantenimento e l’allargamento della loro Influenza nella classe proletaria, per il raggiungimento degli obiettivi particolari e rispettivi.

Per il Partito social-democratico questi obiettivi si possono concretizzare nella volontà di riforma della gestione dell’economia entro i quadri della società capitalista.

Per il P.C. questi obiettivi si possono concretizzare, nella difesa della burocrazia centrista in relazione con la difesa della Russia sovviettista che costruisce il socialismo in un sol paese.

Entrambi questi movimenti sono ostili agli interessi della classe proletaria francese ed internazionale in quanto essendo la concretizzazione  della scissione sindacale o espressione di movimenti slegati completamente dalle necessita della lotta anticapitalista sul terreno, nazionale ed internazionale sono un ostacolo alle ripresa, ed all’unificazione della classe proletaria francese per la difesa dei suoi particolari interessi di classe sul piano delle rivendicazioni proprie contro il padronato.

L’eventualità probabile di un’ulteriore convergenza politica tra lo stato russo e la politica dei partiti social democratici di qualche paese se puo’ rendere possibile l’unificazione delle forze sindacali in questi paesi il problema della ripresa delle lotte indipendenti del proletariato, non sarà avanzata di un passo in quanto queste &come sopra detto- sono e rimangono garantite e possibili solamente dall’esistenza e dall’indipendenza in quanto formazione politica di una frazione rivoluzionaria cosciente dello sviluppo della lotta di classe e legata agli obiettivi finali della rivoluzione proletaria.

Le due confederazioni C. G. T. e.C. G. T. U., hanno ne loro seno una percentuale piccolissima degli strati proletari.

La.C. G. T. come peso specifico di organizzati nel suo seno dai suoi rapporti si aggira attorno al milione di membri.

La sua composizione, per quanto si registri degli strati assai importanti di proletari industriale, è prevalentemente composta, o per lo meno inspirata nella sua politica da elementi privilegiati della classe proletaria. (Funzionari statali, Istitutori, ecc.).

La C. G  T. U. per le forme della sua attività e per i sistemi organizzativi in essa predominanti, è impossibile dare anche approssimativamente il numero dei suoi componenti; in questi ultimi anni per la sua politica  di avventurismo politico ha visto i suoi quadri diluire in modo formidabile la valorizzazione degli inorgannizzati e le difficoltà derivanti della crisi economia e dalla politica di compromissione volontaria della confederazione riformista.  Fa in modo che le fluttuazioni che si succedono nel seno alla classe proletaria essa possieda un’influenza assai notevole nell’insieme essa (? )classe proletaria e particolarmente nella parte più combatțiva di essa.

Le due confederazioni sfruttano ognuna in modo particolare la volontà istintiva di unificazione che percorre la classe proletaria per fronteggiare l’offensiva capitalista contro i salari e la disoccupazione.

La riformista, con la Mozione di Japy che stabilisce, che l’unità sindacale possa accompiersi attraverso la dissoluzione della organizzazione di base dissidenti (Unitarie) e la loro entrata nella «vecchia casa».

La comunista attraverso una concezione barocca di «confederazione unica di lotta di classe» che in definitiva ha come pregiudiziale per, la sua costituzione, l’accettazione da parte di tutti i proletari riformisti od inorganizzati del programma specifico della C. G. T. U. con il  «Socialismo in un solo paese» compreso.

In realtà, entrambe sono con la stessa energia e volontà contro l’unificazione delle forze sindacali in Francia e la dimostrazione più chiara viene data dal fatto che entrambe non esitano ad espellere dal loro seno sia del militanti che del sindacati intieri colpevoli di sostenere delle soluzioni in contrasto con la politica prevalente.

I congressi di queste organizzazioni sindacali, esempio gli ultimi tenutisi in questa fine d’anno, sotto la veste della più grande democrazia (riformista) o sotto la veste di «congresso di massa» (unitario) sono la esibizione scandalosa di apparati burocratici ben solidi dove gli interessi della classe proletaria sono completamente assenti e trascurati.

Dei piccoli strati proletari hanno cercato e cercano di agire contro questa situazione ma per mancanza di una guida politica, di una vera Frazione di Sinistra, anche quando il fondamento era inspirato da principi sani, questi movimenti sono caduti nell’agguato riformista, senza far avanzare di un passo il problema dell’unità sindacale. Cosi ‘il «Comitato dei 22»,  l’opposizione unitaria, ed i tentativi che avevano precedentemente avuto luogo.

La causa del fallimento di questi movimenti va ricercata esclusivamente nel fatto che essi non poggiandosi su un movimento politico orientato verso gli scopi finali e definitivi della classe proletaria e che piazza il problema delle lotte sindacali nel quadro generale della lotta rivoluzionaria per il trionfo della rivoluzione comunista, ubbidivano alle impulsioni delle situazioni contingenti e finivano anziché «mezzo» con il divenire fino a se stesso.  Partiti dal concetto di un congresso di fusione quasi sempre hanno partorito l’entrata in blocco non dell’insieme dell’organizzazione, ma bensì di partigiani dell’unità sindacale da essi influenzati. In definitiva, tutto il fracasso per l’unità sindacale si risolveva nell’accompimento di una manovra, politica contro degli ‘opportunisti ed a favore, dei… socialdemocratici.

La confusione non è minore nella Lega Comunista dove la politica sindacale si sposta a secondo delle maggioranze d’occasione, dal «congresso di fusione» alla «rientrata in blocco». A nulla vale l’avere elegantemente risolto il problema con l’affermazione che la modalità dell’unificazione non è una questione di principio, ma una questione di opportunità.

Il problema dell’unità sindacale in Francia deve essere visto con una propettiva generale della lotta rivoluzionaria senza lasciarsi impressionare dai reali rapporti di forza esistenti che si traducono nelle deboli e quasi inesistenti Frazioni di sinistra. Il suo sviluppo, come le possibilità di ripresa della lotta della classe proletaria, sono subordinati ad una politica seria e conseguente delle frazioni di sinistra.

Questo a costo di rendere piu difficoltoso, il loro cammino non debbono lasciarsi trascinare da una direzione inspirata a fare effetto ma da una politica comunista che salvaguardi le questioni fondamentali dell’indipendenza dell’avanguardia rivoluzionaria nei confronti di tutti.

Nei sindacati dove essi militano, riformisti od unitari, essi debbono sostenere ai loro militanti di rimanervi sviluppando il criterio che l’unità delle organizzazioni sindacali francesi potrà rappresentare un passo formidabile per la ripresa del movimento proletario anticapitalista.

Le Frazioni di sinistra debbono dimostrare. che esse sono le vere e più sincere fautrici dell’unità sindacale, in quanto esse eliminano per parte loro, ogni difficoltà, riserva e condizioni sul procedimento e sui risultati dell’unificazione. Esse non domandano di essere rappresentate nelle trattative, non si pronunziano sul procedimento di queste per facilitare che si trovi una via accettabile a tutti! sindacati interessati (sia essa quella di un congresso costituente unico, dei congressi contemporanei nella stessa città, o di una conferenza tra le direzioni delle diverse organizzazioni stridacali). Le frazioni impegnano i loro aderenti a rispettare i pronunziati della maggioranza del nuovo organismo unico, sia se essi contengono l’adesione ad Amsterdam, sia che respingono la lotta anticapitalista sostenuta dalle frazioni cominuste attualmente. La frazione di sinistra non vuole conseguire questi risultati come piattaforma delle trattative di unificazione, ma si riserva o si tiene sicura di raggiungerli con la sua aperta ed indipendente azione nel seno del nuovo organismo sindacale unificato con l’impiego dei suoi metodi organizzativi dei gruppi comunisti e della loro rete di collegamento.

Solamente attenendosi a queste direttive concrete e chiare il movimento per l’unità sindacale in Francia potrà svilupparsi seriamente.

Queste parole d’ordine generali da sviluppare in mezzo alla classe proletaria ed in seno al sindacati potranno avere il loro corollario con delle proposte per il fronte unico delle diverse organizzazioni sindacali per la difesa delle rivendicazione parziali della classe, proletaria.

Le altre strade la entrata in blocco, in particolare, non rappresentano che dei palliativi sconclusionati condannati ad aumentare la confusione esasperare la scissione sindacale senza contare, la capitolazione dei principi comunisti di fronte all’opportunismo centrista o social democratico.

L’entrata in blocco è una l’eventualità che potrà essere esaminata quando lo sviluppo ed il modificarsi dei rapporti di forza tra proletariato e borghesia potrà collegarsi in modo diretto all’amplificazione della battaglia, rivoluzionaria per la rivoluzione proletaria, ed in condizioni che essa potrà essere realmente in blocco e non una commedia come quelle fin’ora registrate per cui si chiama entrata in blocco il passaggio di qualche elemento senza seguito da un sindacato all’altro e che trova il suo compenso in un’altra entrata in blocco in senso contrario, per ristabilire l’equilibrio.

1 Novembre 1933.