Интернациональная Коммунистическая Партия

Prometeo (III) 1952/II/4

Politica e "costruzione"

Secondo le apparenze più accettate, godiamo la singolare ventura di vivere nel secolo, nel mondo della «tecnica». Il nostro antenato appena di tre secoli fa nei casi gravi faceva ricerca del confessore; noi per porre i quesiti che ci premono andiamo in traccia del tecnico, dello specialista, dell’esperto.

Tutto ciò che ci circonda si ammetteva allora amministrato da Dio, e questi aveva creata una rete di suoi ministri per poterli consultare. Oggi, giusta una certa retorica, ci amministriamo e conduciamo da noi stessi, grazie agli istituti rappresentativi; secondo un’altra siamo nelle mani di alcuni «grandi», i cui nomi personali sono sulle bocche di tutti. Ma, consessi collettivi o Uomini sommi che siano, se si mostrano pronti a pontificare sulle più ardue questioni generali, e a dettare i princìpi massimi della vita, ogni tanto si fermano e con sussiego dichiarano: qui ci vuole il tecnico; e ne chiedono la illuminata consulenza.

L’esperto consigliere viene allora sulla scena, sia esso un impianto fisso e macchinoso di uffici dagli interminabili corridoi, ove si tratta di trovare la sezione y e la camera x, per apprendere tutto sul sollevato problema; o sia un personaggio, spesso anonimo ma sempre pieno di sussiego, che fornito di vasta borsa in cuoio segue, silenzioso e fatale, in veste di esperto, il personaggio più noto che ha saputo sfondare sul palcoscenico della storia, ed è leggermente asino.

Gli Eroi semoventi nel presente, al fuoco delle macchine da presa, con una coorte di taccuini aperti e una flottiglia di microfoni nel raggio delle labbra illustri, non sentono di avere dato all’attesa universa un degno intervento, se non provano, previa debita preparazione, di essere stati costruttivi; una volta, con mezzi più semplici, e forse facendo assegnamento maggiore su fisica prestanza, o almeno rai fulminei, e voce di tuono uscente da polmoni di acciaio, bastava, senza abbassarsi a dettagli o imbottire i detti di cifre, levarsi nei cieli della lirica e scatenare col fuoco delle anime la mozione degli affetti.

Sulle moltitudini, di norma osannanti, se allora pioveva la poesia, oggi sgronda ragioneria ed ingegneria. Dovremmo dunque noi, materialisti accaniti, cantare vittoria? Ne siamo immensamente lontani. Quando ancora incombevano le diffamate tenebre del Medioevo e della scolastica, e dominava il principio di autorità, così sul piano della cultura che su quello dell’amministrazione sociale, si dettava agli uomini (nella chiesa, nella scuola o nella piazza) che ogni direttiva andava chiesta ai testi sacri e fondamentali, e per lettori di essi si assumevano i maestri, sacerdoti, o uffiziali, incardinati nella gerarchia delle investiture qualificate. Miliardi di parole scritte e dette si sono sforzate di persuaderci, già da varie generazioni, che quel sistema millenario costituiva il vivaio migliore delle scempiaggini, delle frottole e delle truffe, e che ad esso andava di un gran colpo dato di frego.

Dal tempo di Tommaso e di Alighieri quel sistema si era eretto sui bene ordinati contributi di lunghe e battagliate epoche di lavoro e di ricerca delle comunità umane, innestando tra loro i dati trasmessi dall’epoca greco-romana, da quella orientale-semitica e dalla stessa civiltà araba; formandovi scienza, arte, filosofia e teologia una costellazione complessa e potente. Tuttavia con lo sviluppo di nuove forze nella vita e nella produzione, nell’arte e nella scienza applicate al lavoro, le ossature per quanto vaste presero a scricchiolare, e non ebbe difficile gioco la nascente classe borghese a ridere di applicazione divenute ormai rancide e balorde.

Nelle grandi calamità sociali, come la peste del Seicento, e nei loro effetti su popolazioni oramai cresciute di numero, fitte e legate da comunicazioni frequenti ignote all’antichità, i riflessi del vecchio metodo cominciarono sempre più a denunziare il fallimento. Il consultato pretonzolo (o arcivescovo) parlò di peccati e di punizione divina; il basso popolo credette di leggieri alla stregoneria e al malefizio e perseguì l’untore che diffondeva il morbo, diavolo o criminale che gli paresse; il dotto (che Lisander satireggia in don Ferrante) fece ricorso al testo scolastico e ne applicò le formule oramai divenute impotenti; crepando di peste, dopo aver dimostrato che il contagio non poteva esistere, non essendo né sostanza, né accidente, laddove ogni cosa doveva rientrare in una delle due categorie.

Lo scettico sorriso dei nuovi sapienti, che si sentono ferratissimi nel dar di piglio alla matita rossa e blu segnando gli strafalcioni sulle pagine della Fisica aristotelica, o della Summa tomistica, o della Comedia dantesca, non esprime una nuova luce che finalmente abbia squarciato le tenebre e reso l’uomo signore della verità fino ad allora bloccata da cerchie di iniziati e di ingannatori: esprime, oggi è ben chiaro, una esigenza di nuove forze sociali, che nella mercatura, nella manifattura e nell’industria hanno bisogno di applicare, senza ingombri, canoni non chiesti al prete, al nobile o al monarca. Questa rivoluzione di classe si presentò agli occhi dei popoli, che non sapevano se come la strega e l’untore non convenisse bruciare il telaio il battello a vapore e la locomotiva, quale pomposo passaggio dall’Autorità alla Ragione.

Le nazioni non ebbero più bisogno di preti, o di signori dal sangue selezionato (criterio questo non privo di scientifico fondamento, ove non demagogicamente studiato…), o di parrucconi sfogliatori di ingialliti in octavo, bensì di pensatori, di sapienti, di filosofi. Questi nuovi condottieri non dissero più di venire dal segreto del tempio, o dall’antro della sibilla, o dalla meditazione in penitenza, ma si proclamarono figli del dubbio e della critica, e annunziatori al popolo della Verità senza più alcun velo.

Nei primi parlamenti i grandi oratori ad ogni passo invocano come guida alla vita collettiva i nuovi ideali, che pretendono non rivelati dalla divinità ad una cerchia di mistici agenti, ma scoperti nei valori generali comuni agli uomini tutti. Così ogni quesito, ogni problema, come oggi si dice, ogni misura da prendere ed applicare nei rapporti di governo e di amministrazione, non si confronterà col volere di Dio, coi versetti della Bibbia, o coi teoremi del filosofo tradizionale, bensì col «trionfo» della Giustizia, della Libertà. Il singolo chiedeva dapprima al confessore come comportarsi, e quello gli assicurava di aver compulsato la teologia moralis prima di vietare o permettere; e ai singoli creder facevasi che il capitano il nobile e il re parimenti stabilissero il comportamento proprio. Gridano invece i nuovi profeti che, come ogni privato ha in sé la sua Coscienza per agire secondo Morale, così nella vita collettiva e generale basta consultare e servire la coscienza morale e «civile». Dal penitente al cittadino, dalla Chiesa allo Stato.

L’estrema espressione di questo continuo invocare, nei rapporti politici, il metro etico, sta nell’aspetto oratorio e letterario in Robespierre (uomo in realtà dal potente pensiero storico), nell’Incorruptible. Nulla toglie al nostro radicale superamento del suo orizzonte, che egli abbia, incorrotto, asceso il palco dell’ultimo supplizio. A questo primo trapasso storico dalla Autorità e dalla Fede alla Ragione e alla Coscienza, nelle soprastrutture che servivano a presentare la pubblica guida, ne seguirà presto un altro. È il passaggio dalla Ideologia e dalla filosofia politica alla Economia.

La sottostruttura, inesorabile, si rivela. Gladstone, liberale puro e classico, non voleva sentir parlare di questione sociale. Ma fu forse l’ultimo in tale attitudine, l’ultimo o tra gli ultimi che sostenessero dovere il cittadino perfetto, ogni volta consultato a delegare la sua molecola di pubblico potere, decidere secondo una generale visione di tutto lo Stato, riflessa nella sua interiore coscienza, e giammai secondo la suggestione di un suo interesse materiale, di un bisogno che con altri in analoga condizione egli condividesse.

Ma lo stesso Gladstone non si sottrasse a dover parlare dalla tribuna dei Comuni non più di principi, ma di cifre di ricchezza, e invano si inferocì allorché Marx nell’Indirizzo della Prima Internazionale tradusse le sue parole nel linguaggio di classe, svelandovi l’inno, non al benessere popolare, ma alla feroce strapotenza inflazionante del capitalismo britannico. Da allora in poi, per quanto esaltabili ed esaltati dalla loro stessa non ancora avvizzita primavera romantica, gli oratori della borghesia dovettero fare i conti non solo col pensiero e con la coscienza, ma anche coi bisogni e con la fame dei cittadini, e soprattutto delle classi non abbienti e sfruttate dal sistema industriale e dalla onnipotenza del nuovo Stato. Il vecchio era — a loro dire — dispotico, ma i suoi tentacoli arrivavano poco entro la crosta sociale, e larghi strati lo conoscevano meno del dio, di cui lor predicava il curato; il nuovo e liberale arriva dovunque, tutti classifica e censisce, per coscriverli quando gli occorra nell’esercito del lavoro o in quello della guerra nazionale e borghese: ante omnia nella lista puzzolente degli elettori.

Le Camere da cui la classe borghese finge di dirigere la società (mentre tiene in pugno ben altri e potenti apparati, ignoti al mondo di ancien régime, o in lui introdotti nella misura in cui le istanze borghesi lo premevano), sempre meno si occuparono di costituzioni, di codici e di bei proclami o tornei di oratoria letteraria, sempre più di bilanci, imposte, prestiti, stanziamenti; e finalmente della colluvie irresistibile delle mille e mille «leggi speciali».

L’uomo politico, concepito all’inizio come un canoro trombone, che sapesse echeggiare quanto era nello «spirito» dei cittadini e nelle loro «passioni», andò sempre più svolgendosi nella figura di quello che doveva saper fare i conti nelle loro saccocce. Ma non ci conduce questo alla visione ingenua e pedestre dei socialisti fine Ottocento, per cui davvero la statistica elettorale poteva riflettere una statistica di interessati, secondo il loro numero, e quindi dare ai molti poveri una via per affermarsi contro i pochi ricchi: bensì furono i grossi e concentrati interessi, che sempre avevano tutto mosso, a venire sul primo piano della discussione; e in modo ovvio tutte le misure di Stato che al capitale premevano, figurarono come misure per il bene del popolo e il generale interesse: un generale ben famoso, perché ha perduto sempre tutte le sue battaglie.

Comunque, dopo il trapasso dalla Autorità alla Razionalità, abbiamo quello dalla Idealità alla Economicità. Il terzo passaggio, da questa alla Tecnicità, dei signori Uomini Pubblici, derivò dal complicarsi tremendo degli interventi dello Stato nelle faccende della produzione e del mercato, e di tutto il resto. Tutto è regolato da una apposita misura statale, e non potrebbe essere altrimenti, con la grandinata di nuove invenzioni ed applicazioni innumeri, in cui la vita degli uomini si ingroviglia facendo diventare servizio pubblico ogni antica naturale funzione come il bere, lo scaldarsi o l’essere illuminati, o il rivolgersi la parola, o il darsi una mano quando scappava un piede o la casa andava a fuoco; di più creando mille nuovi servizi per bisogni prima sconosciuti, dal cinema alla radio, dall’aviazione alla televisione, eccetera, eccetera; per tacere (si capisce) delle grandiose nuove organizzazioni al fine di farsi la pelle, al che si provvedeva in origine con mezzi tanto incivili, quanto rudimentali.

Ed allora, se è chiaro che tutto questo devesi amministrare e governare, e se del tutto improponibile (se non da qualche matto) risulta la tesi che a tanti novamenti meglio sarebbe rinunziare, dandosi a sforzi per smeccanizzare, diselettrificare e «rinaturare» la società, se tutto il nuovo ingranaggio è un chiaro portato di condizioni fisiche, ci stupiremo che la materia tecnica venga in primo piano quando si tratta, per i padri coscritti, di dettare le norme in tutti questi difficili e complessi campi? Evidentemente, no; non ce ne stupiremo affatto.

Oltre tutto vediamo, per la classe al comando, un grande vantaggio che il discorso, dopo averlo condotto dai temi dello spirito e delle sue dignità a quello degli interessi economici, si sposti dalle valutazioni troppo strettamente economiche a quelle tecniche, cheassurgono a nuove «santità» superiori e ineccepibili. In materia di economia occorre ben scrivere cifre di entrata e di uscita, e per abile che sia divenuto il linguaggio dei bilanci e degli articoli di legge (il latinorum di don Abbondio a Renzo era, al paragone, limpido come acqua di fonte) si finisce col non poter dissimulare il movimento dei benefizi, l’indirizzo di casa di chi guadagna e di chi perde. Sono belle entità e nozioni della moderna scienza delle finanze il patrimonio nazionale ed il reddito medio del cittadino, ma dove stanno mai di casa? Quel tale Marx, omaccio impossibile, non si mise forse a calcolare con le cifre ufficiali che più il paese è ricco, più le classi non abbienti di esso sono fregate? E con tanto dissertare su investimenti ed impieghi di capitale e di lavoro, su inflazioni e deflazioni, su disavanzi ed avanzi, il cittadino completamente enfoncé non seppe configurare che un solo soggetto economico generale, e lo chiamò Pantalone, quello che versa sempre dove c’è da rimettere, e quando c’è da spartire contempla, stordito, quelli che ci sanno fare.


Con la tecnica è un’altra cosa; e queste storie di cattivo gusto di vedere chi ha fatto l’affare e chi è stato fregato sono messe da parte. La tecnica, che credete? è scienza! La scienza, è scienza; quattro e quattro fanno otto, e non c’è altro da dire; sicché quando una faccenda sta in regola con la tecnica, e specialmente poi con quella aggiornata ai più recenti ritrovati, il vantaggio è per tutti, e honny soit qui mal y pense!

Non era difficile alla grazia ed allo spirito santo aleggiare in egual misura sui grandi e sui piccini; e lo stesso riuscì abbastanza bene alla grandezza e alla libertà delle Patrie e alla dignità civile delle moderne Istituzioni. Ma l’Economia e la Finanza, la Moneta e il Capitale, il Credito pubblico e la Ricchezza Nazionale, trovano non pochi fastidi quando devon provare che, come la Morte in Orazio, aequo pulsant pede divitum aedes pauperumque tabernas; bussano con egual colpo alla villa del ricco e alla stamberga del misero…

La Tecnica invece pretende di essere un valore assoluto, al di fuori di ogni «partita doppia»; fate una strada, una ferrovia, un porto, un elettrodotto, e così via, giusta i dettami della scienza tecnica; e la coscienza dei reggitori è in regola: indiscutibilmente, tutti e ciascuno, singoli e popolo, al di fuori del vieto concetto di classe, hanno realizzata una conquista.

Al di sopra, o signori, di ogni divisione di partito e di classe, abbiamo attuato opere civili e costruito novelli impianti; lasciate da parte le divergenze pur rispettabili di opinioni e di ideali, i contrasti di particolari interessi, tutti gli onesti plaudono entusiasti e commossi! Questo discorso si sente o si legge cento volte al giorno da tutti i lati dell’orizzonte e da governi e gerenti di tutti i colori e sapori. E noi? Stiamo coi disonesti.

Ebbene, mai il ciarlatanismo, il corbellamento del proprio simile, il gabellamento più sfrontato delle menzogne, hanno attinto così alto livello, come in questa epoca in cui siamo «scientificamente» governati giusta i canoni della «tecnica». Non hanno al loro attivo tante balle, tante truffe, gli stregoni delle prime tribù, i sacerdoti delle innumeri divinità e chiese che la storia registra, i filosofi, gli illuminati o gli esaltati della romanticheria liberale, gli sgonfioni ottocenteschi di tutti i comizi elettorali e di tutte le sedute parlamentari che riempivano la testa degli ascoltatori di pistolotti infiammati e di tirate sentimentali, gli amministratori prebellici riformisti, che vantarono di avere saputo scendere nel vivo delle questioni sociali e dei problemi concreti, studiando dettagli di ripartizione di vantaggi economici, perseguendo miglioramenti di remunerazioni e assistenze di ogni genere; quanto gli attualissimi maneggioni della pubblica cosa, che giustificano ad ogni passo il loro operato proclamando di aver fatto debitamente vagliare, al lume imparziale ed obiettivo della tecnica, le loro decisioni.

Non vi è potente fregnaccia, che la tecnica moderna non sia lì pronta ad avallare, e rivestire di plastiche verginali, quando ciò risponde alla pressione irresistibile del capitale e ai suoi sinistri appetiti. Il divario tra «ideologi» e «tecnici» dalle file della borghesia si rifletteva in quelle dello stato maggiore degli organismi operai. In Italia la borghese «intelligenza» compiva coi vari «quaderni» e riviste la grande accostata dai problemi una volta prediletti nella sfera letteraria, filosofica, artistica, e storica al vecchio modo, verso gli studi economici, statistici, e la messa a fuoco delle questioni concrete. Cominciava la indigestione di questo aggettivo, vero parvenu nella retorica. Agricoltura, industria, commercio venivano studiati con aria professionale, e gli intellettualoidi scoprivano condegnazione che il bipede uomo mangia, beve, lavora e produce, e gettavano sguardi tra i complicati dispositivi e attrezzaggi che a tali basse cose provvedono, per assodarne i difetti e proporne le riforme: urgenti, impellenti, inderogabili tutte; di cui non tardava a formarsi una elencativa di rito, buona succedanea alla serie di «communes loci», ossia di squarci tutti fatti, che ogni oratore di professione sapeva a memoria e sciorinava al momento buono, al tempo dei lunghi baffi e dell’abito a due code.

Ed i socialisti del tempo pretendevano essere in prima fila: per battere la borghesia e i suoi partiti, dicevano, dobbiamo mostrare che noi siamo i veri realizzatori, che nelle nostre file, tanto più che molti di noi vengono dalla gavetta del campo o dell’officina, vi sono i «preparati» alle soluzioni tecniche concrete. Un’altra cosa per somma ingenuità mostravano, ossia che alla supremazia tecnica ne seguiva una morale, in quanto gli uomini del partito proletario, in comuni, mutue, cooperative, banche operaie persino, e in mille altri enti, non solo davano saggio di ottima amministrazione, ma anche di assoluto disinteresse e moralità, appagandosi di bassi stipendi e vietando qualunque irregolarità, favore e preferenza. Supremazia che l’affarismo delle classi dominanti lasciava loro con viva soddisfazione, sviluppando il suo movimento tra i poderosi carrozzoni e i protezionismi smisurati, di cui il sistema sociale italiano dette, non appena chiuso il romanzo della libertà, esempi storici da primato.

 Per tal via si sarebbe ottenuta la fiducia e la solidarietà delle masse, non dei soli lavoratori ma di tutti i «liberi e sani italiani» e la classe capitalista sarebbe stata battuta nelle…elezioni.  Gli esponenti di tale movimento, i cui nomi ancora ricorrono come quelli di amministratori «modello» — i Caldara, i Filippetti, gli Zanardi, i Greppi, ecc. — che tenevano buone rosse città come Milano, Bologna, Verona, Novara e via, contestavano all’ala sinistra del partito, che del riformismo si dichiarava nemica, di pascersi di vuota ideologia e di dottrina sterile, e la deridevano come già superata e passatista.

Queste «due anime» del socialismo tra loro lungamente lottarono, e la rottura esplose quando la guerra mondiale venne a portare un vento di tempesta sulle acque chete del bonario, sorridente, inerme riformismo. Affondate in breve ora le sue flotte di barchette di carta, quasi tutti i suoi seguaci passarono sui sinistri e blindati vascelli del combattimento borghese e nazionalista.

Qui non si tratta di raccontare una volta ancora l’aspra vicenda, ma di trascorrere alla attuale, successiva a due guerre universali, ripresa del concretismo e del tecnicismo, nei partiti proletari. La classica posizione della sinistra radicale marxista non ha più praticamente una rappresentanza organizzata. Noi non abbiamo il compito di costruire, ma quello di distruggere, di abbattere determinati ostacoli! Non solo il capitalismo ha da tempo costruito quanto a noi basta ed avanza come base «tecnica», ossia come dotazione di forze produttive, sicché il grande problema storico non è — nell’area bianca — di crescere il potenziale lavorativo, ma di spezzare le forme sociali di ingombro alla buona distribuzione ed organizzazione delle forze ed energie utili, vietandone lo sfruttamento e il dilapidamento; ma lo stesso capitalismo ha troppo costruito e vive nella antitesi storica: distruggere, o saltare.

Ma mentre la nostra «distruzione» spazzerà via non forze di lavoro massive, bensì strutture, anzitutto armate e politiche, di privilegio e di sfruttamento, l’autodistruzione bestiale necessaria alla longevità capitalista taglia dalla radice forze utili e feconde, prima quella della specie umana; sebbene questa trionfalmente risponda cantando, traverso il bavaglio e i ceppi della oppressione di classe, l’inno irresistibile alla vita e alla rivoluzione, con settantacinquemila animaletti in più che ogni giorno allignano sulla crosta dello sferoide terrestre. Col loro miagolio incosciente faranno i conti, alla fine, i «valori dello spirito» e le «risorse della modernissima tecnica».

Vediamo invece i partiti di sinistra ostentare di scendere nel concreto, impegnarsi alla collaborazione, proclamarsi costruttivi e paladini del benessere collettivo e della ricchezza del paese, nonché della emulazione nel mondo, accodarsi alla «ricostruzione», la più oscena delle commedie, in cui gli attori della troupe tecnica sono stati condotti sul palcoscenico, non appena ne erano usciti quelli monturati e tinnanti del cretinismo militare.

Ma in questa ondata verso la tecnica i caratteri sono mutati radicalmente rispetto a quelli del riformismo antebellico. Opportunisti e controrivoluzionari erano quelli di allora, e sono questi di oggi, ma mentre quelli pagavano il diritto di trattare gli estremisti da sognatori e magari da sgonfioni (taluni ve ne erano), con uno sforzo di preparazione alle gestioni di dettaglio e di quotidiana onesta sgobbata negli uffici di segretari, commissari, assessori o altro; gli odierni se ne strafregano di tutto questo. Storcono sì il muso alle superate «quistioni di principio» e si vantano praticoni e tornacontisti, ma hanno deposto ogni ulteriore scrupolo e non valgono come tecnici tre soldi falsi, mentre riterrebbero ingenuo e comodo al gioco degli avversari anche il rinunziare a far soldi quando si sono messe le grinfie sulle pantaloniche casse, o il tenere larghezza di onorari e lusso di sedi e di privata vita al di sotto di quanto si verifica nel campo borghese.

Le forze della conservazione possono facilmente deridere «i quadri» della classe nemica. Una volta davano ad essi le due anime in perpetuo conflitto: una era quella dell’ignorante fanfarone, l’altra quella dello sgobbone diligente e corretto. Ormai, sempre più, lo sgonfionismo demagogico, l’asinità e la ladreria concorrono a formare un’anima sola. Qualcuno della esigua ma insopprimibile corrente marxista integrale scriverà la trattazione di questa nostra chiara tesi: siamo in un periodo storico non di avanzata, ma di piatta decadenza e rinvilimento della scienza e della tecnica ufficiale, di basso ciarlatanismo nella dottrina e nella applicazione; e con elenco di fatti inoppugnabili dedotti da tutti i gangli della moderna organizzazione e dai loro effettivi legami e ingranaggi smentirà la facilona, corrente opinione che le solite cifre diffondono, con i ben noti mezzi pubblicistici di imbonimento dei crani, sul preteso vertiginoso crescere in quantità e qualità delle «attuazioni» in tutti i campi.

È un simile processo di decadenza degenerativa in contrasto col pauroso aumento di materiali energie a disposizione dei gruppi dominanti, ed è esso un processo storicamente nuovo? Per nulla affatto; è anzi un processo ovvio e inevitabile, ogni volta che una grande forma storica e sociale è cresciuta a dismisura, e ne urge la distruzione rivoluzionaria, la catastrofe terminale.

Alle opere gigantesche, ciclopiche, grandiose, di semplicità che supera nella sua potenza i millenni e millenni, seguono a grande distanza nelle capitali degli imperi orientali ed egizi assurti a dominio e ricchezza incommensurabile, dimore di re e di signori straricchi in cui, tra il debordare dello sfarzo, il gusto si è depravato e corrotto in lascivie e in dettagli che la storia stessa dimenticherà. La potenza dei primi monumenti greco-romani parla ancora da ruderi imponenti, mentre sono crollate le case degli Alcibiadi e i palagi degli ultimi Cesari, le «domus aureae», in cui la immensità delle risorse aveva seminato ori, porpore, gioielli, impianti depravati di lenocinio dell’arte e dei costumi. E nel corso della civiltà medioevale, mentre al principio altissime svettano le cattedrali gotiche, capolavori che anche in linea tecnica oggi darebbero da pensare all’imitatore, si van cancellando le ultime leziosità seicentesche del ricchissimo barocco, cui re e papi recenti dedicarono ben altre risorse economiche di quelle delle prime modeste comunanze cittadine, dei primi quasi poveri cavalieri della feudalità.

La superricchezza e la superpotenza del capitalismo possono oggi stupire nel facile culto del kolossal, o nella imbecille ammirazione per l’americanata, ma all’indagatore che sappia e saprà giungere al fondo dei fatti, sono evidenti le manifestazioni diffuse ovunque di corruzione, di vuotaggine, di cafonismo, di leggerezza ignorante e ciarlatana, di inconsistenza asinesca che circola con tutti i marchi dei diplomi universitari e delle più conosciute ditte specialiste.

Occorre per questo uno studio della moderna tecnica, fatto con vastità di visione, senza nulla chiedere al singolo chiericozzo cui è affidato un banco nello spaccio della bestia trionfante, per il determinato settore in cui gli altri, legati da uno stesso patto più ferreo di quello delle antiche chiesuole e cappelle, sono impegnati a non entrare e a non indagare, contro eguale vantaggio per la propria piccola sacrestia. Sarà il caso di limitarsi a qualche minimo spunto, col quale può permettersi di gettare uno sguardo nel retroscena di taluno dei grandi e piccoli concilii, sinodi e sillabi del superscientifico, del progreditissimo mezzo Novecento.

* * *

I dischi volanti. Con tutta la dovizia di istituti di ricerca e di reti di segnalazione e di informazione, che vengono a raccontare con particolari infiniti ogni più scema cosa, dalle incursioni per i reggiseni e gli assorbenti al conflitto tra fautori del pigiama e della camicia da notte, non è possibile a questo mondo di sapienti assodare, non solo che cosa sono, ma se ci sono. Facevano più presto al tempo della scolastica ad assodare il quid e il quod sul padreterno in persona. Una sfera che volasse, come le prime mongolfiere, si vede da qualunque direzione come un perfetto cerchio: invece le attuali macchine per volare, dirigibili o aeroplani di ogni tipo, hanno forme di limitata simmetria, e sotto diversi angoli e durante un percorso fatto in tempo brevissimo si mostrano in prospettive assai diverse, e quindi ogni fedel minchione ormai li ravvisa. Ma un disco, o piatto, o scodella, o saliera (ci sei, cerebralissima età) si può solo in una speciale direzione vedere tutto tondo, in un’altra quasi retto, e in tutte le altre apparirebbe come una lente convessa. La forma quindi è proprio quella per cui, senza tante differenziazioni, è a tutti facile raccontare di averla vista, o… immaginarsi di averla vista.
I dettagli poi possono esserci: sono più o meno lucenti e raggianti, lasciano o meno una scia di fumo o di luce, salgono, scendono, e poi schizzano via. Meccanicamente tale macchina, dopo la attuazione del razzo a lancio di gas o reattore, può essere pensata senza essere Leonardo. Se lungo l’orlo della salsiera (pardon, non saliera; saucer èla scodellina per la salsetta, e non vorremmo passare da ciucci in ogni centro intellettuale americano da ottomila abitanti) disponiamo tanti tubi da razzo inclinati un poco in basso, e di inclinazione anche mutevole sull’orlo, potremo avere una rotazione di un anello che circoscrive il veicolo, una spinta dal basso in alto per vincere la gravità, e a comando una spinta di traslazione.
Ed allora, signora tecnica moderna, fateci in fabbrica un piatto volante e mostratelo anche al fesso qualunque. Sapremo allora come illuminarci. Nel tempo della tenebra e dell’ignoranza non fecero molto attendere a dare una stessa versione per tutti sulla unità e trinità, sulla consubstanziazione, o sull’anima nel corpo femminile. Vorremmo dunque ufficialmente sapere, dato che tra l’altro viè una sezione culturale dell’ONU (ci sfugge il nome; si chiama forse salsiera non volante?), se i dischi sono veicoli venuti da Marte — ovvero V-2 tedeschi utilizzati da sovietici — ovvero armi che esperimentano gli USAovvero scariche elettriche che si verificano nell’atmosfera, del tipo dei fuochi di S. Elmo — ovvero serpenti dell’aria, parenti dell’ottocentesco serpente di mare. Noi intanto arrischiamo questo generale teorema: la forma sociale capitalistica è molto più adatta a darla da bere, che le forme sociali incivili che la precedettero, non in possesso del moderno pensiero critico.

Le auto americane. Quelli che sanno tutto traverso Digests e Selezioni ci dicono che ve ne è una ogni tre persone, che vi sono più cimiteri di macchine che di salme umane, che si fanno sul nastro e se ne produce una ogni tanti minuti e tante altre belle cose. Sebbene talune fabbriche siano state destinate a fare carri armati (vicenda parallela a quella delle fabbriche russe a doppio uso: trattori per l’agricoltura, o autoblinde innaffiatrici della morte) tutti considerano assodato che l’auto americana batte il primato non solo tra quelle del mondo intiero, ma tra tutte le realizzazioni della moderna industria meccanica.
La verità invece è che (sebbene un primato indiscusso ci sia, quello della pubblicità commerciale americana nell’appioppare ai compratori le cose più scadenti, inutili, e insopportabili a chi le avesse in regalo) gli americani, che pure formano il fertile terreno di quella seminagione reclamistica, sono schifatissimi delle automobili che presso di loro si fabbricano.
Le lagnanze dei Club automobilistici pervengono regolarmente alla Società degli Ingegneri automobilistici di New York. Anzitutto ogni anno si fa un nuovo modello, fregando il possessore di quello dell’anno prima, il cui valore sul mercato viene fatto piombare giù: il cafonetto provinciale dell’interno non vuole fare la figura che il cugino rinnova e lui no. Salasso. Poi, per vendere le macchine, si arredano dei più strani accessori col pretesto di renderle comode: i casi di guasto e di arresto si moltiplicano all’infinito: i pezzi di ricambio si vendono solo in date stazioni, e ogni anno ad arte si mutano. Fregata.
I tipi delle varie fabbriche non piacciono perché sono sempre più grossi e consumano troppo; nello stesso tempo la struttura è fragile, e una Ford del primo dopoguerra durava dieci volte di più marciando senza dar noie, perché allora non vi erano i supertecnici per lesinare sull’ultimo chilo di acciaio. Taluni accessori tradizionali, come le manette del gas e dell’anticipo presso il volante, utilissimi in dati casi di viaggi lunghi in zona gelida, non si fanno più; ben vero, chi li vuole paga un extra di 5000 lire; di 20.000 chi volesse il parasole, scomparso per la mania di abbassare il tutto, riducendo la visibilità in altezza del guidatore, che, dice un tecnico, se si trova su una via a montagne russe farà meglio a scendere e andare a piedi. Sarà un raro tecnico dai calli sensibili.

Carlsen, l’eroe del mare. Non fu possibile sapere quale prezioso carico sia andato a fondo con la Flying Enterprise, su cui il capitano e il nostromo rimasero dopo il sinistro e l’abbandono: armi segrete trovate in Germania, opere d’arte trafugate, nuovi apparati atomici: si è detto di tutto. Il capitano dichiarava: «Ci vengono affidati navi e carichi per milioni di dollari; non è una responsabilità che si possa abbandonare a cuor leggero». Altro mistero è stato quello del non aver voluto tagliare verso l’approdo francese di Brest più vicino, infilandosi col convoglio che rimorchiava il relitto nell’area del «mare bollente» all’imbocco della Manica, per raggiungere il porto inglese di Falmouth. Vi era il diritto del salvataggio sancito dal codice marittimo; è certo che Carlsen più che salvare la nave (impossibilia nemo tenetur) doveva rispondere di un altro risultato, e per esso ha rischiato la pelle: che non fosse salvata da soccorritori sgraditi.
Tra la ridda delle notizie una ne è venuta fuori: la nuovissima e lussuosa nave che Carlsen faceva tenere forbita come uno specchio, e doveva fare una traversata arcisicura, era a chiglia piatta. Una novità della tecnica, che nelle sue trovate inesauribili deride il passatismo e si burla delle tradizioni dei primi navigatori. Non sappiamo se i polinesiani hanno realizzato la loro migrazione dall’America del sud o dall’Asia: le loro flotte marciavano su una lunga linea di fronte a portata di voce e trasferivano in sedi ignote una razza che dicono simile alla nostra. Ma di sicuro si sa che la temeraria impresa fu possibile perché quei primitivi impararono a tagliare col fuoco la sagoma della piroga in tronchi di alberi giganti e di pesante legno, e adottarono la chiglia a spigolo vivo e tagliente, profonda nell’acqua, che conferisce stabilità e sicurezza. Perché mai il modernissimo cantiere della Flying ha adottato la chiglia piatta, propria del battello lacustre? Un giornale lo diceva in tutte le lettere: per ridurre il costo unitario di produzione. Il misterioso tesoro, che i navigatori antichissimi avrebbero trasferito da un continente all’altro in salvo col solo sussidio del comando «alla voce», malgrado le risorse meravigliose del radar, del telegrafo senza fili, di tutta la rete internazionale di soccorso oceanico, non ha evitato di essere inghiottito dall’abisso.
Abbiamo qui la chiave di tutta la moderna scienza applicata. I suoi studi, le sue ricerche, i suoi calcoli, le sue innovazioni, mirano a questo: ridurre i costi, alzare i noli. Sfarzo quindi di saloni specchi ed orpelli per attirare i clienti ad alto prezzo, lesina pidocchiosa nelle strutture spinte all’estremo del cimento meccanico e della esiguità di dimensioni e di peso. Questa tendenza caratterizza tutta la moderna ingegneria, dall’edilizia alla meccanica, ossia presentare con ricchezza, per «épater le bourgeois«, i complementi e le finiture che qualunque fesso sta all’altezza di ammirare (avendo anzi una apposita cultura da paccottiglia formata nei cinema e sugli illustrati in rotocalco) e scarseggiare in modo indecente nella solidità della struttura portante, invisibile e incomprensibile al profano.
Col finire del capitalismo, questo criterio della tecnica costruttiva che si presenta oggi nelle scuole e nei cantieri come eterna verità, finirà senza onore: il criterio che dice: far sopportare i massimi pesi e i massimi sforzi alle strutture del minimo peso e soprattutto del minimo costo possibile. Un’altra formula ipocrita integra le due prime: della minima durata possibile dati gli incessanti progressi! Fermatevi coi progressi, statevene alla sezione della piroga tracciata senza sapere la teoria dei vettori, e cominciamo da questo progresso generale: non tirate a fregare!

Le grandi inondazioni. Recenti sono le notizie di immani rotte fluviali in Italia, in Francia, negli Stati Uniti e dovunque. Qui, come venne in altra occasione mostrato, si è avuto un clamoroso fallimento della moderna tecnica. La tendenza economica capitalistica impone: alleggerite! Ma l’argine e la diga sono costruzioni che funzionano a gravità, devono essere pesanti il più possibile, e la relativa teoria, rispetto a quella di cui disponevano Leonardo da Vinci o i Mori in Spagna, si è svolta nel senso di determinare più alto il valore della spinta rovesciante di fronte e di sotto, a cui si ovvia (vedi grandi disastri storici come quello del Gleno)1 solo con l’aumento del peso bruto. Qui poco quindi si è guadagnato con l’uso delle opere metalliche e cementizie; innegabile è tuttavia il vantaggio dei moderni nei controlli meteorologici e pluviometrici, nella rapidità di comunicazione e trasporto, quindi nel prevedere i momenti critici, e nel provvedervi. I risultati sono invece negativi, ed essi si legano alla riluttanza dei macchinosi enti burocratici, specie dopo le disorganizzazioni dovute alle guerre, a compiere diligenti vigilanze e manutenzioni, in un campo in cui non ci sono attivi di speculazione palesi nel senso capitalistico.
Quello che avvenne lo scorso autunno sul Po doveva prevedersi dopo quanto era avvenuto sul Reno: ma si è in regime di ciarlatanismo, e alla insipienza tecnica confluiscono i metodi dei governi e delle opposizioni: dal momento che queste proclamano di voler collaborare e amministrare, la responsabilità della vergognosa disamministrazione è comune; e idiota risulta ogni polemica che voglia sfruttare i disastri politicamente, a meno che non giunga alla radice del fenomeno che sta nel sistema sociale e non nel fatto che al potere sia questo o quello dei capipartito.
Un ministro si è divertito a parlare alla radio dall’alto di un argine sistemato dai suoi funzionari (e meglio è dire dalle imprese, chescelgono, decidono e progettano in funzione del loro profitto e non d’altro, e poi posano le cartelle sui tavoli degli uffici, il che fa piacere, anche se sotto la prima copertina non vi è bustarella, all’insonnolito burocrate) e dopo una semplice occhiata disse che tutto era fatto bene, l’argine era più alto, e in ogni modo aveva ordinato di alzarlo di un altro metro. Napoleonici! Per avventura non sanno che i dati per stabilire la quota degli argini si deducono da rilevamenti fatti nel raggio di migliaia di chilometri (che oggi si chiedono al cartame e non al terreno) sicché essi sanno tanto poco quanto noi in questo momento se il tracimare e la rotta non avverrà in un tratto diverso, quando lì ove avevano portato il microfono l’acqua sia ancora un metro e mezzo sotto cresta; e quindi l’ordine dovrebbe essere di alzare in tutt’altra zona.
Perché sceglie l’impresa si capisce di leggeri: quando sceglie il ministro si salvi chi può. Se noi non abbiamo saputo tenere in briglia il vecchio Eridano, gli americani superattrezzati hanno fatto la stessa figura col Mississippi-Missouri: il bacino fluviale maggiore forse del mondo. Vantano di tenere in riga a colpi di telefono il bacino idroelettrico artificiale del Tennessee, aprendo e chiudendo dighe a monte e a valle e costringendo la massa d’acqua a non rovinare investimenti di capitale, e allo stesso tempo a regalare a milioni i kilowatt utili. Ma il Tennessee è una catinella, ed era facile progettarlo «de toutes pièces» in modo da non incappare in fesserie troppo grandi.
Col Mississippi la faccenda è un’altra, poiché si tratta di scoprire l’andamento del regime idraulico di forze naturali per la maggior parte non disciplinate; la variabilità degli elementi di precipitazione meteorica, di permeabilità dei terreni, di percorso e ampiezza degli alvei naturali, di estensione dei bacini secondari e principali, crea un problema teoricamente indecifrabile anche ai cervelli elettronici (sfuggiamo a quest’altra tentazione!) E quand’anche i sistemi di equazione fossero risoluti, e si trovassero le velocità, portate e quote di piena massima, in tutti i punti nevralgici, le opere necessarie risulterebbero tanto grandi che lo stesso dollaro dovrebbe forse indietreggiare.
Si è allora ricorso, prima, al tentativo di disciplinare spostare e dilazionare, o anticipare al caso, lo sciogliersi dei grandi nembi piovaschi segnalati, con mezzi elettrici o atomici: ma in un bacino estesissimo ciò è illusione. Poi la ingegneria americana ha cercato di provvedere con un procedimento sperimentale. È stato fatto un immenso modello del bacino geografico dei due grandi fiumi. Esso occupa un milione di metri quadrati (sì! un milione, ossia un chilometro quadrato, essendo ridotto duemila volte più piccolo per le lunghezze, e quindi quattro milioni di volte in superficie rispetto al «vero»). Le segnalazioni di 1500 stazioni serviranno di base per «riprodurre» con acqua artificialmente versata, in piccolo, il movimento reale di tutti gli affluenti, laghi naturali, serbatoi di raccolta e di guardia, compresi nell’immensa area.
Queste notizie sono date da fonte seria, dal Castelfranchi, e riferiscono che sono in corso i lavori per il modello: è chiaro che si deve fare un movimento di terra enorme per riprodurre nella sua conformazione esterna e nella sua naturale qualità geologica, a scala ridotta, tutto il paese: oltre un terzo degli Stati!
Non trovando indicato il costo del modello di Vicksburg ci azzardiamo a presumerlo: supera i dieci miliardi di lire italiane. Saremo abbastanza sfacciati e malevoli per affermare che si deve trattare di una enorme ciarlatanata, per far spendere ad imprese, non diciamo i dieci miliardetti del modello, ma i miliardi e miliardi di dollari che verranno fuori per arginature, dighe e collettori calcolati con quel sistema. Sebbene vi siano dei precedenti, a quanto sembra, del modellismo in tale campo, il nostro rilievo si fonda su questo. Ammesso che si sappiano riprodurre distanze, quantità di acqua, e anche grado di porosità e scabrosità dei terreni e dei letti di alvei, con corrispondenza buona la scala delle altezze ha dovuto però essere forzata, altrimenti sarebbe venuta fuori una zona piatta, in pratica. Portandola all’l:100, ossia venti volte maggiore, si avranno dislivelli apprezzabili nel modello, e le più alte montagne vi figureranno di qualche diecina di metri. Ma allora le «pendenze» del terreno risultano tutte forzate di venti volte, sia nei campi di sgrondo delle piogge, sia nelle figure di sezione dei letti ed alvei. Allora, le velocità e le portate che si rileveranno sperimentalmente dal modello, saranno a nostro avviso ancora meno attendibili di quelle invano chieste alla troppo complessa analisi matematica teorica. Infatti, e non possiamo qui tecnicizzare oltre, le velocità e le portate non variano già «in proporzione» delle pendenze di deflusso, ma in modo assai complicato, e nelle formule di idraulica si tiene conto dell’area e perimetro della sezione bagnata, le cui relazioni sono deformate in un modello non omotetico. Sarà un discutere alla cieca, ma si può porre la mano sul fuoco che anche qui si tratta di una boiata gigante.

I grandi canali nell’Asia. Altro argomento che meritò attenzione furono le notizie sulle colossali opere idrauliche che l’Unione Sovietica ha progettato nei bacini del Volga, del Don, del Dnieper, e soprattutto dell’Amu Daria. Le prime sarebbero già prossime ai loro risultati nel campo idroelettrico, agrario, e della navigazione interna, e sebbene vastissime non danno tanto da pensare quanto l’ultima accennata che, se anche intrapresa, richiederà lunghissimi anni. Si osservava che l’Aral, come il Caspio, è un mare interno; tra i due vi è un dislivello di una ottantina di metri, ma nella comunicazione correrebbero acque ad alto grado di salsedine inadatte all’agricoltura e forse al macchinario per l’energia coi metalli finora impiegati. Ed allora si trattava di fermare lo sbocco del gran fiume Amu Daria prima dell’entrata nell’Aral, mandando nel gran canale d’Asia centrale le sue acque dolci. Veniva fatto di chiedere se anche una tale soluzione, dottrinariamente suggestiva, non avrebbe causato variazioni del livello dei due mari interni, e se se ne potevano calcolare le conseguenze (non crediamo con un modello anche lì) anche sul clima e l’abitabilità, oggi già difficile, di quelle plaghe semidesertiche.
Una successiva notizia ancora più grandiosa veniva a dare forse una risposta, non certo al nostro povero dubbio. Con altro immenso taglio si sarebbero condotte fino all’Aral le acque nientemeno che del siberiano fiume Jenissei (ancora più lontano dell’Obi), che ora vanno verso il mare glaciale, e invece affluirebbero al centro dell’Asia liberandolo dalla aridità di milioni di anni. Di un simile taglio si vedeva facilmente la lunghezza in migliaia di chilometri, e si affermava che la massima altezza sullo spartiacque col bacino del mar glaciale non superava alcune centinaia di metri: gli scavi sarebbero immensi, inauditi.
Noi non sappiamo se gli ingegneri sovietici abbiano battute lequote vere sul profilo di quel taglio ciclopico futuro, ove tra fiumi foreste e aree inesplorate potrebbe forse sorgere perfino dinanzi a loro qualche montagna ignota. Siamo colpiti da una coincidenza con un procedere «classico» della progettazione in clima capitalistico. Quando sorge una difficoltà non contemplata che rende un primo progetto, se non inattuabile, almeno enormemente più costoso, la ricetta non è rinunziare al progetto o lasciare a mezzo il lavoro: questo avviene caso mai sotto l’effetto di altre cause economiche; che gli stanziamenti siano stati tutti divorati, e gli esecutori non abbiano più gloria e oro da tirarne fuori. La ricetta è semplicissima: si fa un progetto più vasto, assai più vasto, che chiude il primo nel suo nuovo e più ampio cerchio, e calcola e prevede le opere assai maggiori, in cui sarà la risposta alla constatata impossibilità materiale del primo schema.
È forse possibile che i disegnatori di quei piani immensi, resisi conto che il canale Amu Daria-Caspio, teoricamente ammissibile, poteva portare non immensa fertilità ma siccità carestia o epidemia intorno all’Aral, sconvolgimento della umidità e temperatura, abbiano calcolato che può esservi un rimedio adducendo all’Aral acque di sostituzione e andandole a prendere — nientemeno — nei bacini sterminati dei fiumi siberiani.
Un prestito, una anticipazione sulla generazione futura. Il singolo possessore privato di capitali esordisce, alla scala molecolare, col prestito «a babbo morto». Nel macrocosmo spettacoloso dell’alto capitalismo contemporaneo, tecnici, economisti, condottieri politici, chiudono a tutti noi la bocca col sempre più grandioso, e spiccano tratte poderose sulla umanità dell’avvenire. Ma un liquidatore si avanza. Il suo nome è: rivoluzione.

Il grattacielo dell’ONU. Se gli Ebrei, popolo eletto a sfottere gli altri, hanno inventato la storiella della Torre di Babele, l’hanno ben trovata. Essa si è riprodotta ai tempi nostri quando si è trattato di erigere sull’East River, a New York, l’ultrapalazzo sede degli uffici delle Nazioni Unite. Ha 5.400 finestre, e solo per pulire i vetri il superstato mondiale spende all’anno 63.000 dollari ossia 50 milioni italiani.
Furono convocati venti architetti di quindici diverse nazioni, e altro che confusione delle lingue! Il verticalista razionalista (?) Le Corbusier la vinse sul prossimo a morte naturista Wright, che scrisse: coltivate erba dove volete fare il grattacielo… Disegnato il velario di 97 metri di base per 165 di altezza su 40 piani, spesso pochi metri tra le due testate chiuse, e con le due grandi facciate tutte vetrate, Le Corbusier trionfò; ma dovette accapigliarsi con lo Svedese, l’Inglese e il Russo che gli dimostrarono che un simile parallelepipedo sarebbe stato un forno di estate e una ghiaccera d’inverno, a meno di non spendere in un impianto di aria artificiale una cifra annua di milioni di dollari. Allora il Le Corbusier avrebbe proposto di «avvolgere» tutta la costruzione in una doppia parete esterna di vetro e acciaio, tenendo le finestre «effettive» chiuse in sempiterno, e facendo circolare nella intercapedine una corrente di aria fredda o calda. La pianta uomo in serra. Ma questa fodera non è stata eretta, e si va avanti con il condizionamento, una delle più eleganti prese in giro contemporanee, che ha eliminato una vecchia illusione: qualcosa che non si paghi esiste, ed è l’aria che si respira.
Non dobbiamo essere soli ad essere un po’ tocchi, se un certo Lewis Mumford, critico tecnico del non rivoluzionario «New Yorker» ha saputo scrivere: la costruzione di Corbusier e colleghi è un fragilissimo risultato estetico, simbolo non dell’età moderna, ma di un’epoca di traballanti finanze e di speculazioni su larga scala. Ma appunto! precisiamo noi, l’autentica età moderna.
Il fatto è che, sebbene i suoli delle grandi città, per riflesso dell’assurdo economico che sta alla base del concentramento capitalista, e della demenza urbanizzatrice, abbiano raggiunto valori folli, al punto che (in un’area come quella) forse in un locale vi è venti volte più spesa di suolo che spesa di costruzione di primissimo rango, in materiali e lavoro, e quindi «conviene» a questo regime di classe il verticalismo bestiale; la pratica ha provato che tutti gli innumeri «impianti tecnologici» che arredano un moderno fabbricato: acqua, gas, luce, energia, riscaldamento, condizionamento, ascensore, telefoni, ecc. ecc. non funzionano bene oltre dieci o dodici piani, e per un maggiore campo di azione si bloccano troppo spesso, lasciando tutti senza i servizi, sicché è convenuto avere per tutti questi rami una centrale autonoma per ogni gruppo di piani. Ed allora il palazzo dell’ONU non è una unità, non è un edifizio, non merita il nome di «opera» nel senso classico: sono quattro edifizi banalmente poggiati l’uno sull’altro, con la sola conseguenza che le fondamenta e le ossature del primo lavorano stupidamente a sopportare un peso quattro volte maggiore. Se da tutti gli angoli della terra i fessi, noi fessi, abbiamo pagato per questo, ci sarà lieve pensare che la società di domani apporrà sul mostro luccicante al sole una scritta: qui è il simbolo di una umanità cogliona.

Il criminale cemento armato. Nel dire corna del contemporaneo svolto della tecnica non abbiamo affatto voluto implicitamente concedere che uno scorno equivalente non tocchi, in questa alta era capitalista, alla letteratura, all’arte in tutte le sue manifestazioni. La moderna intelligenza, anche in tutto questo, paurosamente, decade. Di tutte le arti la più prossima al nostro tema è l’architettura, e se ne sentono ad ogni passo dire corna per la sua freddezza, nudità, sterilità; per la scatoleria cassettiforme e la linearità scheletrita. Di tutto questo, volendo forse fare un carico alla inesorabilità del determinismo, si incolpa un solo imputato, un criminale della tecnica, il cemento armato.
Volete un titoletto tra i tanti? Non macchiare il volto del paesaggio italiano. Bellezza e natura condannate da Sua Maestà il cemento armato. Tutt’al più il determinismo potrebbe essere trovato vago parente con quella scuola che in edilizia si chiama della funzionalità: ilconcetto del resto ricorre in tutti campi della tecnologia. Ci si preoccupa solo della utilità, della rispondenza del complesso da costruire alle sue funzioni effettive, se ne fanno i calcoli, le piante, le sezioni, e si adottano le dimensioni trovate senza preoccuparsi dell’effetto estetico finale. Questa teoria sostiene che quanto è utile è anche bello, come i muscoli e gli arti del cavallo da corsa danno, in moto e in riposo, la massima eleganza ed armonia di linea al corpo dell’animale.
Un architetto strettamente funzionale allora, come del resto i primi costruttori di portici e di archi dalle cui commessure di travate e di massi lapidei sorsero i «moduli» degli stili classici, non disegna prospetti né forma plastici; dimensiona, foggia e mette insieme le materie che gli servono, e ad opera compiuta soltanto arretra e contempla l’effetto.
Se si applicasse con tale criterio la teoria statica del cemento armato, o di altre strutture, ma soprattutto del primo in quanto i suoi elementi non vengono dall’industria fissi, in misure «standard», ma si plasmano a volontà nella forma ideata pel getto, si vedrebbero scaturire strutture e membrature movimentate, curve, slanciate, a sezioni mutevoli, in una fecondità senza limiti. Gli aggetti, gli sbalzi, che realizzati con la antica muratura a pietra da taglio nei monumenti insigni destano la meraviglia nelle descrizioni, come quella di Hugo per Notre Dame de Paris, fiorirebbero facili e nuovissimi dai fianchi delle costruzioni, archi audaci e sottili diverrebbero possibili, nuove sagome come per incanto sorgerebbero…
La rigorosa verticalità deriva dall’uso del materiale tradizionale, dal cumulo di pietre che lavorano solo resistendo bene alla pressione normale, tanto che già fu audacia andare dalla piramide a base immensa all’edifizio prismatico. Se col ferro la Torre Eiffel si poggiò sulle sue quattro sguaiate gambe ottocentesche, col cemento armato sarebbe facile farla sbocciare da una base larga quanto la sua punta. Il conglomerato innervato dai tondi di acciaio, potendo resistere a sforzi di ogni direzione, svincola le costruzioni dalla schiavitù dell’estetica prismatica, ogni volta che ciò sia necessario ed utile. 
 Il colpevole non è dunque il nuovo materiale, o le regole della sua meccanica matematica da cui si traggono volta per volta le prescritte misure esecutive. Colpevole è il tornacontismo speculativo, il conto economico in termini mercantili, che vuole ridurre la spesa di esercizio per esaltare il profitto, ridurre quella di impianto per alleggerire l’anticipazione e l’interesse passivo. Il calcolatore del cemento armato non è dunque il deus ex machina del moderno mondo delle costruzioni. Egli è un povero ruffiano che deve vendersi nelle più diverse direzioni, e la dittatura è in due mani. Un poco in quella dell’architetto e decoratore che deve attirare l’acquirente borghese e parvenu nelle sue sensibilità sempre più distorte e deformate, mostrargli effetti di bassa scenografia fino alle massime poesie del locale ove depone gli escrementi, e per ottenere tanto con economia del conteso spazio dei quartieri alla moda stringe le stanze e abbassa i piani, e comprime le membrature di cemento armato — proprio quelle che permettevano di fare come gioco da bambini locali immensi cui le antiche foreste non potevano trovare travi e le murature consentire volte di grande corda e di ridotta saetta — in incredibili angustie e passaggi obbligati. L’altra dittatura, la decisiva, appartiene all’imprenditore capitalistico che vuole, siamo lì ancora, abbassare il costo. Allorché costui fabbrica per vendere direttamente vuole fare lo stesso edifizio con poco ferro e poco cemento, e le sezioni vanno resecate all’osso.
Quando l’impresario lavora a misura, perché il pubblico paga, allora avanti tutto impone alla «scienza» di provare che bisogna appesantire e ingrossare pilastri o travi o altro, perché la massa della commessa aumenti, e poi perché nelle forme massive il costo della unità di misura è minore, e maggiore il margine di guadagno. Infine impone per economia delle forme e dei magisteri la uniformità, la standardizzazione dei tipi, e se venti membrature sono in venti condizioni meccaniche diverse, se le fa calcolare tutte compagne. Così il triviale cubo è nato e trionfa.

* * *

Una serie di esempi, isolati e incompleti, sono bastati a provare che cosa è oggi la scienza applicata alla tecnica: venale, elastica, capace di tutte le risposte e di tutti i mutamenti di bandiera. Se il confessore rispondeva diversamente al povero bifolco che avesse sottratto un pane, o al signore che avesse violentato ed ucciso, dimostrando che la morale religiosa si lasciava trarre elasticamente da tutte le parti, non dobbiamo pensare minimamente che il sistema contemporaneo, nato dal trionfo della ragione e dell’esperienza, abbia nel nuovo sacerdote, che chiamiamo specialista, esperto, tecnico o scienziato, creato un arnese migliore.

Gli àuguri antichi sorridevano quando si incontravano per la strada. I moderni hanno una opposta consegna, che per loro è quistione di pagnotta: sanno reciprocamente quanto sono bestie e bugiardi, ma ostentano di prendersi sul serio tra di loro. L’età capitalista è più carica di superstizioni di tutte quelle che l’hanno preceduta. La storia rivoluzionaria non la definirà età del razionale, ma età della magagna. Di tutti gli idoli che ha conosciuto l’uomo, sarà quello del progresso moderno della tecnica che cadrà dagli altari col più tremendo fragore.

Note

Proprietà e capitale Pt.7

In questo numero riportiamo, per la chiara comprensione dello sviluppo di questo studio, tutto l’indice dei capitoli; e inoltre i riassunti degli ultimi quattro capitoli che non furono dati nel numero 1 della nuova serie.

Indice dei capitoli
  • 1. — Le rivoluzioni di classe. Tecnica produttiva e forme giuridiche della produzione (Serie I, nr. 10).
  • 2. — La rivoluzione borghese. L’avvento del capitalismo e i rapporti giuridici di proprietà (Serie I, nr. 11).
  • 3. — La rivoluzione proletaria. I termini della rivendicazione socialista
  • 4. — La proprietà rurale. La rivoluzione borghese e la proprietà sui beni immobili (Serie I, nr. 12).
    Nota: Il preteso feudalismo nell’Italia meridionale (idem).
  • 5. — La legalità borghese. L’economia capitalistica nel quadro giuridica del diritto romano (Serie I, nr. 13).
    Nota: Il miraggio della riforma agraria in Italia (idem).
  • 6. — La proprietà cittadina. Il capitalismo e la proprietà urbana di edifizi e suoli (Serie I, nr. .14).
    Nota: Il problema edilizio in Italia (Serie II, nr. 1).
  • 7. — La proprietà dei beni mobili. Il monopolio capitalistico sui prodotti del lavoro.
  • 8. — L’intrapresa industriale. Il sistema aziendale basato sullo sfruttamento dei prestatori d’opera e lo sperpero sociale del lavoro.
  • 9. — Le associazioni tra imprese e monopoli. Necessaria derivazione del monopolio dal gioco della pretesa libera concorrenza.
  • 10. — Il capitale finanziario. Intraprese di produzione e di credito e ribadito parassitismo economico di classe.
  • 11. — La politica imperialistica del Capitale. I conflitti tra gruppi e stati capitalistici per la conquista e il dominio nel mondo.
  • 12. — La moderna impresa senza proprietà e senza finanza. L’appalto e la concessione, forme anticipate della evoluzione capitalista presente.
  • 13. — L’interventismo e il dirigismo economico. Il moderno indirizzo di economia controllata come maggiore soggezione dello Stato al capitale.
  • 14. — Capitalismo di Stato. La proprietà statale, accumulazione per l’iniziativa dell’impresa capitalistica. Impresa senza proprietà e senza finanza.
  • 15. — La formazione dell’economia comunistica. Condizioni del trapasso dal capitalismo al comunismo ed esempi di manifestazioni anticipate delle nuove forme.
  • 16. — L’economia russa. Presenza ed azione in parte dissimulata di interne ed estere imprese capitalistiche.
  • 17. — Utopia; scienza; azione. Unità, nel movimento proletario rivoluzionario, della teoria, dell’organizzazione, e dell’azione.

Nel N. 1 della Serie II sono i riassunti dei capitoli dal N. 7 al 13.

Riassunto degli ultimi quattro capitoli

14. Il capitalismo di Stato

Distinzione fondamentale nella descrizione della economia capitalistica moderna è quella tra: proprietà — finanza — intrapresa. Questi tre fattori che si incontrano in ogni azienda produttiva possono avere diversa o unica pertinenza e titolarità.

La proprietà riguarda gli immobili in cui lo stabilimento ha sede: terreni, costruzioni, edifizi, con carattere immobiliare. Produce un canone di affitto che, depurato delle spese «dominicali», dà la rendita. Possiamo estendere questo fattore anche alle macchine fisse, agli impianti o ad altre opere stabili senza alterare la distinzione economica, ed altresì a macchine mobili, o attrezzi diversi, col solo rilievo che questi ultimi sono di rapido logorìo ed esigono un più frequente rinnovo con una rilevante spesa periodica (ammortamento) oltre che una costosa manutenzione. Ma qualitativamente è lo stesso per le case e gli edifizi e anche per i fondi agrari, essendo respinta dai marxisti la tesi che esista una rendita base propria della terra, che la fornisca al di fuori dell’opera umana. Quindi elemento primo: proprietà che produce reddito netto.

Il secondo elemento è il capitale liquido di esercizio: con esso vanno ad ogni ciclo acquistate le materie prime, e pagati i salari dei lavoratori, oltre a stipendi, spese generali di ogni genere e tasse. Questo denaro può essere messo fuori da un speciale finanziatore, privato o banca nel caso generale, che non si occupa di altro che di ritirare un interesse annuo a dato saggio. Chiamiamo tale elemento per brevità finanza e la sua remunerazione interesse.

Il terzo caratteristico elemento è l’impresa. L’imprenditore è il vero fattore organizzativo della produzione, che fa i programmi, sceglie gli acquisti e resta arbitro dei prodotti cercando di collocarli sul mercato alle migliori condizioni, ed incassa tutto il ricavo delle vendite. Il prodotto appartiene all’imprenditore. Col suo ricavo si pagano tutte le varie anticipazioni dei precedenti elementi: canoni di fitto, interessi di capitali, costi di materie prime, manodopera ecc. Resta tuttavia in generale un margine che si chiama utile di intrapresa. Quindi terzo elemento: impresa, che produce profitto.

La proprietà ha il suo valore che si chiama patrimonio, la finanza il suo che si denomina capitale (finanziario) e infine anche l’impresa ha un valore distinto e alienabile derivante, come suol dirsi, se non da segreti e brevetto di lavorazione tecnica, da «accorsamento», «avviamento», «cerchia di clientela», e che si considera legato alla «ditta» o «ragione sociale».

Ricordiamo anche che per Marx alla proprietà immobiliare corrisponde la classe dei proprietari fondiari, al capitale di esercizio e di impresa la classe dei capitalisti imprenditori. Questi sono poi distinti in banchieri o finanzieri ed imprenditori veri e propri: Marx e Lenin mettono in totale evidenza l’importanza dei primi col concentrarsi dei capitali e delle imprese, e la possibilità di urti di interessi tra i due gruppi.

Per bene intendere che cosa si voglia indicare colla espressione di Stato capitalista e di capitalismo di Stato, e con i concetti di statizzazione, nazionalizzazione e socializzazione, va fatto riferimento alla assunzione da parte di organi dello Stato di ciascuna delle tre funzioni essenziali prima distinte.

Non dà luogo a grave contrasto, anche con gli economisti tradizionali, che tutta la proprietà fondiaria potrebbe divenire statale senza che con ciò si esca dai limiti del capitalismo e senza che i rapporti tra borghesi e proletari abbiano a mutarsi. Sparirebbe la classe dei proprietari di immobili, e questi, in quanto indennizzati in numerario dallo Stato espropriatore, investirebbero il denaro divenendo banchieri o imprenditori.

Nazionalizzazione della terra o delle aree urbane non sono dunque riforme anticapitalistiche: ad esempio già attuata in Italia è la statizzazione del sottosuolo. L’esercizio delle aziende si farebbe in affitto o concessione, come avviene per le proprietà demaniali, miniere, ecc. (esempio dei porti, docks).

Ma lo Stato può assumere non solo la proprietà di impianti fissi ed attrezzature diverse, bensì anche quella del capitale finanziario, inquadrando ed assorbendo le banche private. Questo processo è completamente sviluppato in tempo capitalista prima col riservare la stampa della moneta cartacea che lo Stato garantisce a una sola Banca, poi coi cartelli obbligatorii di Banche e la loro disciplina centrale. Lo Stato può quindi più o meno direttamente rappresentare in una azienda non solo la proprietà ma anche il capitale liquido.

Abbiamo quindi gradatamente: proprietà privata, finanza privata, impresa privata — proprietà di Stato, finanza ed impresa privata — proprietà e finanza di Stato, impresa privata.

Nella forma successiva e completa lo Stato è titolare anche della impresa: o espropria ed indennizza il titolare privato, o nel caso delle società per azioni acquista tutte le azioni. Abbiamo allora l’azienda di Stato in cui con denaro di questo sono fatte tutte le operazioni di acquisto di materie e pagamenti di opera, e tutto il ricavo della vendita dei prodotti va allo Stato stesso. In Italia sono esempio il monopolio del tabacco, o le Ferrovie dello Stato.

Tali forme sono note da tempo antico e il marxismo ha ripetutamente avvertito che in esse non vi è carattere socialista. Non è meno chiaro che la ipotetica integrale statizzazione di tutti i settori dell’economia produttiva non costituisce l’attuazione della rivendicazione socialista, come ripete tanto spesso la volgare opinione.

Un sistema in cui tutte le aziende di lavoro collettivo fossero statizzate e gestite dallo Stato si chiama capitalismo di Stato, ed è cosa ben diversa dal socialismo, essendo una delle forme storiche del capitalismo passato, presente e futuro. Differisce essa dal cosiddetto «socialismo di Stato»? Con la dizione di capitalismo di Stato si vuole alludere all’aspetto economico del processo e alla ipotesi che rendite, profitti ed utili passino tutti per le casse statali. Con la dizione di socialismo di Stato (sempre combattuta dai marxisti e considerata in molti casi come reazionaria perfino rispetto alle rivendicazioni liberali borghesi contro il feudalismo) ci si riporta all’aspetto storico: la sostituzione della proprietà dei privati con la proprietà collettiva avverrebbe senza bisogno della lotta delle classi né del trapasso rivoluzionario del potere, ma con misure legislative emanate dal governo: nel che è la negazione teorica e politica del marxismo. Non può esservi socialismo di Stato sia perché lo Stato oggi non rappresenta la generalità sociale ma la classe dominante ossia la capitalista, sia perché lo Stato domani rappresenterà sì il proletariato, ma appena l’organizzazione produttiva sarà socialista non vi sarà più né proletariato né Stato, ma società senza classi e senza Stato.

Dal lato economico, lo Stato capitalista è forse la prima forma da cui si mosse il moderno industrialismo. La prima concentrazione di lavoratori, di sussistenze, di materie prime, di attrezzi non era possibile ad alcun privato, ma era solo alla portata del pubblico potere: Comune, Signoria, Repubblica, Monarchia. Un esempio evidente è l’armamento di navi e flotte mercantili, base della formazione del mercato universale, che per il Mediterraneo parte dalle Crociate, per gli oceani dalle grandi scoperte geografiche della fine del secolo XV. Questa forma iniziale può riapparire come forma finale del capitalismo e ciò è tracciato nelle leggi marxiste della accumulazione e concentrazione. Riunite in masse potenti dal centro statale, proprietà, finanza e dominio del mercato sono energie tenute a disposizione della iniziativa aziendale e del dominante affarismo capitalista, soprattutto con i chiari fini della sua lotta contro l’assalto del proletariato.

Per stabilire quindi la incolmabile distanza tra capitalismo di stato e socialismo, non bastano queste due correnti distinzioni:

  • a) che la statizzazione delle aziende sia non totale ma limitata ad alcune di esse, talune volte a fine di esaltare il prezzo di mercato a benefizio dell’organismo statale, talune altre a fine di evitare rialzi di prezzi eccessivi e crisi politico-sociali;
  • b) che lo stato gestore delle poche o molte aziende nazionalizzate sia tuttavia lo storico stato di classe capitalista, non ancora rovesciato dal proletariato, ogni politica del quale segue gli interessi controrivoluzionarii della classe dominante.
    A questi due importanti criteri occorre aggiungere gli altri seguenti, non meno importanti per concludere che si è in pieno capitalismo borghese:
  • c) i prodotti delle aziende statizzate hanno tuttavia il carattere di merci, ossia sono immessi sul mercato ed acquistabili con danaro, da parte del consumatore;
  • d) i prestatori d’opera sono tuttavia remunerati con moneta, restano dunque lavoratori salariati;
  • e) lo stato gestore considera le varie imprese come separate aziende ed esercizi, ciascuna con proprio bilancio di entrata ed uscita computate in moneta nei rapporti con altre aziende di stato e in ogni altro, ed esige che tali bilanci conducano ad un utile attivo.

15. La formazione della economia comunista

È preferibile la dizione di produzione e meglio ancora di organizzazione comunista, e non di economia comunista, per non cadere nell’equivoco della scienza borghese che definisce fatto economico ogni processo che non attiene semplicemente alla produzione col lavoro umano ed al consumo per i bisogni umani, ma che contiene una direzione ed una «spinta» verso il conseguimento di un vantaggio in una operazione di scambio, escludendo quindi quanto sia fatto o per coazione o per spontanea socialità.

È inesatto che i marxisti dopo la critica superatrice dei sistemi utopisti (non perché troppo fantastici ma perché sempre cattive copie dell’ordinamento capitalistico) abbiano rifuggito dalla concreta spiegazione dei caratteri della organizzazione futura.

È ben chiaro che ogni movimento rivoluzionario precisa anzitutto alle masse le forme tradizionali che vuol distruggere, essendosi oramai reso evidente che esse sono puri ostacoli ad un miglioramento, già attuale colle raggiunte risorse di tecnica lavorativa. Quindi, ad esempio: abolizione della schiavitù, della servitù feudale. La nostra formula è: abolizione del salariato, e abbiamo dimostrato come sia solo una parafrasi quella di abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione; e anche la rivendicazione espressa negativamente (cap. III) sia più completa ed includa: abolizione della proprietà sui prodotti, del carattere di merci dei prodotti, della moneta, del mercato, della separazione tra aziende, e (si deve aggiungere) della divisione della società in classi e dello Stato.

La abolizione della separazione tra le aziende serve a ben ricordare come diversa sia la visione marxista di una unica associazione produttiva, da quella di un complesso di autonome associazioni di gruppi di produttori, che scambiano e contrattano tra loro, e di cui siano arbitri i gruppi o consigli di produttori. Questa è una ideologia di produttori-proprietarii ed è comune alle più diverse scuole da noi criticate (Proudhon, Bakunin, Sorel, e anche: mazziniani, cristiani sociali, «ordinovisti»). Una tale formola è già nella regola, per i tempi veramente grandiosa, di San Benedetto.

Quindi il «piano unico centrale», che tende ad essere mondiale, è elemento caratteristico della organizzazione comunista di lavoro e di consumo.

Avendo noi stabilito che un piano unico dello stato odierno, per quanto centralizzato ed esteso a federazioni e unioni interstatali con disciplina unitaria della produzione e distribuzione, resta del tutto capitalistico, va ristabilito l’insieme dei caratteri che definiscono una organizzazione sociale non più capitalistica.

Avendo contestato che la presenza di aziende statali autorizzi a dire che la società è divenuta socialista, ovvero che «è parte socialista, parte capitalista» ; e contrapponendo a tale valutazione dei recenti fenomeni economici, del tutto attesi, quella che si tratta della concentrazione della proprietà, della finanza, del capitale, del mercato, parallela alla concentrazione della forza politica, militare, poliziesca del capitalismo ed espressione dell’antagonismo rivoluzionario; occorre ben stabilire quale è la via del processo di sviluppo che permette di riscontrare organizzazione comunista, ad uno stadio dato.

La giusta tesi non è questa: tutto è capitalismo più o meno concentrato o frammentato, liberale o dittatoriale, liberista o pianificato, fino alla violenta rivoluzione che spezzi lo stato politico borghese ed innalzi quello della dittatura proletaria. Da tal momento soltanto, settore per settore, cominceremo a vedere forme organizzative comuniste prendere il posto delle capitaliste, ed avremo quindi una economia, parte capitalista parte comunista, in rapida trasformazione. In realtà la urgenza di superare antiche forme di produzione non si presenta nella nostra accezione solo come rivendicazione ideale, ma come concreta evidenza che condanna le forme antiche e mostra il rendimento infinitamente superiore delle nuove, anche prima della rivoluzione politica.

Ad esempio la schiavitù cade per le rivolte degli schiavi, ma prima di ciò, e prima che lo stato la ripudii, si rende evidente che le aziende a base di lavoro di schiavi entrano in crisi, e prosperano sia piccole che medie aziende di produttori liberi o che assoldano salariati. Il feudalismo vacilla perché, a suo tempo, le scoperte tecniche e meccaniche mostrano come si abbiano prodotti con sforzo minore dalle prime manifatture e aziende agrarie con lavoratori liberi, che nei mestieri artigiani e nelle campagne feudali. Quindi in pieno regime feudale già vi è una parte sempre maggiore della produzione che è impiantata capitalisticamente.

Deve dunque essere possibile riscontrare nel capitalismo avanzato i saggi di organizzazione futura comunistica, che non sono nelle aziende statali in quanto tali, ma in speciali settori.

Si può prendere l’esempio della posta, che divenne servizio statale ben prima della rivoluzione borghese. Solo il signore privato strapotente poteva avere per ogni messaggio un apposito corriere a piedi o a cavallo. Quella delle poste sulle vie maestre sorse come industria per trasporto di persone e cose, e solo dopo di corrispondenza. Ma solo in primo tempo fu gratuito tale servizio; presto lo si rese pagabile dal destinatario, che tuttavia poteva rifiutare e il plico e la tassa. Era chiaro che un simile servizio non era sicuramente attivo. La invenzione del francobollo rimediò a tutto: il servizio fu ovunque e per sempre statale, ma mercantile.

Altre più complesse esigenze e scoperte conducono oltre. Il telegrafo può essere allo stesso modo a pagamento, ma non la radio: è stato ritenuto che il canone dei radioabbonati è una imposta, non un prezzo. Gratuito è il servizio di ascolto delle radio non nazionali. Gratuito e volontario è divenuto quello delle segnalazioni dei radioamatori in casi di pericoli o naufragi.

Fin dai primi scritti del 1844 Engels, nel far risaltare che base del mercantilismo concorrentistico è il monopolio, rileva la giusta teoria degli economisti classici: ha valore ogni cosa suscettibile di essere monopolizzata. Così l’aria atmosferica è più vitale del pane, ma non potendo essere monopolizzata non ha valore, e non la si paga. Si dirà allora che la natura la fornisce in quantità illimitata.

Vi sono tuttavia esempi in cui il limite non si può porre nemmeno a prestazioni artificiali. Gli ospedali per traumatici raccolgono chi si rompe una gamba. Ma non respingono chi appena uscito si rompa l’altra. Il servizio di estinzione incendi non solo è gratuito, ma non subordina il suo intervento ad eventuali precedenti salvataggi nello stesso luogo o per la stessa persona. Vi sono quindi dei servigi non mercantili e illimitati. Del resto lo sono il passaggio per le strade pubbliche e il bere alla fontana stradale etc, non toccando qui il punto delle imposte.

Si può osservare che il pompiere e l’infermiere sono pagati a salario e in moneta, e quindi il settore non è esempio di rapporto comunistico.

Ricorrendo allora all’esempio dell’esercito, vediamo una comunità i cui componenti sono tenuti a data attività, non sempre distruttiva, e non remunerati con danaro ma con somministrazioni in natura, in certo senso non limitate.

Non vi è rapporto tra l’impegno di attività, sia essa militare o civile, di un determinato reparto rispetto ad un altro, e la quantità di munizioni nel senso generale, comprese quelle da bocca, le divise, i mezzi di trasporto e via, che essi consumano a carico della centrale «intendenza».

Sono dunque evidenti e possibili attività umane organizzate in dati casi senza compenso in denaro; in altri senza alcuna proporzione tra consumo di sussistenze, e opera data o prodotto; in altri senza la esigenza che azienda per azienda debba entrare più moneta di quella che esce. Anzi le più vaste e moderne esigenze della vita collettiva possono essere soddisfatte soltanto uscendo dai criteri mercantili e tornacontistici che si potrebbero chiamare «criteri di bilancio». Nella lotta, ad esempio, contro le calamità naturali come epidemie, inondazioni, terremoti, eruzioni, non solo non si chiede remunerazione ai salvati, ma con disposizioni centrali si cerca di mobilitare l’opera di tutti gli abitatori validi presenti nella zona, senza compenso, e le sussistenze ed altre provvidenze sono distribuite a chiunque e senza prezzo.

Non dovrebbe correre dubbio che la «civiltà» capitalistica, che dopo la sua fase di gigantesco potenziamento della produttività dell’umano lavoro, prende a funzionare come produttrice in serie di distruzioni, conflitti, guerre sterminatrici anche dei non combattenti, va oggi trattata come un sinistro, un permanente disastro che ha investita tutta la superficie terrestre.

In conclusione nella attività organizzata presente esistono attività e «servizi» la cui struttura fa capire che il comunismo non solo è attuabile, ma è necessario e storicamente imminente, ma detti esempi non vanno cercati nella «statizzazione» delle aziende produttive, industriali, o terriere, bensì in quei casi in cui si è superata la «equazione mercantile» tra lavoro speso e valore prodotto, per attuare la superiore forma di gestione e disciplina «fisica» delle operazioni umane e sociali, non rappresentabile in partita doppia e in attivo di bilancio, diretta razionalmente secondo il miglior utile generale attraverso progetti e calcoli, in cui non entra più l’equivalente moneta.

16. Fasi della trasformazione in Russia dopo il 1917

Una simile storia economica non è stata scritta, e non vi sono dati tali da poterne fare, anche da parte non di un autore ma di una apposita organizzazione di ricerca indipendente (termine che nella attuale fase ha perduto ogni senso concreto), un tracciato esauriente, comparabile a quello dato da Marx della nascita e vita del capitalismo inglese ed europeo in generale. Anzitutto i poteri della vittoriosa classe capitalistica non nacquero né ermetici né esoterici, e nel primo periodo non avevano interesse a mascherare i dati di fatto della loro economia, che ingenuamente credevano «naturale» ed eterna: il marxismo trovò quindi in Inghilterra non solo teorie economiche che si erano spinte ad un livello notevole, da cui hanno poi precipitosamente rinculato, ma soprattutto materiali immensi genuini. Ciò che oggi non è possibile per la Russia.

Occorre mettere a base la dispersione del fondamentale equivoco del modellismo. Giusta è la dottrina che la rivoluzione politica, la prima battaglia campale proletaria, può e deve essere sferrata nel punto di minore resistenza storica, e poco importa che la Pietrogrado 1917 fosse capitale di un paese meno sviluppato della Francia al tempo della Comune di Parigi. Non occorre affatto abbandonare tale terreno ben solido per i comunisti rivoluzionari, per deridere la posizione di quelli che dicevano: siete stati in Russia? dunque fate propaganda della prova dell’esperimento che il comunismo come organizzazione produttiva può funzionare ottimamente.

Lenin ha detto e scritto cento volte che anzitutto un modello isolato non è affare marxisticamente serio, ma poi che per andare avanti con passo travolgente nell’attuare socialismo occorreva prendere Berlino, Parigi e Londra. Il che non fu. Ed allora occorre vedere chiaramente i fatti economici e le posizioni programmatiche sociali nei varii periodi, rivendicando quelle dei bolscevichi dal 1903 al 1917 e dal 1917 al 1923 circa, dimostrando controrivoluzionarie nel senso operaio le posizioni del governo russo da allora in poi, e sempre più gravemente nelle fasi: distruzione del gruppo rivoluzionario bolscevico — alleanza colle potenze capitalistiche occidentali, Germania prima, anglo-americani dopo — fase attuale di propaganda collaborazionista di classe in tutti i paesi e alla scala mondiale.

  • 1. Il sorgere del capitalismo russo in zone limitate si deve ad iniziativa dello Stato feudale e non al potente formarsi di una indigena borghesia (1700-1900).
  • 2. Nella fase in cui la Russia era la sola nazione europea non governata dalla borghesia, il che impediva un diffondersi della produzione capitalistica nell’immenso territorio, era giusto che il proletariato e il suo partito rivoluzionario si addossassero i problemi di due rivoluzioni immediatamente saldate. Politicamente risultò la Russia il paese più favorevole per la tattica del disfattismo rivoluzionario in guerra (1900-1917).
  • 3. Le misure sociali nel periodo immediatamente successivo alla conquista del potere da parte del partito proletario non potevano che essere empiriche e transitorie, anziché «modelli di propaganda», essendo compiti preminenti il battere le forze controrivoluzionarie: a) feudali — b) borghesi, democratiche e degli opportunisti interni — c) esterne, non tamponando indefinitamente gli interventi armati, prospettiva storica illusoria, ma attaccando con la rivoluzione di classe interna le metropoli borghesi.
    Come Lenin descrisse, il quadro economico russo era un misto di tutte le forme economiche: premercantili (comunismo primitivo, signoria e teocrazia asiatica, baronato terriero) ; mercantili (capitalismo industriale, commerciale e bancario, proprietà privata terriera libera) ; postmercantili (prime attuazioni di comunismo «di guerra», ossia di «guerra sociale», come pane, casa, trasporti gratuiti nelle grandi città, e simili). Già in tale quadro transitorio, le statizzazioni di fabbriche, aziende e banche, e di poderi agrari sono misure rivoluzionarie sì, ma di rivoluzione capitalistica. Così lo sono le requisizioni di grano senza compenso, fatte con la forza a carico di contadini rapidamente divenuti da servi della gleba produttori autonomi. Fecero cose analoghe le rivoluzioni borghesi: la storia lo mostra (1917-1921).
  • 4. Lenin disse tutto questo duramente al momento della N.E.P., Trotsky che condivideva le sue direttive spiegò che era socialismo con la contabilità capitalista; in effetti è proprio il tipo di contabilità che definisce la forma economica. La giusta espressione marxista era: capitalismo con contabilità capitalista, ma con registri tenuti dallo Stato proletario. Si ebbe il libero mercato e commercio, la libera produzione artigiana e piccolo borghese e la libera piccola e media coltura della terra: tutte forme mature ad erompere, ma fino allora soffocate dalla impalcatura governativa feudale-zarista. Una valvola sociale rivoluzionaria fu aperta.
    Nella prospettiva di Lenin il pericolo di questa svolta era chiarito senza sottintesi: formazione di una classe e di una accumulazione capitalista, inevitabile sulla trama della libertà di mercato. Lenin pensava che la rivoluzione proletaria in occidente avrebbe fatto più presto. Solo allora le misure dispotiche ulteriori di intervento nel corpo dell’economia russa potevano prendere indirizzo socialistico (1921-1926).
  • 5. Abbandonata la prospettiva della rivoluzione politica nei paesi capitalistici, la pretesa teoria del socialismo in un solo paese, e gli interventi centrali del potere dello Stato nel senso di reprimere le forze della piccola e media coltura agraria, commercio, industria, impedendo che divenissero forze politiche, sono esempi di capitalismo di Stato, senza il minimo carattere proletario e socialista. La generale maturità della tecnica che in un certo senso è patrimonio internazionale, e quindi l’avvio di un capitalismo e di un industrialismo a grado di produttività tecnica enormemente superiore a quello con cui esordì in Inghilterra, Francia, Germania, America, abbreviarono le tappe della concentrazione e della accumulazione.
    Lo Stato che aveva avuto nascita come Stato del proletariato vincitore si involse in Stato capitalista e si costituì — sola via per arrivare alla produzione per grandi aziende — in datore di lavoro del proletariato industriale russo e in larga parte di quello agricolo: la sua politica da quel momento non ha la dinamica dei rapporti colla classe proletaria dei paesi capitalisti ma quella dei rapporti con gli Stati borghesi, siano essi di alleanza, di guerra o di contrattazione.
  • 6. Nella situazione che si è così originalmente determinata sussiste in pieno la capitalistica economia di mercato e di azienda. La difficoltà di trovare il gruppo fisico di uomini che sostituiscono quella borghesia che non si è formata per via spontanea, o in quanto formata sotto lo zarismo venne distrutta dopo l’Ottobre 1917, è difficoltà grave solo agli effetti del modo di pensare democratico e piccolo borghese di cui decenni e decenni hanno avvelenato la classe operaia i pretesi suoi maestri. Mano mano che l’azienda e l’impresa borghese divengono, da personali, collettive e anonime, e infine «pubbliche», la borghesia, che mai è stata una casta, ma è sorta difendendo il diritto della totale eguaglianza «virtuale», diventa «una rete di sfere di interessi che si costituiscono nel raggio di ogni intrapresa». I personaggi di tale rete sono svariatissimi: non sono più proprietari o banchieri o azionisti, ma sempre più affaristi, consulenti economici, business-men. Una delle caratteristiche dello svolgimento della economia è che la classe privilegiata ha un materiale umano sempre più mutevole e fluttuante (il re del petrolio che era usciere, e così via).
    Come in tutte le epoche, tale rete di interessi, e di persone che affiorano o meno, ha rapporti con la burocrazia di Stato, ma non è la burocrazia; ha rapporti coi «circoli di uomini politici», ma non è la categoria politica.
    Soprattutto, in tempo di capitalismo tale rete è «internazionale» e oggi non vi sono più classi borghesi nazionali, ma una borghesia mondiale. Vi sono bensì gli Stati nazionali della classe capitalistica mondiale.
    Lo Stato russo è oggi uno di questi, ma con una sua particolare origine storica. È il solo infatti uscito da due rivoluzioni saldate nella vittoria politica ed insurrezionale; è il solo che ha ripiegato dal secondo compito rivoluzionario ma non ha ancora esaurito il primo: di fare di tutte le Russie un’area di economia mercantile. Con i conseguenti profondi effetti sull’Asia.
    La via più rapida per fare questo, senza di che con gli altri Stati nazionali non si può né lottare — né fornicare — con successo, è quella dello Stato padrone di terra e capitale, la più feconda e calda incubatrice di un giovane vigoroso mercantilismo ed «impresismo».
    Chiave della critica marxista è che il capitalismo non riduce a zero forze produttive col limitatissimo consumo di plusvalore che fanno i padroni di azienda, ma colla distruttiva e bestiale gara tra aziende e tra gruppi di succhioni (o anche di vanesii) che ognuna di esse allatta: nell’anatomia della società russa, dove non è molto comodo andare a introdurre il bisturi, tale fenomeno parassitario non solo è vivo e vitale, ma al massimo della virulenza.

Utopia, Scienza, Azione

Con le espressioni di socialismo (scientifico), comunismo (critico), si intende da tutti il complesso di una interpretazione del processo dei fatti sociali umani, della aspettazione e rivendicazione che il processo futuro presenti dati caratteri, della lotta che conduce la classe lavoratrice per giungervi e dei metodi di essa lotta.

In ciò è implicita l’affermazione che si può in grandi tratti stabilire le linee dello sviluppo avvenire, e nello stesso tempo che occorre una mobilitazione di forze per favorire ed affrettare tale sviluppo.

Se tutti questi aspetti sono in modo espressivo nel marxismo, tanto che da quando fu formulato anche coloro che non lo hanno accolto devono fare ad ogni piè sospinto i conti con esso, tuttavia in forma sia pure non organica si presentano in tutti i «sistemi» precedenti.

Lasciando da parte questioni astruse, come il considerare una comune illusione di teorici, autori, propagandisti, militanti di partito di ogni colore, quella che valga la pena di influire sugli eventi sociali, studiarne lo sviluppo e battersi per esso, rileveremo che ogni manifestazione di attesa del futuro, ogni lotta per «cambiare le cose», presuppone una certa esperienza e nozione del passato e delle situazioni presenti, e d’altra parte ogni studio e descrizione del passato e dei fatti che ci circondano non ha mai avuto svolgimento se non per arrivare in certo modo a previsioni plausibili e pratiche innovazioni. Occorre limitarsi a constatare che è stato così per tutti i movimenti reali, senza abbordare in partenza (ossia metafisicamente e vanamente) i soliti rompicapi di finalismo o meccanismo.

Esseri, uomini e gruppi indifferenti a sapere «dove si andava» o a cercare di mutare la direzione del moto, sono sempre stati altrettanto inetti alle seduzioni di una ricerca freddamente conoscitiva e descrittiva, che metta agli atti i risultati senza curarsi di altro e senza utilità alcuna dell’archivio. Se fosse possibile solo fare la fotografia della realtà e del mondo, non bisognerebbe andare oltre alla prima fotografia: quando se ne raccoglie una serie, vuol dire che si cercano regole di uniformità o disuniformità tra i varii clichés impressi, e se si fa questo è per dire in certo modo che cosa rileverebbe una foto successiva, prima di averla fatta.

I gruppi umani sono anzi partiti da tentativi di sapere il futuro prima di avere edificati sistemi anche iniziali di conoscenza della natura e della storia di passati eventi. Il primo sistema è la tradizione ereditaria di nozioni che riguardano come premunirsi da inconvenienti, pericoli, cataclismi; viene dopo la registrazione anche embrionale di fatti e dati contemporanei e trascorsi. La cronaca nacque dopo la prammatica. Lo stesso istinto degli animali, che si riduce ad una prima forma di conoscenza quantitativamente bassa, regola il comportamento su eventi futuri da evitare o facilitare: uno studioso della materia ne dà questa bella definizione: «l’istinto è la conoscenza ereditaria di un piano specifico di vita». Ognuno che forma e possiede piani, lavora su dati del futuro. Tanto meglio se prendiamo l’aggettivo specifico come collegato a «specie», ossia non un piano determinato, ma un «piano per la specie». Volando attraverso tutto il ciclo, il comunismo è la «conoscenza di un piano di vita per la specie». Ossia per la specie umana.

Nella accezione utopistica il comunismo voleva elaborare il futuro dimenticando o trascurando il passato e il presente. Il marxismo dette la più completa e definitiva critica dell’utopia come piano o sogno di un autore o di una setta illuminata, che sembravano dire: giunti noi, il problema è risolto, come lo sarebbe stato se fossimo giunti, collo stesso piano, mille anni prima.

Secondo il marxismo tutti i sistemi di pensiero e di idee, religiosi o filosofici, non sono prodotto di singoli cervelli, ma espressione sia pure informe dei dati di conoscenza di una certa epoca sociale ordinati al fine delle sue regole di comportamento. Non sono cause ma prodotti del movimento storico generale. Nel loro succedersi si trovano ad essere invecchiati, ossia riflettono nelle loro formulazioni le condizioni antiche, e in altri casi ad essere anticipatori, ossia ad essere effetto del decomporsi di quelle vecchie forme e dei loro contrasti, talché esprimono il futuro. Così al tempo schiavista la rivendicazione davanti alla legge e al costume che un uomo non doveva essere proprietà di un altro, prendeva la forma misteriosa della eguaglianza delle anime davanti al dio unico. Ma ciò non avviene perché il dio si sia deciso a rivelarsi, bensì per la decomposizione e la non convenienza della produzione schiavista: i cristiani la applicheranno contro i negri quando ricompariranno le condizioni adatte, come molta terra libera a pochi occupatori, per effetto delle scoperte geografiche.

Comunque le tesi sulla unità di Dio e la immortalità dell’anima non sono emesse a caso, ma dicono con altre parole che è imminente il tempo in cui ogni lavoratore sarà libero nella persona. Per credenti, ideologi, giuristi è una conquista della persona umana, per noi è conquista venuta al suo tempo, di un nuovo più efficiente «piano di vita della specie».

Di conseguenza il marxismo, pur rendendo omaggio all’utopismo del secolo XVIII, che a sua volta espresse in modo approssimato una condizione matura, ne mostra la debolezza nel non saper collegare la fine dell’economia di proprietà privata, non solo di uomo su uomo, ma anche di uomo su lavoro d’uomo, alla compiuta evoluzione di una data forma sociale, il capitalismo.

L’utopismo è una anticipazione del futuro; il comunismo scientifico lo richiama alla cognizione del passato e del presente, solo perché del futuro non basta una anticipazione arbitraria e romantica, ma occorre una scientifica previsione; quella specifica previsione che é resa possibile dal pieno maturarsi della forma capitalistica di produzione, e che strettamente si collega ai caratteri di essa forma, del suo sviluppo, e dei peculiari antagonismi che insorgono in essa.

Mentre nelle vecchie dottrine il mito e il mistero furono espressioni della descrizione degli eventi precedenti ed attuali, e mentre la moderna filosofia della classe capitalistica vanta (con sempre minore risolutezza) di avere eliminati tali elementi fantastici dalla scienza dei fatti fin qui registrati, la nuova dottrina proletaria costruisce le linee della scienza del futuro, del tutto sgombre da elementi arbitrari e passionali.

Se una conoscenza generale della natura e della storia, parte di essa, è possibile, essa comprende, inseparabile da sé, la ricerca del futuro: ogni fondata polemica contro il marxismo non può stare che sul terreno della negazione della conoscenza umana e della scienza.

Qui si tratta non di dare tutto il quadro di un tale problema, ma di eliminare le deformazioni che pretendono di ammettere del marxismo l’analisi originale incomparabile della umana storia e della presente ossatura sociale capitalista, pervenendo poi per estinzione di calore a posizioni scettiche, agnostiche ed elastiche circa l’itinerario preciso dell’avvenire rivoluzionario, e la possibilità di averlo conosciuto e tracciato essenzialmente, fin da quando la classe proletaria è stata di fatto sulla scena sociale in masse efficienti.

Regolato il conto coi profeti, lo fu del pari con gli Eroi, che le vecchie concezioni della storia ponevano al sommo, tanto nella forma di capitani di armi, che in quella di legislatori e ordinatori di popoli e di Stati. Inutile anche qui dire che, come ogni sistema profetico, ogni gesta di conquistatori o di innovatori politici viene dalla critica marxista vagliata quale espressione o risultato che traduce effetti profondi dei «piani di vita» che si succedono, invecchiano, e si impongono.

La nuova dottrina quindi non può legarsi ad un sistema di tavole o testi, premessi a tutta la battaglia; come non può affidarsi al successo di un Capo o di una avanguardia combattente ricca di volontà e di forza. Profetizzare un futuro, o volere realizzare un futuro, sono posizioni entrambe inadeguate per i comunisti. A tutto ciò si sostituisce la storia della lotta di una classe considerata come un corso unitario, di cui ad ogni momento contingente solo un tratto è stato già svolto, e l’altro si attende. I dati del corso ulteriore sono ugualmente fondamentali e indispensabili quanto quelli del corso passato. Del resto gli errori e gli sviamenti sono egualmente possibili nella valutazione del movimento precedente, e in quella del movimento successivo: e tutte le polemiche di partiti e di partito stanno a provarlo.

Per conseguenza il problema della prassi del partito non è di sapere il futuro, che sarebbe poco, né di volere il futuro, che sarebbe troppo, ma di «conservare la linea del futuro della propria classe».

È chiaro che se il movimento non la sa studiare, indagare e conoscere, neppure sarà in grado di conservarla. Non meno chiaro è che se il movimento non sa distinguere tra la volontà delle classi costituite e nemiche e la propria, egualmente la partita è perduta, la linea smarrita. Il movimento comunista non è questione di pura dottrina; non è questione di pura volontà: tuttavia il difetto di dottrina lo paralizza, il difetto di volontà lo paralizza. E difetto vuol dire assorbimento di altrui dottrine, di altrui volontà.

Quelli che irridono alla possibilità di tracciare un grande itinerario storico a mezzo del corso (come avverrebbe per chi, avendo disceso il fiume dalla sorgente al mezzo, prendesse a disegnare la carta di esso fino all’oceano; induzione non inaccessibile alla scienza fisica geografica), sono portati o ad escludere ogni possibilità di influenza di singoli e gruppi sulla storia, o ad esagerarla, per quanto però riguarda una successione immediata.

Errori volontaristi furono nelle due grandi deviazioni revisioniste della fine ottocento e principio novecento. Il riformismo, pretendendo di conservare la dottrina classica come studio della storia e dell’economia, rifiutò come illusorio il tracciato del corso futuro, e si ridusse a lavorare su scopi di dettaglio e di breve respiro, da rinnovarsi di volta in volta. Il suo motto fu «il fine è nulla, il movimento è tutto»; ed esso equivale a dire: «i principii sono nulla, il movimento è tutto». In un tale indirizzo sorge il dubbio tra il fine di un vicino interesse della classe operaia, e quello dei suoi capi e dirigenti: tanto l’uno che l’altro possono trovarsi opposti al fine di classe lontano e generale. Qui l’opportunismo. L’altra scuola, il sindacalismo, rifiutò il determinismo, assumendo di accettare la dottrina della lotta di classe economica e il metodo violento, ma non politico: il che lo chiuse fuori dalla lotta per il corso generale di classe. Confluirono riformismo e sindacalismo nella degenerazione socialpatriottica.

Una degenerazione del tutto parallela è quella della terza internazionale e del partito russo nel secondo quarto del secolo attuale: abbandono della linea della finalità generale di classe, per seguire risultati prossimi, locali, mutevoli di fase in fase.

La questione dell’azione comunista, della strategia, della tattica o della prassi è la stessa questione, ossia quella del conservare la linea del futuro di classe, e questa questione viene posta da quando la classe proletaria socialmente appare. Che vi siano soluzioni diverse da tempo a tempo e da paese a paese non si contesta, ma in questo stesso succedersi di soluzioni vi deve essere una continuità ed una regola, abbandonata la quale il movimento travia. A questa luce le questioni di organizzazione, di disciplina, escono dal costituzionalismo di formule giuridiche, che connettono base, quadri, e centro, per impegnare il centro dirigente a non abbandonare la «regola» di azione, senza la quale non vi è partito e tanto meno partito rivoluzionario.

Quindi, se nessuno contesta che nelle nazioni in cui la borghesia doveva ancora rovesciare il potere feudale il proletariato non poteva non affiancarsi a tale lotta, la sinistra marxista volle si portasse a regola che nei paesi a potere capitalista non si potessero fare alleanze con frazioni della borghesia. Al tempo di Lenin la critica e la politica proletaria assimilarono a queste i partiti che, dicendosi operai, rifiutavano il postulato dell’azione violenta e della dittatura proletaria.

La sinistra nella terza internazionale dovette combattere, restando battuta organizzativamente, come nuova forma gradualista e possibilista quella del fronte unico coi partiti socialdemocratici: teoricamente ha avuto partita vinta nella previsione che tale metodo avrebbe condotto alla collaborazione con partiti, classi e Stati capitalistici ed imperialistici, e alla distruzione del movimento rivoluzionario.

Ciò basta a dimostrare che il partito e l’internazionale rivoluzionari non possono che avere un sistema rigido di regole di prassi, che i centri (ed i cosiddetti capi) non devono avere facoltà di trasgredire sotto pretesto di situazioni nuove ed imprevedute. O questa costruzione di regole da un gruppo di fondate previsioni sullo sviluppo dei fatti è possibile, e allora la sinistra aveva ragione; o così non è, ma allora non avrebbe solo torto la sinistra marxista, bensì sarebbe il metodo marxista ad essere caduto, in quanto ridotto ad una registrazione di meteorologia sociale e ad una difesa luogo per luogo e giorno per giorno di interessi contingenti delle categorie che lavorano, pretesa insufficiente a distinguersi da qualunque altro partito politico oggi in azione in qualunque paese.

La garanzia contro le ripetute, rovinose frane del movimento non sta mai in altro, che nella storica dimostrazione che esso risorga, non solo con affermata teoria marxista e determinista, ma con un corpo di norme di azione tratto dalla secolare esperienza accumulata, e soprattutto dal tirocinio utilissimo di insuccessi e sconfitte, riuscendo a tenersi al di fuori degli inconvenienti dovuti alle improvvise manovre, abilità, stratagemmi politici dei capi, che se occorre vanno senza posa rinnovati, e messi via come persone, appena vacillano e cadono in tale prassi degenere.

In altri testi fu mostrato come ogni risorsa statutaria o di regolamento per stabilire chi sta sulla grande linea storica è illusione: fino a che non si sostenga possibile convocare alla suprema ipocrisia delle consultazioni, forma squisitamente borghese, le successive generazioni storiche della classe: i morti, i viventi e i nascituri!

Come teoria del passato, del presente e del futuro poniamo a base il Manifesto del 1848, il Capitale, le opere critiche di Marx ed Engels soprattutto sul valore delle lotte per il potere e della Comune di Parigi, la restaurazione antirevisionista di Lenin e dei bolscevichi al tempo della prima guerra mondiale.

Come prassi tattica si può solidamente partire dal Manifesto, fermando il punto che molte rivoluzioni capitaliste erano da compiere ancora, e che in quel tempo nessun partito si chiamava operaio se non era sul terreno della lotta armata antiborghese. Che dopo, nel corso di un secolo, siano sorti partiti operai con programmi non solo costituzionali ma antirivoluzionari, non è un fatto nuovo della storia, ma una conferma del corso di previsioni che sul Manifesto si edificò.

Due passi del Manifesto ci basta premettere. I comunisti lottano bensì per raggiungere scopi immediati nell’interesse delle classi lavoratrici, ma nel moto presente difendono l’avvenire del movimento.

Ogni moto presente è per i deterministi un dato che non si può negare. Ma solo i comunisti apportano il dato di «difendere l’avvenire del movimento», ossia della classe lottante, e lottante per sopprimere le classi.

«I comunisti appoggiano in generale ogni moto RIVOLUZIONARIO contro le condizioni sociali e politiche esistenti». Due condizioni fanno riconoscere i moti rivoluzionari: essi usano la forza, spezzano la legalità; essi mutano i rapporti di potere delle classi. «I comunisti mettono sempre avanti la questione della proprietà, abbia essa raggiunta una forma più o meno sviluppata, come la questione fondamentale del movimento».

Questione della proprietà vale nei testi marxisti questione dell’economia, questione di classe: forme della proprietà vale rapporti di produzione.

Quindi la rivoluzione capitalista in Germania 1848 e Russia 1917 interessava i comunisti per due ragioni: primo, perché potesse dare avvio alla immediata rivoluzione proletaria europea; secondo, perché, anche nella ipotesi che il moto si arenasse alla rivoluzione borghese, questa sconvolgesse il fondo dei rapporti di produzione feudali e sganciasse l’irresistibile avvio delle forme moderni di produzione e scambio capitaliste e mercantili, al posto del sonno feudale.

Nel 1848, o nel 1917, o nel 1952, l’esistenza di un partito solido parimenti in dottrina, organizzazione e tattica è la sola garanzia che non si scambino quei due motivi, ragioni, scopi, di piena storica realtà, con un terzo fittizio e rovinoso: che anzitutto, e prima della specifica lotta di classe tra loro, borghesi e proletari abbiano una certa sfera di teoria ed azione comune, per i postulati di una pretesa umana civiltà, come sarebbero i varii ideologismi liberali, egualitari, pacifisti, patriottici.

Tutte le volte il movimento, non avendo colta la dialettica delle posizioni storiche, ha fatto naufragio in quella stessa palude.

Abbiamo trattato di Proprietà e Capitale perché fosse bene evidente che nell’epoca storica che viviamo, dopo caduto il feudalesimo non solo in Germania, Russia e Giappone, ma anche in Cina ed India, vi è una sola questione storica mondiale della Proprietà, ed è la questione del Capitale, della morte del Capitale, di cui va continuata a scrivere la storia avanti lettera.

Per scrivere questo corso, ancora una volta teoria ed azione, scienza storica ed economica e programma politico, procedono inseparabili. E guardando al punto di arrivo generale del movimento, nel tempo e nello spazio.

Decidono perciò sul falso comunismo e sullo stato russo non lo studio, del resto ovvio, della situazione economica oltre cortina, e dei relativi rapporti sociali, ma lo studio e la semplice constatazione della politica attiva di tale partito, di tale Stato.

In dati limiti di spazio e tempo la tesi di un vittorioso partito di dittatura operaia, occupato a far passare forme di proprietà feudale in forme capitaliste, non è marxisticamente assurda. Ma tale partito non LO NASCONDEREBBE, bensì proclamerebbe i propri scopi, come il Manifesto impose; di far scoppiare la rivoluzione nei paesi capitalisti classici, tenendo fino ad allora potere ed armi in pugno, per poi mettere al passo la trasformazione sociale.

Contro l’applicazione alla Russia d’oggi di una simile ipotesi sta la degenerazione della tattica dal 1923, la politica d’alleanza con Stati e partiti delle forme borghesi di produzione sui piani politici interni e internazionali e quello militare della seconda guerra mondiale. Non vi ha bisogno di maggiori responsi; e a conferma della diagnosi sta la generale vergognosa propaganda nelle file operaie del pacifismo sociale e costituzionale interno ai paesi borghesi, e di emulazione e pacifismo internazionale.

Non si può negare importanza ad una situazione in cui la guerra imperialista, anziché vedere due gruppi di Stati dichiaratamente capitalistici in conflitto, veda tutti questi da una parte, e dall’altra solo, o quasi, lo Stato «criptocapitalista» erede di una rivoluzione proletaria; in quanto tale situazione comporterebbe la «denunzia» nella politica interna di tutti gli Stati nemici di ogni tattica di distensione e collaborazione sociale, e addirittura l’impiego da parte delle forze sedicenti comuniste di mezzi di sabotaggio e di guerra civile.

La certezza che anche in questa ipotesi si tratterà di politica controrivoluzionaria, ossia discordante col fine generale del comunismo proletario, non deriva da imbrogliati chimismi economici e sociali, ma sta solida nelle constatate rotture ed inversioni della linea storica, e nella convinzione di falso a cui sono storicamente legati coloro che hanno presentata come politica rivoluzionaria quella tendente alla illusoria restaurazione della democrazia contro il fascismo mondiale, e presentano come società comunista un banale mercantilismo industriale che tuttavia incendia il cuore della dormiente millenaria, l’Asia.

O la fase della pace e del mercato mondiale senza cortine, o quella della terza guerra, porranno il marxismo al banco di prova. Se ne uscirà sarà con la conquista che sulla direttrice del grande corso storico, tracciata come se la tracciò Colombo verso l’Oriente dialetticamente preso da Occidente, vi sono rallentamenti raccapriccianti e rischiosi, ostacoli paurosi, ma la rotta deve restare quella del giorno in cui le àncore vennero salpate, in una sfolgorante certezza gridata ad un mondo nemico.

NOTA

Non vi è bisogno di far rilevare al lettore che il «sunto» degli ultimi quattro capitoli è stato svolto in una esposizione quasi totale dello sviluppo di questo studio.

Ci ha indotti a questo non solo l’urgenza delle conclusioni rispetto alla presente situazione mondiale, ma il fatto delle gravi difficoltà che si oppongono all’uscita di questa rivista. Finora essa ha raggiunto i lettori a tali intervalli, che ci è sembrato necessario dare ad essi la presentazione del ciclo completo di questo lavoro fino al suo punto di arrivo.

Se avrà successo lo sforzo per assicurare a Prometeo una periodicità migliore, seguiranno i testi diffusi dei capitoli dal settimo al diciassettesimo.

Il New Deal, o l'interventismo statale in difesa del grande capitale

L’analisi della politica economica del New Deal roosveltiano ha oggi un particolare interesse perché consente di riaffermare, sulla scorta di dati estremamente limpidi, due criteri di interpretazione dei fatti sociali più volte ribaditi dalla critica marxista di fronte all’assalto convergente del revisionismo e delle ideologie democratiche ufficiali, e perciò di veder chiaro anche negli sviluppi che quella politica ha avuto in questo dopoguerra, sia sul piano economico sia nella sovrastruttura politica.

Il primo è che, nonostante le diversità di forma politica, il regime capitalista reagisce alle proprie crisi interne in modo unitario, con metodi di politica economica che accomunano democrazia e fascismo. Interventismo, dirigismo, gestione statale – queste che sono d’altra parte le classiche ricette di “risanamento economico e sociale” del riformismo – sono aspetti comuni di ogni regime politico borghese nella fase di massima esasperazione dei suoi contrasti interni, espressioni convergenti sul piano internazionale della politica di conservazione capitalistica.

Il secondo è che l’intervento statale nell’economia, lungi dal significare un assoggettamento del Capitale all’imperio di un preteso ente collettivo, rappresentante gli “interessi generali“ di quell’altro ente collettivo astratto che è il “popolo”, costituisce la forma più acuta e spietata della manovra del “pubblici poteri” a difesa del Capitale, e perciò del suo dominio ad opera di una cerchia sempre più ristretta di interessi privati. In linea subordinata, il New Deal è l’aperta dimostrazione dell’inconsistenza della tesi secondo cui il “capitalismo di Stato” tradurrebbe sul piano economico e politico l’avvento storico di una terza classe, quella dei “tecnici” o “direttori” (i managers) o dei “burocrati”.

Ne risulta che l’attribuzione dell’etichetta “progressista” al New Deal roosveltiano’ come a qualunque forma di dirigismo o di gestione statale dell’economia – etichetta che non si vede per quale ragione l’ideologia democratica non estenda al fascismo, che è storicamente il progenitore non dell’interventismo coevo col regime capitalista, ma della sua pianificazione e codificazione organizzata – può avere per la critica marxista un significato solo: il riconoscimento che quelle forme segnano un passo avanti nella spietata dominazione di classe della borghesia, un’esaltazione dello sfruttamento della forza-lavoro ad opera del Capitale. Se progresso c’è, o teorici dell’intermedismo, è solo nelle armi di difesa del capitalismo, nella teoria e nella pratica della controrivoluzione.

Quanto alle diversità di sovrastruttura politica, che danno una parvenza di giustificazione all’antitesi democrazia-fascismo con tutte le sue conseguenze sul terreno politico e militare, esse hanno radice unicamente in diversi rapporti di forza fra le classi. Il fascismo è nato, in Italia come in Germania, come risposta ad una minaccia rivoluzionaria diretta del proletariato: la sua estrinsecazione fu dunque essenzialmente politica e si tradusse nel pacifico abbandono delle forme democratiche e nel violento e aperto esercizio della dittatura di classe, che, partendo dall’obbiettivo primo di liquidare con la forza le organizzazioni di classe del proletariato, doveva concludersi per logica conseguenza – per la necessità cioè di opporre alla minaccia unitaria del proletariato un fronte altrettanto e più compatto – nella soppressione del pluripartitismo e del parlamentarismo borghesi.

Il rooseveltismo nasce come risposta non ad una pressione rivoluzionaria diretta del proletariato, ma all’immediato cataclisma di una crisi economica senza precedenti: ai fini della risoluzione di questa crisi, mentre la terapia economica si svolgerà sul binario classico dell’interventismo fascista, il mantenimento delle forme politiche democratiche e la conservazione degli organismi sindacali operai non solo non costituiva una rémora, ma permetteva manovre di conservazione più elastiche e ramificate, che sventavano i possibili contraccolpi sociali e politici della crisi con metodi, anziché di coazione, di corruzione, la classica corruzione democratica. Non stupisce perciò che il fascismo abbia trovato la sua “via economica” solo al termine di una lunga esperienza di dominio politico, conseguente e privo di esitazioni questo come incerta e contradditoria quella (il primo fascismo mussoliniano è perfino ortodosso in campo economico, e con movenze liberiste), mentre il New Deal si presenta di colpo come strumento di difesa economica e, in un certo senso, serve di paradigma mondiale alle nuove esperienze di interventismo statale nell’economia, proprie dei regimi totalitari nel decennio 1930-40, come alle più consumate tecniche di sfruttamento delle forme politiche democratiche ai fini della difesa sociale proprie delle democrazie di oggi.

Misure d’ordine finanziario

Non importa qui esaminare le cause della Grande Crisi che, dal 1929 al 1933, infuriò negli Stati Uniti parallelamente alla crisi economica mondiale. Importa constatare che quest’ultima crisi ebbe negli Stati Uniti ripercussioni tanto più catastrofiche in quanto essi erano usciti dalla prima guerra mondiale come massimo Paese creditore e quanto più – altra faccia della stessa evoluzione – il loro organismo economico si era dilatato durante e dopo il conflitto. La gravità di questa crisi appare, più che nelle cifre brute e sensazionali dei crolli finanziari immediati e della paralisi produttiva, nel ritmo estremamente lento della ripresa americana, che si inizierà più tardi che in qualunque altro Paese, toccherà quindi più tardi in tutti i campi i livelli antecrisi, presenterà maggiori oscillazioni ad onta dei controlli e degli interventi statali, potrà dirsi sanata solo allo scoppio della guerra europea – con la trasformazione degli Stati Uniti in “arsenale delle democrazie” – e si spiegherà con ritmo vertiginoso con la loro entrata nella guerra. L’indice della produzione industriale (compilato dalla Lega delle Nazioni su base 1929) scendeva infatti nel 1933 a 52,8 (83,5 in Inghilterra, 53,5 in Germania) con la punta più bassa nel Marzo di quell’anno (49,6 e, nell’industria dei beni di produzione, 28), risaliva lentamente a 75,6 nel 1935 quando in Inghilterra era già a 105,7, e in Germania a 94; nel 1936, era ancora inferiore di 13 punti al livello 1929 e appena di 35 superiore al livello 1932; subirà nell’anno successivo una nuova flessione, e ricomincerà a risalire nel 1939. I disoccupati, che nel 1929 erano 1,8 milioni, crescevano nel 1933 a 13,2 milioni e, calcolando anche i disoccupati parziali, erano ancora 11,4 milioni nel 1935. Infine i prezzi in grosso (1929=100) scendevano nel marzo 1933 a 63,2 ed erano ancora nel giugno 1935 a 83,1. Nato dalla Grande Crisi, il New Deal avrà come risultante la vertiginosa ascesa economica degli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale e la loro capacità di assurgere senza squilibri alla attuale posizione di dominio mondiale: altra prova del carattere di conservazione del rooseveltismo.

Non è nelle misure immediate di emergenza prese dall’amministrazione Roosevelt – portata al potere da un’ondata plebiscitaria in nome del ritorno attraverso metodi di intervento e di dinamismo statale contrapposti alla polita del “laissez faire” di Hoover, alla “prosperità” antecrisi, — che si rivela il volto tipico del New Deal. Quelle misure sono di puro ordine finanziario classico. Ciò non stupisce: l’aspetto immediato e più sensazionale della crisi era stato il crollo degli istituti finanziari, la chiusura degli sportelli, la dislocazione della rete del credito ch’era stata insieme la manifestazione e l’arma della grande espansione postbellica. Ma, già allora, la finalità perseguita dall’amministrazione è chiara: si tratta di liquidare la situazione bancaria ereditata dalla crisi del ’29, ricostruire il sistema del credito commerciale e d’investimento, aiutare istituzioni e gruppi economici direttamente colpiti dalla crisi, “risanare” il debito pubblico. Rientrano in questo programma i provvedimenti del marzo 1933, nella fase più critica dell’economia americana: sospensione dei pagamenti delle banche, acquisto da parte dello Stato delle azioni privilegiate nel portafoglio degli istituti bancari, riapertura delle banche in ragione della loro solidità. I provvedimenti non salveranno evidentemente nè i piccoli risparmiatori nè le piccole banche; salveranno i grandi istituti di credito e faciliteranno la concentrazione del sistema bancario e creditizio. Parallelamente, una serie di provvedimenti istituiscono un controllo diretto dello Stato sugli investimenti delle banche federali e sulle operazioni con le banche estere, mentre la Reconstruction Finance Corporation, già creata da Hoover durante l’anno precedente orienterà la sua politica nel senso di “socializzare le perdite” dell’intero complesso economico a garanzia della salvezza delle grandi società industriali. L’intervento statale si traduce insomma immediatamente nel salvataggio, coi poteri e col danaro “pubblici”, degli organismi finanziari e industriali in crisi.

Ma il New Deal dovrà ben presto rivelare in modo ancor più esplicito il suo volto di strumento diretto della grande industria capitalistica. “ Trust dei cervelli”, l’amministrazione Roosevelt è il trust degli interessi di conservazione della classe dominante: la sua ideologia è analoga a quella della “Carta del lavoro” fascista, — collaborazione fra capitale e lavoro sotto l’egida dello Stato per i fini generali della Nazione”, stimolazione del meccanismo economico mediante una mobilitazione generale delle risorse “collettive” Il New Deal è fortemente nazionalista e autarchico: prima ancora delle sue famose leggi di regolamentazione interna, esso darà l’esempio internazionale dell’abbandono del “gold standard” e silurando la Conferenza economica mondiale convocata da Hoover, accelererà la tendenza internazionale a chiudere in barriere monetarie e doganali le economie nazionali. Il suo nemico sono i prezzi in declino – quei famosi prezzi in declino che l’economia borghese classica presentava come una delle virtù della libera concorrenza e, in genere, della produzione capitalistica. La svalutazione del dollaro, la sospensione di trattati commerciali, l’elevazione di terminati dazi, sono i primi provvedimenti a favore del rialzo dei prezzi interni la politica di intervento nei settori industriale ed agricolo si ispirerà allo stesso principio: dopo aver pagato il risanamento di istituti finanziari e industriali in crisi, la “nazione”, il “popolo” pagherà coi prezzi più cari e con la distribuzione forzata di prodotti agricoli – con una politica di “scarsità nei beni di consumo” – la politica di generosità e di larghezza dello Stato (abbasso la ” parsimonia” di Hoover!) verso le grandi “Corporations”.

Politica industriale ed agraria

Mentre il sistema dei sussidi alle industrie pericolanti – caro a tutte le esperienze di capitalismo di Stato, e ben noto all’Italia fascista e postfascista – provvedeva al salvataggio dei più grandi (e perciò più vulnerabili alla crisi) complessi industriali e favoriva la loro concentrazione, l’Industrial Reconstruction Act, e l’organizzazione da esso creata della N.I.R.A., metteva in mano all’industria un’altra arma di difesa: l’elaborazione dei famosi “codici” industriali. Ufficialmente, questi miravano ad eliminare le forma di concorrenza sleale e ad introdurre contratti collettivi di lavoro con salari ed ore di lavoro stabiliti d’imperio: in realtà l’obiettivo fondamentale era la limitazione della concorrenza attraverso i metodi classici dei cartelli industriali: la fissazione di prezzi minimi (superiori a quelli di partenza del mercato) e il contingentamento della produzione, sia mediante la assegnazione pianificata di “quote” di produzione alle industrie aderenti, sia mediante la limitazione di nuovi impianti e di nuove attrezzature produttive. I “codici industriali” del progressista Roosvelt eliminavano anche quella parvenza di protezione contro lo strapotere dei magnati industriali ch’era la legislazione antitrust: la cartellizazione veniva promossa per incoraggiamento governativo, e l’amministrazione pubblica non aveva neppur bisogno di ricorrere al macchinoso armamentario delle corporazioni fasciste e dell’autorità suprema dello Stato, ma invitava gli stessi rappresentanti industriali ad “autoregolarsi” provvedendo per parte sua a dare sanzione agli accordi conclusi e a legalizzare, col marchio N.I.R.A. ai prodotti delle imprese cartellizzate, il boicottaggio dei recalcitranti. Sia l’autorità dalla quale emanavano i codici, sia quella investita del compito di controllarne l’applicazione, erano di stretta filiazione industriale, ed è inutile dire che, nei relativi comitati, il peso determinante era assicurato ai grandi potentati economici. Il governo Roosevelt, professantesi tutore dell’americano medio contro lo strapotere del “big business” si dimostrava così il docile strumento della concentrazione capitalistica. 

E’ vero che i codici contemplavano nel frattempo la stipulazione di contratti collettivi per la riduzione delle ore di lavoro e l’introduzione di salari minimi; ma queste misure, che del resto si ritrovano in fasi diverse della legislazione corporativa, avevano un chiaro compito di conservazione di classe: lo Stato strappava ai sindacati operai, proprio in quegli anni ripresisi dalla lunga crisi del decennio 1920-30, l’arma della rivendicazione salariale, permetteva con l’assorbimento di masse di disoccupati (in realtà, con la generalizzazione della figura del disoccupato parziale) di allontanare la minaccia di un esercito permanente di senza lavoro e, stimolando coi salari minimi la produttività, consentiva agli industriali di realizzare una riduzione dei costi in regime di prezzi stabilizzati ed anzi tendenzialmente crescenti. D’altra parte, il riflesso immediato sul tenore di vita della classe operaia era minimo: il riassorbimento della disoccupazione fu molto modesto, anche tenendo conto degli operai parzialmente riassorbiti attraverso il meccanismo dell’orario di lavoro ridotto (d’altronde molto spesso non rispettato); nel 1935 il salario medio a tenore di contratto risultava superiore al 1929, ma pochissimi operai lavoravano a tempo pieno e i disoccupati erano comunque enormemente aumentati (una fonte certo non sospetta come lo studio del Brookings Institute, The Recovery Problem in the United States, 1936, calcolava che, se distribuito uniformemente sulla stessa massa di operai, il salario 1935 avrebbe rappresentato appena il 67% del livello 1929); esistevano inoltre forti differenziazioni salariali fra lavoro maschile e femminile, fra mano d’opera bianca e mano d’opera negra. Infine, il riconoscimento dei sindacati e l’istituzione di organi paritetici di consultazione (come il National Board, nel quale per altro, ai due rappresentanti dei datori e dei prestatori d’opera si affiancava con funzioni presidenziali il rappresentante…. Imparziale del governo) consentivano di legare all’amministrazione federale le organizzazioni operaie, che fungeranno infatti, in tutte le elezioni presidenziali, da massima pedina di appoggio a Roosevelt.

I provvedimenti N.I.R.A., come quelli di cui parleremo fra poco in campo agricolo, saranno dichiarati incostituzionali dalla Corte Suprema nel 1936. L’effetto immediato per la classe dominante era raggiunto, i grandi sindacati industriali si sentivano abbastanza consolidati per riprendere la loro marcia senza “autocontrolli”; ma è caratteristico che saranno proprio gli industriali a sollecitare, con l’inizio dell’economia di guerra nel 1939, i controlli e gli interventi che tre anni prima, attraverso la Suprema Corte, avevano smantellati. Il risultato netto di questo periodo di moderato intervento statale era comunque chiarissimo: uno sviluppo intensivo della concentrazione industriale e finanziaria, un’assicurazione a spese pubbliche di prezzi alti, una stabilizzazione del conflitti sociali.

In uno dei periodi di broncio elettorale, Roosevelt doveva, nel 1938, montare una demagogica campagna contro il big business e il lancio di una “Investigation of Concentration of Economic Power”, ed egli stesso doveva annunciare pubblicamente: “si sta verificando una concentrazione della potenza privata senza precedenti nella storia… Lo 0,1% di tutte le società anonime che pubblicano un bilancio….. possiedono il 52% dell’attivo totale di queste società. Meno del 5% possiedono l’87% di questo attivo. Lo 0’1%… assorbono il 50% del profitto netto complessivo: meno del 4% incassano l’84% dei profitti totali… il 47% di tutte le famiglie americane e di tutti i cittadini che vivono soli dispongono… di redditi inferiori a 1000 dollari; all’altra estremità della scala, un po’ meno dell’ 1,5% delle famiglie americane godono di un reddito che assomma al reddito globale del 47% delle famiglie citate”. E, più oltre, osservava che, su un numero di azionisti di grandi società anonime di 8-9 milioni, l’80% non incassava che il 10% dei dividendi e non possedeva più del 10% delle azioni, mentre la metà del totale di queste erano in pugno all’1% degli azionisti. La concentrazione si manifestava particolarmente sviluppata in alcuni rami: una sola società aveva il monopolio di fatto della produzione dell’alluminio grezzo; tre trusts producevano il 61% dell’acciaio americano; tre società l’86% di tutte le automobili prodotte negli Stati Uniti, e via discorrendo. Naturalmente, Roosevelt (come Truman) posava allora a difensore del cittadino americano medio, anzi del lavoratore, contro il prepotere dei “baroni”: in realtà, aveva fatto loro il letto con tutta la sua politica economica e, al massimo, rivendicava allo Stato, per le sue capacità di visione integrale dei problemi e degli interessi della classe, il potere di tutelare la stabilità del sistema meglio che le categorie, chiuse nel loro ristretto, immediato e miope orizzonte. La politica della N.I.R.A. troverà sotto a questo aspetto il suo più smagliante sviluppo, durante il secondo conflitto mondiale, non soltanto nella perfetta collaborazione fra industriali e governo, ma nella pratica squisitamente progressista per cui il potere esecutivo, non contento di passare favolose ordinazioni di guerra alla industria privata e di affidarle ricerche “scientifiche” lucrative, si incaricherà di costruire a sue spese nuovi stabilimenti che rivenderà a prezzo di favore dopo il conflitto ai grandi trusts, o provvederà, sempre coi “suoi” soldi, a rinnovare l’attrezzatura di imprese private che, o per miopia o per insufficienza di capitali, non avrebbero potuto provvedervi per proprio conto.

Del resto, la stessa politica agraria del New Deal, per tanti aspetti simile alla fascista, risponde agli interessi di conservazione del capitalismo industriale e dei grandi proprietari terrieri. La famosa A.A.A. (Agricultural Adjustement Act) inaugurava una politica diretta a favorire la riduzione delle aree coltivate ai fini di arginare la caduta dei prezzi di alcune derrate fondamentali (grano, cotone, tabacco, ecc…) e possibilmente di aumentarli. La teorizzazione di questa politica di scarsità, in una fase in cui la gente moriva di fame, era: “ristabilire i prezzi dei prodotti fondamentali delle aziende agricole ad un livello che riporti il loro potere d’acquisto ad un livello pari al potere d’acquisto dei prodotti agricoli nel periodo-base 1909-14”. I metodi erano sostanzialmente i seguenti: restrizione della produzione di determinate derrate agricole mediante sussidi agli agricoltori; distruzione di prodotti invenduti; acquisto da parte dello Stato delle eccedenze di questi prodotti gravanti sul mercato e comprimenti i prezzi; accordi fra cooperative di produttori e i distributori per mantenere e aumentare i prezzi; il tutto combinato con prestiti all’esportazione e dazi all’importazione.

E’ ovvio che una politica di questo genere tendeva a mantenere un mercato ai prodotti industriali a spese sia del consumatore sia del contribuente; ma i suoi effetti sociali nel campo agricolo furono anche più radicali.

Anzitutto, è notorio – e sono tra i primi a riconoscerlo gli scrittori ufficiali americani – che l’intero sistema di distribuzione dei sussidi agli agricoltori per ridurre determinate produzioni fu accentrato nelle mani dei grandi farmers i quali poterono completare il vantaggio netto di una stabilizzazione e spesso di un aumento dei loro prezzi con quello supplementare dell’incameramento delle fette più grosse dei sussidi governativi (il Myrdal, nella sua famosa e ortodossa inchiesta sui negri in America nota che, secondo uno studio parziale su 246 piantagioni del Sud, il reddito liquido medio dei piantatori per piantagione fu nel 1937 di 3590 dollari, di cui 883 provenienti da versamenti A.A.A.; il reddito liquido medio degli affittuari sulle stesse piantagioni fu invece di 300 dollari, di cui 27 di provenienza A.A.A.; e pochi grandi proprietari ottennero fino a 10.000 dollari in sussidi). Inoltre, riducendo l’acreaggio delle grandi culture estensive (cotone, grano, tabacco), favorendo la meccanizzazione dell’agricoltura e, più tardi, il passaggio a culture più specializzate, la politica agraria del New Deal precipitò masse sempre maggiori di affittuari nel bracciantato semplice e nella disoccupazione totale, processo favorito anche dalle disposizioni secondo le quali i sussidi avrebbero dovuto essere in parte ceduti dal proprietario al fittavolo, e che favorirono perciò la denuncia dei contratti di locazione. In realtà, la contraddittorietà di questa politica agraria, che da una parte esigeva di ridurre il terreno coltivato e dall’altro favoriva la diffusione delle macchine agricole, aveva per conseguenza che la produzione non diminuiva se non in misura insensibile: dopo la dichiarazione di incostituzionalità dell’ A.A.A. nel 1936 l’amministrazione Roosevelt passava perciò all’applicazione di nuove norme, una delle quali comportava sussidi ai coltivatori diretti che accettavano di sostituire alle vecchie coltivazioni culture più specializzate e redditizie e di introdurre pratiche di “conservazione del suolo”, e l’altra provvedeva ad acquistare le eccedenze di grano e di cotone a titolo di assicurazione contro le annate di crisi, garantendo perciò ai piantatori un reddito costante ed una possibilità di sviluppo della produzione e dell’esportazione negli anni delle vacche grasse, quelli della guerra.

Dall’intervento indiretto all’intervento diretto

Fino a questo punto, grosso modo fino al 1936, il New Deal si presenta come un sistema di intervento disciplinatore elastico dell’economia a favore degli interessi generali di conservazione della classe capitalista e quindi, in concreto, delle grandi e sempre più concentrate oligarchie economiche. I sistemi di finanziamento di questo gigantesco apparato disciplinatore sono ancora “classici”: rimane il principio del “bilancio in equilibrio”, delle spese finanziarie con corrispondenti entrate. Ma l’ultima fase del New Deal, dopo i decreti di “incostituzionalità”, presenta un nuovo volto: gli economisti classici si intingono di keynesismo. Il problema dell’equilibrio del bilancio svanisce: non ci saranno più limiti all’aumento del debito pubblico. Lo Stato, d’altra parte, non si limita più a difendere e incoraggiare l’iniziativa autonoma delle categorie industriali, finanziarie, agricole (notiamo, “en passant”, come l’era rooseveltiana abbia segnato anche il periodo di massima penetrazione capitalistica nel Sud, sia con l’impianto di industrie favorite dallo Stato, sia con la presa di possesso della terra da parte di istituti finanziari settentrionali, sia con la enorme rete del credito ipotecario e della gestione delle diverse forme di sussidio): lo Stato interviene a creare industrie nuove e a promuovere opere pubbliche; lo Stato investe nella misura in cui il privato non è in grado di farlo, o non ha l’attrezzatura per riuscirvi. E’ il periodo in cui, per tenera pietà verso gli slums delle grandi città industriali e delle piccole comunità agricole, lo Stato provvede a costruire case rianimando la più duramente colpita delle branche economiche – l’edilizia – e aprendo col regime degli appalti e delle concessioni la fase delle orge dei “capitalisti senza capitale”: è anche il periodo in cui lo Stato, che per la prima volta nella democraticissima e progressista America aveva iniziato un’opera di assistenza economica ai disoccupati con sussidi diretti, si convince che “rende” di più l’assistenza indiretta, quella che consiste nel “creare occupazioni”. 

L’amministrazione federale cessa di erogare quattrini agli Stati per l’assistenza diretta ai senza lavoro e, con l’Emergency Relief Appropriation Act del 1935, inaugura una politica di lavori pubblici per gli operai validi e di limitazione dei sussidi diretti agli invalidi, e un altro autore non sospetto, il Mitchell, nota che, con questo sistema, lo Stato otteneva il doppio vantaggio di “pagare salari (di sicurezza) più alti dei sussidi, ma in genere più bassi di quelli correnti nell’impiego privato”, e costruiva strade, bonificava, creava centrali ed impianti elettrici, con uno sfruttamento intensificato della forza-lavoro da mettersi in conto… beneficenza; apriva ”campi di emigranti” per le famiglie contadine sradicate dalle grandi piantagioni del Sud e trapiantate in nuove aree di dissodamento, col vantaggio che l’intero programma di “migrazione interna” costava appena 75 dollari all’anno per ogni famiglia contro 350 di assistenza diretta, e permetteva di aprire all’attività economica zone “vergini” e, una volta dissodate, aggiudicarle agli avvoltoi della speculazione sui terreni e agli industriali della trasformazione agraria; con la Farm Security Administration (1937) provvedeva, more fascista, a fissare alla terra gli ex-fittavoli proletarizzati concedendo prestiti di “riabilitazione”, destinati alla creazione di piccole aziende autosufficienti su terre acquistate dallo Stato; organizzando i Civilian Conservation Corps, convogliava la gioventù spostata, senza lavoro e potenzialmente ribelle, in “ servizi di lavoro” di hitleriana memoria; e infine, con la sua più gigantesca opera, la Tennessee Valley Autority, trasformava mediante ciclopici investimenti una vallata di piccoli coltivatori e pastori nel più grande serbatoio di energia elettrica degli Stati Uniti, dove centrali di costruzione e proprietà governativa ma a gestione capitalistica ( cioè cedute a privati che non dispongono di capitale proprio, e pagano allo Stato interessi e ammortamenti per l’uso del capitale fisso, trattenendosi il prodotto e perciò il profitto), producono energia a buon mercato per le piccole aziende contadine ma, soprattutto, per le grandi industrie di trasformazione industriale sorte nella zona (fra l’altro, l’energia del Tennessee, questa “comunità” che manda in brodo di giuggiole i nostri riformisti e socializzatori, si dimostrò in seguito elemento essenziale dell’espansione degli stabilimenti atomici di Oak Ridge e delle fabbriche di alluminio dell’Alcoa). Col suo intervento, lo Stato agisce insomma da stimolatore di tutto il ciclo economico, “crea occupazioni”, cioè moltiplica le possibilità di estorsione del plusvalore.

Tiriamo le somme di questa rapida sintesi dei provvedimenti rooseveltiani? Lo Stato interviene al doppio fine di operare una stabilizzazione economica e stabilizzazione sociale: provvede al salvataggio delle industrie pericolanti, al finanziamento della loro espansione, al mantenimento dei loro prezzi; per consolidare ulteriormente questa politica di conservazione, le forza a controllarsi e disciplinarsi; quando la terapia ha raggiunto il suo effetto, e le grandi aziende concentrate mostrano di poter camminare da sè, lo Stato, non senza preparare propagandisticamente il terreno con una campagna… antimonopolistica, va più oltre – diventa imprenditore e, parzialmente gestore, cioè crea industrie, inaugura iniziative economiche, suscita possibilità nuove di lavoro, che, o attraverso il regime degli appalti, o attraverso quello della vendita a buon prezzo, o attraverso l’apertura di “zone vergini” e di “aree depresse”, ritorneranno per un giro tutt’altro che complicato nella ristretta cerchia degli “appropriatori dei prodotti del lavoro umano” (che, come nel caso della T.V.A. o come nel caso delle imprese nazionalizzate di tutti i Paesi e, in genere, in tutte le forme di capitalismo di Stato, non sono necessariamente “ proprietari degli strumenti di produzione”); nel campo agricolo, sostiene i prezzi e il “potere d’acquisto del coltivatore diretto”, in realtà proletarizza i ceti intermedi a vantaggio della grande proprietà borghese e, immagazzinando prodotti agricoli eccedenti, costituisce quel gigantesco” granaio” che permetterà all’America, dopo di aver stabilizzato i suoi prezzi e mantenuto artificialmente alti quelli del mercato mondiale, di rivendere i cascami della propria sovrapproduzione agli alleati di guerra e di comprare coi suoi “doni generosi” i servi del dopoguerra; nel campo sociale, non elimina la disoccupazione ma la “redistribuisce”; non aumenta il salario medio per testa, ma assicura un minimo di salario alla riserva di disoccupati ( o dei lavoratori) parziali; riconosce legalmente i sindacati per legarli alla politica generale della classe sfruttatrice.

Chi ha pagato e paga questa organizzazione multilaterale di difesa dell’oligarchia dominante americana? L’ha pagata e la paga tutto il mondo; l’hanno pagata e la pagheranno le generazioni contemporanee e venture dei contribuenti americani. Il debito pubblico federale, dall’anno finanziario 1929-1930 al 1941 – vigilia di Pearl Harbour – era salito da 16 a 58 miliardi di dollari. Il debito internazionale verso gli Stai Uniti chi può calcolarlo? Il New Deal, progressista e interventista, democratico nelle forme politiche come fascista nella politica economica, è stata la premessa necessaria della più grande macchina di sfruttamento della forza-lavoro (americana e mondiale) che la storia del capitalismo abbia mai conosciuta: l’impero ”non colonialista” di Wall Street.

A proposito di un inciso di Marx sulla violenza

È noto che, nella sua rabbiosa polemica antibolscevica sulla dittatura del proletariato e, in genere, sulla violenza nella lotta fra le classi, Kautsky credette di potersi appellare all’inciso di un discorso tenuto da Marx ad Amsterdam nel 1872 ai margini del congresso dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori tenutosi all’Aja. Diceva l’inciso: «Ma noi non affermiamo che la via per raggiungere questo scopo [la conquista del potere politico] sia la stessa dovunque. Sappiamo di dover tenere conto delle istituzioni, dei modi e dei costumi dei diversi Paesi, e non neghiamo che vi siano Paesi come l’Inghilterra e l’America e, se ho capito bene il modo come siete organizzati, aggiungerei anche l’Olanda, in cui gli operai raggiungeranno questa meta con mezzi pacifici. Ma non in tutti i Paesi è questo il caso».

Fu facile allora a Lenin e Trotzky ribattere come l’ipotesi di una conquista pacifica del potere in Inghilterra e America non volesse significare in Marx un avallo delle illusioni democratiche, pacifiste e parlamentari, e tanto meno il rinnegamento della dittatura esercitata dalla classe proletaria vincitrice sulla classe vinta, ma si riportasse ad una valutazione di rapporti specifici di forza, e precisamente alla assenza per allora di un apparato militare e burocratico organizzato nella classe dominante di quei Paesi di fronte al rapido e travolgente incremento dell’armata dei proletari. Era questa, per i marxisti, l’interpretazione che tutta l’opera di costruzione e di critica di Marx e di Engels imponeva come naturale corollario. Ciò non ha impedito e non impedisce ai revisori e ai rinnegati del marxismo non soltanto di appellarsi a Marx contro Marx, ma di dare di quel rapido inciso la versione che meglio si adatti alla sua distorsione (Il colmo dell’improntitudine raggiunto in questo campo, come sempre, da Pietro Nenni, il quale, in un discorso al congresso del P.S.I. del 1946, ha così… parafrasato il brano marxista: «Nel suo celebre discorso dell’Aja nel 1872, fermamente difendendo la sua tesi della dittatura del proletariato, [Marx] ha però ammesso che vi sono [dal passato al presente!] Paesi dove, per il loro grado di civiltà [sentite che linguaggio da Marx!], per le radici profonde che in essi ha messo la democrazia, politica [udite udite!], si può sperare che l’avvenire del socialismo si «faccia per vie che non siano quelle della violenza…» ).

‘Ma una recente pubblicazione (1) ha rivelato, sul puro piano storico e diciamo così bibliografico, qualcos’altro: che cioè Kautsky, l’onnisciente in fatto di storia del marxismo e di fonti marxiste, citava dalla versione del discorso data dal Volksstaat del 2 ottobre 1872, il quale aveva le sue buone ragioni, se non di adulterare il testo, certo di attenuarlo e di stemperarne l’intonazione generale. Si era in piena campagna antisocialista, in Germania; Bebel e Liebknecht erano stati da poco processati e condannati per alto tradimento; e ragioni di tattica contingente consigliavano di togliere le punte alle formulazioni generali dei temuti dirigenti dell’Internazionale dei Lavoratori. Infatti, il resoconto del Volksstaat, che -particolare curioso e illuminante cita la fonte mettendo tuttavia in guardia il lettore dal ritenerla in tutto attendibile, è ricalcato su quello della Liberté di Bruxelles; ma quest’ultima dà dell’ultimo inciso («Ma non in tutti i Paesi è questo il caso») una versione assai più completa, tale a sua volta da spostare di almeno un tono tutto il resto: «Ma, se ciò può esser vero, dobbiamo riconoscere che nella maggior parte dei Paesi del continente la forza motrice della nostra rivoluzione deve essere la violenza, e alla violenza, nel momento giusto, noi ricorreremo per stabilire il dominio del lavoro».

Che il resoconto della Liberté (confermato anche da quello di un foglio locale di Amsterdam) colga molto più esattamente l’intonazione generale e il timbro della formulazione marxista, risulta dal fatto che, mentre il Volksstaat prosegue con un altro inciso evidentemente edulcorato: «Il rivolgimento deve essere solidale, e ce lo insegna la Comune di Parigi che è caduta solo perché è mancata nei lavoratori questa solidarietà» (si noti come blando e socialdemocratico avanti lettera sia questo appello alla solidarietà internazionale), la prima riporta: «La rivoluzione deve essere solidale, e ne troviamo un esempio nella Comune di Parigi, la quale è caduta perché non è scoppiato contemporaneamente in tutte le capitali, a Berlino, a Madrid ecc. un grande movimento rivoluzionario collegato col poderoso moto del proletariato parigino», dove la solidarietà non è l’appoggio a tipo morale e l’adesione soggettiva, ma il concatenamento obiettivo e storico di una crisi capitalista e di un’offensiva generale proletaria. Ancora: il Volksstaat passa completamente sotto silenzio la tagliente frase del discorso sulla «grande centralizzazione di potere» di cui Marx esige che gli organi direttivi dell’Internazionale siano investiti, e che, come faceva e fa andare in bestia gli anarchici, così spaventava le censure e le polizie di tutti gli Stati europei.

Battuto sul terreno della critica ideologica, Kautsky è stato colto in flagrante anche su quello della filologia marxista a lui tanto cara. Il marxismo rivoluzionario non aveva bisogno di questo per strappare Marx ai suoi deformatori interessati; ma non sarà male ricordarlo, in tempi in cui le più sconce adulterazioni e i più spudorati tradimenti del marxismo si mascherano dietro traduzioni compiacenti, o dietro citazioni di incisi isolati dal loro insieme organico.

* * *

Ma il richiamo al vero testo del passo di Marx sorpassa di molto la portata critica o bibliografica, e permette di sottolineare il senso della speculazione socialpacifista, sia fatta da Kautsky o da Turati o da Nenni, sia fatta su Marx o su Engels delle famose prefazioni e lettere.

Per annientare il revisionismo socialdemocratico sarebbe sufficiente come solo elemento di prova un caso unico in cui Marx ed Engels abbiano apertamente detto — come qui — «alla violenza nel momento giusto ricorreremo per stabilire il dominio del lavoro»; e diciamo caso unico non per alludere ad una citazione unica ve ne sono a centinaia ma per concedere, per un sol momento, che ciò sia stato ammesso per un unico paese del mondo.

La tesi dei socialtraditori non è infatti che, esaminando lo sviluppo sociale paese per paese, debba scegliersi se la conquista del potere politico vada fatta con mezzi pacifici o con mezzi sanguinosi.

La tesi dei traditori è invece che i mezzi insurrezionali vanno scartati sempre e dovunque, anche quando non sia possibile la conquista pacifica del potere, con elezioni o agitazioni non armate. E questo in forza di limiti che essi pongono alla azione operaia, limiti che si devono rispettare anche a costo di rinunziare agli scopi di classe.

Limite morale: l’uomo civile come singolo e come classe non si deve macchiare le mani di sangue e la coscienza di atti violenti.

Limite legale: il cittadino moderno deve esercitare la sua azione politica coi mezzi costituzionali, e porre solo problemi istituzionali che incontrino il consenso formale della maggioranza.

Limite storico: quando un paese è ad economia capitalistica sviluppata ed ha istituzioni parlamentari libere, il proletariato non deve impiegare mezzi illegali ma attendere che aumentando di numero arrivi ad aver consegnato il potere.

La conclusione di queste tesi è unica: vi sono state cruente rivoluzioni borghesi e vi possono essere lotte armate per scopi misti (comuni alle classi borghesi ed operaie) ma il socialismo scarta la ipotesi di una iniziativa illegale e rivoluzionaria che parta dagli operai contro il regime borghese sviluppato.

Ora la ignobile falsificazione è già distrutta quando si ha un solo esempio di dichiarata aperta conquista violenta del potere, posta dai fondatori del marxismo come programma della classe lavoratrice di una nazione.

Concesso quindi che (nel senso unitario marxista ribadito dalla altra citazione basilare sulla indispensabile simultaneità internazionale della grande lotta) vada in ogni tempo studiata la condizione di ogni singolo paese, ne emerge questo: ove appaia chiaro che il potere borghese non cadrà per le legali ed incruente, si ricorrerà alle armi.

Quindi: battuta la tesi del limite morale. Battuta la tesi del limite legale. Stabilito che siamo, e non lo nascondiamo, il movimento che ha in programma il rovesciamento violento delle istituzioni.

E se vi fosse un paese ove cadono senza violenza, ad esempio per uno speciale «squagliarsi» dello stato borghese? Ebbene, si prenderebbe il potere senza celebrare sacrifizi cruenti come quelli al dio Baal.

Appunto perché non abbiamo criterio né limite etico, non crediamo che lo spargimento di sangue sia un sacra- mento inevitabile al battesimo del comunismo.

Appunto perché non partiamo da concetti di giustizia equità o cavalleria, instaureremmo lo stesso la dittatura togliendo ai non lavoratori funzioni politiche e giuridiche: meglio se «se la piegano a libretto» senza sanzioni brutali.

Allora il problema ridiviene freddamente storico. Esiste o no questa possibilità di passaggio incruento del potere da borghesia a proletariato. Quando? Dove?

Il filisteo la faceva corta: per Marx esisteva in Inghilterra ed America, ancora nel 1872, e nel discorso di Amsterdam aggiungeva l’Olanda. I Kautsky nel 1919, freschi freschi dall’aver plaudito alla sanguinosissima guerra, se ne vengono a dire che nel mondo sono tutte Olande: la Russia va bene, la causa dello Zar pur ieri eliminato. I Nenni nel 1947, dopo un’altra orgia di sangue cui hanno inneggiato, vedono di nuovo tutte Olandine.

Ora nel 1872 Carlo Marx non limitava l’impiego della forza alla feudale Russia e alla poco borghese Germania od Austria: lo proclamava per tutta l’Europa continentale e in prima linea per la Francia, più che borghesemente avanzata, ove la repubblica parlamentare aveva avuto ragione dell’impero «fascista».

Nei suoi ultimi anni Engels per la Germania mostra di ritenere che non si sia al momento giusto, svolgendosi l’esperienza politica del suffragio universale succeduto alle leggi eccezionali, quella sociale di una industrializzazione accelerata, ma insiste sulla rigorosa fedeltà alla teoria della forza.

Proprio la industrializzazione frenetica di paesi rivali conduce all’imperialismo, che consente a Lenin di stabilire come a loro volta Inghilterra ed America malgrado la speciale posizione geografica hanno oramai stato di polizia e militarismo, e quindi rientrano nel girone rivoluzionario.

È la questione delle grandi aree storiche rivoluzionarie: continentali fino al 1871, interoceaniche con lo scoppio della prima guerra mondiale.

Ma la quistione di programma è stabilita in modo ininterrotto fin dal 1848 e non esiste nessun trapasso in cui si scriva la rinunzia anche per un solo paese alla caratteristica distintiva della politica proletaria: forte o debole, virulento o fatiscente che sia il nemico, seguendo fin che si vuole la via del minor mezzo e ridendo di ogni stupido sadismo di violentazioni fine a se stesse, la politica marxista è quella che non si basa sull’opinione e l’educazione e la coscienza, ma sulla forza che interviene ad aprire la via al parto della società nuova, erompendo dalla pressione di quella classe che porta il peso dell’antica.

Nel 1872 questo era inevitabile in tutta Europa, oggi dopo due guerre, e soprattutto dopo tante controrivoluzioni, è divenuto inevitabile ovunque.

Se vi resta un’Olanda, signori capitalisti, chiedetene il passaporto, e farete la cura non chirurgica per andare all’inferno.

(1) Fr.d.J., Amsterdam Meetings of the First international in 1872, in: Bulletin of the Internal Institute of Social History, 1951, nr.1.

Comunismo e Conoscenza umana

Premessa ad un’esposizione delle vedute marxiste sulla scienza della Storia, dell’Uomo e della Natura

A seguito degli “Elementi dell’Economia Marxista”, illustrazione e commento del primo Libro del “Capitale”, pubblicammo una nota – “Sul metodo dialettico” – che voleva essere il passaggio ad una nuova serie, espositiva di quello che può dirsi “il lato filosofico del marxismo”.

Il marxismo pone la questione della filosofia in modo originale e in tal senso si rifiuta di farsi allineare tra le varie filosofie elencabili storicamente, o peggio ancora sistematicamente. Non diremo quindi che vi è una filosofia marxista, ma nemmeno diremo che il marxismo non è una filosofia o che il marxismo non ha una filosofia. Ciò darebbe luogo ad un equivoco e ad un pericolo gravissimo: quello di credere che il marxismo si ponga su un terreno “estraneo” a quello che i filosofi hanno da millenni ipotecato. E se ne potrebbe con deviazione grave dedurre che il militante marxista resti libero, accettate alcune direttive di azione politica e sociale, e “confessate” alcune teorie economiche e storiche, di dichiararsi per una delle tante filosofie: realismo o idealismo, materialismo o spiritualismo, monismo o dualismo, o come volete.

Ora il marxismo esclude tutte le filosofie storicamente note in un modo diverso da quello con cui ogni filosofia condanna le restanti, e quindi almeno distruttivamente ha una posizione caratteristica in materia di filosofia.

Un non dimenticato esempio di tale posizione molti di noi lo ricordano nella dichiarazione di Gramsci al Congresso di Lione del 1926. Benché si trattasse di tattica di partito, nel vasto dibattito egli fu condotto a dire: do atto alla Sinistra di avere finalmente acquisita e condivisa la sua tesi che l’aderire al comunismo marxista non importa solo aderire ad una dottrina economica e storica e ad una azione politica, ma comporta una visione ben definita, e distinta da tutte le altre, dell’intero sistema dell’universo anche materiale.

Mentre quindi Gramsci comprendeva che chi passa sotto la bandiera marxista deve vincolare i termini del suo pensiero scientifico e filosofico e fare gettito deciso di quanto risalga, sia pure attraverso serio sforzo di studio, a fonti non classiste e non marxiste, i suoi postumi epigoni ogni giorno di più (da allora) sono sdrucciolati verso la più eclettica tolleranza di infinite posizioni ideologiche, scettiche e confessionali, incredule e mistiche, individualistiche e statolatre, riflettendo nella loro inconsistenza, e nel disprezzo ostentato dei principi, le manifestazioni odierne di rilassatezza ideologica e teoretica del mondo borghese, cui altro non contrappongono che una ambulante rampogna di aver violato le stesse sue sagge tradizioni e tavole istituzionali, or qua or là, or quinci or quindi.

In quella prima nota, fedeli al metodo di non riproporre queste vaste questioni con la pretesa di nuove trame e di originali sistematiche, come ce ne rifacevamo, si intende, a passi cruciali delle opere di Marx e di Engels, volemmo scegliere per nostra ed altrui chiarezza un punto di riferimento avverso, se si vuole una direttrice di tiro – trattasi appunto di sottolineare il dissenso e il disgusto contro i corrivi lanciatori di sassi in piccionaia, e se volete ingabbiatori di colombe nell’arsenale delle munizioni – e trovammo il punto di riferimento nel Croce, in quanto espositore ordinato, e continuo nel battere i suoi chiodi, punta contro punta coi nostri, da sempre, si intende, con merito corrispondente di non aver deviato.

Il passo di Croce era questo: «La dialettica ha luogo unicamente nel rapporto tra le categorie dello spirito, ed è intesa a risolvere l’antico ed aspro, e che pareva quasi disperato, dualismo di valore e disvalore, di vero e di falso, di bene e di male, di positivo e di negativo, di essere e di non essere». Opponemmo invece che per i marxisti la dialettica ha luogo nelle rappresentazioni con cui i processi della natura si riflettono nel cervello umano, e che questa maniera di imprimersi, di riflettersi, di rappresentarsi, di farsi descrivere o “raccontare”, si tratta da noi come qualunque altro gruppo di rapporti tra processi materiali: poniamo tra il chimismo del concime e la fisiologia della cellula vegetale.

L’abisso sta tra le due concezioni. Per Croce non solo è puramente occasionale e secondaria ogni descrizione e più ancora spiegazione che il pensiero dà della natura e del mondo, e la scienza e la verità sono in certo modo risultati di urto del pensiero con se stesso, di una “partenogenesi dello spirito”, nel cui ambito il cercatore la ricerca e il trovamento sono tutti contenuti – per i marxisti (lasciando stare la solita sdrucciolevole formulazione dell’esistenza in sé e per sé del mondo e delle cose come oggetto di conoscenza, e l’equivoco di una materia-feticcio contro uno spirito-feticcio) il pensiero e lo spirito sono gli ultimi arrivati, i più deboli, i più vacillanti, appunto in quanto più elaborati e complessi, più corruttibili ed evanescenti. Nel difficile processo della vita della specie, della storia, della scienza, delle lotte per organizzarsi contro la natura ambiente, gli uomini pervengono a sistemare, per vie molto lunghe, strutture e ingranaggi con trasmissioni sufficientemente buone della “realtà fisica”, che valgono come scienza. Crediamo che l’affermazione “la scienza è possibile” sia sicura, e non sia condizionata dalla caduta in estasi davanti all’imperscrutabile luce che si accenderebbe sotto alcune misteriose condizioni nell’io che pensa. O negli ii? Non si è mai ben capito.

Poiché in queste cose è facile fare un’insalata del linguaggio e del vocabolario usato, e porre di fronte algoritmi forgiati da convenzioni diverse e perciò imparagonabili, vanno e andranno riprese con calma, ci rifaremo ad alcuni passi di Croce per vedere, partendo, tre punti. Come egli veda la possibilità generale della scienza nel tempo attuale. Come spiega il suo criterio. Come spiega quello marxista, e in quanto noi accettiamo la formulazione che egli dà delle tesi nostre che respinge.

Poiché non siamo di quelli che pensano che si salverà il marxismo, nella dura raffica che su di esso avventa tutto un nemico mondo, con circolari di un centro organizzato che vuole monopolizzare l’ortodossia teoretica e che riesca (sempre meno) a farsi echeggiare da una vasta organizzazione (anche questo ci vuole per una scienza di classe, inconcepibile a Croce, ma solo questo non vale nulla) dobbiamo riconoscere che il pericolo maggiore sta nella moderna negazione della validità dei risultati scientifici cui si pretende pervenuta, dopo audacissime avanzate, la teoria della natura, con le ultime scoperte. Questa conquista naturalmente riempie di gioia il mondo borghese, e le ragioni storiche e classiste sono di tutta evidenza, per noi.

Fa ridere Croce che possa darsi scienza proletaria. Ma è indiscutibile che lungo tutta la battaglia rivoluzionaria liberale, cui egli non cessa di ricollegarsi, si accompagnò la lotta tra due partiti armati con la lotta tra due filosofie, quella autoritaria e quella critica, in molteplici aspetti letterari e nazionali, ma con un unico dualismo europeo e mondiale.

Piacque alla borghesia industriale dichiarare possibile sicuramente la scienza delle forze naturali al di fuori di normative sociali o religiose, e spezzò senza riguardi gli ostacoli. Non le piacque poi che con le stesse armi: dubbio, contestazione di autorità, critica, induzione, si arrivasse a pretendere di vedere chiaro, oltre che nello “scheletro” della natura materiale, anche in quello della società umana e della storia.

Oggi, pure di rinviare questa seconda paurosa rivoluzione filosofica, il capitalismo dominante si rimangia la sua orgogliosa pretesa di conoscere le ossature e i dinamismi del mondo fisico.

Benedetto Croce (che nella sua serietà ad ogni passo rammenta di non essere uno specifico cultore di scienze naturali, ciò che di per sé non invalida la sua costruzione “poggiata sulla testa”) fa naturalmente poderosa leva su questo portato tanto largamente ammesso del “pensiero moderno”, nel periodo di quasi un mezzo secolo. È meglio farlo dire da lui.

«Se mi si domanda in che consista il grande acquisto filosofico che la nostra età, ancorché senza troppo avvedersene, ha fatto, direi che è il capovolgimento delle credenze positivistiche, un ricredersi sul loro conto così radicale che sembra miracoloso.

«Le scienze naturali e le discipline matematiche, di buona grazia hanno ceduto alla filosofia il privilegio della verità, ed esse rassegnatamente, o addirittura sorridendo, confessano che i loro concetti sono concetti di comodo, e di pratica utilità, che non hanno niente da vedere con la meditazione del vero. Un tedesco ha scritto addirittura che le scienze sono niente altro che un Kochbuch, un libro di cucina, offerto agli uomini perché se ne valgano per produrre i tanti oggetti a loro utili nella vita.

«Non ridirò i nomi degli scienziati, non meno che dei filosofi, i quali hanno compiuto questa necessaria conversione, dal Bergson e dal Poincaré in Francia all’Avenarius e al Mach in Germania. Si può dire che l’opera compiuta abbia avuto un carattere collettivo».

Naturalmente in questa premessa ci teniamo alle enunciazioni e non passiamo alla critica e alla confutazione. Per Croce è acquisito che le scienze abbiano «fatto cessione del loro carattere conoscitivo alla filosofia», oggi, alla data 1952, e come risultato di una lotta di alcuni decenni. In ciò l’uomo della strada può restare perplesso. Croce dunque vede due campi distinti: quello della filosofia e quello della scienza.

Il borghese che precedeva Croce di un secolo (a suo tempo vedremo l’argomento di Croce che sono borghesi anche i teorici del marxismo; esso non ci preoccupa troppo, se erano nobili e anche preti i teorici del criticismo borghese), il borghese, dicevamo, del tempo classico delle rivoluzioni liberali antifeudali vedeva, a suo modo, la scienza positiva alla progressiva conquista di un campo che sottraeva con gloriose scoperte alla religione prima, e alla stessa filosofia teoretica dopo. Tale vittoria, almeno per la comune opinione, era dovuta alla forza del metodo sperimentale in confronto sia della ricerca sui testi rivestiti di tradizionale autorità sia della pura speculazione del pensatore. Sacerdoti e filosofi avevano finora passeggiato nel mondo dei fantasmi e dei sogni, i moderni scienziati, nei loro laboratori più o meno connessi alle grandi fabbriche capitalistiche, lavoravano sul sodo e finalmente arrivavano a condurci alla nozione indiscussa del vero.

Non siamo affatto ostili a fare la condanna di tutta la retorica di classe e del filisteismo che fu edificato su questa deificazione della scienza positiva, a fini sociali, e per evitare che il possente strumento di indagine potesse agire non sugli ordini del padrone ma su quelli dei suoi salariati.

Qui si tratta di vedere come adopera i termini Croce nel riconquistare quel terreno. Il campo della scienza sperimentale viene umiliato, ed allontanato da quello della nozione del “vero”. Quel tale uomo della strada avrebbe detto che sacerdoti e filosofi pasteggiavano con l’astratto, fabbricanti e scienziati col concreto. Praticamente con la parola astratto si intende qualcosa di tratto fuori dal palpabile e valutabile solo con gli occhi della mente; per concreto qualcosa che si solidifica sotto le nostre dita come acqua ghiacciata o argilla che esce indurita dal forno o gesso che fa presa. Gli inglesi, questi spietati empiristi, chiamano concrete il conglomerato cementizio nostro, il béton dei francesi.

Croce si tiene lui il concreto (che veramente diremmo… croce e delizia di tutti i falsi marxisti che recano nascosto contrabbando filosofico) e lascia lo astratto a meccanici, fisici, chimici e così via. Sui problemi biologici il suo pensiero preciso merita qualche successiva indagine.

Empirico, che vale sperimentale, è per Croce associato ad astratto. Per lui la posizione è questa: una serie di verificazioni e rilevazioni sulla natura materiale che fa stabilire una legge scientifica, non è che una costruzione gratuita con cui il ricercatore descrive, a suo modo, la natura in un suo modello astratto. Ora non è il caso di andare oltre circa la pretesa affermata caducità e vuotaggine delle “leggi” che la scienza dichiara di aver trovate ed espresse. Si capisce che ogni volta che una congerie di dati isolati viene “setacciata” e ordinata in leggi o formule, si va a quei tali universali, a quelle generalizzazioni che ad ogni passo Croce deride, e quindi chi vuole cogliere ciò che tutti i casi concreti hanno in comune, si porta fuori da tutti i casi concreti non uno ad uno considerati, e quindi “astrae” da essi. Ed è naturale che non volendo astrarre non possiamo nemmeno leggere e scrivere, e Benedetto Croce resterà ignoto a noi poverelli.

Non è il momento di vedere questo: limitiamoci ad un esempio della nefanda “meccanica”. La legge del moto uniformemente accelerato risale a Galileo e si insegna agli scolari nella forma che gli spazi sono proporzionali ai quadrati dei tempi impiegati a percorrerli. Un tale moto con la sua formula è definito se facciamo tre rilevamenti delle posizioni del mobile. Allora con la sua astrazione il calcolatore sa prevedere una quarta posizione. Ora ammettiamo benissimo che da che mondo è mondo, preso un astro cento volte più pesante del Sole, od un granello di pulviscolo, mai quattro misurazioni concrete hanno quadrato con la legge. Quindi il moto uniformemente accelerato di Galileo in concreto, se si vuole, non esiste. Ma che sulla sua nozione non si sia solidamente camminato, e fatta non solo industria e tecnica, ma scienza (e filosofia! che lascerebbe intontito Aristotele) con buona pace del Croce è tesi che sarebbe ripudiata da Poincaré, e da Einstein.

Sarebbe stato allora tutto questo un gioco inutile? Ed il libro di cucina risulta un gioco inutile; o in qualche modo condensa nozioni senza le quali non si campa ed a fortiori non si filosofa? Questo andrà studiato meglio. Stiamo come un qualunque annunziatore presentando Croce, non altro.

Per lui dunque la scienza è un insieme di astrazioni e di empirismi che non conduce a conoscenza del vero. Tuttavia questa conoscenza è possibile, ma non prende l’aspetto di un sistema di leggi naturali. Essa si raggiunge dallo spirito e nello spirito, e si presenta come la possibilità di fare giudizi di valore, etici, estetici. Meglio citare qualche passo.

Croce esclude il concetto di causa dalle questioni storiche. «Il concetto di causa è certamente il nerbo delle scienze naturali, che si muovono nelle astrazioni, e perciò l’opposto di quello che si richiede per la storia, che sta nel concreto. Con le astrazioni è possibile giocare e riportare il fatto ad una o ad altra causa; ma col concreto si ha da fare con la coscienza, la cui voce non inganna e scopre ogni inganno quando si tratta di persuaderne altrui o di persuadere se stesso».

Dunque la rete delle leggi causali non è inerente alla natura, ma si fa e disfa quasi a piacere nella testa raziocinante dello scienziato fisico; tutto è quindi insicuro; il dato sicuro si trova nella coscienza. Esponiamo, per il tentativo di ben allineare quanto è da noi più lontano.

Con queste luci direttrici della coscienza che sono tanto più orientative di quelle del raziocinio (vietiamoci di polemizzare!) si costruisce, è chiaro, il solo sistema valido: «Una filosofia dello spirito che ci renda capaci di intendere il mondo in movimento, la storia». E poi lo slancio di invasione del campo nemico si accende ancora: «nel nuovo senso la storia comprende molto più che prima non si solesse, perché abbraccia tutta intera la cosiddetta storia della natura».

Infatti per Croce la storiografia è possibile, ma si riduce ad una registrazione incessante ed indefinita dei concreti, e deve aborrire da leggi causali. La storiografia di Croce è dunque una meteorologia degli eventi umani, a cui è vietato ogni pronostico, ogni bollettino di previsione del tempo. Di qui l’antitesi col marxismo, l’orrore per la pretesa di disegnare sviluppi storici di domani.

«In siffatta ricostruzione storica (dunque ricostruzione, qualcosa di più che semplice registrazione) guardo non agli uomini nella loro vita che si dice personale e privata, ma alle loro opere ossia al loro lavoro». Non illudiamoci di andare verso un punto di incontro. Quello di Croce non è il lavoro sociale dell’uomo medio; all’opposto è la creazione eccezionale, il capolavoro. Con concetto indubbiamente notevole l’autore vuole elevarsi al di sopra del limite della personalità. «Anche si avverte che sono opere nelle quali il mondo tutto in ogni sua parte concorre, onde sarebbe semplicistico quanto arbitrario riferirle ad un individuo determinato». Si tratta però di opere del tutto eccezionali, le più alte, cui «si suol dare l’epiteto di divine».

In queste opere rarissime Croce ravvisa il «valore oggettivo e rivolto all’universale» che risolutamente nega alla ricerca sperimentale e alla descrizione del mondo con leggi scientifiche. Queste opere, che lasciano orma e fanno tappa nel cammino umano, hanno per tramite un autore, Artista o Poeta, o come il Croce sembra concedere anche legislatore o reggitore di Stati; ma, in certo modo, se la singola persona è poco, la collettività è troppo; in certo modo, il Mondo, come Natura e come Umanità (e anche come Divinità? non sembra) vi si traduce arcanamente. «Le opere sono attuate certamente anche dai muscoli e dai nervi degli uomini, ma non si confondono con questi, e una sorta di ripugnanza si avverte quando ciò si faccia. Le passioni private circondano da ogni parte le opere degli uomini; ma queste ne rimangono distinte e superiori».

Procediamo con misura. In questa costellazione di opere massime si ravvisa la sola regione in cui vigono valori generali come quelli dell’Arte e anche dell’Etica; di più, della Logica; e sono queste le certezze concrete che è dato di raggiungere (a noi tutti, o solo alla teoria nobilissima, sia pure non strettamente cristallizzata in nominativi, degli alti spiriti?). Non solo la parte lasciata a tutti gli altri uomini nel seguirsi dei giorni ha valore accidentale contingente e privato, in modo che dai fatti storici si esclude perfino ogni giudizio di valore morale, in quanto ne siano protagoniste masse o classi di uomini o organizzazioni sociali e politiche. Non solo, ma confessiamo che ci resta dubbio se l’applicazione dei valori di Bene e di Male eretti in quella stratosfera dello spirito deve o no applicarsi alla condotta del singolo sia pure nei suoi “privati affari”.

In altri termini la Dialettica, scoprendo al fine quei supremi valori, ci fornisce una bussola per cui sappiamo giudicare l’operato di Oreste o di Macbeth, ed emettere sentenza; non ce la dà certamente per l’opera di Bruto o di Walter Audisio; ci stiamo domandando se ce la fornisce per Caterina Fort.

Se abbiamo male resa l’altrui costruzione ce ne scusiamo. Non a noi dispiace se, conteso quasi tutto il campo alla scienza, ne siano sottratte ampie regioni alla morale, lasciando in piedi con universale portata solo l’Estetica. Non ci preme rialzare quanto è caduto, quanto diffidare della solidità di impianto del resto.

Su questo punto ancora una citazione confermativa della nostra debole lettura: «In primo luogo, pongo una teoria filosofica dell’arte, da cui discendono tutte le verità proprie di essa… In secondo luogo, una potenza che si chiama Genio, e che sola dà vita all’arte…».

È chiaro che una simile costruzione, pure comportando un ordinamento delle Opere massime che non può contentarsi di essere arbitrario ed accidentale, e pure stendendo un tessuto connettivo, che è difficile intendere come si intrecci nel tempo e nello spazio, tra opera ed opera, e se vogliamo tra genio e genio (non più il Verbo, ma il Bello che si è fatto Carne?) lascia fuori e in disparte il lavoro di tutti gli uomini, nessuno escluso, i tipi e le forme in cui questo lavoro conduce alla produzione e alle sue diverse forme nei luoghi e nei tempi. Quest’azione delle masse manca di storia, o ne costituisce un fondo neutro in mezza luce, incapace di esprimere potenziali, che sono tutti insiti allo spirito e scatenati dall’avvento dei geni.

Eppure un poema, che non sappiamo se sia tra i Primati, e sia il vecchio Esiodo tra gli Assi della poesia (sarebbe forse proponibile una teoria filosofica… dello sport, coi suoi Campioni e i suoi exploit? ci vien di chiedere pedestremente), il primo poema greco, parlò di Opere e Giorni. La stessa parola ergai indica le opere dei sommi, e il lavoro di tutti, e oggi chiamiamo del resto opera la giornata del bracciante e la Walkiria. Tekné significa tecnica, e significa arte. Perché la tecnica, il gesto produttivo comune a tutti in un dato stadio sociale, condurrebbe solo al volgare empirico ed astratto “capitolato”, da cui faticosamente si costrussero la tecnologia e la fisica sperimentale e matematica; e la grandezza, la nobiltà, sarebbero solo nell’Arte dei pochissimi investiti dal genio ad alto potenziale, la cui conoscenza soltanto permette di costruire una Dottrina?

Lavoro ed Arte sono per noi lo stesso, e fin da Dante e dalla scolastica la violenza in essi era lo stesso peccato.

Dalla dottrina dei rapporti tra l’uomo-specie e la natura amica e nemica, noi non espelliamo l’Arte ed i suoi fastigi con un calcio nel deretano. Noi diciamo costruibile una storia del lavoro, della tecnica e della produzione, sulle cui solide fondamenta si reggono, e una storia della scienza applicata e teoretica, e una storia dell’Arte, i cui prodotti sono inesplicabili se non si intende quel duro cammino ad aprire il quale tutti i viventi – e tutti i giorni – contribuirono. “Ergai kai emèrai!” (Opere e Giorni).

L’arte degli uomini espresse non qual fosse la potenza del Genio, ma quale grado avesse raggiunta quella che Marx chiamò la potenza di specie.

Che anche la prima vada oltre lo stretto confine della persona, idolatrata da spiritualisti e giuridici puri, è constatazione preziosa, ma insufficiente.

  * * *

Il secondo aspetto che ci interessa, dopo aver cercato di dare una enunciazione forse scarna del pensiero crociano, è il giudizio del suo autore sul marxismo. Il quale in certi casi si solleva al di sopra di correnti banalità, ma in altri va da noi respinto.

Laddove Croce enuncia la ritirata conoscitiva della scienza, e mostra di prendere atto che alla stessa tutte le scuole attuali di buon grado si associano, quale che sia il surrogato loro proprio, trascendente o immanente, mistico o criticistico, egli dice che «una filosofia si è tenuta fuori di questo moto moderno; è il materialismo storico di Carlo Marx, orgoglioso a quanto sembra di essere nato prima del 1848».

Circa un tale orgoglio, di cui volentieri ci confessiamo partecipi, esso tutti dovrebbe stupire fuori che quelli che credono che la Teoria sorga senza contributi empirici. Empirici noi siamo, ma procediamo a secoli e non a settimane, del che a suo luogo.

Viene poi citato Lenin, riconoscendogli nozioni di scienza naturale pari a quelle di Engels (forse non è così, a parte… le settimane); e di Lenin ricordata l’opera “Materialismo ed Empiriocriticismo”, libro che il Croce ha visto citato ma non ha letto: dichiarazione consentita solo ai veri mostri di erudizione, ed ammirevole.

Ebbene, la lettura sarebbe una grossa delusione. Lenin sottopone ad una critica completa e potente le dottrine del Mach e dell’Avenarius soprattutto, ma le ritiene messe al tappeto dopo aver segnato dei punti che per Croce non risulterebbero affatto decisivi. Lenin riduce tutta la dimostrazione alla tesi che il “nuovo” criterio di filosofia naturale è racchiuso in criteri antichi, ormai abbattuti. Tali criteri sono il fideismo, o sistema di credenze religiose e soprannaturali, il solipsismo, o punto di arrivo estremo dell’idealismo nelle forme ad esempio di Berkeley, la negazione della oggettività del mondo. Ora tutte queste tendenze Lenin le ritiene ripudiate in modo unanime in tutto il campo dei partecipanti alla discussione, e quindi altro non gli serve per demolire l’empiriocriticismo che provare che esso nega la realtà fisica del mondo, o ne ammette la creazione, o vede nella sensazione e nel sentimento umano un fenomeno che si può svellere dal rapporto con gli stimoli esterni, l’ambiente ecc.

Ciò si spiega col fatto che Lenin scriveva anzitutto contro elementi di partito che avevano accolta favorevolmente quella filosofia affermandola compatibile col marxismo, e poi anche col fatto che quasi mezzo secolo fa sembrava che per la convergenza nelle stesse posizioni negative di scuole così diverse come la filosofia critica tedesca, il materialismo classico francese, il più recente positivismo sperimentalista, la partita teorica fosse per sempre giudicata contro l’esistenza di Dio, la creazione, ogni studio di manifestazioni del pensiero che prescindesse dalla vita biologica…

Dato ciò, mentre il valore dell’opera di Lenin resta, e basta leggerla con uno strumento di versione adatto per confutare il “neoantiscientismo” posteriore, e tutte le filosofie fondate nello spirito, pensiamo che per Croce sia più probante l’ “Antidühring” di Engels, a lui ben noto, per definire il nostro abbarbicamento alla nostra vecchia filosofia. Nel seguito tenteremo qualche connessione tra i due storici stadi della lotta della scuola marxista contro i suoi contraddittori. Esatta dunque l’affermazione che fuori e contro quel gran movimento dei cucinisti, restano i marxisti.

Anche la definizione di filosofo reazionario era un punto di approdo al tempo di Lenin, in cui il contraddittore borghese ammetteva di aver bisogno, o di averne appena avuto, di teorie antimedievali e rivoluzionarie. Oggi che sola reazione possibile è il conservare capitalismo, non fa impressione, anzi fa onore allo stesso Croce. E sia. Punto chiarito.

Altro punto è il violento attacco alla storiografia come sarebbe intesa e condotta dai marxisti: «monotona, vuota e desolatamente noiosa». Ci si faccia grazia di certe storie insegnate in Russia e altrove, in cui purtroppo Allah è Marx, e Stalin il suo profeta. Come sentirsi di giudicare monotona, vuota e desolatamente noiosa la storia, ad esempio, del “Diciotto Brumaio” e delle “Lotte di classe in Francia”? Chiamatela se volete dramma e poesia, sogno e proclama, se la dimostrazione non vi raggiunge – o vi lascia lontani nella sua forza scientifica; ma poi, giù il cappello!

Vediamo la definizione, trascuriamo il giudizio estetico, che veramente fa qui una magra prova della sua priorità indeclinabile! «La storiografia di Carlo Marx, con una potenza che si potrebbe definire storico-radioscopica, rese trasparente nel gran corpo della storia lo scheletro che tutta la regge, la struttura economica». Passi questa prima enunciazione, pur se ironica: anche al corpo fisico dell’uomo vecchie scuole volevano vietare di guardar dentro, e l’obiezione che il coltello anatomico vi frugava dopo la morte (mentre poco agevole è frugare su cadaveri di storie) fu appunto sepolta, non solo in una memorabile battaglia “filosofica”, ma poi dalla scoperta della radioscopia che si applica all’organismo vivo, e lo svela.

Da questo punto in poi denunziamo il verbale. «Marx mercé di questo concetto interpretò con sicurezza non solo tutta la storia europea degli ultimi due secoli, ma quella universale, perché la sostanza di tutte è sempre la stessa: l’indegno sfruttamento che le minoranze dirigenti hanno sempre fatto dei popoli». La tesi di fatto è mal messa, perché in date fasi le minoranze dirigenti hanno emancipato date classi dallo sfruttamento; la tesi di “diritto” peggio, perché l’indegnità è giudizio etico, estraneo a Marx. Ma andiamo piano e riportiamo ancora. «La storia è storia di lotte, e il comunismo non vuol sapere di lotte, tranne che per mettere fine tutto in una volta a tutte con una azione violenta… Suo ideale (sic!) è la pace fra gli uomini, e poiché la lotta nasce, secondo quanto esso crede, dall’opera del male contro il bene, il mezzo di toglierla dal mondo è di toglier dal mondo il male, e poiché… le ragioni del male sarebbero nella proprietà privata… toglier via la proprietà privata, considerandola il male dei mali». E qui l’argomento finale: «ottenuto con ciò l’effetto della rimozione del male dovrebbe sorgere il dubbio se la storia, che è storia di lotte, possa continuare».

Incolpati così di voler “arrestare la storia” noi marxisti non ci saremmo fermati sulla grave difficoltà di non poter definire questa che non sarebbe «nemmeno una epoca differenziata della storia» perché ridotta alla eternità, immobile e sempre uguale a se stessa. Siamo calati al livello del cristiano che sul serio ammette che dopo la valle di Giosafat finisce il peccato, e al tempo stesso finisce la redenzione, termina la vita come termina la morte, e si fissa in sé fuori del tempo una inutile, statica beatitudine o dannazione.

Andiamo! se ci fosse l’arbitro, qui alzeremmo il braccio come il corridore chiuso nella volata, o il calciatore spostato fallosamente da un avversario. Ma arbitro non ce n’è, e i dispareri e le lotte, se ne dia pace l’illustre avversario, non stanno per terminare.

Se vogliamo stare alla «lettera» del marxismo, un certo “Manifesto” comincia col dire: la storia dell’umanità è una storia di lotte di classe. Un certo Engels scrisse poi che con la rivoluzione comunista «finisce la preistoria umana». Adunque non abbiamo affatto la pretesa che la storia non possa allora continuare: all’opposto è la preistoria che finisce, e la storia comincia soltanto allora! Pretendiamo, sì, che finiranno le lotte di classe. Vuol dire questo una serie immobile di giorni tutti eguali? Un momento, di grazia, che a questo si risponde poco oltre. Una nota a quel primo passo del “Manifesto” dice: la storia scritta è una storia di lotte di classe perché la primissima vita della specie umana, secondo scoperte posteriori in massima al 1848, rivela epoche in cui lotte di classe ancora non ne erano esplose, e le agglomerazioni prime della umana specie vivevano comunisticamente.

Voi dunque ci prestate un falso schema: lunga storia di lotte di classe tra oppressori ed oppressi – futuro Eden comunista che succede all’ultima suprema lotta rivoluzionaria e attua una immobile immutabile Pace.

Il nostro schema “ufficiale” è invece ben altro: antipreistoria (per voi barbarie) di comunismo primitivo – preistoria dell’umanità raccontata nelle vostre epopee guerresche e costituita da lotte feroci di classe (che voi chiamate succedersi di civiltà o attuarsi dei valori dello spirito) – storia che si inizia colla soppressione delle classi, la cui inesauribile fecondità è a voi negato, a noi dato solo in piccola parte, di antevedere!

Poco male sarebbe la semplice “ignoratio elenchi”, e conviene andare più alla sostanza della questione.

Forse appena i più antichi degli utopisti ridussero la questione alla battaglia contro un principio cattivo che si rinviene in ogni organizzazione umana, e che, finalmente “isolato” come un virus qualunque, si riuscirà un giorno ad espellere fondando l’era dell’umanità felice. A costoro si potrebbe addebitare di vedere nella storia l’urto dei due principii del Bene e del Male, che debba finire colla vittoria del primo. Ma è proprio Marx che ha per sempre tolto di mezzo simili banalità.

La lotta non nasce dall’urto del male contro il bene, ma è un trapasso necessario ed una condizione di tutta una successiva serie di lotte, e poi della ultima per cui ci si regala tanta ironia. Ciascun trapasso era parimenti necessario ai successivi, e ciascuna lotta ugualmente “buona”, ossia utile al processo generale. Quando il primo comunismo cede e la prima classe proletaria sorge noi non gridiamo: fermati Male, e lascia stare il Bene! Noi (ammesso che al botteghino della storia si acquistino biglietti per tutto lo spettacolo) scoppiamo in applausi e gridiamo: finalmente! Non si possono sviluppare le forze di produzione se non nasce la proprietà su terre, cose, uomini perfino, dal momento che gli uomini sono molti, le terre poche, le distanze tra i gruppi minori.

Una vera radioscopia, che Roentgen non inventò, occorre a Croce e ai suoi per vedere in tutti gli uomini insito lo stesso spirito, fin da allora: o gli stessi valori giocare a spiegare la portata di dominio e libertà, schiavitù ed emancipazione. Noi lavoriamo sull’astratto, sull’empirico numero di abitatori della terra fertile, sulla quantità di grano o di riso che ne sanno estrarre, e su altre cosucce, e diciamo: a questo levar di sipario, comunismo è male, spartizione del suolo è bene.

Questi capovolgimenti continui sono per noi la chiave della storia, ed in ognuno di essi non solo i “valori” di bene e di male, come sono proiettati nel comune pensare degli uomini, senza posa si invertono, ma la stessa classe si fa portatrice, nella stessa scorza ideologizzante, degli effetti opposti.

In presenza, per essere concreti (se ci fosse permesso), della lotta della borghesia, noi vediamo in questa un fattore rivoluzionario fino a tanto che si tratta di abbattere gli istituti medievali e feudali. Non condanniamo quindi tale lotta al grido che incredibilmente ci si presta: viva la Pace! Anzitutto una simile lotta non può condurre alla pace sociale (né alla pace tra gli Stati), e noi ben lo sappiamo. Ma affrettiamo che in essa vinca la borghesia proprio perché ciò ci fa andare verso un’altra lotta; quella del moderno proletariato contro la borghesia. La borghesia dunque è Male ed è Bene nella storia, le lotte della borghesia sono Male e sono Bene, la pace fino a che vi è capitalismo non è né Male né Bene, perché non è attuabile, e così via. Tutto questo può essere per altrui discutibile ed opinabile, a noi basta senza altri esempi per stabilire che il Male e il Bene nella storia non ci sognammo mai di introdurli; e fu Marx che ne li espulse, espellendo l’illusione che la storia avesse il mandato di realizzarli.

Solo che, avendoli tolti dalla storia, non sappiamo che altro farcene.

L’avversario ci coglie però al passo “mistico”, perché noi dichiariamo di avere assodato per fermo che questa moderna lotta di proletari e borghesi è l’ultima lotta, che essa non determinerà il sorgere di una nuova classe dominante ma la fine della divisione in classi della società.

Questo sarebbe il risultato arbitrario e gratuito, dato che la regola della lotta che genera lotta sarebbe seguita dalla opposta conclusione di una lotta che genera Pace. Anzitutto fateci grazia di questo scempio vocabolo. Se due Stati che potrebbero farsi guerra stanno con le armi al piede, questa è pace: ognuno conservando il potere sul suo territorio. Se due classi non si scontrano all’interno di uno Stato, ma resta (e non può essere altrimenti) immutato il rapporto delle forze e forme di produzione, questa è pace di classe, ossia è collaborazione di classe, e non solo non è il nostro “ideale”, ma è ciò da cui furiosamente aborriamo.

Dunque la rivoluzione proletaria non segnerà un “contratto di pace” tra le classi, come non segnerà un “contratto di lavoro” tra capitalisti e salariati. Essa sarà la fine, prima del potere di classe della borghesia, poi dell’economia a capitale e salario.

Se questo trapasso ha un carattere nuovo e originale non è perché sia giunto un Marx o un partito marxista a dire: abbiamo scoperto che il Male è la proprietà privata, che il Bene supremo è la pace sociale! È per essersi, la prima volta, attuato un insieme di condizioni che solo il capitalismo poteva fondare: produzione e consumo sociale e mondiale, rottura di tutti i cerchi di isole chiuse di vita, esaltazione delle forze meccaniche, e fisiche in genere, utilizzate nella produzione.

Comunque, ogni lotta tra gli uomini finirà? Anzitutto: il mondo è vasto, e il sottofondo della produzione capitalistica non si estende ancora alla sua maggior parte, presenta oasi di sabbie e fanghi mobili ad ogni passo. E anche tutto un mondo industrializzato ed innervato delle modernissime reti caratteristiche del capitalismo sviluppato, dopo la caduta del potere borghese, richiederà lungo sforzo per lo smantellamento non solo dei legami materiali ma delle impronte ideologiche e psicologiche del tempo attuale; si tratterà di generazioni, mentre le vicende “geografiche” del trapasso traverso i continenti appaiono tuttora imprevedibili in gran parte.

Ma quando noi diciamo che la lotta militare, ideologica, politica non è che un risultato della spinta economica, noi diciamo che “in principio era la lotta” e che essa mai non cesserà. Spinta economica è spinta per il bisogno fisiologico, lotta di ogni essere e di ogni giorno per il suo alimento. Se il bruto contende il pasto all’altro bruto, e l’uomo, animale sociale, cominciò la sua vita di specie in gruppi che lottavano insieme per il cibo e per tutto il resto contro la natura tutta, e solo le difformità tra mezzi di soddisfazione e modo di accumularli causò la lotta tra uomini a gruppi e in classi, quando la potenza accumulativa di risorse raggiunta dalla specie aumenta, cedono i motivi della contesa di spartizione.

È per questo che dopo la vittoria del comunismo non si cesserà di lottare, ma sempre più in lotta solidale di uomini contro le difficoltà che occorre vincere per il vantaggio comune. Sostenete, se volete, che avverrà sempre che le risorse siano guadagnate da dati gruppi, e gli altri si dedicheranno a strappar quelle già ottenute dai primi; e discutiamone secondo i dati reali del procedere storico.

Ma non ignorate che anche il lavoro è lotta, la produzione collettiva è lotta, la cattura delle naturali energie è lotta, e questa mai cesserà. E se vi piace definire la lotta col trauma e con il sangue, fate la statistica dei morti per automobile nel secolo XX dopo Cristo, e di quella dei morti per dardo o daga del XX prima di Cristo.

No, signori filosofi, rassicuratevi: il comunismo non fermerà la storia, ma segnerà il punto di avvio alle più ricche tappe di essa. La dimostrazione è tanto vasta che non abbiamo bisogno di ricorrere, per arricchire di drammaticità il corso delle generazioni venture, alle esplorazioni fuori del pianeta… o alla guerra con i Marziani, che evidentemente permetterebbe allo Spirito di tranquillizzarsi sulla prospettiva raccapricciante che noi lo mandiamo in pensione.

Convien lasciare questo punto del Bene e del Male che ci siamo visti inopinatamente appioppati, per toccarne qualche altro, in cui il Croce ci fa più onore, o meglio ne fa alla sua cognizione di causa.

«Significante altamente dell’indole del comunismo… è l’avversione e la ripugnanza che esso ha sempre dimostrato per un concetto fondamentale della vita dello spirito e della storia, quello della “libertà”, che non solo nelle vecchie utopie del tipo della “Città del Sole” non trovava luogo, ma anche dai partiti comunistici moderni vien combattuto…».

Tiriamo noi il fiato, benché vediamo, volgendo il guardo in giro, il mondo infestato da partiti a nome comunista, e che servono libertà a tutti i pasti.

Ma è la motivazione che è importantissima. Infatti Croce dà addosso a Babeuf, che nella prima gloriosa formulazione comunista della Lega degli Eguali, in certo modo accettò la “libertà formale” borghese, ma rivendicò aggiunta a quella la “libertà reale”. Oggi ancora non pochi anarchici dicono che, preso atto della libertà civile, va conquistata la libertà sociale. Fessi, dice Croce, e qui ha ragione: «il concetto della libertà è sempre formale ossia morale, e non mai condizionato dal possesso di particolari beni economici». In lingua comune: il libero può essere povero e il povero può essere libero.

Qui è ben messa la vera svolta. Marx «consigliò di appoggiare gli sforzi dei liberali contro i regimi assoluti per disfarsi poi degli occasionali alleati». Benissimo. Tra borghesi e proletari vi fu un incontro storico (oggi chiuso da tempo), non vi fu mai un incontro, stiamo per dire, “filosofico”. Non abbiamo “alcuni ideali” comuni, non sorgiamo da “un ceppo di civiltà” comune. Avete detto chiaramente che non si può far leva sulla vostra rivendicazione liberale e spingerla alla rivendicazione sociale, economica. Non è che il liberalismo si ferma a metà strada, e noi dobbiamo seguitare soli: esso si mette sulla strada, contro la nostra meta sociale, e fin dal primo momento.

Via dunque la libertà formale e morale, e la libertà senza aggettivi! Essa è vuota parola, e il marxista che se ne serve anche a fine agitatorio è un mistificatore della peggiore specie: perché mistifica quelli per cui dice di lottare.

Sissignore: per Marx «la porta di entrata del comunismo era la dittatura». Gabellata per provvisoria? Verrebbe la voglia di rispondere come Michele Adam, personaggio di Verne, a chi gli chiedeva: come tornerete dalla Luna? – adesso cominciamo ad andarvi, poi vedremo lassù.

Per Marx il trapasso «avrebbe comportato l’abolizione dello Stato». Esattissimo, infatti. Non meno chiarificatrice l’autorevole aggiunta: dello Stato «cioè della prima istituzione di garanzia della libertà, che è la forma giuridica».

Libertari che, senza far torto al grande vecchio Babeuf, volete porre il piede incauto sullo scalino liberale, riflettete. Noi marxisti abbiamo le carte teoretiche qui in tutta regola: al diavolo la Libertà! Al diavolo lo Stato!

Un passo del nostro formulario è qui venuto in mente a Croce, che aveva il torto di aver dimenticati quelli sulla lotta e sulla storia. Marx chiamò la Rivoluzione comunista: «salto dal regno della Necessità in quello della Libertà».

Nessuna contraddizione. Voi volete liberare, non lo Spirito, che è la libertà istessa alitante e attuantesi senza sosta, ma l’individuo. Noi ve lo dimostriamo: l’individuo comune, e anche quello fuori misura, è soggetto alla legge deterministica e legato alla Necessità: non solo egli non fa quello che vuole, ma non sa quello che fa. Fino a che classi di uomini lottano contro altre classi, anche la società, la specie, soggiace a questa necessità incombente. Ma con l’uscire della storia dal dramma delle classi, la società come un tutto, non nei suoi elementi personali, si libera da millenarie impotenze; dirige la tecnica e il lavoro e l’immensa attività di tutti, ed è in ciò la sola, la vera liberazione, la prima: come la prima coscienza e conoscenza, che voi pretendevate dagli albori di avere affissata nella luce dello spirito.

Babeuf, lui ancora, per primo avrebbe posto la base alla svalutazione marxista, all’irriverenza «per tutte le forme della vita spirituale, religione, filosofia, scienza, poesia» in quanto osò dire (e non conoscevamo la splendida citazione): «il valore dell’intelligenza è cosa di opinione, e bisogna esaminare se il valore della forza, del tutto naturale e fisica, non lo valga».

Ebbene, lo stesso pessimismo che da ogni pagina dell’autore che abbiamo voluto seguire traspare, autorizza a fare un bilancio negativo del lavoro della intelligenza e della coscienza: se questi sono i “valori” assoluti, ossia le sole grandezze di cui si può con certezza scrivere l’entrata e l’uscita, il bilancio è lo sbocco naturale. All’apice di questa decantata civiltà che ci trova irriverenti ed iconoclasti, il bilancio non saprebbe essere più disastroso.

Se Babeuf, che gettò il primo grido rivoluzionario, espresse male una illusione di libertà e credé svolgere il proletario dall’involucro ingannevole del cittadino, egli dette però il segnale del nuovo cammino di classe.

La forza naturale e fisica occorre, che raggiunge i corpi e non gli spiriti, che si chiama appunto lotta, rivoluzione, e dittatura, perché veramente rompendo le barriere spietate della necessità gli umani si levino verso campi sterminati di attività multiformi e grandiose, e i risultati deformi e distorti che fino ad ora ha dato l’uso e l’abuso della intelligenza e l’ipocrisia di un controllo della coscienza siano superati al punto da essere a giusta ragione ascritti alla preistoria, nelle cui tenebre e nelle cui vergogne siamo immersi tuttora.