Интернациональная Коммунистическая Партия

Rassegna Comunista 4

Gli schieramenti dei partiti parlamentari in Italia

Questa applicazione del meccanismo elettorale cui abbiamo assistito in Italia, svoltasi con una rapidità di passaggio che è l’unica cosa che poteva conferire alla sua sopportazione, ha confermato che si tratta di un meccanismo rugginoso e consunto, incapace ormai di fungere da primo motore della macchina politica. 

Le recenti elezioni non hanno indicato né tanto meno fornito alla classe che è al potere nuovi espedienti e risorse per uscire dalle strette di una penosa situazione. La nuova Camera è composta su per giù come l’antica e, dal punto di vista puramente parlamentare, offre gli stessi problemi alla formazione di un governo secondo le regole consuete. 

È impressione corrente che, avendo il ministero Giolitti sciolta la Camera, perché su di essa era impossibile basare una sicura maggioranza di governo, si trovi ora dinanzi ad una Camera in cui quelle difficoltà si sono identicamente rinnovate, e forse accentuate. 

Ma queste sono le riflessioni correnti di quella pubblica opinione ricucita di luoghi comuni, e poco ci importano. La realtà è che la politica difensiva della classe borghese in Italia si avvia a confermare quella che è una esperienza fondamentale del movimento internazionale comunista, cioè la funzione decisivamente reazionaria della socialdemocrazia. 

Si è troppo ripetuto che in Italia una socialdemocrazia non esiste, si è troppo speculato sulle superficiali valutazioni che del socialismo riformista e transigente italiano sono in voga in Italia e all’estero per la interferenza di fattori non bene compresi. Lo si è tanto ripetuto che gli avvenimenti non mancheranno di regalarci un altro teorema (ci si passi la espressione) che la più velenosa e reazionaria forma di socialdemocrazia è quella che più tarda ad appalesarsi per tale. 

Certo è che mentre il regime, o se non il regime le cui crepe sono troppo evidentemente insanabili, almeno il potere borghese, dà prova di avere tuttora delle notevoli risorse difensive, e di essere capace di far arretrare di qualche passo l’avversario, il proletariato rivoluzionario, profittando con intuito e risolutezza delle sue debolezze, mentre questa verità altamente ammonitrice per i proletari, scaturisce da quanto avviene nelle piazze e nelle campagne attraverso gli episodi di una quotidiana guerriglia, la consultazione elettorale dà indicazioni nettamente di sinistra, dà la vittoria a forze essenzialmente democratiche, a programmi che sono materiati di riformismo socialistoide e di modernismo sindacale. Protagonisti della vigorosa resistenza borghese non sono dunque i gruppi reazionari (nel senso storico della parola) della borghesia; non sono elementi ultraconservatori, ultramonarchici, clericali, moderati… tutta questa terminologia è sparita addirittura dalla politica italiana. 

I partiti messi in auge dalle elezioni recenti e dalle precedenti sono tutti su di un terreno democratico, si avviano tutti ad accettare l’esperimento di un governo socialdemocratico; ossia a formarsi la coscienza di classe che costituire un tale governo non vorrà dire cedere dinanzi alle masse, ma portare contro di esse e l’avanguardia rivoluzionaria del loro movimento, la più decisa delle offensive. 

Il partito popolare — non occorre ripeterne i motivi — è un partito largamente democratico e riformista; sindacalista nella sua ala sinistra, la quale arriva perfino a considerare senza timore un cambiamento di forma di governo nel senso repubblicano; ed è apertamente (tutto il partito) fautore della più larga funzione della democrazia parlamentare. Esso fa posto nei suoi programmi alle aspirazioni economiche delle masse; sopratutto agrarie, e fa leva in gran parte su queste — non fa mistero di essere un partito di governo, e comincia a dichiarare di essere pronto a collaborare con le frazioni della più accesa democrazia; essendo ormai da una parte e dall’altra superato per sempre quel problema dell’anticlericalismo massonico, che una volta sembrava il pernio delle lotte politiche in Italia; mentre era il risultato di uno spregevole onanismo intellettuale. 

I gruppi del «partito liberale» non si possono esaminare che riducendoli a seguito di questo o di quello «illustre parlamentare». Vi sono i seguaci fedeli di Giolitti: chi non conosce l’audacia democratica e riformistica dei suoi programmi? La sua antica decisione di portare i socialisti al potere, realizzata in parte dopo la scissione del 1912 in cui il partito socialista respingeva da sé i collaborazionisti, creando la illusione di aver superato il pericolo riformista; mentre questo covava nelle sue file, e mentre, come dicevamo, esso è tanto più insidioso, quanto più circonda di stentate od ostentate riluttanze la sua via verso l’alleanza borghese? 

Vi è una «opposizione» a Giolitti che gravita verso Nitti. Le ragioni della opposizione non sono che personali, il tono politico è lo stesso. Caso mai Nitti è ancora più corrivo alla collaborazione socialista, verso cui quando era al potere fece tentativi replicati, dimostrandosi così audacemente oculato dal sorridere anche al chiassoso massimalismo del 1919 ed aiutarlo a vincere nelle elezioni.

Ancora: v’è un gruppo Salandra, in cui sopravviverebbe la «destra» della Camera italiana. A dispetto di ogni regola geometrica o simmetrica, nel Parlamento nazionale la sinistra comprende i cinque sesti dei deputati, e la destra, con aggiuntovi il centro, si e no il sesto, anzi certamente no. Ma il recente discorso Salandra dimostra che anch’egli accederebbe ai modernissimi criteri di governo deponendo pregiudiziali sorpassate. D’altra parte nel suo governo di guerra egli comprese i socialisti riformisti interventisti. E nel giudicare dello schieramento politico dei partiti italiani non bisogna dare troppo peso alla politica fatta durante la guerra. Bissolati è morto; e se sempre ha vissuto vicinissimo a Turati, oggi sarebbe forse per condividere ancora la sua tessera. Non vi è maggiore abisso tra Salandra e Giolitti di quello che vi fosse tra Bissolati e Turati. Del resto, il riavvicinamento è stato sancito dalla stessa posizione elettorale del Salandra, divenuto anch’egli ministeriale. 

Vi sono i fascisti. La presenza di questo nuovo gruppo non deve ingannare. Esso non smentisce affatto le tendenze della borghesia italiana alla avanzata democrazia parlamentare, alle riforme che vogliono contentare i lavoratori, alla più grande ampiezza di libertà per i sindacati professionali. Anzi in tutto questo campo il fascismo è una avanguardia programmatica. Il fascismo non è né un partito, né un gruppo; esso è il precipitato ultimo della politica di difesa della classe borghese, di cui contiene le più forti esperienze nazionali ed internazionali. La sua funzione sulla scena della politica italiana è la dimostrazione vivente e dinamica delle affermazioni critiche del comunismo; che cioè nel meccanismo parlamentare democratico si realizza la dittatura borghese, che la funzione di quel meccanismo si integra con la lotta violenta contro le tendenze rivoluzionarie, colla applicazione alla lotta di classe del principio militare che la migliore difesa è l’offensiva.

Il fascismo, colle sue imprese, se interpretato alla luce di una valutazione marxista che è lettera morta per la cecità o per la complicità — socialdemocratica, avvia, attraverso un processo le cui vicende parlamentari si intravedono già, ma su cui ancora non ci soffermeremo, lo scatenamento della più selvaggia battaglia antirivoluzionaria, sotto la bandiera, non di una dittatura extraparlamentare, ma di un governo di democratici, magari di una repubblica presieduta da socialisti, che rinnoverà le gesta degli Ebert e dei Noske. 

Le gesta non sarebbero rinnovate, al certo, se la grande massa proletaria seguisse la suadente politica di addormentamento socialdemocratica, e disarmasse nei metodi di passività sfrontatamente proposti dal partito socialista. Questo potrebbe sembrare probabile a chi considerasse aritmeticamente le cifre dei voti socialisti e comunisti nelle elezioni recenti. 

Ma il comunismo italiano, più che mai ferrato delle armi critiche demolitrici dell’inganno parlamentare apprestate dalla genialità dei Maestri, e dalle sanguinose esperienze dei militanti contemporanei della lotta rivoluzionaria, sorge a rispondere che su altro terreno si dimostrerà come anche in Italia vi siano forze inquadrate sotto il vessillo di Spartaco. Alle quali se migliore arriderà la fortuna, non vi sarà ombra di grazia per i «passati al nemico».

Партия и классовая деятельность

В предыдущей статье, где мы подробно изложили некоторые фундаментальные теоретические концепции, мы показали не только отсутствие противоречия в том, что политическая партия рабочего класса, незаменимый инструмент в борьбе за освобождение этого класса, включает в свои ряды лишь часть, меньшинство класса, но и то, что нельзя говорить о классе в историческом движении без существования партии, обладающей чётким осознанием этого движения и его целей и ставящей себя в авангард этого движения в борьбе.

Более детальное изучение исторических задач рабочего класса на его революционном пути, как до, так и после свержения власти эксплуататоров, лишь подтвердит императивную необходимость политической партии, которая должна руководить всей борьбой рабочего класса.

Для того чтобы получить точное, осязаемое представление о технической необходимости партии, сначала следует рассмотреть – даже если это может показаться нелогичным – задачи, которые пролетариат будет должен выполнить после прихода к власти и после того, как он вырвет контроль над социальной машиной из рук буржуазии.

После установления контроля над государством пролетариат должен будет выполнять сложные функции. Помимо замены буржуазии в управлении и администрировании государственных дел, он должен создать совершенно новый и иной административный и правительственный механизм, с гораздо более сложными задачами, чем те, что образуют современное «правительственное ремесло». Эти функции требуют регламентации отдельных лиц, способных выполнять разнообразные функции, изучать различные проблемы и применять определённые критерии к различным сферам коллективной жизни: эти критерии вытекают из общих революционных принципов и соответствуют необходимости, которая заставляет пролетарский класс разорвать оковы старого режима, чтобы установить новые общественные отношения.

Партия — это совокупность людей, разделяющих общее видение развития истории, имеющих четкое представление о конечной цели представляемого ими класса и заранее подготовивших систему решений различных проблем, с которыми пролетариату придется столкнуться, став правящим классом. Именно поэтому власть класса может быть только властью партии. После этих кратких рассуждений, которые очень наглядно видны даже при поверхностном изучении русской революции, мы теперь рассмотрим фазу, предшествовавшую приходу пролетариата к власти, чтобы показать, что революционная деятельность класса против буржуазной власти может быть только деятельностью партии.

Прежде всего, очевидно, что пролетариат не был бы достаточно зрелым, чтобы противостоять крайне сложным проблемам периода своей диктатуры, если бы орган, необходимый для решения этих проблем, — партия, — задолго до этого не начал формировать свод его доктрин и опыта.

Партия является незаменимым органом любой классовой борьбы, даже если мы рассматриваем насущные потребности борьбы, которая должна завершиться революционным свержением буржуазии. В действительности, мы не можем говорить о подлинном классовом деятельности (то есть деятельности, выходящим за рамки торговых интересов и непосредственных интересов), если нет деятельности партии.

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В сущности, задача пролетарской партии в историческом процессе формулируется следующим образом.

На любом этапе развития капитализма его экономические и социальные устои непереносимы для пролетариата, который в силу этого вынужден стремиться к их уничтожению. В результате сложных процессов жертвы этих отношений приходят к осознанию того, что в их инстинктивной борьбе со страданиями и трудностями, общими для множества людей, индивидуальных ресурсов недостаточно. Поэтому они начинают экспериментировать с коллективными формами деятельности, чтобы, посредством объединения, увеличить степень своего влияния на навязанные им социальные условия. Но череда этих переживаний на протяжении всего пути развития современной капиталистической социальной формы неизбежно приводит к выводу, что рабочие не добьются реального влияния на свою судьбу, пока не объединят свои усилия за пределами местных, национальных и торговых интересов и пока не сосредоточат эти усилия на далеко идущей и целостной цели, которая реализуется в свержении буржуазной политической власти. Это происходит потому, что пока существующий политический аппарат остается в силе, его функция будет заключаться в уничтожении всех попыток пролетарского класса вырваться из капиталистической эксплуатации.

Первыми группами пролетариев, достигшими этого осознания, являются те, кто принимает участие в движениях своих классовых товарищей и кто, посредством критического анализа своих усилий, результатов, ошибок и разочарований, выводит все большее число пролетариев на поле общей и конечной борьбы, которая является борьбой за власть, политической борьбой, революционной борьбой.

Таким образом, поначалу всё большее число рабочих убеждается в том, что только решающая революционная борьба может решить проблему их условий жизни. В то же время растёт число тех, кто готов принять неизбежные трудности и жертвы борьбы, и кто готов возглавить массы, подстрекаемые к восстанию своими страданиями, — всё для того, чтобы рационально использовать свои усилия и обеспечить их полную эффективность.

Следовательно, важнейшая задача партии представляется в двух аспектах: как фактор сознания, а затем как фактор воли: первый выражается в теоретическом понимании революционного процесса, которое должны разделять все члены партии; второй — в принятии четкой дисциплины, обеспечивающей скоординированные усилия и, следовательно, успех соответствующей деятельности.

Очевидно, что это усиление классовой энергии никогда не было и не может быть надежным, прогрессивным, непрерывным процессом. Происходят застои, неудачи и распады. Пролетарские партии часто теряют существенные черты, которые они формировали, и свою способность выполнять свои исторические задачи. В целом, под влиянием отдельных явлений капиталистического мира, партии часто отказываются от своей главной функции, которая заключается в концентрации и направлении импульсов, исходящих от движения различных групп, и в направлении их к единой конечной цели революции. Такие партии довольствуются немедленными и преходящими решениями и удовлетворениями. Вследствие этого они деградируют в своей теории и практике до такой степени, что признают, что пролетариат может найти условия выгодного равновесия в рамках капиталистического режима, и принимают в качестве своей политической цели лишь частичные и непосредственные задачи, тем самым начиная свой путь к классовому сотрудничеству.

Эти явления деградации достигли своего пика во время Первой мировой войны. После этого последовал период здоровой реакции: классовые партии, вдохновленные революционными директивами – единственные партии, которые действительно являются классовыми партиями – были реорганизованы по всему миру и организуются в Третий Интернационал, чья доктрина и деятельность носят явно революционный и «максималистский» характер.

Поэтому в этот период, который, судя по всему, будет решающим, мы вновь наблюдаем движение революционного объединения масс, организации их сил для окончательного революционного действия. Но опять же, далекое от непосредственной простоты правления, это положение ставит сложные тактические задачи; оно не исключает частичного или даже серьезного провала и поднимает вопросы, которые так сильно волнуют бойцов мировой революционной организации.

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Теперь, когда новый Интернационал систематизировал рамки своей доктрины, ему еще предстоит разработать общий план своих тактических методов. В различных странах у коммунистического движения возник ряд вопросов, и тактические проблемы стоят на повестке дня. После того как установлено, что политическая партия является незаменимым органом революции; после того как перестало быть предметом спора утверждение, что партия может быть лишь частью класса (и этот вопрос был решен в теоретических резолюциях Второго Всемирного конгресса, которые послужили отправной точкой для предыдущей статьи), остаётся решить следующую проблему: необходимо более точно определить, насколько большой должна быть партийная организация и какие отношения она должна иметь с массами, которые она организует и которыми руководит.

Существует – или говорят, что существует – тенденция, которая стремится к созданию абсолютно чистых «малых партий» и которая почти с удовольствием избегает контактов с большими массами, обвиняя их в отсутствии революционного сознания и способностей. Эта тенденция подвергается резкой критике и определяется как левый оппортунизм. Однако этот ярлык представляется нам скорее демагогическим, чем оправданным; его следует скорее применять к тем тенденциям, которые отрицают функцию политической партии и утверждают, что массы можно организовать в огромных масштабах для революции посредством чисто экономических и синдикальных форм организации.

Поэтому нам необходимо более тщательно изучить взаимоотношения между массами и партией. Мы видели, что партия — это лишь часть рабочего класса, но как определить численность этой группы? Если и есть свидетельство волюнтаристской ошибки, а следовательно, и типичного антимарксистского «оппортунизма» (а сегодня оппортунизм может означать только ересь), то это претензия на установление таких количественных соотношений как априорного правила организации; то есть установление того, что в рядах коммунистической партии или среди её сторонников должно быть определённое число рабочих, которое либо больше, либо меньше определённого процента пролетарской массы.

Было бы нелепой ошибкой оценивать процесс формирования коммунистических партий, протекающий через расколы и слияния, по числовому критерию, то есть сокращать численность слишком крупных партий и насильно увеличивать число слишком мелких. Это означало бы, по сути, непонимание того, что это формирование должно руководствоваться качественными и политическими нормами и что оно в значительной степени развивается благодаря диалектическим последствиям истории. Его нельзя определить организационными правилами, которые предполагают, что партии должны быть сформированы в соответствии с тем, что считается желательными и подходящими размерами.

Несомненным основанием для подобных дискуссий о тактике можно считать то, что предпочтительно, чтобы партии были как можно многочисленнее, и чтобы им удавалось привлечь к себе как можно большее количество масс. Никто из коммунистов никогда не устанавливал в качестве принципа, что коммунистическая партия должна состоять из небольшого числа людей, запертых в башне из слоновой кости из соображений политической чистоты. Бесспорно, что численная сила партии и энтузиазм пролетариата, стремящегося сплотиться вокруг партии, являются благоприятными революционными условиями; это несомненные признаки зрелости развития пролетарской энергии, и никто никогда не пожелал бы, чтобы коммунистические партии не развивались таким образом.

Следовательно, нет определенной или поддающейся определению численной связи между членством в партии и основной массой рабочих. Как только установлено, что партия выполняет свою функцию классового меньшинства, вопрос о том, должно ли это быть большое или малое меньшинство, становится высшей степенью педантизма. Несомненно, пока противоречия и внутренние конфликты капиталистического общества, из которых берут начало революционные тенденции, находятся лишь на первой стадии развития, пока революция кажется далекой, следует ожидать следующей ситуации: классовая партия, коммунистическая партия, неизбежно будет состоять из небольших авангардных групп, обладающих особой способностью понимать историческую перспективу, и та часть масс, которая поймет и последует за ней, не может быть очень большой. Однако, когда революционный кризис станет неизбежным, когда буржуазные производственные отношения станут все более невыносимыми, партия увидит рост своих рядов и расширение круга своих сторонников среди пролетариата.

Если нынешний период является революционным, в чем твердо убеждены все коммунисты, то из этого следует, что нам необходимы крупные партии, оказывающие сильное влияние на широкие слои пролетариата в каждой стране. Но там, где эта цель еще не достигнута, несмотря на неопровержимые свидетельства остроты кризиса и неизбежности его начала, причины этого недостатка весьма сложны; поэтому было бы крайне легкомысленно делать вывод о том, что партию, если она слишком мала и обладает незначительным влиянием, необходимо искусственно расширять путем слияния с другими партиями или фракциями партий, члены которых якобы связаны с массами. Решение о том, следует ли принимать в ряды партии членов других организаций, или, наоборот, следует ли партии, которая слишком велика, сократить часть своего членства, не может основываться на арифметических соображениях или на наивном статистическом разочаровании.

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Формирование коммунистических партий, за исключением Российской большевистской партии, происходило очень ускоренными темпами как в Европе, так и за ее пределами, поскольку война в ускоренном темпе открыла двери для кризиса системы. Пролетарские массы не могут постепенно обрести твердое политическое самосознание; напротив, они движутся туда-сюда по течению революционной борьбы, словно на волнах бушующего моря. С другой стороны, сохраняется традиционное влияние социал-демократических методов, а сами социал-демократические партии по-прежнему присутствуют на политической арене, чтобы саботировать процесс прояснения, что крайне выгодно буржуазии.

Когда проблема разрешения кризиса достигает критической точки и когда перед массами встаёт вопрос о власти, роль социал-демократов становится крайне очевидной, ибо, когда встаёт дилемма пролетарской диктатуры или буржуазной диктатуры и когда выбор уже неизбежен, они выбирают соучастие с буржуазией. Однако, когда ситуация созревает, но ещё не полностью сформировалась, значительная часть масс остаётся под влиянием этих социал-предателей. И в тех случаях, когда вероятность революции кажется, но лишь кажется, уменьшающейся, или когда буржуазия неожиданно начинает разворачивать свои силы сопротивления, неизбежно, что коммунистические партии временно потеряют позиции в сфере организации и в руководительстве массами.

Учитывая нынешнюю нестабильную ситуацию, вполне возможно, что мы будем наблюдать подобные колебания и в целом стабильном процессе развития революционного Интернационала. Несомненно, коммунистическая тактика должна стремиться противостоять этим неблагоприятным обстоятельствам, но не менее очевидно, что было бы абсурдно надеяться на их устранение с помощью одних лишь тактических формул, так же как было бы чрезмерно делать пессимистические выводы из этих обстоятельств.

В абстрактной гипотезе непрерывного развития революционной энергии масс партия видит, как ее численная и политическая сила постоянно растет, количественно увеличиваясь, но качественно оставаясь неизменной, поскольку число коммунистов увеличивается по отношению к общему числу пролетариев. Однако в реальной ситуации разнообразные и постоянно меняющиеся факторы социальной среды сложным образом влияют на настроения масс; коммунистическая партия, состоящая из тех, кто более четко воспринимает и понимает особенности исторического развития, тем не менее, не перестает быть следствием этого развития и, следовательно, не может избежать колебаний в социальной атмосфере. Поэтому, хотя она постоянно действует как фактор революционного ускорения, нет такого метода, каким бы изощренным он ни был, который мог бы изменить или обратить вспять ситуацию в отношении к её фундаментальной сущности.

Однако худшим средством против неблагоприятных последствий сложившейся ситуации было бы периодическое осуждение теоретических и организационных принципов, лежащих в основе партии, с целью расширения её области взаимодействия с массами. В ситуациях, когда революционные настроения масс ослабевают, это движение «приближения партии к массам», как некоторые его называют, очень часто равносильно изменению самой природы партии, лишая её тем самым тех качеств, которые позволили бы ей стать катализатором, способным побудить массы продолжить своё движение вперёд.

Выводы относительно точного характера революционного процесса, вытекающие из доктрины и исторического опыта, могут быть только интернациональными и, таким образом, привести к интернациональным стандартам. Как только коммунистические партии твёрдо обосновываются этими выводами, тогда их организационный облик следует считать установленным и следует понимать, что их способность привлечь массы и дать им полную классовую власть зависит от их приверженности строгой дисциплине касательно программы и внутренней организации.

Коммунистическая партия обладает теоретическим сознанием, подтверждённым интернациональным опытом движения, что позволяет ей быть готовой столкнуться с требованиями революционной борьбы. И благодаря этому, даже если массы частично отворачиваются от нее на определенных этапах её существования, у неё есть гарантия, что их поддержка вернется, когда они столкнутся с революционными проблемами, для которых не может быть иного решения, кроме того, которое заложено в программе партии. Когда необходимость революционной деятельности выявит потребность в централизованном и дисциплинированном органе руководства, тогда коммунистическая партия, устав которой будет соответствовать этим принципам, возглавит движение масс.

Мы намерены заключить, что критерии, которые мы должны использовать в качестве основы для оценки эффективности коммунистических партий, должны существенно отличаться от фактической оценки их численности по сравнению с другими партиями, претендующими на представительство пролетариата. Единственными критериями, по которым можно судить об этой эффективности, являются точно определённые теоретические основы партийной программы и жесткая внутренняя дисциплина всех её организационных секций и всех её членов; только такая дисциплина может гарантировать использование труда каждого для достижения наибольшего успеха революционного дела. Любая другая форма вмешательства в состав партии, которая не вытекает логически из точного применения этих принципов, может привести лишь к иллюзорным результатам и лишить классовую партию её величайшей революционной силы: эта сила заключается именно в доктринальной и организационной преемственности всей её пропаганды и всей её деятельности, в её способности «заранее определить», как будет развиваться процесс окончательной борьбы между классами, и в её способности создать такую ​​организацию, которая отвечает потребностям этого решающего этапа.

Во время войны эта преемственность была безвозвратно утрачена во всём мире, и единственное, что оставалось сделать, — начать всё сначала. Рождение Коммунистического Интернационала как исторической силы материализовало на основе совершенно ясного и решающего революционного опыта те линии, по которым пролетарское движение могло реорганизоваться. Следовательно, первым условием революционной победы мирового пролетариата является достижение организационной стабилизации Интернационала, которая могла бы вселить в массы всего мира чувство решимости и уверенности, которая могла бы завоевать поддержку масс, одновременно позволяя ожидать их всякий раз, когда развитие кризиса все еще будет оказывать на них влияние, то есть когда неизбежно, что они всё ещё будут экспериментировать с коварными советами социал-демократов. Лучшей формулы для избегания этой необходимости не существует.

Второй конгресс Третьего Интернационала понимал эти потребности. В начале новой эпохи, которая должна была привести к революции, ему необходимо было определить отправные точки интернациональной работы по организации и революционной подготовке. Возможно, было бы предпочтительнее, чтобы конгресс, вместо того чтобы рассматривать различные темы в том порядке, в котором они были изложены в тезисах – все из которых одновременно касались теории и тактики – сначала заложил фундаментальные основы теоретической и программной концепции коммунизма, поскольку организация всех входящих в него партий должна была в первую очередь основываться на принятии этих тезисов. Затем конгресс сформулировал бы основные правила деятельности, которые все члены должны были бы строго соблюдать по вопросам профсоюзов, аграрного и колониального права и так далее. Однако всё это рассматривается в своде резолюций, принятых Вторым конгрессом, и превосходно резюмируется в тезисах об условиях приёма партий.

Необходимо незамедлительно предпринять все шаги для организации интернационального движения на основе этих обязательных интернациональных стандартов. Ибо, как мы уже говорили, главной силой, которая должна направлять Интернационал в его задаче по продвижению революционной энергии, является демонстрация преемственности его мысли и деятельности в направлении точной цели, которая однажды ясно проявится в глазах масс, сплачивая их вокруг авангардной партии и обеспечивая наилучшие шансы на победу революции.

Если в результате этой первоначальной – хотя и организационно решающей – систематизации движения партии в некоторых странах имеют, казалось бы, небольшую численность, то изучение причин такого явления может быть весьма полезным. Однако было бы абсурдно изменять установленные организационные стандарты и пересматривать их применение с целью достижения лучшего численного соотношения Коммунистической партии с массами или с другими партиями. Это лишь свело бы на нет всю проделанную за период организации работу и сделало бы её бесполезной; это потребовало бы начинать подготовительную работу заново, с дополнительным риском нескольких новых начинаний. Таким образом, этот метод привёл бы лишь к потере времени, а не к его экономии.

Это тем более верно, если учесть интернациональные последствия такого метода. Результатом превращения интернациональных организационных правил в отменяемые и создана почва для принятия «переформирования» партий – как если бы партия была подобна статуе, которую можно переделать после неудачной первой попытки – стало бы уничтожение всего престижа и авторитета «условий», которые Интернационал устанавливал для партий и отдельных лиц, желавших вступить в него. Это также на неопределённый срок задержало бы стабилизацию кадров революционной армии, поскольку новые офицеры могли бы постоянно стремиться вступить в нее, «сохраняя при этом привилегии своего звания».

Поэтому нет необходимости выступать за крупные или малые партии; нет необходимости отстаивать изменение направленности отдельных партий под предлогом того, что они не являются «массовыми партиями». Напротив, мы должны требовать, чтобы все коммунистические партии основывались на разумных организационных, программных и тактических установках, которые воплощают в себе результаты лучшего опыта революционной борьбы в интернациональном масштабе.

Эти выводы, хотя их трудно обосновать без очень долгих рассуждений и приведения фактов из жизни пролетарского движения, не являются следствием абстрактного и бесплодного стремления к чистым, совершенным и ортодоксальным партиям. Напротив, они исходят из желания наиболее эффективно и надёжно выполнить революционные задачи классовой партии.

Партия никогда не найдёт такой надёжной поддержки со стороны масс, массы никогда не найдут более надёжного защитника своего классового сознания и своей власти, чем тогда, когда прошлая деятельность партии демонстрировала непрерывность её движения к революционным целям, даже без поддержки масс или против них в определённые неблагоприятные моменты. Поддержку масс можно надёжно завоевать только борьбой против их оппортунистических лидеров. Это означает, что там, где некоммунистические партии всё ещё оказывают влияние на массы, массы необходимо завоевать, разрушив организационную сеть этих партий и включив их пролетарские элементы в прочную и чётко определённую организацию Коммунистической партии. Это единственный метод, который может дать полезные решения и гарантировать практический успех. Он точно соответствует позициям Маркса и Энгельса по отношению к диссидентскому движению лассальянцев.

Именно поэтому Коммунистический Интернационал должен с крайним недоверием относиться ко всем группам и отдельным лицам, которые приходят к нему с теоретическими и тактическими сомнениями. Мы должны признать, что это недоверие не может быть абсолютно единообразным на интернациональном уровне и что необходимо учитывать определённые особые условия в странах, где лишь ограниченные силы фактически вступают на истинную территорию коммунизма. Однако остается верным, что не следует придавать значения численности партии, когда речь идет о том, следует ли смягчить или ужесточить условия приёма для отдельных лиц и, что ещё более важно, для групп, которые более или менее неполностью склонены к тезисам и методам Интернационала. Приобретение этих элементов не будет означать приобретение позитивных сил; вместо того, чтобы привлечь к нам новые массы, это создаст риск поставить под угрозу ясный процесс их привлечения на сторону партии. Конечно, мы должны желать, чтобы этот процесс был как можно быстрее, но это желание не должно подталкивать нас к неосторожным действиям, которые, наоборот, могут отсрочить окончательный и безусловный успех.

Необходимо включить в тактику Интернационала, в основные критерии, определяющие применение этой тактики, и в сложные проблемы, возникающие на практике, определённые нормы, которые постоянно доказывали свою высокую эффективность. К ним относятся: абсолютно бескомпромиссное отношение к другим партиям, даже к самым близким, с учётом будущих последствий, выходящих за рамки сиюминутного желания ускорить развитие определённых ситуаций; дисциплина, требуемая от членов, с учётом не только их нынешнего соблюдения этой дисциплины, но и их прошлой деятельности, с максимальным недоверием к политическим переворотам; учёт прошлой ответственности отдельных лиц и групп вместо признания их права вступать в коммунистическую армию или покидать ее по своему усмотрению. Всё это, даже если на данный момент это может показаться слишком узким кругом для партии, не является теоретической роскошью, а представляет собой тактический метод, который очень надёжно обеспечивает будущее.

Многочисленные примеры показывают, что революционеры, объявившиеся в самый последний момент, неуместны и бесполезны в наших рядах. Ещё вчера они придерживались реформистских взглядов, продиктованных особыми условиями того времени, а сегодня их побудили следовать фундаментальной коммунистической установке, поскольку они находятся под влиянием своих зачастую слишком оптимистичных ожиданий о скорой революции. Любое новое колебание ситуации – а в условиях войны кто знает, сколько наступлений и отступлений произойдёт до окончательной победы – будет достаточно, чтобы заставить их вернуться к прежнему оппортунизму, тем самым поставив под угрозу саму суть нашей организации.

Интернациональное коммунистическое движение должно состоять не только из тех, кто твёрдо убеждён в необходимости революции и готов бороться за неё ценой любых жертв, но и из тех, кто полон решимости действовать на революционном поле, даже когда трудности борьбы показывают, что их цель оказалась труднее и отдалённее, чем предполагалось.

В момент острого революционного кризиса мы будем действовать, опираясь на прочную основу нашей интернациональной организации, сплачивая вокруг себя элементы, которые сегодня еще колеблются, и одерживая победу над социал-демократическими партиями всех мастей.

Если революционные возможности не столь близки, мы ни на секунду не позволим себе отвлекаться от нашей терпеливой подготовительной работы, чтобы ограничиться решением сиюминутных проблем, что выгодно лишь буржуазии.

* * *

Ещё один аспект тактической проблемы, которую должны решить коммунистические партии, заключается в выборе момента для призывов к действию: будет ли это второстепенное или заключительное действие.

Вот почему сегодня так бурно обсуждаются «наступательные тактики» коммунистических партий; они заключаются в организации и вооружении партийных бойцов и ближайших сторонников, а также в маневрировании ими в подходящий момент для наступательных действий, направленных на пробуждение масс к всеобщему движению или даже на осуществление эффективных акций в ответ на реакционное наступление буржуазии.

И в этом вопросе существуют две противоположные позиции, ни одну из которых коммунист, вероятно, не поддержал бы.

Ни один коммунист не может питать предрассудков по отношению к применению вооружённых действий, отпора и даже террора или отрицать, что эта деятельность, требующая дисциплины и организации, должна осуществляться под руководством коммунистической партии. Столь же инфантильно и представление о том, что применение насилия и вооружённых действий предназначено только для «Великого дня», когда начнётся последняя борьба за завоевание власти. В действительности революционного развития кровавые столкновения между пролетариатом и буржуазией неизбежны перед решающей борьбой; они могут возникать не только из-за неудачных попыток восстания со стороны пролетариата, но и из-за неизбежных, частичных и преходящих столкновений между силами буржуазной обороны и группами пролетариев, побуждённых к восстанию, или между отрядами буржуазной «белой гвардии» и рабочими, подвергшимися нападению и провокациям с их стороны. Неправильно также утверждать, что коммунистические партии должны отказаться от всех подобных действий и приберечь все свои силы для решающего момента, поскольку любая борьба требует подготовки и периода обучения, и именно в этих предварительной деятельности должна начинать формироваться и проверяться революционная способность партии руководить и организовывать массы.

Однако было бы ошибкой делать вывод из всех вышеперечисленных соображений, что деятельность политической партии сводится лишь к функциям генерального штаба, который по своей воле может определять передвижение вооружённых сил и их использование. И было бы наивной тактической перспективой полагать, что партия, создав военную организацию, может начать наступление в тот момент, когда сочтёт свои силы достаточными для разгрома сил буржуазной обороны.

Наступательные действия партии возможны только тогда, когда реальность экономической и социальной ситуации ввергает массы в движение, направленное на решение проблем, непосредственно связанных, в самом широком смысле, с их условиями жизни; это движение порождает волнения, которые могут развиваться в подлинно революционном направлении только при условии вмешательства партии, чётко определяющей свои общие цели и рационально и эффективно организующей свою деятельность, в том числе и военную стратегию. Несомненно, революционная подготовка партии может начать воплощаться в запланированную деятельность даже в частичных движениях масс: таким образом, ответные меры против белого террора, цель которого – внушить пролетариату чувство явной слабости перед противниками и заставить его отказаться от революционной подготовки, – являются незаменимым тактическим средством.

Однако было бы ещё одной волюнтаристской ошибкой, для которой в методах марксистского интернационала не может и не должно быть места, полагать, что, используя такие военные силы, даже если они чрезвычайно хорошо организованы в широком масштабе, можно изменить ситуацию и спровоцировать начало всеобщей революционной борьбы в условиях застоя.

Нельзя создавать ни партии, ни революции; партии и революции возглавляют, объединяя весь ценный интернациональный революционный опыт, чтобы обеспечить максимальные шансы на победу пролетариата в борьбе, которая является неизбежным результатом исторической эпохи, в которой мы живем. Таков, на наш взгляд, необходимый вывод.

Фундаментальные критерии, направляющие деятельность масс, выражаются в организационных и тактических правилах, которые Интернационал должен установить для всех партий-членов. Но эти критерии не могут простираться до прямой перестройки партий, создавая иллюзию наделения их всеми качествами и характеристиками, которые гарантировали бы успех революции. Вместо этого они должны быть вдохновлены марксистской диалектикой и основываться прежде всего на программной ясности и однородности, с одной стороны, и на централизованной тактической дисциплине, с другой.

На наш взгляд, существуют два «оппортунистических» отклонения от правильного пути. Первое заключается в том, чтобы выводить природу и характеристики партии из того, возможно ли в данной ситуации перегруппировать многочисленные силы: это равносильно тому, что организационные правила партии диктуются обстоятельствами, и ей извне придаётся структура, отличная от той, которую она обрела в конкретной ситуации. Второе отклонение состоит в убеждении, что партия, при условии её многочисленности и военной подготовки, может спровоцировать революционные ситуации, отдав приказ о нападении: это равносильно утверждению, что исторические ситуации могут быть созданы по воле партии.

Независимо от того, какое из этих отклонений следует называть «правым» или «левым», несомненно, оба далеки от правильной марксистской доктрины. Первое отклонение отвергает то, что может и должно быть законным вмешательством интернационального движения с систематическим сводом организационных и тактических правил; оно отвергает ту степень влияния, которая проистекает из точного сознания и исторического опыта, которую наша воля может и должна оказывать на развитие революционного процесса. Второе отклонение придает чрезмерное и нереалистичное значение воле меньшинств, что создаёт риск катастрофических поражений.

Революционными коммунистами должны быть те, кто, коллективно закалённые опытом борьбы против деградации пролетарского движения, твёрдо верят в революцию и страстно желают её, а не тот, кто считает, что может претендовать на заслугу, ожидает причитающейся награды и впадёт в отчаяние и уныние, если срок будет отложен хотя бы на один день.

La democrazia operaia

di P. PASCAL

Tempo fa, dalla destra, si è accusato il Potere dei Soviet di rimettere il governo nelle mani della massa grossolana, ignorante ed incapace. Oggi, Sebastiano Faure e qualche altro lo combattono sotto il pretesto che in Russia la dittatura del proletariato è stata ridotta alla dittatura del Partito Comunista. 

In realtà la Repubblica dei Soviet, così come si presenta, non merita né l’uno né l’altro di questi rimproveri contraddittori. La sua politica si è limitata ad essere realista. Le classi oppresse di Russia hanno preso il potere per cacciarne i nobili e la borghesia, perché questo potere fosse esercitato nell’interesse dei lavoratori. Ma, nella loro massa, esse non erano capaci di esercitarlo. Non bisogna mai dimenticare che il 60% degli operai ed il 75% dei contadini erano analfabeti. Essi avevano bisogno di rovesciare il dominio del capitale per aver la possibilità di imparare a leggere e, da un punto di vista più vasto, per acquistare il mezzo per divenire uomini coscienti ed apprendere a governarsi da sé. 

La conquista del potere era la condizione necessaria poiché l’antico regime sociale opponeva allo sviluppo delle masse un ostacolo materiale invincibile. La rivoluzione d’ottobre è stata la soppressione dell’ostacolo, ma essa non poteva essere l’infusione istantanea di tutte le virtù e di tutte le conoscenze intellettuali, morali, amministrative, politiche. ecc., ad una folla di 100 milioni d’uomini. Per acquistare tutte queste qualità, occorrevano degli anni di lavoro, se non delle generazioni. Questa iniziativa individuale non meno cara ai comunisti che agli anarchici, si crede forse che sia stata data bella e pronta, come un dono gratuito della natura, ad ogni uomo? L’operaio ed il contadino, abituati da padre in figlio a curvare la schiena senza ragionare davanti alle potenze di questo mondo, sapranno essi improvvisamente agire a loro volta come potenze in grazia della sola Rivoluzione? Certamente no. 

Prima di poter governarsi nel vero senso della parola da sole, le masse russe avevano bisogno di imparare a leggere, vale a dire a liberarsi prima dalla loro ignoranza. In seguito imparare il funzionamento, poscia la condotta di questo meccanismo complicato, che costituisce la società moderna, nelle sue diverse branche. Ecco perché i lavoratori russi hanno riconosciuto indispensabile la direzione del Partito Comunista e perché questi è divenuta l’anima che dà vita al Potere dei Soviet. In attesa che il proletariato nella sua massa sia cosciente e capace, occorre di necessità che la sua dittatura sia esercitata in modo attivo da un gruppo d’iniziativa, devoto alla sua causa, sottomesso alle sue aspirazioni, che gli rende conto del proprio operato, ma che nello stesso tempo lo guida sulla via difficile dell’avvenire, perché più attivo e più sperimentato. La dittatura del proletariato si è data una specie di organo esecutivo nel Partito Comunista. 

Perché lui piuttosto che un’altro partito? Perché il proletariato si è reso conto che esso solo risponde alle condizioni volute: devozione ai suoi interessi, attività e capacità. Tutti gli altri partiti, menscevichi, socialrivoluzionari, anarchici, hanno dimostrato con il loro atteggiamento, e troppo sovente, haime!, che essi riuniscono tutti i vizi contrari: assenza di programma, impotenza davanti ai problemi economici, incoerenza interna, collusione con la reazione zarista o straniera. 

La sola questione da porsi da Sebastiano Faure e da coloro che aderiscono alla sua campagna è questa: in qual modo il Potere dei Soviet, inspirato dal Partito Comunista, ha realizzato la sua missione? Ha egli veramente fatto tutto ciò che poteva per preparare gli operai ed i contadini a governarsi da sé, non soltanto nella loro élite, ma nella loro massa? 

Bisogna domandarsi innanzi tutto in quale misura il Potere dei Soviet ed il Partito Comunista hanno avuto il mezzo materiale di consacrarsi a questo compito. La realtà è che, per quanto essenziale esso fosse, ne è apparso un’altro più imperioso ancora e più urgente, dal quale dipendeva tutto il resto il problema dell’esistenza. 

La guerra più ineguale che si sia mai visto è appena terminata, e la Rivoluzione proletaria ne è uscita vittoriosa grazie alla sottomissione al pugno di ferro del Partito Comunista. La sua disciplina ha causato questo miracolo. 

Nello stesso tempo il proletariato ha ricevuto dall’antico regime e dalla borghesia di Kerenski una Russia già economicamente rovinata, ridotta letteralmente alla miseria, all’arresto dei trasporti e dell’industria.

Prima di pensare allo scopo ideale del Potere dei Soviet, prima di sviluppare le capacità e le iniziative individuali, non occorreva forse rispondere alle esigenze della difesa militare e della sussistenza economica, questione imperiosa di vita o di morte per la Rivoluzione? 

Ecco perché questo ideale non è ancora realizzato, ecco perché cento milioni d’operai e contadini incolti non sono ancora in grado d’esercitare senza intermediari la loro dittatura. 

Bisogna tener conto di ciò che è possibile o no, e non rimproverare al Potere dei Soviet di non aver compiuto il prodigio che si reclama. 

Si può forse dire che durante questi tre anni e mezzo di guerra e di miseria ininterrotta, esso non abbia fatto nulla per preparare le masse popolari alla loro funzione sovrana? Se così fosse, si avrebbe il diritto di applicargli la parola del poeta: per difendere il suo essere, egli ha perso la sua ragion d’essere. Ma così non è. Tutti gli osservatori rimangono colpiti dal progresso morale che si constata ogni giorno di più nel popolo russo. C’è innanzitutto l’arricchimento intellettuale. Senza ricordare i corsi per gli analfabeti, le scuole di ogni sorta, esso si manifesta con la moltiplicazione dei giornali stampati, alle volte dattilografati, in località che non ne avevano mai conosciuti, con la diffusione di quelle «izbas-biblioteche» che divengono il luogo di riunione nei borghi, da quella sete di rappresentazioni drammatiche che quasi inquieta Lounatcharski, I gruppi comunisti, le leghe giovanili, reclutando nuovi membri, aprendo corsi di ogni grado, dando delle conferenze, esponendo nei comizi le grandi questioni del giorno, la politica locale, nazionale, ed anche internazionale, sono precisamente i più potenti fattori d’educazione generale delle masse. Il Partito Comunista non è una setta ristretta ed egoista di gelosi privilegiati. Al contrario, egli non cerca che di allargare le sue file e trascinare verso di lui, verso la liberazione, verso la luce e verso l’azione cosciente, un numero sempre maggiore di coloro che oggi si chiamano i senza partito. La sua propaganda non è propriamente una propaganda politica, ma un vero strumento d’istruzione e di risveglio. V’è identità fra il progresso morale del popolo russo e la prosperità del Partito Comunista. 

A questo arricchimento intellettuale corrisponde in effetto un’attività sempre maggiore delle masse nell’amministrazione politica o economica e nel governo. 

I soviet, le loro elezioni, le loro essemblee generali, i loro congressi sono per così dire le forme supreme e solenni di questa attività. Si sa che la necessità di prendere delle decisioni rapide ed energiche passa avanti in tempo di guerra ai diritti della deliberazione. Era dunque fatale che nella situazione di campo trincerato in cui si trovava la Russia, la funzione dei Soviet fosse assorbita dai Comitati Esecutivi, meno numerosi e più speditivi, eletti da essi. Nonostante ciò essi non hanno mai cessato di riunirsi, di rinnovarsi, di esprimere la volontà del popolo lavoratore, di prendere delle decisioni e di eseguirle. 

Ma dare un’importanza esclusiva ai Soviet, vale a dire all’esercizio del potere nella sua forma politica, sarebbe dar prova d’un pregiudizio parlamentarista, sarebbe non vedere che uno degli aspetti della sovranità del proletariato. Colui che possiede il contenuto sostanziale del potere, è in realtà chi lo applica ogni giorno, in tutte le circostanze della vita. Ora, non solamente il proletariato russo, con i suoi delegati eletti ai Soviet, ai Comitati Esecutivi ed ai Congressi, anche durante la guerra, non ha mai cessato di fare, le leggi ed i regolamenti, ma ancora egli è stato sempre padrone della loro applicazione. Si immagini non solo l’operaio, ma il contadino di un qualsiasi villaggio arretrato. Ogni quattro mesi in media, egli elegge il suo Soviet, a meno che non ne sia membro lui stesso, poiché c’è un membro ogni cento abitanti. Nell’intervallo si riuniscono delle conferenze generali che non hanno potere legislativo, ma emettono dei voti praticamente obbligatori per le autorità della giurisdizione corrispondente. Dalla città vengono degli oratori ad esporre in modo accessibile a tutti, anche a quelli che non sanno leggere il giornale, le grandi questioni d’attualità. Prendiamo a caso la provincia d’Ekaterinbourg: nella prima metà dello scorso mese d’ottobre, si sono tenute laggiù 300 conferenze di cantone o di distretto, i cui partecipanti sono stati eletti dai villaggi. 

Là, i comunisti non sono che un’infima minoranza, poiché si cerca di riunire i senza partito, ed il Partito Comunista si presenta davanti ad essi per render conto del proprio operato e per domandare non solo l’approvazione, ma la collaborazione. L’ordine del giorno tocca tutte le questioni: guerra, approvvigionamento, agricoltura, controllo, lavori pubblici, previdenza sociale, ecc. 

I rapporti sono fatti dai capi delle sezioni amministrative corrispondenti. Si svolge una discussione animata, poiché se il contadino è poco istruito, non bisogna credere che manchi di senso critico e di preveggenza. Finalmente esse approvano i principi comunisti, ma reclamano dei perfezionamenti nell’applicazione e la soppressione degli abusi. 

Non è questa una prova che da una parte si riconosce buona la direzione del Partito Comunista e dall’altra le masse lavoratrici divengono atte a discutere gli affari pubblici, a controllare l’amministrazione, vale a dire a governarsi da sé? 

L’anno scorso una spaventevole epidemia di tifo ha potuto essere scongiurata solo con l’appello lanciato a tutta la popolazione. Delle «Commissioni di pulizia» si costituirono nei villaggi. Esse vennero istruite dalle sezioni sanitarie dei Comitati Esecutivi locali, e sorvegliarono all’osservanza delle precauzioni indicate, aggiungendo proprie iniziative preziose. E un principio che «la salute delle masse deve essere opera delle masse stesse». 

Se passiamo nelle città le occasioni in cui l’iniziativa operaia è chiamata a manifestarsi sono ancora maggiori. Oltre i Soviet, le Conferenze generali, le Commissioni d’ogni sorta, vi sono per esempio i «gruppi d’ispezione» eletti ogni quattro mesi in ogni impresa, sulle ferrovie, nello stesso esercito rosso, dalle assemblee generali degli operai e dei soldati, per assistere a tutte le operazioni amministrative, rilevare le irregolarità ed assicurare il buon andamento del servizio. Questi «gruppi d’ispezione» si espandono alla anche nelle campagne, per controllare gli organi esecutivi dei borghi e dei cantoni. 

La Repubblica soviettista ha istituito le trattorie comunali, dove ogni cittadino riceve un pasto gratuito. I pensionanti inscritti in queste trattorie sono per turno incaricati del loro controllo. 

Accanto alle scuole, esistono dei Consigli di genitori che assistono alle sedute dei Consigli pedagogici, a tutte le commissioni, alle classi, ai giuochi dei ragazzi e sorvegliano affinché l’insegnamento sia quello che è necessario al popolo. 

Sarebbe troppo lungo enumerare e descrivere tutte queste istituzioni dove, un poco alla volta con la pratica si fa l’educazione politica ed amministrativa dei lavoratori. Bisognerebbe aggiungere le scuole militari, la educazione morale perseguita nell’esercito rosso, la propaganda fra le donne per risvegliarle ad una vita cosciente e sociale. Ecco ciò che si è potuto ottenere malgrado lo stato di guerra e di crisi acuta. Ecco un quadro molto succinto di ciò che costituisce la democrazia soviettista ovvero la democrazia operaia. 

Oggi, che si può credere finita la guerra, il Partito Comunista dirigente ha incominciato a sviluppare ancor di più questa democrazia operaia. L’ultimo Congresso dei Soviet lo ha deciso, le assemblee deliberative riprendono il sopravvento sui Comitati Esecutivi. Si vedono i Soviet tenere le loro sedute nelle officine e nelle caserme, per permettere alla folla dei soldati e degli operai di formulare direttamente i loro desideri, le loro lamentele e le loro proposte. Attualmente si procede all’elezione di Soviet nei piccoli centri che prima non ne avevano. La grande campagna agricola condotta fin dall’inizio dell’anno si basa interamente sull’iniziativa dei contadini, rappresentata nei «Comitati di semina» e costituenti soli i «Comitati di villaggio» per il miglioramento della coltura. Le officine entrano in una fase nuova. Che cos’è la «propaganda per la produzione» di cui ora tanto si parla, se non un’insieme di misure destinate a far comprendere all’operaio perché egli eseguisce tale o tal altro lavoro ed invitarlo a ricercare i mezzi per eseguire quello stesso lavoro con la minore fatica? Perciò la direzione espone la situazione, deposita il suo bilancio, rende i suoi conti, non più davanti agli azionisti, ma davanti all’assemblea generale degli operai, che discutono, approvano, biasimano e fanno delle proposte. Non è questo l’unico mezzo reale per rendere poco a poco gli operai capaci di innalzarsi fino alla funzione di direttori effettivi e sperimentati? E dunque una fase nuova che incomincia. All’inizio della rivoluzione c’è stato un controllo operaio caotico, semplice reazione spontanea contro l’antico regime. In seguito i venuta l’autorità di un direttore unico o collettivo controllato solamente dall’alto. Oggi incomincia il controllo operaio diretto e permanente, ma cosciente e metodico. 

La grande parola d’ordine del X Congresso del Partito Comunista, che è appena terminato, è stata ancora una volta un appello all’attività delle masse. E proprio questo il momento d’intraprendere presso i compagni rivoluzionari una campagna per denunciare la sedicente tirannia del Partito Comunista, la finzione del Potere dei Soviet, ecc.? 

La vera democrazia non è tutta fatta come quella che è solo di parole, essa deve costituirsi pezzo per pezzo, con un lavoro tenace nello spirito degli uomini. Le masse non sono pronte a realizzarla, bisogna prepararle. La Repubblica soviettista ha già cominciato questo lavoro, essa lo persegue oggi più attivamente che mai. 

La situazione in Italia Pt.2

di KRISTO KABAKCIEF

III.

    Il Congresso di Livorno ha creato in Italia le premesse per la rivoluzione proletaria e le ha spianato la via. Esso ha messo in chiaro davanti alle grandi masse lavoratrici l’inganno riformista e pacifista prevalso finora nel Partito. Esso ha svelato la funzione di tradimento esercitata dai riformisti nel Partito, nei sindacati, nelle cooperative, e stabilito in modo definitivo la solidarietà e l’unità dei centristi comunisti «unitari», coi riformisti. In breve, il Congresso di Livorno ha compiuto un’immensa opera di chiarificazione, e ha liberato il proletariato italiano da molte illusioni ed errori, mostrandogli i principi e i metodi di lotta, che condurranno alla vittoria finale la sua lotta rivoluzionaria. L’esclusione dei riformisti e dei centristi dalla I.C. e la fondazione del Partito comunista italiano è il passo più importante e decisivo fatto sulla via della preparazione delle condizioni necessarie alla vittoria della rivoluzione proletaria in Italia. 

    La profonda crisi economica e finanziaria, che da due anni scuote l’Italia, spinge il proletariato italiano alla lotta rivoluzionaria. Questa lotta raggiunse il suo punto culminante nel settembre scorso con la occupazione delle fabbriche e dei latifondi. 

    L’occupazione delle fabbriche da parte dei lavoratori non bastava ad assicurare la vittoria della rivoluzione, giacché la borghesia, finché aveva in sue mani il potere politico, poteva impedire l’approvvigionamento di materie prime alle fabbriche occupate e così arrestare la produzione, per poter più tardi ritogliere le fabbriche dalle mani degli operai. Similmente l’occupazione dei latifondi per opera dei contadini non poteva esser durevole, giacché i latifondisti partecipano al potere con la borghesia. In questo momento, come pure durante le altre numerose lotte e insurrezioni rivoluzionarie, di cui è piena la vita italiana, il Partito proletario aveva il dovere di indicare lo scopo generale di tali lotte, di collegarle e indirizzarle alla conquista del potere politico. 

    Ma nel Consiglio Nazionale, composto di rappresentanti del Partito e dei Sindacati, che fu convocato nel vivo della lotta, i riformisti riuscirono a far prevalere il concetto, che la lotta stessa avesse semplice scopo sindacate economico, e che quindi la direzione ne spettava soltanto ai sindacati. Venne respinta la proposta, presentata dalla maggioranza comunista della Direzione del Partito, di riconoscere al movimento carattere politico e di farne quindi assumere la direzione al Partito. In tal guisa il movimento fu cacciato in un vicolo cieco e condannato alla sconfitta. I capi dei riformisti, Turati nel Partito e D’Aragona nei Sindacati, trionfarono; i centristi ne giustificarono l’attitudine, e anzi Serrati giunse sino a negare il carattere rivoluzionario della lotta per l’occupazione delle fabbriche, designandolo invece come una «pacifica azione sindacale», mentre qualificava di «movimento reazionario» l’azione dei contadini per l’occupazione della terra. 

    II Governo non osò servirsi della forza amata per reprimere il movimento. Esso era disorientato e impotente di fronte al grande e potente movimento rivoluzionario degli operai e dei contadini. In questo momento i riformisti e centristi vennero in aiuto del Governo e lo trassero dalla sua critica situazione, tendendogli la mano e annodando trattative sulla base del «controllo» operaio e di altre rivendicazioni economiche. Tali trattative approdarono alla riconsegna delle fabbriche da parte degli operai, ma naturalmente non vennero mantenute le fatte promesse, una volta che i capitalisti eran di nuovo padroni delle fabbriche e che il Governo era riuscito frattanto a fare i suoi preparativi di repressione sanguinosa. In tal guisa il proletariato fu tradito da coloro stessi, ch’erano preposti alla direzione della lotta nel Partito e nei Sindacati. 

    La borghesia e il Governo italiano, affatto impotenti nel primo anno dopo la guerra a reprimere la lotta rivoluzionaria del proletariato, grazie all’aiuto dei riformisti e centristi guadagnarono tempo per respirare, radunar forze, riorganizzare la disordinata macchina statale ed armarsi. 

    Quanto all’esercito permanente, la borghesia organizzò anche un esercito speciale di circa 100 mila soldati ben armati, detti guardie regie, destinati a combattere la rivoluzione proletaria. Inoltre formò una guardia bianca, quella dei cosiddetti fascisti, che si è organizzata ed armata alla luce del sole, e si trova in intimi rapporti col Governo, con la guardia regia e in generale con tutto l’apparato statale.

    La borghesia italiana invocò l’opera di un uomo politico, che non aveva preso parte alla guerra mondiale, di Giolitti, per soffocare il malcontento popolare e tagliar la strada alla rivoluzione. Giolitti lavorò accortamente, cercando di trattenere il movimento rivoluzionario con molte promesse di riforme sociali e con la arrendevolezza verso le rivendicazioni economiche sindacali, salvo poi a non soddisfarle, mentre anche quando sono soddisfatte l’incessante rincaro toglie loro ogni valore. Egli in questa sua politica ha trovato fedeli alleati, o, più esattamente, strumenti ciechi nei riformisti e centristi. Dall’altro canto, Giolitti arma l’esercito, crea nuove truppe e protegge la formazione della guardia bianca. 

    Giolitti sa accortamente mascherare la sua politica controrivoluzionaria. Come di fronte ai nazionalisti estremi recita la parte di «pacifista», così di fronte al proletariato rivoluzionario fa quella di «riformatore» e pioniere della «evoluzione pacifica». Per consolidare i successi della politica imperialista della borghesia italiana egli inscenò la commedia della «lotta» contro D’Annunzio a Fiume. Per dar tempo alla borghesia di armarsi e prepararsi a schiacciare la rivoluzione proletaria, egli ogni giorno rappresenta la commedia di «reprimere» i fascisti, che assaltano e assassinano i comunisti, incendiano i circoli operai, ecc., ed entrano in prigione da una porta solo per uscirne subito dall’altra. 

    Il Governo di Giolitti fa ora questa politica: disorganizzare, terrorizzare e indebolire il proletariato rivoluzionario con assalti e uccisioni alla spicciolata; e prepararsi intanto a grandi colpi decisivi in alcuni grandi centri industriali, che sono i focolari della prorompente rivoluzione1. In alcuni di questi centri è già concentrata un’enorme quantità di truppa d’ogni specie, che li hanno trasformati in veri campi militari. Ma la borghesia non si fida completamente né di queste truppe, né delle proprie forze — la crisi economica sempre più aspra le scava il terreno sotto i piedi — e quindi spia il momento propizio, se il proletariato non sa condurre la sua lotta rivoluzionaria con coscienza del fine, compattezza e risolutezza, per poterlo schiacciare nel sangue, e così conservare provvisoriamente il proprio dominio. 

    Gli avvenimenti del settembre dell’anno scorso chiarirono questa situazione agli occhi del proletariato italiano. Esso scorge ormai il grave pericolo ond’è minacciato. La parte più avanzata del proletariato sente ormai e riconosce la necessità di una chiara e risoluta tattica rivoluzionaria, di una salda organizzazione centralista con disciplina di ferro, e della creazione di tutte le premesse per la rivoluzione proletaria (organizzazione illegale, armamento ecc.). Con la fondazione del Partito Comunista il proletariato italiano ha creato una delle più importanti tra tali condizioni. 

    Il movimento per l’occupazione delle fabbriche e delle terre offriva al proletariato italiano due strade, di cui la prima attraverso il tradimento dei riformisti e dei centristi condusse alla sconfitta, l’altra attraverso la lotta del Partito Comunista guida alla vittoria. A Livorno la parte cosciente dei lavoratori più d’un terzo del Partito si decise per il comunismo, che conduce alla vittoria finale del proletariato. Non v’ha alcun dubbio che in breve tempo la gran massa del proletariato italiano si schiererà attorno alla bandiera del comunismo. Già sin dai primi giorni dopo il Congresso di Livorno pervennero da ogni parte notizie di passaggi in massa di lavoratori al Partito Comunista.  

    Naturalmente la lotta contro i riformisti e centristi esigerà molto tempo e molti sforzi. D’Aragona, Turati e Serrati hanno con sé la massima parte della burocrazia del partito e dei sindacati, la quale adopererà tutti i mezzi per conservare la propria posizione e influenza nelle organizzazioni. La borghesia e il Governo adopereranno nel modo più utile questi loro agenti a fine di ostacolare il rafforzamento del Partito Comunista. L’alleanza dei centristi coi riformisti, e quella di costoro con la borghesia, ben presto susciterà contro di loro le masse lavoratrici. Lo spirito rivoluzionario del proletariato italiano non è spento; anzi, al contrario, con l’eliminazione del principale ostacolo, contro il quale s’infransero le ondate rivoluzionarie — la politica traditrice dei riformisti e centristi — esso si spiegherà con forza incoercibile e invincibile. 

    Viaggiando l’Italia, si vede dappertutto, nelle città come nei villaggi, alle grandi mura delle fabbriche come anche sulle capanne dei contadini, sempre la stessa iscrizione: «Viva Lenin!». In questo grido universale del popolo lavoratore d’Italia si esprime, non solo lo sconfinato entusiasmo per la grande rivoluzione russa e per la repubblica soviettista, ma anche la sua aspirazione e la sua piena fiducia nel prossimo trionfo della rivoluzione in Italia. Questo grido si unisce all’altro di:  «Viva il Partito Comunista d’Italia!» e si espande fin negli angoli più remoti del paese. L’entusiasmo e la fede del proletariato italiano nella rivoluzione sono indistruttibili. 

    La stampa socialpatriottica e borghese d’Italia e di tutto il mondo ha dato le notizie più tendenziose intorno a questo Congresso. La borghesia e i di lei agenti, i socialpatrioti, tentarono di far passare come una sconfitta dell’Internazionale Comunista la grande lotta ideologica e politica, che i comunisti condussero contro i seguaci del riformismo e del semiriformismo e che mise capo alla fondazione del Partito Comunista italiano. II vero è che a Livorno realmente non vinsero i riformisti e semiriformisti, sebbene questi abbiano ottenuto una maggioranza casuale e transitoria, ma bensì la frazione comunista e l’Internazionale Comunista, che scoprirono davanti all’intiero proletariato italiano e internazionale il giuoco proditorio dei riformisti e semiriformisti, raccogliendo sotto la loro bandiera tutti gli elementi coscienti e rivoluzionari del Partito Socialista italiano, e preparando, con la fondazione del P.C.I., la vittoria della rivoluzione proletaria in Italia. 

    Quello di Livorno fu il primo Congresso del Partito Socialista italiano, in cui le fondamentali divergenze teoretiche e tattiche tra riformismo e comunismo si sieno manifestate apertamente e siano state discusse davanti all’intiero Partito e alla classe lavoratrice. Fallirono tutti gli sforzi fatti da Serrati per nascondere sotto la maschera dell’«unità» i profondi e irreconciliabili contrasti tra queste due tendenze del Partito. Serrati a Livorno, come già a Bologna, tentò di salvare il riformismo e i riformisti in nome dell’«unità»; ma questo tentativo ebbe per risultato di chiarirlo definitivamente partigiano e difensore del riformismo. 

    A Livorno si presentarono tre gruppi, formatisi già molto prima del Congresso; ed essi vi vennero con mozioni, già precedentemente deliberate nelle rispettive Conferenze. La mozione dei riformisti (Turati) afferma che in Italia, come del resto in tutto il mondo capitalista, mancano ancora le condizioni necessarie per la rivoluzione proletaria, che il capitalismo ha ancora davanti a sé un lungo periodo di pacifico sviluppo, e che il Partito Socialista non deve rifiutare di collaborare con la borghesia, se ciò è necessario per aiutare la classe lavoratrice. Ma nello stesso tempo la mozione riformista si dichiara per l’Internazionale Comunista! 

    La mozione dei centristi (semiriformisti, che danno a se stessi il nome di «comunisti unitari» con Serrati alla testa) accetta tanto le tesi della Internazionale Comunista, quanto le 21 condizioni, ma aggiunge: «L’applicazione di queste condizioni deve lasciarsi al Partito Socialista italiano, che deve conservare l’antico nome». 

    La mozione del gruppo comunista esige non solo l’immediata accettazione, ma anche l’immediata applicazione delle 21 condizioni mediante l’espulsione dei riformisti (di tutti quei delegati e sezioni, che hanno partecipato alla Conferenza di Reggio Emilia) dal Partito e l’accettazione di tutte le tesi approvate dal Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista. 

    Tra la mozione del gruppo comunista è quelle dei riformisti e centristi vi erano divergenze di principio. I riformisti e centristi si sforzarono di nasconderle. Tanto i riformisti come i centristi si dichiararono partigiani dell’Internazionale Comunista. Essi sanno che il proletariato italiano ha così viva simpatia per la rivoluzione russa e per l’Internazionale Comunista, che se essi si dichiarassero apertamente contro questa, perderebbero immediatamente la fiducia e l’appoggio delle masse operaie. 

    Perciò i riformisti, e specialmente i centristi, cercano accuratamente di nascondere i contrasti tra loro e l’Internazionale Comunista: per ciò mascherano la lotta da essi combattuta contro l’Internazionale Comunista con ipocrite dichiarazioni di simpatia e di fedeltà. Con simili mezzi i riformisti e centristi speravano anche questa volta d’ingannare i lavoratori. Ma il gruppo comunista frustrò le loro speranze. Prima del Congresso e durante questo i comunisti smascherarono la vera natura del riformismo e del centrismo, e nella loro mozione essi formularono chiaro e tondo — «Chi i per l’Internazionale Comunista deve separarsi dai riformisti immediatamente, nel Congresso stesso e votare per la loro espulsione». 

    A Livorno i centristi fecero tentativi disperati per passare come leali seguaci dell’Internazionale Comunista. Ma non potevano sfuggire al chiaro e categorico dilemma loro posto dai comunisti: o colla Internazionale Comunista o coi riformisti. Alla domanda: perchè mai i centristi non accettavano che l’inevitabile espulsione dei riformisti avvenisse per opera dello stesso Congresso, suprema istanza del Partito, essi rispondevano: Lasciate che il Partito li mandi via quando lo troverà necessario: In una conferenza particolare coi rappresentanti dell’Internazionale Comunista Serrati e Vella dichiararono: — Noi attenderemo che i riformisti commettano qualche nuova azione compromettente, e allora espelleremo i colpevoli; altrimenti il proletariato non capirà perché noi espelliamo questi uomini! 

    I centristi vogliono ancora delle prove del riformismo di Turati e compagni. Per loro, il tradimento giornaliero che i riformisti compiono da due anni in qua non è prova sufficiente; per essi non è ancor prova sufficiente la mozione approvata dai riformisti nella Conferenza di Reggio Emilia, dove si nega l’esistenza delle condizioni della rivoluzione proletaria.

    Era chiaro che i centristi non volevano l’espulsione dei riformisti. E quando essi arrivavano a dire, che avrebbero eventualmente acconsentito ad espellere questo o quel riformista, mostravano sol- tanto che, col sacrificare qualche riformista, volevano soltanto salvare il riformismo come tendenza, programma e tattica nel Partito. 

    Ma perché i centristi non vollero staccarsi dai riformisti? Perché in realtà essi si son posti sullo stesso terreno teoretico e tattico dei riformisti. La polemica che precedette il Congresso e le discussioni del Congresso dimostrarono ciò esaurientemente; ma sopratutto lo ha dimostrato il fatto dell’essere i centristi rimasti uniti coi riformisti in un unico Partito. 

    L’uscita dei comunisti dal P.S.I. gettò del tutto i centristi nel campo dei riformisti. La burocrazia semiriformista e pacifista del Partito, dei Sindacati, delle Cooperative, che già prima inclinava verso il riformismo e che a Livorno costituì la maggioranza di Serrati, si è alleata coi riformisti. Questo fatto ha grande importanza, poiché fa luce sufficientemente chiara sulla vera politica dei centristi: e questa luce aiuterà il proletariato italiano a trovare entro breve tempo la sua via sotto la bandiera del nuovo Partito Comunista d’Italia. Passeranno appena pochi mesi, e la nuova sezione dell’Internazionale Comunista raccoglierà nel suo seno la maggioranza dei lavoratori dell’antico Partito. 182

    1. Queste previsioni del Kabakcief. scritte alla fine di febbraio, hanno avuto piena conferma con la serrata di Torino (Nota di Red.)  ↩︎

    Lo sviluppo della politica agraria russa

    di EUGENIO VARGA

    II seguente, articolo del valente economista E. Varga, fu scritto prima che in Russia venisse deliberato l’ultimo mutamento nell’indirizzo della politica economica del governo dei Soviet, ed in special modo della sua politica agraria con la sostituzione dell’imposta in natura al sistema delle requisizioni. 

    Per tal motivo, non è fatto alcun cenno di questa nuova direttiva, là dove l’autore parla dell’organizzazione per la raccolta dei viveri e dei provvedimenti intesi a trasformare l’economia agricola privata in economia comunista. 

    Il presente articolo, di valore essenzialmente storico, conserva però egualmente il maggiore interesse, in quanto che esso ci espone in una rapida sintesi, attraverso quale fasi sia passata la questione agraria in Russia prima e dopo la rivoluzione proletaria, giungendo fino ad oggi in cui una nuova fase s’inizia e che solo l’avvenire può dire quali e quanti benefici essa porterà. 

    Lo sviluppo dell’economia agraria è l’essenza dell’economia politica russa. Così è sempre stato e così è anche oggi. 

    Perché il fatto più importante, che nell’agricoltura s’impiega circa l’80% di tutta la mano d’opera, non è cambiato con la rivoluzione proletaria. Ed anche le questioni fondamentali sono sempre le stesse. Come si possono portare i contadini russi a conseguire una maggiore ripartizione del raccolto sui loro estesissimi territori? Come si può far corrispondere la spartizione del suolo e dei suoi prodotti al sistema politico dominante? 

    Per quanto concerne la prima questione, fino alla rivoluzione proletaria si cercò sempre di risolverla nello stesso modo; assicurare la più elevata produzione possibile a spese dei lavoratori; spingere al massimo la produzione. Ciò accadde dopo l’abolizione della schiavitù con il più brutale e più cinico sfruttamento del lavoro dei servi. Come ovunque, anche in Russia ciò doveva portare al risultato opposto l’economia della servitù falliva sempre più; si produceva appena il minimo occorrente al mantenimento dei contadini stessi. 

    L’abolizione della servitù non cambio molto lo stato delle cose; benché i gravami dei contadini, imposte, tributi, ecc., fossero ormai ben definiti e non lasciati all’arbitrio del singolo proprietario, essi erano però un carico quasi insopportabile. E ciò perché il contadino, nella maggior parte della Russia, possedeva troppo poca terra per potervi impiegare la sua intera forza lavoro, e perché per il suo analfabetismo, per la sua assoluta ignoranza dell’economia agraria scientifica, per il suo forte conservatorismo e per la sua miseria di generi alimentari, egli era troppo debole per sopportare così forti pesi. 

    Il contadino russo soffriva la fame mentre i cereali russi venivano spediti in Inghilterra ed in Italia. 

    Così l’intero sistema agrario della Russia andò incontro alla rovina. 

    Il sistema del «Mir»; la triplice forma dell’economia agraria e le ripetute e periodiche nuove spartizioni di tutte le terre dei contadini, impediva anche a quei pochi idealmente preparati di rom- perla col tradizionale e pessimo sistema economico per mezzo di un’unione delle organizzazioni del «Mir». 

    L’impoverimento dei villaggi agrari della Russia portò generalmente alla rivolta dei contadini nella prima rivoluzione russa. Dopo la sua sconfitta si cercò di attuare una riforma su basi borghesi. Questa fu la riforma agraria di Stolypin. I suoi scopi fondamentali erano politicamente: la creazione di una condizione agiata ai contadini, affinché essa costituisse una larga base per la classe borghese; economicamente l’abolizione dell’organizzazione del «Mir», l’unione delle parcelle giacenti in comune con i latifondi arrotondati per creare con ciò ai contadini progressisti la possibilità del progresso economico. In connessione con questa riforma si ebbe: l’annullamento del diritto degli abitanti lontani dal villaggio ad una quota in denaro nel luogo nativo, con ciò una definitiva separazione del proletariato industriale semicontadino dalla gleba: la proletarizzazione dei poveri del villaggio con suddivisione dei latifondi comunali in seguito allo scioglimento dei «Mir». Per tal fine si acquistò su vasta scala dai grandi proprietari di terre e si vendette ai contadini possidenti con l’aiuto di una banca agraria di Stato. 

    La riforma agraria di Stolypin fu iniziata con mediocre energia. Perciò la sua esecuzione si effettuò molto più lentamente che non il rivoluzionamento degli spiriti. Questa parve essere la sorte di ogni riforma agraria borghese. Il regime di Kerenski dette un certo impulso alla questione agraria, ma la soluzione si aggirava sempre più nei limiti borghesi. Con la rivoluzione proletaria venne la soluzione rivoluzionaria della questione agraria. Noi possiamo in essa distinguere quattro fasi. 

    La prima è la spartizione dei grandi latifondi. Essa si effettuò in modo rivoluzionario. Tutti i contadini, ricchi e poveri, vi parteciparono. Anzi, i contadini ricchi usurparono, nella maggior parte dei casi, una maggior quantità di terra, di bestiame e di macchine che non i contadini poveri. Politicamente questa fase rappresenta l’annientamento della classe dei latifondisti, che sola nell’intero territorio possedeva una diffusa organizzazione terriera capace di suscitare una controrivoluzione. L’intera massa dei nullatenenti, provvisoriamente indifferenziati negli averi e nella posizione sociale, venne con ciò guadagnata al sistema dei Soviet ed ai bolscevichi e sottratta per sempre ad ogni tentativo di restaurazione del regime zaristico dei grandi possidenti. Viva il sistema dei Soviet, viva i bolscevichi, fu il grido di tutti i contadini. Per la maggioranza di essi la rivoluzione era compiuta con la spartizione della terra e l’annientamento del latifondo. Essi volevano d’ora innanzi viver bene, vendere i loro prodotti sul libero mercato ai prezzi più elevati e non pagare alcuna imposta. Il contadino ricco è in realtà sempre un anarchico, non certo però idealista! 

    Per i contadini poveri invece, con la prima spartizione dei grandi possedimenti, la rivoluzione non era compiuta. Altrettanto per il proletariato industriale. Non lo era per i contadini poveri, perché essi con la prima spartizione ricevettero poca terra, per la lavorazione della quale non avevano né bestiame né attrezzi, e perché era rimasta la stessa ineguaglianza delle ricchezze e dei redditi. Fu questa la fase della rivoluzione che nella stampa e nella letteratura social-democratica dell’Europa occidentale fu definita con le seguenti parole: «La rivoluzione bolscevica ha aumentato nel paese l’ineguaglianza». Non lo era per il proletariato industriale, perché i contadini ricchi fornivano i mezzi di sussistenza ai cittadini soltanto ad alti prezzi o possibilmente in cambio di prodotti industriali. Per cui risolto il primo compito, la soppressione della grande proprietà, occorse procedere oltre e iniziare la lotta negli stessi villaggi contro i contadini ricchi. 

    Venne il periodo dei «Comitati dei poveri». Sotto la direzione di lavoratori industriali coscienti, furono creati in ogni villaggio comitati dei poveri per una nuova sistemazione della vita economica e degli averi. Si ebbe un’aspra lotta con i contadini ricchi — chiamati Kulaken in Russia — lotta che nella Russia centrale ha avuto il suo epilogo, ma che in quelle regioni, ove prima si dovettero spazzar via i controrivoluzionari, Caucaso, Siberia, Ucraina, è tutt’ora in corso. 

    II risultato dell’attività dei Comitati dei poveri fu il seguente: 

    1. II terreno fu in ogni circoscrizione nuovamente ripartito, proporzionalmente al numero dei singoli. In questa nuova spartizione fu compreso non soltanto l’antico latifondo, ma anche i grandi possedimenti dei contadini ricchi. A ciascuno tocco una parcella eguale. E’ naturale quindi che i contadini che prima erano i più ricchi, oggi, dopo l’applicazione della riforma agraria e la spartizione dei latifondi, abbiano meno terra di prima1. La spartizione della terra fra tutti i contadini nello stesso paese è stata eguale non c’erano per quanto riguarda il possesso della terra — né grandi, né piccoli possidenti. 

    2. I comitati dei poveri introdussero anche la equiparazione nel possesso dei mezzi di produzione mobili, animali ed attrezzi. Sotto forma di «Imposta straordinaria» venne confiscata una gran parte delle ricchezze dei contadini ricchi, assegnandola ai contadini poveri. 

    3. Infine i comitati dei poveri servirono, quando non era ancora bene organizzata la requisizione dei mezzi di sussistenza nella repubblica dei Soviet, come organi per la raccolta dei viveri. Col loro aiuto per la prima volta si poté spingere lo sguardo nelle provviste dei contadini ricchi e provvedere alla raccolta sul luogo. 

    Con l’attuazione dell’uguale ripartizione del suolo, con la graduale compensazione dei beni mobili e col compimento dell’organizzazione statale per la provvista dei viveri, i comitati dei poveri divennero superflui e scomparvero. Nell’esteso territorio della Russia non c’erano più né contadini ricchi, né poveri nel vero-senso della parola. C’era solo il contadino medio. Al posto del comitato dei poveri subentrarono i Soviet eletti da tutta la popolazione del villaggio. 

    L’intero sviluppo venne definitivamente sanzionato con un decreto del maggio 1920, il quale stabiliva come definitiva l’attuale suddivisione dei beni e proibiva per 12 anni ogni nuova spartizione delle terre dei villaggi. 

    La politica agraria della Russia dei Soviet si orienta ormai verso i contadini medi. Però i socialdemocratici dell’Europa occidentale, i quali del reale sviluppo nulla conoscono o nulla vogliono conoscere, dichiarano con arroganza che la tattica dei comitati dei poveri ha condotto alla rovina e doveva quindi essere abolita. E per quanto riguarda la politica dei contadini medi, essi dichiarano che la repubblica dei Soviet abbia fatto la pace o mirasse a farla coi contadini — in generale essa rinunzia alla lotta contro di essi ed altre cose senza senso. 

    Ma intanto lo sviluppo in Russia progredisce senza posa. Compiuta la equiparazione dei patrimoni e dei redditi, si lavora per la trasformazione del sistema d’economia agraria privata in economia comunista statale. II primo passo fu l’elaborazione e la diffusione del sistema del contingente. Una certa parte del prodotto della produzione agricola in ogni specie di generi, biade, foraggi, patate, verdura, carni, burro, uova, latte, pelli, lana, crine, corna, unghie, canape, lino, cotone, frutta, miele, ecc., doveva esser fornita allo Stato a prezzi determinati. Inoltre — e ciò è veramente socialista — non è il singolo contadino che è tenuto al dovere del fornimento, bensì l’intero villaggio come unità sociale. 

    Il modo secondo cui i contadini raccolgono fra di loro il contingente da ciascuno dovuto, risponde pienamente al loro vero interesse, il quale è regolato in modo assolutamente democratico, con consultazioni di tutti i componenti del villaggio. Nei villaggi russi c’è una democrazia genuina, perché gli abitanti per l’appunto non stanno fra di loro nei rapporti di sfruttati e di sfruttatori. 

    Il comune dovere al fornimento è un vincolo sicuro perché l’economia agricola privata possa interessare gli uni nel progresso economico degli altri. 

    Su questi principi fondamentali si sviluppano digià le più elevate forme della fusione dei contadini. Interi villaggi costituiscono un’unica organizzazione del lavoro -Artel- la più grande si divide in tre o quattro parti per la comune lavorazione del suolo, la comune attuazione dei miglioramenti, ecc. 

    La fusione talvolta è ancora più stretta. I contadini mettono insieme i loro campi e tutti i loro mezzi di produzione, formano una comunità, la quale non soltanto produce in comune, ma consuma anche in comune, non in base al numero dei lavoratori, ma in base al numero dei consumatori, delle «bocche» come si dice qui. Queste forme di sviluppo sono sostenute dal governo dei Soviet con tutti i mezzi possibili, con denaro, macchine, sementi e bestiame. 

    Ma questo sviluppo, per quanto proceda bene, non è abbastanza rapido. E necessario perciò fare un passo avanti verso la trasformazione. Questo è il programma dell’inverno di quest’anno e della primavera. Noi possiamo definirlo nella frase seguente Regolamento statale della produzione agricola. In tutta la Russia parliamo della Russia centrale che costituì ininterrottamente la Russia dei Soviet, poiché gli altri territori, come accennammo, si trovano in uno stadio di sviluppo incipiente si sono costituiti dei comitati di coltivatori. 

    Questi comitati devono insegnare ai contadini quanti cereali od altre specie di piante devono seminare, quando e quanto profondo essi devono arare, ecc. Non si tratta quindi di nozioni teoriche. L’animatore ed il direttore spirituale di questa opera grandiosa, il compagno Ossinsky, ne definì lo scopo nei seguenti termini: Noi dobbiamo arrivare al punto che l’intero villaggio lavori la terra come il migliore e più intelligente agricoltore di questo circondario. Dunque, organizzazione proletaria del lavoro sotto la obbligatoria direzione degli organi statali2. Per assicurarne i risultati, vennero prese dallo Stato ai contadini le sementi necessarie per le semine primaverili e ad essi furono date invece a primavera granaglie scelte della migliore qualità; specie analoghe vennero dallo Stato assegnate immediatamente alla produzione. Ciò è un importante passo verso la socializzazione dell’economia rurale. Non l’ultimo. In Russia ora vengono costruite potenti «trattrici» — moto aratrici a benzina — qualcuna viene importata anche dall’America. Lo Stato farà arare pei contadini vaste estensioni di terra nera, con ciò entro l’anno, anche senza concimi, è assicurato un elevato raccolto. Utilizzazione comune delle nuove macchine che non vengono lasciate alla proprietà privata dei contadini. Alla fine, sarà lasciato all’economia privata del contadino soltanto il governo della casa. 

    Questo sviluppo non è necessario soltanto per dirigere lentamente i contadini verso il sistema dell’economia comunista, ma anche per aumentare la produzione. Non dobbiamo dimenticare che nella Russia le condizioni della ripartizione del suolo erano molto varie. Precisamente nella Russia centrale l’estensione del latifondo era molto limitata3. Trascurabile perciò l’aumento del terreno dei contadini. Poiché il raccolto in seguito ai sei anni di guerra accennava a scemare4 e per i difetti del commercio libero si manifestava fra i contadini la tendenza al ritorno all’economia domestica, ciò che influì, in seguito, sulla produzione collettiva, ed infine si era fortemente elevato il consumo dei contadini stessi in mezzi di sussistenza5, ci fu nella Russia centrale, con la relativa densa popolazione, malgrado la spartizione dei latifondi una nuova crisi agraria, o con espressione più mite, una questione agraria. 

    In vasti territori la terra divisa tra i contadini secondo il numero degli individui, con l’attuale sistema d’economia primitiva è appena sufficiente per soddisfare i loro bisogni. Mentre all’Est, nei territori del Volga e della Siberia, milioni e milioni di ettari di terreno fertile giacciono senza padrone, vaste estensioni che una volta all’anno vengono falciate dai militari, fondi di riserva in terreni della Repubblica dei Soviet, intorno a Mosca vi sono delle località dove anche oggi c’è bisogno di terra. Perciò la direttiva della politica agraria dei Soviet mira ai seguenti scopi: 

    1. Miglioramento dell’economia agricola sfruttando la terra esistente nel modo migliore. 
    2. Grandiosa colonizzazione, mediante lo stabilirsi della popolazione agricola esuberante nei territori del centro nelle terre libere del Volga e della Siberia, dove è digià possibile la vita sociale nelle più elevate forme collettive. 

    ***

    Qualche lettore troverà che il sunto ch’io do qui sullo sviluppo della politica agraria russa, non è così chiaro come lo si desidererebbe. La colpa non è mia. Io non scrivo nulla d’oscuro; sono gli avvenimenti in continuo movimento, come deve appunto avvenire in una rivoluzione. Delle linee di sviluppo in alcune parti sono giunte allo scopo, in altre invece incominciano ora. Talvolta si cerca di raggiungere un determinato grado di sviluppo o di superarlo. La vita nella Russia dei Soviet, uno Stato di 100 milioni di uomini che abitano una grande estensione di terra, non si può descrivere in una sola maniera. Forse sarebbe possibile dare descrizioni particolareggiate dei singoli tratti di territorio.

    Note

    1.  Il lettore influenzato dalle concezioni europee crederà sicuramente che la spossessamento dei contadini ricchi sia stato un danno. Ma ciò è errato, come ho dovuto convincermene personalmente. Dopo che con la rivoluzione sociale si rese impossibile l’impiego del lavoro salariato nell’agricoltura, questo perdette il suo valore come forma possibile di coltivazione, mediante l’impiego del proprio lavoro nel terreno posseduto. ↩︎
    2. I compagni stranieri difficilmente comprenderanno ciò. perché per l’appunto, la natural del sistema dei Soviet fa sì che gli stessi organi i quali costringono i contadini a lavorare in un determinato modo la terra, se necessario anche con la forza delle armi, d’altra parte presentandosi ad essi come consiglieri ed aiutanti si pongono anche all’aratro mostrando praticamente come ciò sia possibile nel migliore dei modi, portando loro nel lavoro un effettivo aiuto. ↩︎
    3.  Dati statistici ne abbiamo solo in relazione ai cereali. Il consumo medio annuo in cereali dei contadini nel «florido» Gubernien prima della guerra era di 640 pfund per abitante: nel 1918-19 raggiunge 676 pfund. Un pfund russo è circa 0,41 kg. (Larin-Kritzmann, pag. 24). ↩︎
    4. Secondo Larin-Kritzmann il raccolto complessivo del Winterroggen: importante frutto dell’artocarpo, per dessjatine è il seguente: dal 1909 fino al 1913, 4 pud; dal 1914 fino al 1918, 46 pud; 1918, 44 pud; 1919, 43 pud. È un fatto conosciuto che le statistiche indicano una diminuzione del prodotto se v’è un’imposta obbligatoria. ↩︎
    5.  Nel 1916 c’erano in 39 Gubernica della Russia cereale, su 39 milioni di dessjatine di terreno coltivabile solo 29 milioni di dessjatine di grandi latifondi, cioé il 71/2%. Nella rimanente della Russia europea il 20%. (Larin-Kritzmann, sunto della vita economica e dell’organizzazione della economia nella Russia dei Soviet). Pubblicato in russo nell’ottobre 1920. ↩︎

    La coltura proletaria e il Commissariato dell’Istruzione Pubblica

    di A. LOUNATCHARSKI

    L’articolo che segue e che è stato più volte riprodotto nella stampa russa, inizia i nostri lettori ad una polemica che ha avuto luogo all’inizio del 1919 fra la Sezione d’Istruzione pubblica di Mosca e il Comitato Centrale dei Proletcult di Russia. Il progresso rivoluzionario aveva inevitabilmente fatto nascere in tutti i domini delle istituzioni multiple, che sembravano rispondere a bisogni diversi, e furono poi riconosciute in pratica come facenti doppio lavoro. Da ciò la campagna giustificata e feconda intrapresa contro il «parallelismo». Da ciò la semplificazione crescente dell’organismo amministrativo ed il cammino verso un sistema razionale corrispondente alle grandi divisioni della vita sociale. L’articolo scritto da Lounatcharski, diretto a dimostrare che l’assorbimento degli istituti di coltura proletaria da parte delle sezioni d’istruzione pubblica dei Soviet, non è ancora indicato, definisce mirabilmente le funzioni dei due organi: l’uno laboratorio di studio e di creazione, rigorosamente riservato al proletariato industriale; l’altro, apparecchio d’insegnamento, che trasmette a tutte le classi le parti positive della coltura tradizionale. Le sezioni d’istruzione pubblica hanno a loro disposizione una rete, incessantemente allargata a tutta la Russia, di scuole di lavoro dei tre gradi con le scuote speciali e professionali, le forme diverse e multiple dell’insegnamento extra-scolastico (corsi, conferenze, teatri, cinematografi, circoli, concerti, pubblicazioni…). I Proletcult non esistono che nei centri industriali; essi non si rivolgono che ai giovani operai e dànno loro la possibilità, ogni giorno dopo il lavoro, nello «studio», cioè nel laboratorio o nel seminario da essi scelto, di coltivare liberamente fra compagni, con maestri chiamati da essi, se lo desiderano, il loro talento originale. Ci sono dei «studi» di pittura, di scultura, di musica, di canto corale, di danza, di letteratura, di poesia, d’arte teatrale… 

    Un decreto del Comitato Centrale esecutivo ha messo fine alla polemica, adottando il punto di vista di Lounatcharski e facendo del Protetcult un organo autonomo che dispone d’un bilancio a parte nel bilancio generale dell’Istruzione pubblica. Da ciò si vede quanto sia lontano il Governo dei Soviet dal vandalismo dei nostri borghesi, sempre disposti a far datare ogni coltura dalla loro rivoluzione, e nello stesso tempo assolutamente incapaci ad ammettere che un’altra coltura possa essere edificata da un’altra classe. Il proletariato, con il potere dei Soviet, abbraccia i tempi; egli si nutrisce del passato per trionfare del presente e creare l’avvenire. 

    Quando in compagnia d’alcuni compagni, convocai a Mosca, pochi giorni prima della rivoluzione d’ottobre, una conferenza per lo studio delle questioni di coltura proletaria, è certo che io mi raffiguravo la funzione e l’importanza dell’organizzazione uscita da questa conferenza e che prese in seguito il nome di «Proletcult», sotto una forma ben differente da quella che essa ha oggi. 

    In quest’epoca, il potere era puramente borghese, ed era su di un terreno estraneo ed anche in parte ostile al governo che il proletariato, abbandonato alle proprie forze, doveva cercare la sua via verso una propria civiltà. 

    Elevare il livello intellettuale, morale ed estetico del proletariato, aiutarlo a creare in tutti questi domini una coltura originale e propria alla sua classe, ecco il duplice compito che incombeva alla nuova organizzazione. 

    Fin dall’inizio, io attirai l’attenzione sul parallelismo perfetto esistente fra il Partito Comunista nel campo politico, i Sindacati nel campo economico, e il Proletcult nel campo morale. 

    Attualmente tutto è cambiato noi dobbiamo porci di nuovo la questione dei rapporti che devono esistere fra il Partito Comunista ed il Governo soviettista: ricercare le leggi che devono regolare le mutue relazioni fra le associazioni professionali da una parte, il Consiglio Economico Nazionale e gli altri organi economici dello Stato Soviettista dall’altra; definire il confine da stabilire fra il Proletcult ed il Commissariato dell’Istruzione pubblica. 

    Non mi soffermerò ora sulle due prime questioni, se non per dire che non viene in mente a nessuno di dichiarare superfluo il Partito e di sopprimerlo con il pretesto che i membri del suo Comitato Centrale sono quasi identicamente gli stessi di quelli del Consiglio dei Commissari del popolo o del Bureau del Comitato Centrale esecutivo o ancora di qualche altro organo dello stesso genere; non viene in mente ad alcuno di dire che il Partito ed il Potere dei Soviet fanno due volte lo stesso lavoro. 

    Tutti comprendono che tutto ciò va bene così, poiché il lavoro è fatto in realtà del proletariato comunista cosciente, di cui il Partito ed il Potere dei Soviet non sono attualmente che gli organi.  

    II proletariato, dopo aver messo le mani sul potere governativo e preso possesso di tutta l’eredità culturale del paese, doveva bene inteso creare gli organi necessari alla trasformazione delle scuole di ogni specie, biblioteche, musei, teatri, concerti, esposizioni, riviste, ecc., ecc., in strumenti di educazione proletaria. 

    Cosa significano queste parole: educazione proletaria? Significano in primo luogo che il proletariato deve assimilare i valori umani della scienza e delle arti senza di che è impossibile essere un uomo istruito, senza di che il proletariato resterà un barbaro, e non potrà mai usufruire veramente né del potere, né degli strumenti di produzione dei quali s’è impadronito. 

    Questo è un compito gigantesco. 

    Ad esso dobbiamo aggiungerne un’altro: l’educazione proletaria deve comprendere egualmente l’espansione delle pure idee proletarie prima nei centri meno rischiarati del proletariato stesso, in secondo luogo fra le masse contadine ed in generale fra tutti i lavoratori manuali, infine fra gli intellettuali. 

    II proletariato possiede già un tesoro d’idee che si possa considerare come indiscutibile? 

    In alcuni campi, si: le parti più elaborate del marxismo, in particolare nel dominio della sociologia e dell’economia politica, in minor grado in quelli della storia e della filosofia, possono attualmente pretendere in modo ben determinato ad un posto legittimo, ad un primo posto nelle università, biblioteche, ecc. 

    I fondamenti del nostro programma politico e pratico sono un meraviglioso tesoro che la nostra propaganda politica deve riuscire a far conoscere a tutti ed a ciascuno. Ecco perché essi devono essere diffusi a cura di tutti gli organi del potere governativo. 

    Ma se consideriamo questi puri elementi proletari assimilati dall’apparecchio governativo e portati da lui nella coscienza delle masse, noi vediamo ch’essi occupano un posto relativamente piccolo in ciò che costituisce il lavoro dello Stato in materia culturale. 

    Chi può negare ad esempio che nell’insegnamento delle scienze noi dobbiamo approfittare oggi di tutta l’esperienza accumulata? Forse riusciremo a modificare in una certa misura i metodi di’nsegnamento, ma ciò non avverrà che con un processo estremamente lungo. 

    Nel dominio delle arti, noi non dobbiamo in nessun caso lasciare il proletariato estraneo a tutte le mirabili opere accumulate dal genio dell’umanità. 

    Qui incontriamo due opinioni estreme contro le quali bisogna accuratamente mettere in guardia il proletariato che entra nella carriera del lavoro culturale. 

    Vi sono alcuni i quali dicono che diffondere la scienza e l’arte antica, è servire i gusti borghesi e contaminare il giovane organismo socialista col sangue d’un vecchio mondo in decomposizione. 

    I rappresentanti estremi di questo errore sono poco numerosi, ma il male che essi potrebbero fare può esser grande. E notevole che alcuni partigiani della coltura proletaria, pieni più di zelo che di buona inspirazione, cantano qui all’unisono con i futuristi, i quali di quando in quando confessano il loro desiderio di distruzione fisica di tutta la civiltà antica e vorrebbero chiudere il proletariato nelle esperienze fino ad oggi assolutamente non convincenti alle quali si riduce per essi l’arte. 

    No, lo ripeto per la millesima volta, il proletariato deve rivestire l’armatura completa della coltura umana. Esso è una classe storica, deve andare avanti senza romperla con tutto il passato. Rigettare le scienze e le arti del passato sotto il pretesto che sono borghesi è così assurdo come il rigettare sotto lo stesso pretesto le macchine o le ferrovie. 

    L’altro estremo consiste nel dire, tuffandosi nell’eccesso di questa universale coltura scientifica o artistica ecco il vero lavoro che s’impone al proletariato, basta migliorare tutto ciò, rivestirlo per così dire d’uno strato esteriore di sociologia marxista, ricoprirlo del programma comunista, e noi non abbiamo bisogno d’altro. 

    Non ci si opporrà mai troppo a questa concezione. La grande classe proletaria rinnoverà progressivamente tutta la civiltà dall’alto fino al basso. Essa si costruirà uno stile degno di lei, che si manifesterà in tutti i domini dell’arte e vi metterà un’anima nuova. Il proletariato modificherà la struttura stessa della scienza fin d’ora, si può prevedere il senso nel quale si svilupperà la sua metodologia. 

    Se noi vogliamo attualmente imporre allo Stato ed ai suoi organi di diffondere unicamente ciò che è nuovo, ciò che è proletario, noi condanneremmo il proletariato alla barbarie, gli taglieremmo le radici, e non avremmo da meravigliarci se i frutti del suo lavoro creatore nel dominio della scienza e delle arti sarebbe tardo e debole. 

    II compito dello Stato, è quello di diffondere le conoscenze assolutamente indiscutibili che il proletariato non ha conquistato che in qualche dominio immediatamente, legato alla sua campagna politica, in seguito poi si tratta di spargere largamente nel campo proletario tutti i materiali infinitamente ricchi e fecondi di cui egli è l’erede. 

    Ma se dopo ciò si dichiarasse che si può restare indifferenti alle ricerche originali del proletariato, al lavoro dei rappresentanti della classe operaia che cercano di elaborare nuove forme d’arte e metodi scientifici originali, si cadrebbe di nuovo nell’errore più grossolano. 

    Così le due funzioni sono nettamente e chiaramente fissate il «Proletcult» non deve in nessun caso considerare le prime manifestazioni dell’arte e del pensiero proletario, ad eccezione dei dati del socialismo scientifico, senz’altro come un valore, né cercare di sostituirle ai valori delle civiltà delle epoche precedenti. Non è nemmeno suo compito quello di cercare diffondere la conoscenza di tutte le branche della coltura umana per mezzo dei suoi organi nel primo caso esso dimostrerebbe la più imprudente presunzione, che bisogna lasciare interamente ai futuristi; nel secondo s’ingerirebbe in un lavoro che non è il suo e che il proletariato compie con un’altra mano, con gli organi dello Stato. 

    Ma il Proletcult deve concentrare tutta la sua attenzione sui lavori di laboratorio, sulla scoperta ed il sostegno dei talenti originali del proletariato, la creazione di circoli di scrittori, d’artisti e di giovani sapienti d’ogni sorta tolti dalla classe operaia, la creazione dei laboratori multiformi e d’organizzazioni viventi in tutti i campi della coltura fisica e morale, con l’intenzione invariabile di sviluppare con questo mezzo il seme libero e fecondo nascosto nell’anima proletaria. 

    Lo Stato proletario, più esattamente lo Stato operaio e contadino, non può non mostrare la più grande fiducia e la più grande sollecitudine per le giovani organizzazioni di questa specie, destinate a diffondere poco a poco quella luce e quel calore che un giorno sorpasseranno infinitamente tutta l’eredità di cui godiamo attualmente, ed edificheranno nel campo della civiltà il nuovo mondo che noi abbiamo fondato in quella della vita economica. 

    E’ per questo che io considero come assolutamente illegittime le tendenze della Sezione d’Istruzione pubblica del Soviet di Mosca a sopprimere il «Proletcult», senza pensare che esse non possono essere coronate da successo, poiché tutti gli altri Soviet della Russia hanno un’altro punto di vista. 

    Sarebbe assolutamente assurdo interdire al proletariato di Mosca d’avere un’organizzazione per elaborare nuovi valori colturali, quando quasi ogni città ha già la sua. 

    Ora, sopprimere dappertutto i «Proletcult» che hanno preso un’enorme estensione e dànno dei frutti estremamente preziosi, il Soviet di Mosca, fortunatamente, non lo può fare.