Viva i proletari spagnuoli!
«Spartaco» non potrebbe iniziare la sua esistenza meglio che con un saluto ai minatori delle Asturie e ai metallurgici e siderurgici di Bilbao. Non è un saluto formale come quello degli aspiranti a sfruttare un genuino moto operaio a scopi che non hanno nulla a che vedere col proletariato per noi, gli oscuri minatori, figli di una stupenda tradizione di battaglie, hanno dato e danno ai loro fratelli di tutto il mondo una luminosa, duplice conferma: la conferma che la lotta di classe è indistruttibile finché rimane in piedi il regime capitalista, e che gli sfruttati, quando l’opportunismo non è riuscito a metter loro le briglie, ritrovano per istinto la via maestra della battaglia proletaria, la via degli scioperi generalizzati e senza quartiere, della crescente solidarietà degli oppressi, della sfida aperta su un fronte compatto alla classe borghese e ai suoi organi di propaganda e repressione.
Essi, i minatori e metallurgici delle Asturie e di Bilbao, non conoscono i belanti «sistemi nuovi» delle lotte articolate: scioperano TUTTI INSIEME, una categoria a sostegno dell’altra; e, di fronte alla loro gigantesca forza concentrata, lo stato che si vuole il più poliziesco del mondo DEVE buttarsi in ginocchio. E non si dica che così devono agire i proletari spagnuoli perché vivono sotto il tallone fascista; che in regime democratico è «un’altra cosa» perché la stessa strada hanno istintivamente imboccato i 50.000 minatori della Saar e i 200.000 metallurgici austriaci, nel paradiso della democrazia politica e dell’economia del benessere.
Possa il magnifico proletario spagnuolo esprimere dal suo seno un partito rivoluzionario marxista degno della sua combattività generosa: possa il proletariato mondiale apprenderne la luminosa lezione!
Spartaco si ridesta! Tremino i templi dorati della proprietà e del capitale!
Per che cosa ci battiamo?
Ci battiamo, noi comunisti internazionalisti, per gli stessi principi che sempre hanno ispirato i comunisti rivoluzionari nelle lotte rivendicative e nelle organizzazioni economiche dei lavoratori, che essi hanno SEMPRE difeso contro l’opportunismo e il riformismo pantofolaio:
CI BATTIAMO PERCHÉ IL SINDACATO OPERAIO TRADIZIONALE, la CGIL, RINASCA COME SINDACATO DI CLASSE: un sindacato che affermi e difenda esclusivamente e senza quartiere gli interessi di vita e di lavoro dei proletari, e non accetti mai di subordinarli alle cosiddette superiori esigenze dell’azienda, dell’economia nazionale, della patria, meno che mai alla difesa di istituti borghesi (la costituzione, la democrazia, il parlamento, la legge). Verso l’azienda come verso la nazione, verso la democrazia come verso il fascismo, il proletario è nello stesso rapporto del galeotto verso la galera: deve abbatterne le mura, non proteggerle!
CI BATTIAMO PERCHÉ RINASCA IL SINDACATO UNITARIO DEI LAVORATORI: ed esso sarà unitario non già mediante il pateracchio politico e organizzativo coi sindacati bianchi e gialli e subendo i ricatti di organizzazioni padronali come la CISL e l’UIL, ma ponendo a tutti i proletari scopi DI CLASSE da raggiungere coi metodi della LOTTA DI CLASSE.
Ci battiamo perché i metodi e il contenuto della lotta rispecchino in ogni caso, anche particolare e secondario, l’obiettivo fondamentale della CRESCENTE SOLIDARIETÀ FRA I LAVORATORI (Marx); ci battiamo quindi per IL RIFIUTO DEL METODO CONTRORIVOLUZIONARIO DELLE LOTTE «ARTICOLATE», SETTORIALI, SPEZZETTATE PER CATEGORIA E PER AZIENDA E PER IL RITORNO AL METODO DELLE LOTTE IL PIÙ POSSIBILE ESTESE NEL TEMPO E NELLO SPAZIO, mai a singhiozzo, a contagocce, a cronometro.
Per gli stessi motivi, CI BATTIAMO PER L’ABBANDONO DEL METODO ASSASSINO DELLE CONTRATTAZIONI SEPARATE AZIENDALI, E PER IL RITORNO A RIVENDICAZIONI INTERESSANTI L’INTERA CLASSE PROLETARIA: prime fra tutte LA RIDUZIONE GENERALE E INDISCRIMINATA DELLA GIORNATA DI LAVORO, L’AUMENTO GENERALE DEL SALARIO CON CRESCENTE AVVICINAMENTO DELLE MERCEDI PIÙ BASSE ALLE PIÙ ALTE, L’ABOLIZIONE DEI PREMI DI RENDIMENTO CHE LEGANO LO SFRUTTATO AL CARRO DELLO SFRUTTATORE, LA SOPPRESSIONE DEL LAVORO STRAORDINARIO. Il proletario, finché ha la disgrazia di vivere in questa società, deve poter vivere con un salario-base che risponda alle sue esigenze di vita e per un numero decrescente di ore, senza dover ricorrere al lavoro straordinario e senza mendicare premi e privilegi aziendali che lo dividono dai suoi compagni di pena!
Ci battiamo perché l’organizzazione sindacale non venga chiusa nel cerchio senza uscita dell’azienda, MA AFFERMI E PROCLAMI NEI FATTI LA SUA NATURA DI ORGANIZZAZIONE GENERALE, NON LOCALE NÉ AZIENDALE, DI TUTTA LA CLASSE OPERAIA. In particolare, ci battiamo PERCHÉ RINASCA E SI RAVVIVI LA GLORIOSA TRADIZIONE DELLE CAMERE DEL LAVORO, I CENTRI POLITICI DI CONVEGNO E DI BATTAGLIA DI TUTTI GLI OPERAI, non le succursali della prefettura, del fisco e degli enti di beneficenza, o le appendici della parrocchia!
CI BATTIAMO CONTRO LA MOLTIPLICAZIONE DELLE QUALIFICHE, CONTRO LE DIFFERENZIAZIONI SALARIALI PER MANSIONE, PER SESSO, PER ETÀ, PER ZONA, mezzi dei quali il capitalismo si serve per dividere la classe operaia.
L’APOLITICITÀ DEL SINDACATO È UNA FINZIONE: o esso fa, come oggi, una politica da riformisti e da patrioti, e quindi serve gli interessi borghesi; o esprime una politica comunista, rivoluzionaria, di classe, e solo allora difende anche gli interessi immediati dei proletari. NOI LOTTIAMO PERCHÉ TUTTE LE LOTTE RIVENDICATIVE E LE ORGANIZZAZIONI ECONOMICHE DIVENTINO, SOTTO LA GUIDA DEL PARTITO RIVOLUZIONARIO MARXISTA, IL PUNTO DI PARTENZA, LA LEVA, DELLA LOTTA PER L’ABBATTIMENTO DEL REGIME CAPITALISTA E L’INSTAURAZIONE DELLA DITTATURA DEL PROLETARIATO.
VIVA IL SINDACATO ROSSO! VIVA LA RIVOLUZIONE PROLETARIA!
Parli per noi Lenin
«Si dice che la neutralità dei sindacati è necessaria per unire tutti gli operai che comprendono la necessità di migliorare le loro condizioni attuali. Ma anche quando si tratta di stabilire come ottenere questi miglioramenti nell’ambito della società capitalistica, la teoria della neutralità del sindacato porta inevitabilmente a preferire quei mezzi di miglioramento che rappresentano un indebolimento della lotta di classe del proletariato».
dall’opuscolo «Sui sindacati»
Metalmeccanici, le lotte articolate rafforzano anziché indebolire il fronte padronale ed il suo Stato!
La giustificazione che la dirigenza opportunista del sindacato operaio dà all’abbandono dei metodi classici di lotta unitaria, generale e senza quartiere, del passaggio alle lotte «articolate» per azienda e per settore, a cronometro e a singhiozzo, è che queste ultime indebolirebbero non si sa come e perché il fronte padronale. Un secolo e mezzo di eroiche lotte proletarie smentisce questa teoria, che è soltanto un’applicazione alle lotte rivendicative di una politica riformista e capitolarda. D’altra parte, qual è stata l’esperienza dei metallurgici, scesi in lotta con la tradizionale combattività e col peso gigantesco del loro numero, ma guidati dalla santissima trinità CGIL-CISL-UIL sul binario delle «lotte articolate»? È stata l’esperienza che, in tutto il corso della battaglia, noi abbiamo denunziato in anticipo!
A Torino, il lunghissimo sciopero della Lancia, sostenuto con straordinaria vigoria soprattutto dai giovani, è stato liquidato alla chetichella in tempo perché non si fondesse con quello, altrettanto magnifico per compattezza, della Michelin; in tempo perché l’agitazione, dilagata nelle strade e nelle piazze in aperto dispregio della legalità, investisse tutta la classe lavoratrice torinese. Risultato: alla Lancia si sono accettati aumenti salariali pari esattamente alla metà di quelli originariamente richiesti. Nessuna definizione è stata data del problema della durata della giornata di lavoro.
A Milano, il lungo sciopero della Siemens e dell’Alfa Romeo, l’uno isolato dall’altro e il secondo al «contagocce», si è concluso con l’accettazione da parte sindacale di un premio una tantum diverso da un’azienda all’altra, differenziato per uomini, donne e giovani, con la promessa di aumenti salariali futuri di 9 lire orarie a partire dal novembre 1962 e di 7 dal dicembre 1963 (campa cavallo che il prezzo dell’erba cresce!) e con quisquilie in merito al tempo di lavoro.
La stessa esperienza avevano fatto, intanto, gli operai dell’Ilva di Torre Annunziata, dove il rappresentante della CGIL, dopo di aver mostrato di accettare la proposta di un nostro compagno per la fusione dello sciopero con quello della Dalmine e il suo prolungamento, il giorno dopo ha rovesciato la posizione interrompendolo, o quelli dell’Orsi Mangelli di Forlì, battutisi magnificamente dopo 13 anni di morta gora, decisi a combattere ancora e traditi dalle centrali opportuniste con l’accettazione di un premio una tantum, differenziato in fortissima misura fra uomini, donne e giovani, quando si erano impegnati a non cedere prima di aver ottenuto un premio mensile (in sostanza un aumento del salario-base) eguale per tutti.
Per i metalmeccanici, c’è stato di peggio: prima di tutto, si accettano integrazioni aziendali ricattatorie e premi umilianti quando è in palio il rinnovo generale del contratto nazionale; in secondo luogo, si è cessata l’agitazione nelle aziende maggiori lasciando le altre a battersi sole contro il padronato. La Borletti e la Triplex hanno proceduto alla serrata: invece di chiamare tutta la categoria e, se possibile, tutta la classe operaia milanese allo sciopero generale illimitato, si è fatto appello al buon cuore e al buon portafoglio della «cittadinanza» per fare l’elemosina agli operai rimasti senza lavoro, oltre che ai buoni uffici del sindaco e del prefetto!
Se questo si chiama «indebolire la classe padronale», egregi signori, cambiate il vocabolario! E Santi proclama che la lotta per il rinnovo del contratto nazionale parte dalla «tendopoli della Borletti» (un campo di battaglia ridotto ad un circo!!!)
Volevate dire, evidentemente, che di qui partirà la processione in onore di S. Giuseppe protettore dei lavoratori, con preci all’anima dei padroni e della polizia perché il padreterno li illumini!
Un’autentica battaglia proletaria dei tranvieri fiorentini, e nostra
I bonzi sindacali sono rimasti stupefatti delle simpatie che, in poco meno di un mese, buona parte degli operai dell’azienda tramviaria di Firenze hanno rivolto al «Tramviere Rosso», bollettino dei nostri compagni iscritti alla C.G.I.L. Ma ancor più si sono meravigliati (e sbalorditi) che proprio attorno al «Tramviere Rosso» si siano stretti gli operai e i proletari più avanzati, promuovendo un’azione rivendicativa e salariale che usciva dagli schemi abituali imposti dalle dirigenze opportuniste ed era condivisa da tutti i tramvieri. È stata finora una battaglia dura, e più lo sarà in avvenire, nella quale l’opportunismo ha messo in atto le armi più ignobili, non esclusa la denigrazione, la calunnia e la provocazione nei confronti del rappresentante più qualificato e coraggioso del nostro gruppo. I dirigenti hanno così dimostrato di temere assai più la viva e fervida fiammata della base verso cui usano armi che mai dirigono e mai dirigeranno contro le direzioni padronali, che l’intero sistema difensivo capitalistico, nel quale anzi non tralasciano occasione di farsi assorbire.
I tramvieri non hanno avanzato richieste catastrofiche, né spinto il sindacato sull’orlo della rivoluzione, per suscitare una reazione così violenta da parte dei «capi». Hanno chiesto un aumento eguale per tutti di diecimila lire al mese, il prolungamento dei tempi di lavoro, l’abolizione del lavoro straordinario, e soprattutto l’impegno formale e solenne del sindacato di non accettare nessuna tregua salariale, né alcuna castrazione della lotta, né alcuna ignobile mutilazione delle rivendicazioni.
Il nostro rappresentante, delegato degli operai, ha sostenuto con forza questi punti calorosamente approvato dall’assemblea: li ha sostenuti mentre i bonzi sparavano a zero contro le posizioni difese dagli operai rifiutandosi di impegnarsi tanto sul programma rivendicativo, quanto sui suoi mezzi di attuazione, fra cui lo sciopero senza preavviso da continuarsi anche durante le trattative, fino all’accoglimento globale delle richieste.
I «dirigenti» sperano di stancare i lavoratori per farli rientrare nei ranghi e farli desistere dalle loro posizioni avanzate (che essi definiscono «anarco-sindacaliste»!!) mandando per le lunghe l’agitazione, convocando separatamente le assemblee dei vari settori e distanziandole di vari giorni l’una dall’altra. Ma, sia detto a onore degli operai, questa impennata di orgoglio di classe dura ormai da un mese, durante il quale essi sono riusciti ad attirare sulle loro posizioni perfino un certo numero di attivisti fra i più sensibili alle esigenze della lotta proletaria. Va ascritto a loro merito l’aver capito che, per lottare seriamente e con decisione, bisogna inevitabilmente cozzare contro gli opportunisti sindacali e politici, quelli che sono stati fino ad ora, anziché i rappresentanti degli operai, i loro veri avversari.
L’esito economico di questa lotta, quale che sia, non potrà mai offuscare il significato prezioso di questa autentica battaglia proletaria, che indica chiaramente a tutti i lavoratori la funzione disgregatrice e sabotatrice dell’opportunismo, e, d’altra parte, l’incommensurabile e gigantesca forza di cui gli operai dispongono quando trovano condizioni ambientali e di guida favorevoli. Infine, l’episodio è una nuova prova che l’attuale equilibrio instabile dei rapporti sociali si risolverà a favore del proletariato a condizione che in esso lieviti e si potenzi l’operante azione politica del partito comunista rivoluzionario.
Il nostro partito non mancherà al compito storico di dirigere i proletari oltre il salario, oltre l’immediata e aleatoria conquista economica, verso la rivoluzione, verso il socialismo. «Invece della parola d’ordine conservatrice: ‘Un salario equo per una giornata di lavoro equo!’ iscriveremo allora sulla rossa bandiera operaia la parola d’ordine rivoluzionaria: ‘Abolizione del salariato!'» (Marx, Salari, prezzi e profitti).
Lotta a fondo per la riduzione radicale delle sperequazioni salariali!
Uno dei metodi classici usati dalla borghesia per frantumare e indebolire il movimento operaio consiste nell’elargire mance, premi ed alti salari a una cerchia ristretta di lavoratori, la cosiddetta aristocrazia operaia, e nel rendersela sempre più schiava. Nella fase attuale di sviluppo del capitalismo, questo metodo si è arricchito di nuovi e più forcaioli espedienti: le grandi imprese capitalistiche, private o statali che siano, prendendo a pretesto lo «sviluppo tecnologico», moltiplicano all’infinito il numero delle mansioni, delle qualifiche, e delle corrispondenti sperequazioni salariali, allo scopo di dividere ancor più i proletari chiudendoli nella cerchia angusta e limitata della loro specialità o del loro reparto.
Questa politica trova la sua integrazione, dentro e fuori l’azienda, nella pratica disfattista delle centrali sindacali che, attraverso i sistemi cosiddetti «scientifici» della lotta frazionata e articolata, impediscono agli operai di prendere coscienza dell’identità di interessi di tutti gli sfruttati e della necessità di lottare, senza distinzioni di categoria, fabbrica o reparto, contro l’intera classe padronale e i suoi organi di repressione, stroncando così sul nascere ogni seria possibilità di lotta aperta e solidale contro il regime infame del loro sfruttamento e della loro oppressione.
È invece nell’interesse di tutti i lavoratori lottare contro le differenziazioni estreme del salario, è dovere del sindacato di classe battersi per la loro radicale riduzione, è questo uno dei punti centrali del nostro programma.
Che cosa fanno invece i sindacati dell’opportunismo? Sanzionano di fatto, anche se combattono a parole, i metodi delle direzioni aziendali: invece di ridurre lo scarto fra salari più bassi e salari più alti, lo aggravano. Citiamo qualche esempio.
I esempio: le retribuzioni dei ferrovieri.
In un recente appello lanciato dal SFI-CGIL alla categoria, il sindacato ricorda (ma che faccia di bronzo!) di aver posto «da tempo e con forza» il problema di un «consistente miglioramento delle retribuzioni» dei dipendenti (operai e impiegati) delle ferrovie. A parte il fatto che tali rivendicazioni risalgono nientemeno al 1960, e che solo il 17 aprile u.s. sono state accettate al congresso intersindacale dei trasporti, tenutosi a Firenze, basta un’occhiata alla tabella delle rivalutazioni proposte per accorgersi che non solo i bonzi sindacali non pensano affatto d’impostare l’agitazione su una base rivendicativa tendente ad accorciare le distanze salariali fra i meno pagati e gli specialisti, ma tendono con le loro proposte ad aggravarle.
Prendiamo le retribuzioni degli operai di officina e dei verificatori. Per il manovale semplice che guadagna oggi 41.000 lire, l’aumento proposto è del 29,2%; per il capo-squadra manovali sale al 43,1%, per l’operaio qualificato al 52,6%, per il qualificato di I classe al 50,8%, per lo specializzato al 50,2%. Risultato: il distacco fra il primo e il secondo, che era di 3.000 lire, diventa di ben 10.000, fra il secondo e il terzo sale da 750 a 3.000, fra il quarto e il quinto da 3.500 a 5.000.
Prendiamo il personale di macchina: l’aumento per il macchinista di 1ª classe è del 42,7%, per quello di 2ª del 41,6%, per l’aiuto macchinista del 40,1%, per il macchinista manovra del 37,1%, per l’aiuto macchinista manovra del 29,3%. Risultato: il distacco fra i salari di quest’ultimo e del precedente sale da 5.750 lire come oggi a ben 11.500 nelle proposte di un sindacato che si proclama operaio, e quello fra aiuto macchinista e macchinista di 2ª classe da 6.250 a 11.000 (rispetto al macchinista di 1ª classe, addirittura da 11.000 a 17.000 lire).
Non basta. Ciò che più sta a cuore dei nostri bonzi sindacali ferroviari (e non solo ferroviari) sono gli interessi dei dirigenti, i quali, manco a dirlo, se lotta ci sarà si guarderanno bene dal parteciparvi, ma che domani potranno, chissà mai, votare per il centro-sinistra. Infatti, per questi signori già pingui di alti stipendi ed emolumenti distribuiti con larghezza, il SFI propone aumenti superiori a quelli del manovale semplice o dell’aiuto macchinista: del 39,3% per il capotecnico sovrintendente e per il capostazione sovrintendente, del 39,3% per il direttore generale, del 39,3% per il capo-deposito sovrintendente e via di questo passo. L’umile manovale ha un bel chiedere: «Ma che c’entrano costoro, in un sindacato operaio? Che cosa c’interessano questi crumiri per vocazione storica?» I bonzi rispondono: «È vero, non sono proletari e non sciopereranno, ma in compenso saranno ‘di valido aiuto morale’!!!!» (Per chi non lo sapesse, il direttore centrale riceve oggi uno stipendio di 225.000 lire che, in base alle proposte SFI, dovrebbero diventare 310.000….).
È un esempio che potrebbe essere moltiplicato (e lo faremo) per il numero delle federazioni di mestiere esistenti. LAVORATORI BATTETEVI CON NOI PERCHÉ QUESTA ASSURDA PIRAMIDE SIA CAPOVOLTA E, NEL QUADRO DI UN AUMENTO GENERALE DEL SALARIO OPERAIO (i «dirigenti» sono un’appendice della classe capitalista), I SALARI PIÙ BASSI GODANO DEGLI INCREMENTI MAGGIORI!
La nostra parola, sempre la stessa
Per un sindacato di classe
«Ritorno al sindacato unico di classe, estensione e unificazione di ogni lotta rivendicativa, rifiuto di ogni illusione gradualista, riformista e legalitaria, preparazione attraverso le lotte economiche alla lotta finale per l’abbattimento del capitalismo e l’instaurazione della dittatura proletaria: questi principi per i quali si batterono nell’altro dopoguerra e si battono in questo i comunisti rivoluzionari. Operai, siano essi i vostri principi. Non la preoccupazione per le ‘sorti della patria e della produzione’ guidi le vostre lotte: patria e produzione appartengono a lor signori. I proletari devono lottare per se stessi: non hanno nulla da perdere salvo le proprie catene!»
(Da un volantino distribuito ai metalmeccanici milanesi)
Per un aumento generale del salario, contro i premi di rendimento
«I proletari esigono un livello salariale corrispondente ai loro bisogni, non — come insistono i sindacati — un premio di rendimento che li costringe, per sopravvivere, a spremersi fin l’ultima goccia di sudore per aumentare la massa dei prodotti e dei profitti di sua maestà il padronato.»
(Idem)
Tutti per uno, uno per tutti
«Gli interessi di ogni operaio singolo e delle maestranze di ogni singola azienda sono gli interessi di tutti i proletari; difendendo un compagno licenziato si difende l’avvenire di tutti; riducendo le differenze e i dislivelli di salario di cui la classe borghese si serve per dividere gli operai ci si batte per essere sempre più un blocco solo di proletari in lotta contro l’unico nemico, i detentori della proprietà e del capitale, e il loro stato!»
(Da un volantino distribuito a Forlì fra i lavoratori chimici)
Contro le differenziazioni salariali
«Lo spezzettamento per qualifiche è un’arma in mano al padrone per dividere gli operai. Bisogna chiedere un aumento generale del salario-base, ma più alto per le categorie più basse.»
(Da un volantino distribuito agli scioperanti della Lancia, a Torino)