Giappone a una svolta
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Com’è noto, il Giappone subì circa un ottantennio fa una profonda crisi interna che trasformò le basi della struttura economica produttiva del paese. Di fronte alla pressione esercitata dall’espansionismo bianco, e più particolarmente americano, il Giappone liquidò la sua organizzazione economica feudale per adottare i moderni sistemi di produzione.
Ma, nel campo sociale, la struttura fisica della classe dominante rimase nel suo complesso inalterata pur dopo la violenta rivoluzione che trasferì il potere dello shogunsto all’imperatore. Nobili e samurai ricevettero per la perdita dei loro privilegi favolose indennità, che permisero loro di diventare i padroni delle neo-costituendo industrie ed imprese, col risultato che non vi fu un vero e proprio trapasso fisico da un ceto all’altro e gran parte delle vecchia mentalità delle passate istituzioni si tramandarono intatte.
La rinnovata struttura economico-sociale giapponese continuò e continua tuttora a gravare sulle classi inferiori coi caratteri della più feroce tirannia e del più dispotico assolutismo. Queste classi sono condannate ad un lavoro bestiale da schiavi, ricevendo in compenso un salario di fame. Esse non hanno alcun diritto né politico, né civile. Le condizioni di vita sono spaventose. Le ore di lavoro non conoscono limiti: i sindacati sono inesistenti e la mano d’opera è completamente abbandonata all’arbitrio del datore di lavoro, mentre lo sfruttamento del lavoro fa sì che nell’industria vengano impiegate di preferenza donne e bambini.
Questo stato di cose ha naturalmente dei riflessi psicologici, in quanto le masse sono completamente abbrutite e quindi pressoché incapaci di organizzarsi e di combattere per fini precisi, ma d’altro lato, fa sì che le agitazioni sociali del Giappone assumano le caratteristiche di moti nazionali e spontanei che non conoscono barriere. Ne sono prova le numerosissime sommosse che si sono verificate in Giappone dopo l’instaurazione del nuovo governo imperiale: sommosse soffocate nel sangue di migliaia di contadini poveri ed operai. Né si deve dimenticare che l’industria presenta un forte accentramento e che la riduzione dei costi, preludio al dumping, è stata ottenuta, oltre che con una piratesca compressione delle mercedi, con la modernizzazione degli impianti, cosicché l’attrezzatura capitalistica della grande industria si può dire oggi molto avanzata.
Contemporaneamente, la dominazione dell’antica classe nobiliare e feudale si riflette nell’importanza e influenza delle forze armate nella vita del paese. Di fronte ad esse gli ambienti che noi definiremmo borghesi hanno invece una fragile consistenza e passano in seconda linea rispetto al potere politico. I «tre grandi» – il Capo di stato maggiore generale dell’esercito, l’Ispettore Generale dell’Educazione militare, ed il Ministero della Guerra – sono i veri padroni del Giappone ed hanno fino ad oggi potuto fare e disfare a loro arbitrio Governi e Ministeri imponendo in tutti i campi la volontà della casta militare. La procedura dell’assassinio dei Ministri e Capi di governo che si rendono per un atto qualsiasi invisi all’esercito è comunissima. L’armata si serve di numerose organizzazioni sciovinistiche ultranazionaliste, come la Società del Drago Nero, La Società dei Produttori del Grande Giappone, l’Associazione di Fondazione nazionale, ecc. per dominare e terrorizzare i ceti soggetti né più né meno di come le SS e le milizie fasciste dominavano e terrorizzavano i popoli tedesco e italiano.
Questa composizione sociale, le ribellioni in massa di contadini stanchi d’essere sfruttati, la rivolta comunista scoppiata verso il 1930 e seguita dall’impiccagione di tutti i capi rivoluzionari, rendono il Giappone un paese particolarmente interessante per gli eventuali futuri sviluppi sociali e rivoluzionari. E poiché è prevedibile che la sconfitta militare ormai imminente elimini la classe militarista e nobiliare, verrà a verificarsi in Giappone una situazione analoga a quella presentatasi nella Russia zarista nel 1917.
La classe feudale e guerriera che si era in certo modo adattata ad assumere parte della struttura sociale imposta dalle nuove forme capitaliste di produzione crollerà improvvisamente per opera di pressioni esterne. La classe borghese, i civili, i commercianti, gli industriali non hanno potuto darsi una struttura né una organizzazione di dominio che permetta di considerarsi al riparo della tempesta, e cioè di cambiare senza pericolo le forme ed i modi di dominazione di classe per conservare indisturbati i loro privilegi. Al di fuori le masse premono. Tutto questo apre grandi possibilità e interessanti prospettive alle organizzazioni proletarie e rivoluzionarie nazionali. E’ la classica situazione degli sviluppi accelerati della storia, per cui questa o quella società non è tenuta, per modernizzarsi, a passare attraverso tutti gli stadi ma, al contrario, è portata a seguire le più moderne esigenze che lo stato sociale contemporaneo impone.
Per il Giappone feudale non ha alcun senso passare attraverso una esperienza borghese; al contrario, esso sarà portato dalla dialettica della storia alla lotta per le massime rivendicazioni proletarie che costituiscono le stesse aspirazioni dell’occidente bianco, e sarà favorito in questa lotta della maggior debolezza e confusione delle classi dominanti. Tutto dipenderà perciò dal partito rivoluzionario. Né più né meno quel che accadde nella Russia di Nicola II e di Lenin.