Basi storico-programmatiche del comunismo rivoluzionario circa il rapporto tra partito, classe e associazioni economiche operaie Pt.2
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Marx
Dalla miniera dei fondamentali testi marxisti, ci limitiamo a stralciare i brani che seguono. In essi è descritta sinteticamente la base deterministica da cui scaturiscono le lotte difensive del proletariato sul terreno economico.
La classe non perviene alla esplicazione del suo ruolo storico – assolto tramite la lotta di classe e la sua forma più alta, l’insurrezione e la presa del potere – per virtù ideologica, ma a seguito del diuturno esercizio classista della difesa contro la degradazione sociale, alla quale la classe capitalista la condannerebbe in eterno se potesse stabilire a suo piacimento la ripartizione del plusvalore. Il livello del salario, commenta Marx, è determinato dal rapporto di forza fra la classe dei salariati e quella del capitale.
Sorge da qui per il proletariato la deterministica necessità di organizzarsi in associazioni di resistenza, o sindacati, fortemente centralizzati come centralizzato è il potere borghese; ma sorge anche l’insopprimibile esigenza per la classe organizzata nelle associazioni economiche di rompere il precario e labile equilibrio di volta in volta raggiunto su questo terreno – il terreno della contrapposizione di “diritto” a “diritto”, entrambi consacrati dalla legge dello scambio delle merci – lanciando la sua storica offensiva rivoluzionaria.
Questa offensiva è possibile soltanto se il proletariato si costituisce in classe, se, cioè, si arma di un programma storico, di un metodo d’azione, di una organizzazione combattente: insomma del Partito.
Da “Il Capitale”, Libro 1°, capitoli 8° e 15°
È evidente, astrazione fatta da limiti del tutto elastici dalla natura dello scambio delle merci, così com’è, non risulta nessun limite della giornata lavorativa, quindi nessun limite del plusvalore. Il capitalista, cercando di rendere più lunga possibile la giornata lavorativa, e, quando è possibile, cercando di farne di una due, sostiene il suo diritto di compratore… mentre l’operaio, volendo limitare la giornata lavorativa a una determinata grandezza normale, sostiene il suo diritto di venditore. Qui ha dunque luogo una antinomia: diritto contro diritto, entrambi consacrati dalla legge dello scambio delle merci. Fra diritti uguali decide la forza.
Così nella storia della produzione capitalistica la regolamentazione della giornata lavorativa si presenta come lotta per i limiti della giornata lavorativa, lotta fra il capitalista collettivo, cioè la classe dei capitalisti, e l’operaio collettivo, cioè la classe operaia…
In secondo luogo: la storia della regolamentazione della giornata lavorativa in alcuni modi di produzione, la lotta che ancora dura per tale regolamentazione, dimostrano tangibilmente che il lavoratore, come “libero” venditore della forza-lavoro, soccombe senza resistenza quando la produzione capitalistica ha raggiunto un certo grado di maturità. La determinazione della giornata lavorativa normale è dunque il prodotto di una guerra civile, lenta e più o meno velata, fra la classe dei capitalisti e la classe degli operai.
Da lettera di Marx a Bolte del 29 novembre 1871
Riportiamo questo brano famoso perché mette in chiara evidenza il rapporto dialettico fra lotte economiche e lotte politiche. Rapporto che è, da un lato di determinazione reciproca, dall’altro di elevamento delle prime al superiore livello dello scontro frontale della classe dei salariati contro il Capitale, verso l’obiettivo storico della classe.
Il movimento politico della classe operaia ha naturalmente come scopo ultimo la conquista del potere politico per la classe operaia stessa, e a questo fine è naturalmente necessaria una previa organizzazione della classe operaia, sviluppata fino a un certo punto e sorta dalle sue stesse lotte economiche. Ma d’altra parte ogni movimento in cui la classe operaia si oppone come classe alle classi dominanti, e cerca di far forza su di esse, con una pressione dal di fuori, è un movimento politico.
Per esempio, il tentativo di strappare una riduzione della giornata di lavoro al capitalista singolo in una fabbrica, o anche in una sola industria, mediante scioperi ecc., è un movimento puramente economico; invece il movimento per imporre una legge delle 8 ore e simili, è un movimento politico. In questo modo, dai singoli movimenti economici degli operai, sorge e si sviluppa dovunque il movimento politico, cioè un movimento della classe per realizzare i suoi interessi in forma generale, in una forma che abbia forza coercitiva socialmente generale.
Se è vero che questi movimenti presuppongono una certa organizzazione preventiva, essi sono da parte loro altrettanti mezzi per lo sviluppo di questa organizzazione. Dove la classe operaia non è ancora progredita nella sua organizzazione tanto da poter intraprendere una campagna decisiva contro il potere collettivo, ossia contro il potere politico delle classi dominanti, essa deve comunque essere preparata a ciò da una permanente agitazione contro l’atteggiamento avverso nella politica delle classi dominanti: altrimenti, rimane un giocattolo nelle loro mani.
Lenin
I brani si riferiscono a tre diversi periodi ma strettamente collegati. Il primo precede di poco la formazione del partito bolscevico e la rivoluzione del 1905, e addita ai militanti comunisti il compito di importare nella classe quella coscienza dei fini ultimi e della via per raggiungerli che solo il Partito può dare, rompendo il quadro angusto della mentalità trade-unionista in cui ogni organizzazione economica immediata e spontanea inevitabilmente si rinchiude se abbandonata a se stessa.
Il secondo, del periodo controrivoluzionario seguito alla sconfitta del 1905, respinge l’assurda teoria della neutralità dei sindacati (cara agli immediatisti sia di destra sia di sinistra, riformisti e anarchici) e pone al Partito il compito di realizzare una stretta unione coi sindacati, «ai quali il Partito deve essere di guida».
Il terzo, scritto dopo la vittoria di Ottobre e la fondazione dell’Internazionale Comunista, ribadisce la necessità che i militanti rivoluzionari svolgano la loro attività rivoluzionaria nei sindacati «anche i più reazionari», e importino negli organismi operai di massa in generale il programma comunista, in vista di una generalizzazione della lotta di classe su scala mondiale: compito che assume un carattere del tutto specifico di fronte alle deviazioni operaiste di varia provenienza che pretendono di «costruire» di sana pianta organismi di per sé incontaminati ed incontaminabili, portatori di quella coscienza e direzione rivoluzionaria che soltanto del Partito è propria.
Da “Che fare?”, 1901-1902
Ma vi è spontaneità e spontaneità. Anche negli anni sessanta e settanta vi furono in Russia degli scioperi accompagnati da distruzioni “spontanee” di macchine e simili. In confronto con queste “rivolte”, gli scioperi avvenuti dopo il 1880 potrebbero persino essere chiamati “coscienti”, tanto è importante il passo avanti fatto nel frattempo dal movimento operaio. Ciò prova che in fondo l’“elemento spontaneo” non è che la forma embrionale della coscienza. Anche le rivolte primitive esprimevano già un certo livello di coscienza: gli operai perdevano la loro fede secolare nella solidità assoluta del regime che li schiacciava; cominciavano, non dirò a comprendere, ma a sentire la necessità di una resistenza collettiva e rompevano risolutamente con la sottomissione servile all’autorità. E tuttavia questa era ben più una manifestazione di disperazione e di vendetta che una lotta.
Gli scioperi della fine del secolo, invece, rivelano bagliori di coscienza molto più numerosi… Mentre prima si trattava semplicemente di una rivolta di gente oppressa, gli scioperi sistematici rappresentano già degli embrioni – ma soltanto degli embrioni – di lotta di classe. Presi in sé questi scioperi costituivano una lotta tradunionista, ma non ancora comunista; annunciavano il risveglio dell’antagonismo fra operai e padroni; ma gli operai non avevano e non potevano ancora avere la coscienza dell’irriducibile antagonismo fra i loro interessi e tutto l’ordinamento politico e sociale contemporaneo, cioè la coscienza comunista. Gli scioperi della fine del secolo dunque, malgrado il progresso immenso che rappresentano in confronto con le “rivolte” anteriori, restavano un movimento puramente spontaneo.
Abbiamo detto che gli operai non potevano ancora possedere una coscienza comunista. Essa poteva essere loro apportata soltanto dall’esterno. La storia di tutti i paesi attesta che la classe operaia colle sue sole forze è in grado di elaborare soltanto una coscienza tradunionista, cioè la convinzione della necessità di unirsi in sindacati, di condurre la lotta contro i padroni; di reclamare al governo questa o quella legge necessaria agli operai.
Da “La neutralità dei sindacati”, 4 marzo 1908
In ogni paese capitalista esistono un partito comunista e dei sindacati, ed è nostro compito definire i rapporti fondamentali tra l’uno e gli altri. Gli interessi di classe della borghesia fanno sorgere inevitabilmente la tendenza a confinare i sindacati in una attività spicciola, ristretta, sulla base dell’ordinamento esistente, a distoglierli dallo stabilire legami qualsiasi col socialismo, e la teoria della neutralità è il rivestimento ideologico di queste aspirazioni borghesi…
Il nostro partito ha riconosciuto ora che nei sindacati bisogna lavorare non con uno spirito di neutralità, ma con lo spirito del più stretto avvicinamento tra i sindacati e il partito comunista. È stato riconosciuto anche che lo stretto legame tra partito e sindacati deve essere ottenuto esclusivamente per mezzo dell’attività dei comunisti in seno ai sindacati, che i comunisti devono costituire nei sindacati delle cellule compatte, e che, qualora non siano possibili i sindacati legali, bisogna costituirne di illegali…
I bolscevichi dimostrarono che non si poteva fare una divisione netta tra azione politica e sindacale, e conclusero che doveva esserci una stretta unione tra il partito comunista e i sindacati, ai quali il partito doveva essere di guida.
Da “L’estremismo, malattia d’infanzia del comunismo”, 1920
I sindacati, all’inizio dello sviluppo del capitalismo, hanno costituito un eccezionale progresso per la classe operaia, in quanto hanno rappresentato il passaggio dalla dispersione e dall’impotenza degli operai ai primi germi dell’unità di classe.
Quando poi ha cominciato a svilupparsi la forma suprema dell’unità di classe dei proletari, il partito rivoluzionario del proletariato (che non sarà degno del suo nome finché non riuscirà ad unire i capi con la classe e con le masse in un tutto unico, in qualche cosa di inscindibile), i sindacati hanno cominciato inevitabilmente a rivelare alcuni tratti reazionari, una certa angustia corporativa, una certa tendenza all’apoliticismo, una certa fossilizzazione, ecc.
Ma in tutti i paesi del mondo il proletariato si è sviluppato e poteva svilupparsi solo per mezzo dei sindacati, solo attraverso l’azione reciproca tra sindacati e partito della classe operaia.
La conquista del potere politico da parte del proletariato costituisce un gran passo in avanti che il proletariato compie come classe, e il partito deve ancor più, in forme nuove e non solo come in passato, educare i sindacati e dirigerli, senza però dimenticare al tempo stesso che essi sono e resteranno ancora a lungo una necessaria “scuola di comunismo” e una scuola preparatoria che addestra i proletari a realizzare la loro dittatura, un’unione necessaria degli operai per il passaggio progressivo della gestione di tutta l’economia del paese nelle mani della classe operaia (e non di singole professioni) e quindi nelle mani di tutti i lavoratori.
Un certo “carattere reazionario” dei sindacati, nel senso in cui si è detto, è inevitabile durante la dittatura del proletariato. Non capire questo significa non capire niente delle condizioni fondamentali per il passaggio dal capitalismo al socialismo. Temere questo “carattere reazionario”, tentare di cavarsela senza di esso, cercare di saltare oltre è la più grave delle stoltezze, perché significa temere la funzione dell’avanguardia proletaria, che consiste appunto nell’istruire, nell’illuminare, nell’educare, nel condurre a una nuova vita le masse e gli strati più arretrati della classe operaia e dei contadini.
D’altra parte, sarebbe un errore ancora più grave differire la realizzazione della dittatura del proletariato fin quando non resti più un solo operaio che dimostri grettezza professionale, un solo operaio con pregiudizi corporativi e tradunionisti.
L’arte dell’uomo politico (e la giusta comprensione dei propri compiti da parte di un comunista) consiste appunto nel valutare giustamente le condizioni e il momento in cui l’avanguardia del proletariato può prendere vittoriosamente il potere, in cui essa può garantirsi, per la conquista del potere e dopo tale conquista, un appoggio adeguato di strati abbastanza vasti della classe operaia e delle masse lavoratrici non proletarie, in cui, dopo di ciò, essa riuscirà a mantenere il suo dominio, a consolidarlo, ad estenderlo, educando, istruendo e conquistando masse sempre più grandi di lavoratori.
Proseguiamo. In paesi più progrediti rispetto alla Russia, quel certo carattere reazionario dei sindacati si è manifestato, e doveva indubbiamente manifestarsi, con molta più forza che da noi. I menscevichi russi hanno trovato (e in pochissimi sindacati trovano tuttora) l’appoggio dei sindacati appunto in conseguenza della grettezza corporativa, dell’egoismo e dell’opportunismo professionale. I menscevichi dell’Occidente “si sono annidati” molto più stabilmente nei sindacati; in Occidente si è delineato – con molta più forza che da noi – uno strato di “aristocrazia operaia” corporativista, gretta, egoista, sordida, interessata, piccolo-borghese, di mentalità imperialistica, asservita e corrotta dall’imperialismo. Questo fatto è innegabile.
La lotta contro i Gompers, contro i signori Jouhaux, Henderson, Merrheim, Legien e soci, in Europa Occidentale è infinitamente più difficile della lotta contro i nostri menscevichi, che rappresentano un tipo sociale e politico assolutamente omogeneo. Questa lotta deve essere condotta implacabilmente e, come noi abbiamo fatto, deve essere continuata fino a svergognare completamente e ad espellere dai sindacati tutti i capi incorreggibili dell’opportunismo e del socialsciovinismo.
Non si può conquistare il potere politico (e non bisogna tentare di prenderlo) finché questa lotta non sia portata a un certo grado, e questo “certo grado” non sarà lo stesso nei diversi paesi e in circostanze diverse, e di esso sapranno tener conto dei dirigenti politici del proletariato che siano riflessivi, competenti ed esperti…
Noi conduciamo la lotta contro l’“aristocrazia operaia” in nome della massa operaia e per attrarre questa massa dalla nostra parte; conduciamo questa lotta contro i capi opportunisti e socialsciovinisti per attrarre dalla nostra parte la classe operaia. Sarebbe sciocco dimenticare questa verità del tutto elementare ed evidente. E proprio una simile sciocchezza commettono i comunisti tedeschi “di sinistra”, quando dal carattere reazionario e controrivoluzionario dei vertici dei sindacati giungono alla conclusione che… bisogna uscire dai sindacati!!! Rinunciare a lavorare in questi sindacati!!! Creare nuove forme di organizzazione operaia inventate di sana pianta!!! È questa una sciocchezza imperdonabile, è questo il maggior servizio che i comunisti possono rendere alla borghesia.
I nostri menscevichi, come tutti i capi opportunisti, socialsciovinisti, kautskiani dei sindacati, altro non sono infatti che gli “agenti della borghesia nel movimento operaio” (come abbiamo sempre detto contro i nostri menscevichi) o i “labour lieutenants of the capitalist class”, secondo la bella e giustissima espressione dei seguaci di Daniel de Leon in America. Non lavorare all’interno dei sindacati reazionari significa abbandonare le masse operaie arretrate o non abbastanza evolute all’influenza dei capi reazionari, degli agenti della borghesia, dell’aristocrazia operaia, ossia degli “operai imborghesiti” (cfr. lettera di Engels a Marx del 1858, a proposito degli operai inglesi).
Proprio l’assurda “teoria” della non partecipazione dei comunisti ai sindacati reazionari mostra con la massima evidenza con quanta leggerezza questi comunisti “di sinistra” affrontino il problema dell’influenza sulle “masse” e quale abuso facciano nei loro sproloqui sul termine “masse”.
Per aiutare le “masse” e conquistarsi la simpatia, l’adesione, il sostegno delle “masse”, non si devono temere le difficoltà, gli intrighi, gli insulti, le persecuzioni da parte dei “capi” (che, essendo opportunisti e socialsciovinisti, sono nella maggior parte dei casi legati direttamente o indirettamente alla borghesia o alla polizia), e bisogna lavorare assolutamente là dove sono le masse. Bisogna saper sopportare qualsiasi sacrificio, superare i maggiori ostacoli, per svolgere una propaganda e una agitazione sistematiche, tenaci, costanti e pazienti, proprio nelle istituzioni, nelle società, nelle leghe, anche nelle più reazionarie, dovunque si trovino le masse proletarie o semiproletarie.
I sindacati e le cooperative (queste ultime almeno qualche volta) sono le organizzazioni dove si trovano le masse. In Inghilterra il numero degli iscritti alle Trade Unions è salito da 5,5 a 6,6 milioni tra la fine del 1917 e la fine del 1918. Alla fine del 1919 esse contano 7,5 milioni di iscritti. Non ho i dati corrispondenti per la Francia e per la Germania, ma i fatti attestanti il grande aumento del numero degli iscritti ai sindacati anche in questi paesi sono assolutamente incontestabili e universalmente noti.
Questi fatti dicono nel modo più chiaro ciò che è convalidato da mille altri indizi: lo sviluppo della coscienza di classe e della tendenza all’organizzazione appunto nelle masse proletarie, negli strati “inferiori” e negli strati arretrati. Milioni di operai in Inghilterra, in Francia, in Germania passano per la prima volta dalla completa disorganizzazione alla forma organizzativa più elementare, più bassa, più semplice, più accessibile (per coloro che sono ancora imbevuti di pregiudizi democratici borghesi), cioè ai sindacati, mentre i comunisti di sinistra, rivoluzionari ma irragionevoli, se ne rimangono in disparte e gridano che vogliono le masse e si rifiutano di lavorare all’interno dei sindacati!!! E inventano una nuova “Lega operaia”, pura, monda di pregiudizi democratici borghesi, di pecche corporativistiche e di grettezze professionali, una “Lega operaia” che dicono sarà (sarà!) ampia e per entrare nella quale si porrà come condizione soltanto (soltanto!) “il riconoscimento del potere sovietico e della dittatura”!!.
Non si può immaginare una assurdità maggiore, un danno più grave per la rivoluzione di quello causatole dai rivoluzionari “di sinistra”! Se oggi in Russia, dopo due anni e mezzo di vittorie senza precedenti sulla borghesia della Russia e dell’Intesa, ponessimo come condizione per l’ammissione nei sindacati il “riconoscimento della dittatura” commetteremmo una sciocchezza, compromettendo la nostra influenza sulle masse e facendo il gioco dei menscevichi. Il compito dei comunisti è infatti quello di saper convincere gli elementi arretrati, nel saper lavorare fra loro, di non separarsi da loro con parole d’ordine “di sinistra” cervellotiche e puerili…
Non c’è dubbio che i signori “capi” dell’opportunismo ricorreranno a tutti gli stratagemmi della diplomazia borghese, all’ausilio dei governi borghesi, dei preti, della polizia, dei tribunali, per impedire ai comunisti di entrare nei sindacati, per scacciarli con tutti i mezzi dai sindacati, per rendere il loro lavoro nelle organizzazioni sindacali quanto più è possibile ingrato, per offenderli, vessarli e perseguitarli. Bisogna saper reagire a tutto questo, affrontare tutti i sacrifici e – se necessario – ricorrere ad ogni genere di astuzie, di furberie, di metodi illegali, alle reticenze, all’occultamento della verità, pur di introdursi nei sindacati, rimanere in essi, compiervi a tutti i costi un lavoro comunista.
Sotto la zarismo, fino al 1905, noi non avevamo nessuna “possibilità legale”, ma quando Zubatov, funzionario della polizia segreta, organizzò delle assemblee operaie e delle società operaie del tipo delle centurie nere per dar la caccia ai rivoluzionari e per lottare contro di essi, noi mandammo in quelle riunioni e in quelle società dei membri del nostro partito… i quali stabilirono il collegamento con la massa e riuscirono a svolgere la loro agitazione e strapparono gli operai all’influenza degli agenti di Zubatov (In nota: I Gompers, gli Henderson, i Jouhaux, i Legien sono anch’essi degli Zubatov, che si distinguono dal nostro Zubatov unicamente per l’abito europeo, per la vernice europea, per i modi civili, raffinati, democraticamente agghindati di svolgere la loro vergognosa politica).
Naturalmente nell’Europa occidentale, che è particolarmente impregnata di pregiudizi legalitari, costituzionali, democratici-borghesi, radicati in modo particolarmente tenace, ciò è più difficile da realizzarsi. Ma può e deve essere compiuto, e compiuto sistematicamente.
TROTSKY-LENIN
I due brani si riferiscono al periodo della dittatura proletaria e della guerra civile, e mostrano come la nostra rivendicazione del sindacato quale “cinghia di trasmissione” del Partito valga per i marxisti, non soltanto per la fase precedente la conquista del potere, ma, e a maggior ragione, per quella successiva. Da una parte sussistono ancora le angustie corporative di strati anche larghi della classe lavoratrice, dall’altra il Partito deve far leva, per assolvere i suoi compiti economici e militari, su organizzazioni raggruppanti i più vasti strati della classe che, attraverso il partito, esercita la dittatura. Il sindacato deve continuare ad essere una scuola di guerra, perché la guerra sociale non si esaurisce se non con la completa distruzione dei rapporti borghesi e delle loro sequele anche “abitudinarie” persino nelle file del proletariato.
Da Trotzki, “Terrorismo e comunismo”, 1920
Per la sua più intima essenza la dittatura del proletariato significa il dominio diretto dell’avanguardia rivoluzionaria, che si appoggia sulle grandi masse e, possibilmente, spinge la parte più retrograda a orientarsi secondo la punta avanzata.
Ciò vale anche per i sindacati. Dopo la conquista del potere da parte del proletariato, essi assumono un carattere obbligatorio: devono abbracciare tutti gli operai industriali. Il Partito ne accoglie nelle proprie file i più forniti di coscienza e abnegazione, e allarga i suoi quadri soltanto sotto rigoroso controllo. Di qui deriva il ruolo dirigente della minoranza comunista nei sindacati, che corrisponde al dominio del Partito Comunista nei soviet ed è l’espressione politica della dittatura del proletariato.
I sindacati diventano così i portatori diretti della produzione sociale, esprimendo gli interessi non solo degli operai di industria, ma della stessa industria. Nel primo periodo le tendenze tradunioniste nei sindacati rialzano ancora in vario modo la testa, inducono i sindacati a mercanteggiare con lo Stato sovietico, a porgli condizioni, a esigerne garanzie. Col tempo, tuttavia, i sindacati riconoscono sempre più la loro qualità di organi della produzione dello Stato sovietico e assumono la responsabilità dei suoi destini non contrapponendosi ma identificandosi con esso. I sindacati diventano i realizzatori della disciplina del lavoro; chiedono agli operai un lavoro intenso nelle condizioni più difficili nella misura in cui lo Stato operaio non è ancora in grado di modificare tali condizioni; eseguono le rappresaglie rivoluzionarie contro gli elementi parassitari e indisciplinati della stessa classe lavoratrice. Dalla politica tradeunionistica, che fino a un certo punto è inscindibile dal movimento sindacale nel quadro della società capitalistica, i sindacati passano su tutta la linea alla politica del comunismo rivoluzionario.
Da Lenin, “L’estremismo, malattia d’infanzia del comunismo”, 1920
I rapporti fra capi, partito, classe e masse, e insieme l’atteggiamento della dittatura del proletariato e del partito proletario verso i sindacati, si presentano oggi, da noi, nella seguente forma concreta: la dittatura viene esercitata dal proletariato organizzato nei Soviet e diretto dal Partito Comunista…
Il partito si appoggia nel suo lavoro direttamente sui sindacati, che oggi, secondo i dati dell’ultimo congresso (aprile 1920), contano più di 4 milioni di iscritti, e sono formalmente apartitici.
Di fatto, tutti gli organi direttivi della stragrande maggioranza dei sindacati, e in prima linea, naturalmente, il Centro o Ufficio sindacale di Russia (Consiglio Centrale dei Sindacati di tutta la Russia), sono composti di comunisti ed applicano tutte le direttive del partito. Si ha, in complesso, un apparato proletario formalmente non comunista, flessibile e relativamente ampio, molto potente, mediante il quale il partito è strettamente collegato alla classe e alle masse e attraverso il quale, sotto la direzione del partito, si realizza la dittatura della classe.
Senza il più stretto legame con i sindacati, senza il loro entusiastico appoggio, senza il loro lavoro pieno di abnegazione non soltanto nell’edificazione economica, ma anche nell’organizzazione militare, non saremmo riusciti a governare il paese e a realizzare la dittatura, non dico per due anni e mezzo, ma neanche per due mesi.
S’intende che questo strettissimo contatto implica nella pratica un lavoro di agitazione e propaganda molto complesso e vario, con riunioni tempestive e frequenti, non solo con i dirigenti, ma anche in generale con i membri attivi e influenti dei sindacati, una lotta energica contro i menscevichi, che possono contare tuttora su un certo numero, benché molto esiguo, di sostenitori e li inducono a servirsi di tutte le possibile insidie controrivoluzionarie, a cominciare dalla difesa ideologica della democrazia (borghese) e dalla propaganda della ”indipendenza” dei sindacati (dal potere statale proletario!) per finire con il sabotaggio della disciplina proletaria, ecc. ecc…
A nostro giudizio, il collegamento con le masse attraverso i sindacati è insufficiente. La pratica ha creato presso di noi, nel corso della rivoluzione, un’altra istituzione, le conferenze di operai e contadini senza partito, che noi ci adoperiamo in tutti i modi di appoggiare, sviluppare e allargare, per seguire la disposizione d’animo della masse, avvicinarsi ad esse, per rispondere alle loro richieste, per scegliere nel loro seno i lavoratori più adatti a coprire posti di responsabilità nello Stato, ecc. In uno degli ultimi decreti col quale si trasforma il Commissariato del popolo per il controllo statale in “Ispezione operaia e contadina”, si è concessa alle conferenze di senza partito il diritto di eleggere gli incaricati del Controllo Statale per ispezioni di varia natura, ecc…
Il capitalismo lascia inevitabilmente in eredità al socialismo, da un lato, le vecchie distinzioni professionali e corporative fra gli operai, distinzioni che si sono stabilite attraverso i secoli, e, dall’altro, i sindacati, che possono svilupparsi e si svilupperanno solo con molta lentezza, nel corso di molti anni, in sindacati di produzione (che abbracciano interi rami di produzione e non soltanto una corporazione, un mestiere, una professione) più larghi e meno corporativistici. In seguito, per mezzo di tali sindacati di produzione, si passerà alla soppressione della divisione del lavoro tra gli uomini, all’educazione, istruzione, preparazione di uomini sviluppati e preparati in tutti i sensi, di uomini capaci di far tutto. A ciò tende il comunismo; a questo deve tendere e arriverà, ma soltanto dopo un lungo periodo di anni. Tentare oggi di anticipare praticamente questo futuro risultato del comunismo pienamente sviluppato, pienamente consolidato e formato, completamente dispiegato e maturo, è come voler insegnare la matematica superiore a un bambino di quattro anni.
Possiamo (e dobbiamo) incominciare a costruire i socialismo non con un materiale umano fantastico e creato appositamente da noi, ma con il materiale che il capitalismo ci ha lasciato in eredità. Ciò è senza dubbio molto “difficile”, ma ogni altro modo di affrontare il problema è così poco serio, che non vale la pena di parlarne.