Partito Comunista Internazionale

Un “Processo di Pace” per il capitalismo in Irlanda

Categorie: Northern Ireland

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Dura ormai da due anni “il processo di pace” in Irlanda. Prosegue come una vecchia macchina che va avanti piano, si ferma e riparte fra scoppi vari: eppur si muove, fra le minacce del governo di Londra di non dare legittimità al parlamento della provincia e le minacce dell’IRA di non consegnare il vastissimo arsenale bellico. Ogni tanto si torna alla “violenza settaria”: la strage peggiore nella storia di trent’anni di guerra civile si è avuta dopo l’avvio del “processo di pace”.

 Dietro le quinte, ma anche balzando sul palcoscenico al momento opportuno, si muovono non solo i diretti interessati a livello locale, i nazionalisti e gli unionisti, ma anche i rappresentanti dell’imperialismo americano e britannico. Negli Stati Uniti sono 40 milioni gli originari dell’Irlanda, e il loro voto, spesso inquadrato sia a livello locale sia nazionale, risulta decisivo nei tornei elettorali. Grosse città come Boston e Chicago sono da decenni sotto il controllo delle macchine politiche dei Daley e dei Kennedy, gran elettori dei Presidenti, mentre anche i vari Reagan e Nixon repubblicani non esitano a svelare le proprie radici al momento opportuno con una visita ai lontani parenti irlandesi. Altrettanto vale per il Regno Unito con una ragione in più: il costo per il vasto spiegamento di truppe e per il versamento di sussidi alla regione più povera del regno.

 Così nel giorno del Venerdì Santo del 1998 il leone britannico e l’aquila implume statunitense hanno trovato, come Robinson Crusoe, i loro Venerdì nella forma di due politici moderati, il Trimble unionista ed lo Hume nazionalista, che vincono così il premio Nobel per la Pace. L’ambita onorificenza, che annovera fra i vincitori noti pacifisti come Beghin e Kissinger, è andato 16 volte ad americani, 11 volte a britannici e una miseria di 3 volte a francesi: più è grande l’imperialismo più fa la guerra, più sono le sue vittorie, e quindi più può fare la pace, il tutto finanziato dai profitti delle fabbriche del signor Nobel, l’inventore della dinamite. Il cinismo borghese è senza limiti.

 I due rappresentano uno spostamento nella politica della provincia. Lo Hume è del partito social-democratico laburista, sarcasticamente denominato, dalla sua sigla SDLP, Semi-Detached Labour Party, cioè il partito laburista delle villette a schiera, dove abitano le classi medie “cattoliche”. Ha potuto rimorchiare il Sinn Fein nell’area governativa per vari motivi: un più equo accesso ai posti nello Stato, confidare in un voto nazionalista sempre più consistente visto che la natalità cattolica è più alta di quella protestante, ed infine il consuntivo fallimentare di 30 anni di violenza. Il Trimble invece doveva tirare le somme della situazione del partito unionista. Si è scisso dal partito conservatore di cui era dalla fondazione una succursale provinciale, scindendosi poi al suo interno in tre. Se il policlassismo unionista era in crisi e la borghesia non poteva più dettare legge perché troppo fragile, non restava altro da fare che cambiare cavallo e scendere a patti con il vecchio nemico, il laburismo britannico.

 Entrambe le parti, che per decenni avevano mischiato l’acqua santa del bigottismo religioso con il diavolo della violenza per annacquare prima e annegare poi qualsiasi moto proletario, dovevano finalmente disinnescare la bomba del settarismo, che si rivela essere un impedimento allo sviluppo capitalistico. Per altro la violenza dell’IRA e dei gruppi paramilitari unionisti non aveva impedito varie espressioni, ancorché distorte, di lotta di classe, come lo sciopero dell’Ulster Workers’ Council contro tutti, inclusi i sindacati, negli anni 70 che bloccò ogni attività per una settimana.

 La questione di unionismo e nazionalismo in Irlanda risale all’unione con il Regno Unito nel 1800, che cancellò qualsiasi vestigia di indipendenza, e raggiunse il culmine nella lunga guerra civile che dalla rivolta di Pasqua del 1916 durò fino alla divisione dell’isola nella prima metà degli anni 20.

 Qui troviamo un primo capovolgimento nella storia: erano i borghesi protestanti a sostenere la rivoluzione francese alla fine del settecento, e perciò l’indipendenza d’Irlanda. Sconfitta la rivolta, l’imperialismo britannico regnò supremo. E qui anche un primo appuntamento mancato nelle rivoluzioni della nostra epoca: contemporaneamente alla rivolta irlandese si ammutinavano, per altri motivi, i marinai della flotta inglese, in gran parte irlandesi, e fu inalberata per la prima volta la bandiera rossa che sarà del proletariato.

 Poi nella guerra civile del secolo scorso la borghesia protestante difese l’unione, ed essendo più forte di quella cattolica e nazionalista ed avendo stretti legami con la Gran Bretagna, che militarmente era ancora l’imperialismo più forte del mondo, si potè ritagliare una provincia al nord. La borghesia del sud era debole per vari motivi: la guerra ivi combattuta aveva condotto alla distruzione di molte industrie. Altre ancora finirono nella mani degli operai che tentarono di gestirle. Significativamente erano per la maggior parte legate alla trasformazione dei prodotti agricoli: birrerie, distillerie di whisky, caseifici. Inoltre, mentre nel nord la borghesia, basata sull’industria tessile del lino, ma anche sulla cantieristica navale, era capace di dominare in un unico partito unionista, nel sud la borghesia ne aveva due, uno firmatario della pace con il Regno Unito, l’altro contrario.

 Anche il proletariato del sud era debole. Potè sì affermarsi localmente nelle industrie abbandonate, potè anche organizzarsi in milizie ma, a fronte di una certa presenza sindacale e militare, mancava quasi del tutto la risoluzione della questione politica. Il piccolo partito comunista aveva un programma che andava dalla statizzazione dell’industria pesante “per il beneficio di tutto il popolo”, e anche dei trasporti e delle banche, alla “confisca delle mandrie e delle grandi tenute per la distribuzione delle terre fra gli agricoltori senza terra e i braccianti”, alla “municipalizzazione di tutti i servizi pubblici”. Solo al decimo punto, la questione militare, si ha qualche accenno alla rivoluzione: “armamento generale dei lavoratori delle città e delle campagne”. Tutto ciò su un’isola dove per oltre tre secoli l’imperialismo britannico aveva imposto un capitalismo sfrenato nei rapporti di produzione. Opportunità mancata: all’epoca della guerra civile esisteva ancora l’Internazionale Comunista che non aveva ancora imboccato la sua discesa barcollante di tatticismo verso l’opportunismo puro.

 Questa debolezza fondamentale da entrambe le parti si confermò nel primo censimento dopo la divisione dell’isola. Nel Sud lavoravano nell’agricoltura 678 mila addetti (producendo il 33% del PIL) e solo 155 mila nell’industria e nelle costruzioni (con il 18% del PIL), mentre nel Nord le cifre sono rispettivamente di 149 mila in agricoltura e 131 mila nell’industria e costruzioni. Nel Sud l’economia ristagnava: fatta 100 nel 1926, saliva ad un massimo di 112 nel 1930, scendeva ad un minimo di 102 nel 1933 per poi risalire a 129 nel 1939. Nel Regno Unito le cifre sono: 100 nel 1926, 111 nel 1930, 107 nel 1933, 138 nel 1939. Ci sono vari motivi per questa debole crescita, a parte la crisi degli anni trenta. Il Regno Unito impose dei dazi sui prodotti irlandesi e gli Stati Uniti votarono il proibizionismo che quasi stroncò la produzione della birra e del whisky. Legata com’era a questi due mercati, la borghesia irlandese rimase compradora, o, come dicevano i nazionalisti oltranzisti “una repubblica di cambia-valuta”, operazione assai facile perché il punt irlandese manterrà la parità contro la sterlina fino alla decisione, presa pochi anni fa, di entrare nell’area Euro. Che la valuta dell’Eire seguisse sempre la valuta di Albione la dice lunga sullo stretto legame fra i due paesi.

 Nel periodo dopo la guerra la stagnazione nel Sud proseguì: il PIL si raddoppiò nell’arco di 25 anni fra il 1945 e il 1970 e di nuovo, accelerando, nei 20 anni dal 1972 e il 1992. Ma nei soli 11 anni dal 1987 al 1998 si è raddoppiato ancora una volta e adesso assistiamo ad aumenti annuali di oltre il 10%. Lo sviluppo folgorante del capitalismo è dovuto sia ai contributi dell’Unione europea, che vi investe il 5% del PIL, sia, e ancor di più, al flusso di capitali esteri. Secondo l’ultimo censimento della produzione industriale, del 1996, un bel 4% dei lavoratori nell’industria manifatturiera prestavano servizio in aziende di proprietà estera, fornendo il 66% del prodotto industriale. Inoltre il capitale estero punta sulle industrie più redditizie. Si calcola che l’Irlanda esporta l’82% del PIL contro il 49% dei Paesi bassi e il 62% del Belgio, altri paesi nani. Inoltre, scomponendo le cifrette, si vede che la perfida Albione fornisce il 34% delle importazioni e riceve il 24% delle esportazioni, mentre il cattivo zio Sam fa l’11% e il 15% rispettivamente.

 Un tale aumento della produzione industriale ha fatto salire l’occupazione del 43% negli anni ’80 contro un misero 14% negli Stati Uniti, il paese dei “liberi”. Un altro indice dello sviluppo capitalistico sta nel fatto che dal 1961 la popolazione sta di nuovo aumentando, anche se lentamente. Ciò fa sì che la bilancia dei pagamenti, sempre in rosso dal 1926 al 1985 tranne che per i due anni di guerra 1943-44 (la differenza essendo coperta dalle rimesse dei lavoratori irlandesi all’estero, soprattutto in Inghilterra), è diventata positiva con un rapporto importazioni/esportazioni di 4:3. In altre parole: si importa il capitale e non si esporta solo manodopera.

 Nell’Irlanda del Nord la borghesia, legata nell’Unione con la Gran Bretagna, ha perso sempre più terreno con la chiusura delle vecchie industrie. Facciamo i calcoli: nel 1999 il PIL pro-capite nel Regno Unito era di 22.000 dollari, nel Sud dell’Irlanda di 25.000. Ma dato che il PIL pro-capite del Nord Irlanda è solo l’83% del resto del Regno Unito, il rapporto Nord/Sud è di 73:100. Questa inversione di tendenza non poteva non scombussolare il vecchio policlassismo per produrne ancora altri.

 Gli irlandesi hanno dato gran contributo alla letteratura dei nostri tempi, da Joyce a Beckett a Wilde ed a Shaw, che hanno tutti calcato il sentiero dell’emigrazione come milioni di connazionali. Per il primo «l’Irlanda è la scrofa che divora la figliata». Ma nei verdi campi (green field sites) dell’Irlanda non cacciano scrofe ma il leone sdentato di Gran Bretagna, divenuto ancora più pericoloso perché sa mangiare solo uomini, insieme al suo alleato, l’aquila calva americana, calva non perché è vecchia, bensì perché, come gli avvoltoi, ha testa e collo rasati per compiere più efferatamente il suo lavoro di «tirar fuori gli occhi dalla testa» e di rodere il fegato del prometeico proletariato.I nazionalisti irlandesi della vera Pasqua del 1916 volevano che la bandiera della futura nazione fosse un’arpa d’oro, non incoronata, in campo verde. Ma nella sua bandiera sventola oramai solo il verde del dollaro americano e l’oro del sovereign britannico.