Интернациональная Коммунистическая Партия

[RG-14] Rivoluzione o guerra

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Capitolo esposto alla riunione del giugno 1979 [RG14]

Dai (grandi) primi testi della Nuova Gazzetta Renana, chiavi della strategia internazionalista di Marx e di Engels, che integra in una stessa rete la rivoluzione democratica di Germania, il sollevamento dei proletari parigini, l’odio contro l’autocrazia russa e le condizioni oggettive del passaggio al socialismo in Inghilterra, alle moderne tesi di Lione della Sinistra Comunista Italiana (1926), passando per le tesi del 2° congresso dell’Internazionale Comunista (1920), una sola prospettiva si sviluppa contro tutte le molteplici scorie del revisionismo proteiforme, socialdemocratico, menscevico, consiglista e staliniano: quella della necessaria convergenza unificata e centralizzata delle lotte dei popoli delle aree arretrate con quelle dei proletari delle metropoli industrializzate.

Passando in rassegna la lotta tra gli opposti Stati imperialistici per la spartizione delle zone d’influenza e per la repressione delle lotte dei popoli soggetti, ci troviamo di fronte ai nostri tradizionali nemici di sempre: da una parte la visione socialdemocratica e staliniana che assegna all’umanità il fine storico della costituzione delle razze e delle nazionalità in Stati Nazionali, basi delle vie specifiche (e pacifiche) al socialismo; e forse più ancora l’indifferentismo cieco e controrivoluzionario di certi gruppi “extraparlamentari” o fascisti, che negano ai movimenti e alle guerre di liberazione nazionale ogni carattere progressista.

Il ritorno all’ortodossia marxista si è realizzato nel corso dei due primi decenni del secolo contro le deviazioni della destra imperialista della Seconda Internazionale (Bernstein, Von Kol) e quelle della reazione “infantile di sinistra” a questa corrente di destra, rappresentata in gradi diversi dall’ala antiriformista olandese (Pannekoek), russa (Piatakov, Bukarin, e in una misura generale i sostenitori dell’”economia imperialista”) e infine quella polacca (Radek, R. Luxemburg).

Dobbiamo ancora una volta a Lenin ed al partito bolscevico la restaurazione della dottrina in questo punto, specie su queste tre questioni:
 1) il significato teorico e pratico dal punto di vista marxista del diritto dei popoli a disporre di sé;
 2) il riconoscimento del carattere rivoluzionario e progressista delle guerre di liberazione nazionali nell’epoca dell’imperialismo;
 3) il ruolo tattico e il diritto di separazione dei popoli allogeni nel processo della dittatura democratica del proletariato, in particolare in Russia.

Questi problemi si fanno tanto più scottanti di fronte ai sintomi di una terza possibile guerra mondiale.

La restaurazione operata da Lenin vive esclusivamente nel Partito Comunista e passa attraverso la smentita della natura socialista dell’URSS e delle presunte diverse forme di socialismo edificate negli ultimi 60 anni di storia mondiale; visione di un mondo spaccato in due, metà a capitalismo imperialistico di tipo classico, metà nelle mani del socialismo di diversi gradi, e nonostante i “tratti illiberali” e certe “aberrazioni”, in espansione e fraternamente legato alle più evolute forme di partiti comunisti dell’area europea. La tradizione comunista rivoluzionaria oppone la sua esclusiva lettura degli eventi e delle condizioni storiche generali: 60 anni di controrivoluzione che rischiano d’impedire perfino la voce della corretta interpretazione dei fatti.

Il marxismo che in quanto è la scienza della rivoluzione è anche la scienza della controrivoluzione, guarda verso il passato delle lotte proletarie per chiarire il presente della sua azione e per meglio criticare le basi dell’opportunismo che, al di là delle forme mutevoli, rimangono invariate e invarianti. Per questo diamo la nostra risposta contro l’indifferentismo massimalista e liquidatore sia nella questione nazionale che nella lotta interimperialistica con il richiamo alle tesi fissate una volta per tutte e che la classe operaia non potrà un giorno di nuovo impugnare se non sbarazzandosi di tutte le confessioni opportuniste.

Le minacce che le super-potenze imperialistiche si scambino in forme sempre più pesanti possono apparire nuove solo a chi non detiene una memoria storica collettiva e rivoluzionaria, che è il partito di classe. Per i comunisti, da sempre, queste minacce, pur non essendo puramente verbali, ma tanto reali da poter scatenare un terzo conflitto mondiale, sono niente altro che il risultato di una guerra di classe che dura ormai da un secolo e mezzo ed è insita nell’antagonismo insuperabile tra la borghesia ed il proletariato: queste minacce, che si sono in un volgere di mezzo secolo espresse in due conflitti generali tra Stati, sono rivolte essenzialmente, prima di tutto, ed in ultima istanza, contro il proletariato.

La memoria storica della classe, ristabilita e restaurata dal partito bolscevico, non solo a parole, ma con conseguenti atti che culminarono nella prima Rivoluzione socialista, proclamata non russa, ma patrimonio di tutti i proletari del mondo, si solidifica in alcuni punti essenziali:
 1) il proletariato ha tentato di reagire alla guerra degli Stati con la Comune di Parigi; l’assalto al cielo non è stato né inutile, né inglorioso. Contro tutte le interpretazioni riduttive o moralistiche, proprio Marx, che non aveva certamente caldeggiato l’assalto per la mancanza di preparazione rivoluzionaria, rivendica il suo insegnamento, che consiste essenzialmente in una prima grande lezione storica;
 2) di fronte al proletariato che alza la testa e si oppone alla guerra per i suoi interessi di classe, le opposte frazioni borghesi abbandonano le ostilità e le rivolgono unite contro l’insurrezione operaia;
 3) le tentazioni del proletariato insorto, in preda alle diverse correnti, mancando del partito unico e capace di direzione unica e dispotica, comportano l’illusione di utilizzare la macchina statale borghese per il perseguimento del socialismo; grave mancanza di conoscenza: la macchina statale borghese deve essere distrutta.

Sulla base di queste premesse intendiamo valutare le reciproche minacce degli opposti imperialismi, che sono dunque il risultato della lotta di classe, il tentativo di prevenire o risolvere il contenzioso tra le classi sociali fondamentali.

Le minacce di ricorso alla forza sempre più insistenti tendono ad essere camuffate dagli ideologi di regime come espressione di irrazionalità e brutalità; l’opportunismo, ancora più fetido, riprendendo la sua campagna per la pace contribuisce a nascondere il retroterra economico e sociale da cui spuntano le armi.

Ancora una volta noi comunisti siamo costretti a chiedere scusa al lettore, come già Engels nella sua polemica col signor Düring, se ritorniamo con insistenza alla storia di Robinson e Venerdì, «che propriamente è più al suo posto in un giardino d’infanzia, anziché nella scienza»; ma che possiamo farci?

La guerra non è questione di onnipotente “violenza” come direbbe il sig. Düring. La guerra, lo sa anche l’ultimo dei gazzettieri in grado di parafrasare Clausewitz, è la continuazione della politica con altri mezzi, e la politica, nella lettura del marxismo rivoluzionario, non è che l’epifenomeno della struttura economica.

Che cosa è il deterrente nucleare agitato sul capo dei proletari dal pacifismo opportunistico da ben trenta anni se non l’equivalente non solo concettuale delle armi batteriologiche, del fantomatico raggio della morte, o molto più modestamente della “spada in pugno” con la quale Robinson, nella testa degli infiniti Düring dei nostri tempi, asservirebbe Venerdì? Quella stessa spada in pugno non è stata a suo tempo in grado di asservire neanche il Giovedì Nero del 1929. Eppure si trattava di un giovedì prosaico ed economico!

«Da dove ha preso la spada? Neanche nelle isole fantastiche delle imprese robinsoniane le spade sinora crescono negli alberi (…) A Robinson era tanto possibile procurarsi una spada quanto è possibile a noi il supporre che un bel giorno Venerdì gli possa apparire con un revolver carico in mano, nel qual caso tutto il rapporto di “violenza” si rovescia: Venerdì comanda e Robinson deve sgobbare».

Questo è il sogno della piccola borghesia ribellistica ed anarcoide che, rifiutando la preparazione rivoluzionaria, immagina di rovesciare i rapporti di forza, risultato d’un lungo periodo storico di soggezione e di dominio economico e sociale, con l’acquisto di qualche Winchester in Svizzera o con pic-nic di fine settimana in compagnia di qualche missile terra-aria perduto per caso da qualche incauto guerrigliero di passaggio.

«Dunque il revolver ha la meglio sulla spada, e questo fatto farà comprendere, malgrado tutto, anche al più puerile assertore di assiomi che la forza non è un semplice atto di volontà, ma che esige per manifestarsi condizioni preliminari molto reali, soprattutto strumenti di cui il più perfetto ha la meglio sul meno perfetto, che questi strumenti devono inoltre essere prodotti, il che dice ad un tempo che il produttore di più perfetti strumenti di forza, vulgo armi, vince il produttore di strumenti meno perfetti e che, in una parola, la vittoria della forza poggia sulla produzione di armi, e questa a sua volta poggia nella produzione in generale, quindi (…) sulla “potenza economica”, sull’”ordine economico”, sui mezzi materiali che stanno a disposizione della forza».

È per questo che nei cosiddetti periodi di “pace” non ci siamo stancati di indicare al proletariato il suo fine storico, contro le illusioni di benessere e di pace perpetua: è dal modo di produzione capitalistico che spuntano le armi e la violenza, dalla necessità di produrre per il profitto; nella rotazione del capitale la produzione di armi permette la più alta composizione organica ed i più alti profitti; in più le armi hanno il merito di circolare in breve periodo, proprio quando l’ossessione del capitale è quella di ridurre al minimo il tempo di circolazione e di evitare l’intasamento del mercato delle merci; le armi provocano quelle benefiche distruzioni di capitale sia costante che variabile e tra l’altro sono in grado di togliere di mezzo quel capitale soprannumerario, i disoccupati, che minaccia la pace sociale, e cioè la permanenza della società divisa in classi.

«La forza, al giorno d’oggi — continua Engels — è rappresentata dall’esercito e dalla marina da guerra (oggi diremmo dalle armi nucleari di terra e di mare) e l’uno e l’altro costano, come tutti sappiamo a nostre spese, “una tremenda quantità di denaro” (…) In ultima analisi il denaro deve pur essere fornito dalla produzione economica; la forza è dunque a sua volta condizionata dall’ordine economico che le procura i mezzi per allestire e mantenere i suoi strumenti. Ma non basta ancora. Nulla dipende dalle condizioni economiche preesistenti quanto precisamente l’esercito e la marina. Armamento, composizione, organizzazione, tattica e strategia dipendono anzitutto in ogni epoca dal livello raggiunto dalla produzione e dalle comunicazioni. Qui hanno agito rivoluzionariamente non le “libere creazioni dell’intelletto” di comandanti geniali, ma l’invenzione di armi migliori e la modificazione del materiale umano; nel migliore dei casi l’azione esercitata dai comandanti geniali si limita ad adeguare la maniera di combattere alle nuove armi e ai nuovi combattenti».

L’opera nefasta dell’opportunismo è dunque quella di occultare agli occhi del proletariato l’origine del fenomeno guerra nella società attuale, ma non basta; il ricatto a cui ricorre ogni giorno consiste nel sostenere che per lo sviluppo della tecnologia e del perfezionamento delle armi oggi la guerra significherebbe annientamento totale: si nasconde che in ciascuna epoca del moderno conflitto di classe la classe dominante si è vantata di aver scoperto l’arma totale, l’ultimo grido in fatto di capacità d’annientamento, mentre si preoccupa di escogitare per la sua stessa sopravvivenza nuove tattiche e possibilità di opporre antidoti al supremo veleno.

Chi non sa che è prevista dai piani strategici del Pentagono e del Cremlino, tanto per citare i più autorevoli trusts della guerra, la possibilità di combattere una guerra nucleare tattica capace quindi di permettere la risposta graduata e non definitiva all’avversario?

Noi sosteniamo che la vera arma totale che teme la borghesia mondiale oggi è la potenzialità distruttiva dell’avversario di classe, un vero e proprio bove tenuto al solco da robusti paraocchi; un’arma capace di colpire a morte gli interessi di classe senza mettere a repentaglio tutta l’umanità; al contrario capace di scegliere, oltre tutto, una minoranza di sfruttatori che affamano, se le statistiche hanno un senso, 2/3 dell’intero genere umano.

A livello concettuale i comunisti sostengono che nell’ambito del moderno modo di produzione capitalistico non è stato scoperto niente di nuovo da quanto osservava Engels a proposito della guerra franco-prussiana, non a caso dal marxismo definita la fine delle guerre nazionali nel vecchio continente e l’inizio dell’epoca imperialistica:

«La guerra franco-prussiana ha segnato una svolta di ben maggiore importanza di tutte le precedenti. In primo luogo le armi hanno raggiunto un tal punto di perfezione che non è più possibile un nuovo progresso che abbia un qualche influsso rivoluzionario. Se si hanno cannoni con i quali si può colpire un battaglione ad una distanza che permette appena all’occhio di distinguerlo e fucili che hanno la stessa efficienza avendo come bersaglio un singolo uomo e con i quali caricare prende meno tempo del mirare, ogni progresso ulteriore è più o meno irrilevante per le operazioni belliche campali. [Ci si dica, a livello concettuale, che cosa c’è di diverso, nelle elucubrazioni degli strateghi del computer, a proposito della questione sulla capacità di risposta ad un attacco atomico nemico, tenuto presente che le armi atomiche sono dislocate in un’immaginaria, e non tanto, battaglia campale permanente, cioè in grado di colpire in ogni momento, e non sulla base di una formale dichiarazione di guerra!]. L’era dello sviluppo è quindi essenzialmente chiusa in questa direzione.
«In secondo luogo questa guerra ha però costretto tutti i grandi Stati del continente ad introdurre il sistema prussiano del Landwehr (guerra di popolo) inasprito e conseguentemente a caricarsi di gravami militari che necessariamente li condurranno alla rovina nel corso di pochi anni».

Già sentiamo la scomposta obiezione dei traditori di classe: sono passati 110 anni e questo non è successo. È naturale, perché dal punto di vista borghese ed opportunista la Prima e la Seconda Guerra mondiale, nonché la miriade di conflitti locali sono stati un affare, la condizione vitale per la difesa del modo di produzione capitalistico. Non certo per il proletariato e per il suo punto di vista espresso dal Partito di classe che piange i proletari morti non con le lapidi ed i monumenti alla memoria, ma nella loro viva carne.

Non solo, ma a proposito di ipotetiche vie pacifiche e specifiche al socialismo, oltretutto non escluse in via teorica neppure dai padri fondatori, che n’è della pacifica Inghilterra e dei democratici USA. Come nelle previsioni di classe sono armate fino ai denti, la prima per difendere i suoi stessi confini dopo i bagordi imperialistici, l’altra disposta a far saltare l’intero continente a cui deve la scoperta e la vita o al massimo ad aprire l’ombrello atomico, che, come è noto, non dà eccessive garanzie di riparare la vecchia Europa dal fall-out e dal contagio atomico.

Ma quello che più importa per l’esperienza del proletariato, che cerca i suoi teoremi non nelle teste seppur geniali di qualche Marx o Engels, ma nella sua lotta vitale contro il nemico di classe, la guerra franco-prussiana segna una cuspide e una lezione storica insuperabile, che la grande rivoluzione del 1917 nella restaurazione dottrinaria di Lenin e compagni non farà altro che tradurre in pratica.

«L’esercito è diventato fine precipuo dello Stato e fine a sé stesso; i popoli non esistono più se non per fornire e nutrire soldati. Il militarismo reca in sé anche il germe della propria rovina. La concorrenza reciproca dei singoli Stati li costringe da una parte ad impiegare ogni anno più denaro per l’esercito, marina, cannoni, ecc. (oggi, è noto, missili, carri armati, ecc.) e quindi ad affrettare sempre più la rovina finanziaria; dall’altra a dare un carattere di serietà sempre maggiore al servizio militare obbligatorio per tutti e con ciò, in definitiva, a familiarizzare tutto il popolo con l’uso delle armi e renderlo quindi capace di far valere ad un certo momento la sua volontà di fronte a quei signori della casta militare che esercitano il comando.
«E questo momento si presenta non appena la massa del popolo, operai delle campagne e delle città e contadini, ha una volontà. A questo punto l’esercito dei principi si muta in esercito di popolo; la macchina si rifiuta di servire, il militarismo soggiace alla dialettica del suo proprio sviluppo.
«Ciò che non potè compiere la democrazia borghese del 1848, precisamente perché era borghese e non proletaria, cioè dare alle masse lavoratrici una volontà il cui contenuto corrisponda alla loro posizione di classe;questo sarà infallibilmente realizzato dal socialismo. E ciò significa far saltare in aria dall’interno il militarismo, e con esso tutti gli eserciti permanenti!».

Questo è un punto fermo che segna un confine invalicabile tra teoria rivoluzionaria del proletariato e qualsiasi elucubrazione ribellistica, anarcoide o terrorista di rivolta. Altro che illudersi di colpire il cuore dello Stato indipendentemente dallo sviluppo delle contraddizioni generali che vedranno la stessa macchina militare dello Stato rivolgersi contro quella casta militare che al servizio della borghesia ha tanto fatto per rafforzarla e lubrificarla.

La prova generale delle lezioni imparate nello schiacciamento della Comune fu il 1917: nel fuoco della guerra interimperialistica le correnti di sinistra marxista non si stancarono di far appello al disfattismo: i Soviet dei soldati si legarono ai Soviet dei lavoratori che producevano per la guerra e ai contadini strappati alla terra: la diserzione e la ribellione organizzata contro i comandanti militari sarà l’epicentro della grande rivoluzione socialista.

Per i comunisti rivoluzionari questo rimane l’unico teorema possibile immaginabile: tutte le altre elaborazioni, da qualsiasi parte provengono, sono forme di ribellismo anarcoide e democratico che hanno avuto il loro senso in altre condizioni storiche, ma che non si convengono alle aree metropolitane del capitalismo avanzato. Questa è la prima morale.

La seconda morale è che «tutta l’organizzazione e il modo di combattere degli eserciti, e conseguentemente vittoria e sconfitta, si dimostrano dipendenti da condizioni materiali, vale a dire economiche, dal materiale-uomo al materiale-armi, quindi dalla qualità e dalla quantità della popolazione e della tecnica».

Le forme della guerra non sono indifferenti alle forme economiche e sociali:

«Solo un popolo di cacciatori, quali gli americani, poteva concepire la guerriglia, ed essi erano cacciatori per cause puramente economiche, come oggi precisamente per cause puramente economiche questi stessi Yankee dei vecchi Stati si sono trasformati in agricoltori, in industriali, in navigatori, in mercanti e non fanno più la guerriglia nelle foreste vergini, ma tanto meglio la fanno nel campo della speculazione, dove sono andati anche molto lontano nella utilizzazione delle masse». Oggi sappiamo quanto oltre gli USA siano andati e potranno andare nel campo della speculazione esercitando tutto il loro peso imperialistico di nazione di agricoltori, di industriali, di finanzieri mondiali.
«Solo una rivoluzione quale la francese, che emancipò economicamente il borghese e specialmente il contadino, potè ritrovare quegli eserciti di massa e ad un tempo quelle libere forme di movimento, contro cui s’infransero le vecchie linee impacciate, riflessi militari di quello assolutismo per il quale combattevano. E noi abbiamo visto caso per caso come i progressi della tecnica appena divennero militarmente utilizzabili, e furono anche effettivamente utilizzati, imposero subito quasi violentemente modificazioni, anzi rivoluzioni, nel modo di combattere, e per giunta spesso contro la volontà dei comandi militari.
«E oggi giorno anche uno zelante sottufficiale potrebbe spiegare al sig. Düring (e a tutti i signori Düring del nostro tempo) a che punto la condotta della guerra dipenda tra l’altro dalle forze produttive e dai mezzi di comunicazione, sia del retroterra che dalle forze d’operazione d’un singolo paese. In breve, dovunque e sempre le condizioni e i mezzi economici portano la forza alla vittoria, senza la quale questa cessa di essere forza, e chi seguendo i princìpi del sig. Düring volesse riformare la guerra da un punto di vista opposto non raccatterebbe altro che bastonate».

Engels in nota fa osservare che questa cosa è già perfettamente a conoscenza dello stato maggiore prussiano:

«»La base della guerra è in primo luogo la forma economica generale dei popoli”, così dice in una conferenza scientifica il sig. Max Jahns, capitano di stato maggiore (Colonia 20 aprile 1876)».

C’è n’è abbastanza per considerare che particolarmente nella fase imperialistica, allorchè la forma economica generale dei popoli è modellata dalla guerra delle merci nei periodi di cosiddetta pace, la base della guerra è talmente fondata su di essa che l’intreccio tra le attività cosiddette economiche e attività belliche ha raggiunto il più alto grado di scambio e di reciproco sostegno. La violenza immediata del capitano, o del generale a 4 stelle è meno importante del rappresentante dell’”ordine economico”, rappresentato dall’ingegnere, dal tecnologo, come si direbbe meglio oggi.

E ciò non riesce ad essere digerito da quelle correnti opportunistiche o borghesi che continuamente s’ingegnano a cercare in ogni occasione di guerra limitata o generale i falchi e le colombe, a distinguere tra i mangiatori d’acciaio tutti votati alla costruzione d’armi per la guerra ed i buoni managers progressisti, tutti dediti alle costruzioni di opere pubbliche e arnesi per i servizi del popolo, magari case, scuole, ospedali!!

Sulla base di queste linee teoriche di fondo siamo in grado di valutare i grandi sviluppi della tecnica in tutti i campi, da quello della potenza indiretta dell’industria, a quello della violenza immediata della più sofisticata industria d’armamenti.

Le stesse strategie militari degli Stati imperialisti moderni lungi d’essere l’espressione della genialità del tizio o del caio generale od ammiraglio sono determinate dallo sviluppo della forma economica che sta alla base della guerra. Si sono versati fiumi d’inchiostro a suo tempo sull’idea rivoluzionaria della guerra lampo (blitz-Krieg), che avrebbe rovesciato tutte le tecniche della guerra di trincea, romantica perfino e in qualche modo umana!! (E quanti vati più o meno riconosciuti si sono esercitati a celebrare tale umanesimo di sangue!) Solo il marxismo rivoluzionario ha saputo vedere nella teoria suddetta l’espressione militare d’un certo tipo d’imperialismo, quello tedesco; e lungi dal demonizzarlo, comunque non in misura superiore all’inferno capitalistico di tutti gli altri Stati, in pace e in guerra, ha saputo vedere in esso la forma bellica d’una economia e di rapporti sociali provenienti da lontano, dalla particolare forma della Germania, della sua indipendenza dall’alto, secondo l’alleanza Junker-alta borghesia, fino al modello nazionalsocialista di terrorismo di classe contro il proletariato.

La borghesia tedesca e il suo Stato, coscienti della vulnerabilità del proprio retroterra economico, della propria debolezza produttiva nel lungo periodo, doveva sperare, e lo dovette nella Prima e nella Seconda Guerra mondiale, nella brevità del conflitto: la guerra lampo è la proiezione militare di questo stato d’inferiorità della struttura economica, delle condizioni proibitive di disciplina e di pressione esercitate sulla classe operaia: la condizione per poter esercitare il potere sono l’ancoraggio dell’aristocrazia operaia alle fortune dello Stato, al sogno di soggiogamento in breve periodo del nemico, per poter godere dell’era millenaria di pace e dominio accarezzata dalle saghe popolari. Altro che barbarie nazista o balle di questo genere evocate da tutti i Düring di destra e di sinistra, da tutti i fautori o esorcizzatori della violenza immediata, gratuita,disumana!!

Da queste premesse teoriche generali la tradizione della Sinistra Comunista, in linea con le correnti di sinistra marxista prima della grande guerra mondiale del 1914-18, ha potuto seguire il filo rosso della genuina tradizione proletaria, nemica della guerra fratricida e capace di far leva sulle contraddizioni del capitalismo per uniformare la sua marcia di classe verso il socialismo.

Ci si meraviglia ancor oggi, negli ambienti malsani dell’opportunismo come sia potuto accadere che nelle conferenze di Kiental e di Zimmerwald, senza conoscersi, lo sconosciuto Lenin e la sinistra europea potessero incontrarsi per ribadire l’atteggiamento di sempre contro la guerra degli Stati e la promessa solenne di Stuttegart (1907) contro ogni tentativo di spingere le masse proletarie sul terreno della difesa della rispettiva patria. Al contrario, siamo di fronte a niente altro che al teorema già compiuto nel 1848, allo schema di doppia rivoluzione stabilito da Marx ed Engels per l’area tedesca, e di rivoluzione proletaria per gli Stati più evoluti dell’occidente, Francia ed Inghilterra.

E non fu forse l’assegnazione da parte di Marx del ruolo che competeva alla Germania di centro decisivo per l’emancipazione del proletariato mondiale del tempo il pretesto per l’accusa di nazionalismo, come a Lenin quella di agente del Kaiser ed alla Sinistra Comunista di spia della Gestapo?

Non c’è forse in tutte queste coincidenze la prova dell’unico filo che lega la lettura storica del capitalismo e delle sue tendenze non solo in linea puramente generale, ma più specificatamente nella questione delle singole realtà statali, nei loro rapporti e nel loro antagonismo?

Cosa è questa coerente lettura se non la valutazione di alcuni eventi culminanti del moderno scontro delle classi e degli Stati. Nel cuore dell’Europa spetta al nascente Stato tedesco, il primo Reich, la funzione di gerente dello status-quo imperialistico. La Germania di Bismarck esce dal conflitto contro la Francia non solo come nazione vincitrice, ma come modello di Stato che ha contribuito a schiacciare nel sangue l’assalto della Comune.

Da questo momento e per questo merito, il modello tedesco sarà l’oggetto dell’ammirazione e delle gelosie delle borghesie degli altri paesi, amato e temuto, comunque un esempio di gestione delle contraddizioni di classe; nel breve volgere di qualche decennio si stringeranno alleanze apparentemente innaturali; gli uomini dell’italico risorgimento, da sempre anti-austriaci ed anti-teutonici, in nome della ragione di Stato sigleranno la Triplice del 1882 con Germania ed Austria, mentre gli ex mazziniani alla Crispi guarderanno alla vecchia Prussia come al regno dell’ordine e dell’efficienza. In effetti la prima storica edizione di misure ad un tempo riformiste ed autoritarie sono quelle prese da Bismarck, come pure le forme organizzative del proletariato tedesco sono l’esempio massimo di efficienza nella storia della Seconda Internazionale.

Il modello tedesco è nello stesso tempo un paradigma ed una lezione generale: se qualcuno avesse avuto ancora qualche dubbio sulle possibilità progressiste della borghesia a livello generale, non aveva che da prendere atto che l’intera borghesia occidentale, pur tra i suoi antagonismi, contava sul modello tedesco e sul retroterra russo per tenere a bada le pressioni possibili del proletariato europeo. Non è quindi l’opera del destino, ma lo sviluppo particolare dell’imperialismo in Europa a stabilire i ruoli degli Stati nel vecchio continente.

La formazione per via autoritaria, o «dall’alto», della nazione tedesca ed italiana segnano un momento decisivo per l’assetto complessivo delle potenze: non a caso questo modo incompleto di formazione nazionale lasciava aperte quelle rivendicazioni nazionalistiche ed irredentistiche sulle quali poterono far leva gli opposti imperialismi per combattersi per interposta persona. La storia delle guerre locali non è una scoperta recente: comunque un buon pretesto delle grandi potenze per attribuire all’arretratezza delle nazionalità in ascesa e alle loro «irrazionali» volontà la colpa della guerra.

L’attitudine al tradimento della socialdemocrazia maturava all’interno di un assetto borghese che in mancanza di una rivoluzione radicale doveva attrarre nella sua orbita il partito del proletariato in cambio di briciole d’un impero coloniale che andava costruito a tappe forzate e non senza rischi e attentati allo status-quo già tanto caro al vecchio Bismarck.

L’attenzione e lo studio critico delle condizioni materiali che stabilirono i rapporti di forza, le alleanze degli Stati, le ingerenze che esse determinarono nel proletariato e nel partito di classe non sono vacue esercitazioni, ma una necessità costante ed indilazionabile, fermo restando che c’è un filo continuo che lega e ispira questo compito: il rifiuto costante, di fronte alla minaccia di guerra degli Stati borghesi che inevitabilmente coinvolgono la classe operaia ed i contadini poveri nella lotta fratricida, d’ogni difensismo (termine già ben noto ed adoperato da Lenin nella battaglia critica e politica contro l’opportunismo del primo ciclo 1914-18) e di ogni “intermedismo”, termine col quale vogliamo intendere la pretesa di indicare come obiettivo precipuo e pregiudiziale della forza e degli sforzi del proletariato rivoluzionario non l’abbattimento dei suoi oppressori di classe, ma la realizzazione di certe condizioni nei modi di organizzazione della presente società, che gli offrirebbero terreno più favorevole a conquiste ulteriori.

Condannare questi atteggiamenti esiziali non è un ostacolo all’analisi delle condizioni peculiari dello svolgimento delle guerre e degli schieramenti che si determinano; tutt’altro: basti pensare alla possente dialettica del partito marxista che permise a Marx di leggere i rapporti di forza nella fase preimperialistica e a Lenin nella fase imperialistica secondo lo stesso metodo che piuttosto di appiattire la diversità delle questioni comportò l’impianto di una concezione generale del capitalismo, delle sue interne leggi e dei suoi inevitabili sbocchi.

Furono semmai le correnti di destra (socialdemocrazia alla Kautsky) e di sinistra, (compresa Rosa Luxemburg) a non comprendere la necessità delle eccezioni alle regole, l’uno tutto spostato verso una lettura intermedista e difesista del proletariato, fino al tradimento, l’altra alla sottovalutazione dell’autodeterminazione delle nazioni, nello zelo rivoluzionario di non provocare fratture tra i proletari di tutto il mondo.

Il nostro centralismo non è senza eccezioni: «Il diritto all’autodeterminismo è un’eccezione al nostro postulato generale, il centralismo. Questa eccezione è assolutamente necessaria di fronte al nazionalismo grande russo reazionario, e la minima rinuncia a questa eccezione è un gioco negativo che favorisce il nazionalismo reazionario grande russo» (Lenin, A proposito della questione polacca, polemica con Rosa Luxemburg).

Abbiamo scritto a suo tempo che è errato asserire «che sia proprio indifferente, per tutto lo svolgersi del processo che condurrà dal regime capitalistico a quello socialista, la vittoria o la sconfitta degli imperi centrali, oggi del nazi-fascismo, domani della plutocrazia americana o del totalitarismo pseudo sovietico».