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[RG-29] La base economica del conflitto algerino Pt.1

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Questo studio fu presentato dai compagni francesi alla nostra riunione di Roma e uscirà prossimamente, in forma un po’ diversa, sulla loro rivista: crediamo tuttavia utile anticiparne la pubblicazione perché le prospettive della questione algerina, ora giunta ad una svolta decisiva, cono strettamente legate alla natura dei rapporti di produzione e della struttura di classe del Paese.

La lotta anti-imperialistica che sconvolge tutta l’Algeria è scoppiata sotto la pressione irresistibile del sottosuolo economico. Lo stesso movimento nazionale che organizza questa lotta violenta è determinato da tale sottosuolo, in cui il marxismo legge, attraverso forze cieche e contraddittorie, la chiara visione del corso storico.

Poiché le strutture esistenti in Algeria risalgono spesso ad un passato millenario, è perfettamente «attuale» descriverle risalendo nei tempi. È inoltre opportuno situare il Paese nella sua area geografica per spiegarne il modo di produzione e le forme sociali.

L’area geografica

L’assenza di proprietà della terra è — dice Marx — la chiave di volta di tutto l’Oriente, della sua storia politica ed anche religiosa. Se gli orientali non sono giunti alla proprietà fondiaria, lo si deve al clima, alla natura del suolo, e al fatto che l’irrigazione è la premessa necessaria dell’agricoltura.

La produzione agricola sfrutta due elementi naturali, la terra e l’acqua. Negli stadi primitivi della produzione, il carattere dell’agricoltura è determinato dal problema: l’acqua cade in quantità sufficiente, e al momento voluto? In Oriente, è l’aggiunta dell’irrigazione (lavoro comunitario) che permette di regolare le acque e rende possibile l’agricoltura. Quando l’agricoltura è favorita dalla pioggia, essa può utilizzare strumenti di lavoro efficaci per mobilitare le risorse della terra e, per i campi di grandi dimensioni, richiede gli animali da tiro. Invece, nelle zone irrigue, il lavoro può svolgersi con attrezzature relativamente più primitive, ma deve essere completato da tutto un arsenale di installazioni idrauliche spesso molto perfezionate; più il lavoro diventa intensivo grazie all’irrigazione, più le superfici necessarie alla riproduzione dei produttori immediati diminuiscono, e meno vantaggiosa diviene l’utilizzazione delle bestie da soma. Nelle zone irrigue, la produzione dipende perciò nel più alto grado dallo zelo del lavoratore, i raccolti possono essere numerosi, l’agricoltura prende un carattere orticolo, e non vi si mostra adatta la manodopera servile in senso proprio, cioè priva di ogni proprietà e famiglia e operante su fondi privati immensi (come a Roma). In Oriente non si trovano che schiavi di lusso, domestici.

Marx delimita l’area orientale nel modo seguente:
«Il clima e le condizioni del suolo, specialmente la grande fascia di deserti che dal Sahara, attraverso l’Arabia, la Persia, l’India e la Tartaria, si estende fino ai più elevati altipiani dell’Asia, fecero dell’irrigazione artificiale mediante canali ed altre opere idrauliche la base dell’agricoltura in Oriente. Come in Egitto e in India, così nella Mesopotamia, in Persia ecc. le inondazioni sono utilizzate per fecondare il suolo; si sfruttano le piene per alimentare i canali d’irrigazione. La fertilizzazione del suolo, che dipende da un governo centrale e decade non appena l’irrigazione e il drenaggio vengono trascurati, spiega il fatto altrimenti incomprensibile che intere plaghe un tempo brillantemente coltivare, come Palmira, Petra, le rovine dello Yemen, e vaste zone dell’Egitto, della Persia e dell’Indostan, si ritrovino oggi aride e desertiche; spiega altresì come una sola guerra di devastazione abbia potuto, per interi secoli, spopolare un paese e privarlo di tutta la sua civiltà» («La dominazione britannica in India», 10.6.1853).

Si noti che i fattori da noi elencati indicano solo la possibilità di un tale sviluppo, non la sua realtà.

Ora si constata che le zone di irrigazione e di nomadismo presentano gli stessi tratti fondamentali: mancanza d’acqua, sia in quantità che al tempo voluto. Nello stadio primitivo dell’agricoltura, è inoltre determinante l’esistenza di una flora e di una fauna: l’assenza di queste condizioni ha prodotto una stagnazione in Australia e una cultura unilaterale nelle Ande. Le zone nomadi e irrigue hanno una base naturale comune: la struttura delle forze produttive spiega quindi i tratti specifici di queste due economie di produzione, il meccanismo dell’economia delle zone di frontiera tra di loro, le invasioni, le cosiddette dinastie nomadi, il fenomeno delle Grandi Muraglie e di altri grandi lavori eseguiti da masse di uomini. Per la stessa ragione, le grandi società nomadi si sviluppano in Africa ed Asia ai margini delle società agrarie che praticano l’irrigazione, e impongono loro dall’esterno un elemento militare e politico di inquietudine sociale. In Africa, l’insieme di queste zone confina con la regione tropicale in cui le economie primitive non possono regolare le acque in vista dell’agricoltura (ostacolo che neppure l’economia capitalistica, privata e mercantile, ha superato).

Accanto al fattore qualitativo della pioggia o del sistema di irrigazione mediante corsi d’acqua, interviene il fattore quantitativo, l’ordine di grandezza dei lavori idraulici — fattore decisivo per determinare le strutture della produzione agricola e dell’insieme dell’economia. Quando occorre domare l’acqua e canalizzarla su grande scala (Fiume Giallo, Nilo, Eufrate, ecc.) costruire dighe e sbarramenti, scavare canali, grandi opere idrauliche si impongono. La tecnica degli individui e gruppi locali allora non basta: la regolazione delle acque deve avvenire socialmente, ad opera dello Stato esistente o sviluppantesi man mano che i lavori aumentano. L’unità economica è — come si vede in Algeria — più piccola quando può essere organizzata da gruppi locali (soprattutto nelle zone di allevamento e nomadismo). La proprietà non vi è quindi mai individuale, ma statale o comunale, perché l’appropriazione individuale non può bastare a se stessa. Inoltre, in queste forme di economia legate alla natura, la piccola agricoltura e l’allevamento sono strettamente legati all’industria domestica o, nelle unità di produzione più estese, alle caste.

Geografia dell’Algeria

L’Algeria non ha grandi fiumi paragonabili al Nilo o all’Eufrate; non ha perciò conosciuto una forma di produzione e proprietà così vasta e accentrata come i Paesi dotati di grandi corsi d’acqua. L’irrigazione avviene localmente in singole valli, e ad opera di unità relativamente piccole (tribù o gruppi di tribù): altrove prevale il nomadismo.

Inoltre, l’Algeria non dispone delle provincie interne intorno alle quali, nei paesi rivieraschi del Mediterraneo, l’unità nazionale si è compiuta, e sotto questo aspetto è ancora meno favorita che la Tunisia e Marocco. Essa non ha dietro di sé che delle estensioni infinite di steppe e deserti. Ridotta larghezza dell’Atlante, l’Algeria propriamente detta è una stretta fascia montagnosa pigiata fra il Mediterraneo e il Sahara. Lo spezzettamento del rilievo rende molto difficile la circolazione dall’ovest all’est; ma, soprattutto, la fascia costiera è squilibrata, perché, in confronto alla steppa, il Tell occupa più posto ad oriente che ad occidente, con ripercussioni sulla natura degli insediamenti umani, sul genere di vita e sull’attività economica. Infatti, se nell’Algeria orientale l’agricoltura sedentaria si estende fino all’Atlante sahariano, ad occidente, dove gli altipiani sud-oranesi si spingono molto verso nord, non si allontana invece dalla costa.

Questo squilibrio fra est ed ovest accentuato dall’opposizione fra la costiera coltivata e il retroterra nomade. Ma queste due zone potrebbero completarsi in modo armonico, ed è un fatto che l’una deperisce (specialmente il sud) quando l’altra ne viene separata.

Gli abitanti delle oasi del deserto e i pastori nomadi delle steppe devono chiedere alle regioni più favorite dalle piogge l’orzo e il grano che sono loro necessari e, poiché i nomadi sono commercianti, possono a loro volta fornire ai sedentari lana, carne, latte, datteri, ecc. Perciò i re berberi scelsero sempre per capitale una città interna, contrariamente agli invasori che occuparono principalmente la zona nord, rovinando per riflesso il sud e turbando tutto l’equilibrio dell’economia del Paese.

I primi invasori che non vennero assimilati furono i romani, i quali introdussero nella stretta fascia costiera il loro sistema di produzione schiavista e di proprietà individuale: l’Africa del Nord fu notoriamente uno dei granai dell’Impero. La zona sud fu isolata mediante un cordone sanitario militare, il limes. Kautsky spiega che, in tutta la zona mediterranea, la prima forma di società di classe diede un colpo terribile alla vegetazione, alla fauna e allo stesso terreno: perfino in Italia, gli effetti furono disastrosi (ma il capitalismo, malgrado gli sviluppi della tecnica, ha aggravato a poca a poco la situazione lungo tutte le rive del Mediterraneo, fin sulle coste francesi, in cui la degradazione della natura ha aspetti quasi cronici). In Algeria, la proprietà privata nacque sotto l’influenza del diritto romano, e domina ancor oggi fra i berberi autoctoni, oltre che presso i mauri e gli ebrei, che formano il principale contingente della popolazione urbana.

Gli invasori arabi tentarono di reagire agli effetti della proprietà individuale: non a caso essi erano maestri nell’arte dell’irrigazione. La resistenza degli autoctoni durò più di 70 anni. In seguito, le rivalità in seno al pletorico Impero arabo e gli attacchi dall’esterno ebbero ragione dei tentativi di unificazione di tutta l’area islamica. Nella stessa Algeria, né i nomadi né i sedentari riuscirono a prendere il sopravvento, sebbene gli ultimi vi si avvicinassero dal 947 al 984 d.C.

L’altopiano nord-africano, non tagliato da montagne elevate, è ricco di vasti pascoli: questi rimasero in possesso indiviso delle tribù nomadi che li percorrevano.

Conformemente alle loro leggi, i turchi (terza grande ondata di invasori) in linea generale lasciarono il Paese in mano alle tribù; ma una parte importante delle terre non coltivale, che fin allora erano appartenute alle tribù, divenne terreno demaniale, coltivato a spese del governo turco. Alla fine della dominazione turca, la situazione fondiaria era la seguente:

Nel Tell; proprietà demaniale: un milione e mezzo di ettari. A disposizione dello Stato come beni comuni di tutti i credenti: 3 milioni di ha., di terre incolte. Proprietà privata (sotto continua minaccia di espropriazione da parte dei turchi): 3 milioni di ha., di cui 1 milione e mezzo diviso fin dall’epoca romana fra i berberi, e i milione e mezzo aggiuntosi sotto la dominazione turca mediante appropriazione privata. In godimento indiviso delle tribù arabe: 5 milioni di ha.

Nel Sahara: 5 milioni di ha. situati nell’interno delle oasi, in parte proprietà familiare indivisa, in parte proprietà privata. 23 milioni di ha. Desertici.

Che cosa pensava allora, di questa situazione, il marxismo? Ce lo dice una lettera di Engels a Bernstein del 9-10-1886, anche se si riferisce ad un possedimento turco situato all’altra estremità dell’Impero:
«I bulgari si comportano finora in modo ammirevole [sui campi di battaglia; guerra russo-turca], e lo devono al fatto di essere rimasti cosi a lungo sotto i turchi, che hanno tranquillamente conservato i vecchi residui di istituzioni gentilizie [cioè comunitarie] e si sono limitati ad ostacolare lo sviluppo degli elementi borghesi mediante le confische operate dai pascià. I serbi, invece, che da 80 anni si sono liberati dai turchi, hanno assistito alla rovina delle loro istituzioni gentilizie ad opera della burocrazia formatasi all’austriaca e della loro legislazione: ecco perché saranno inevitabilmente sconfitti dai bulgari. Uno sviluppo borghese di 60 anni, che non li condurrebbe a nulla, renderebbe i bulgari altrettanto vulnerabili che i serbi di oggi. Per i bulgari come per noi, sarebbe stato infinitamente meglio che fossero rimasti turchi fino alla rivoluzione socialista europea: le istituzioni gentilizie avrebbero fornito un magnifico punto di collegamento ad un ulteriore sviluppo in senso comunista, esattamente come il mir russo che ora vediamo disgregarsi sotto i nostri occhi».

Questa prospettiva di rivoluzione proletaria occidentale non essendosi realizzata, resta quella posta dal marxismo fin dal 1853 per l’India. Se non potrà beneficiare del comunismo instaurato dalla classe proletaria, essa «beneficerà» degli apporti del capitalismo:
«Gli indiani non raccoglieranno i frutti degli elementi di una società nuova seminati in mezzo a loro dalla borghesia britannica, finché nella stessa Inghilterra le classi dominanti non saranno abbattute dal proletariato industriale, o finché gli stessi indù non saranno abbastanza forti per scrollarsi di dosso il giogo della dominazione inglese» («I risultati futuri della dominazione britannica in India», 22.7.1853).

Poiché finora la rivoluzione proletaria non ha vinto, sorge la domanda: quale sarà il carattere della rivoluzione nei Paesi Orientali in cui il capitalismo non si è sviluppato spontaneamente, e quali vi sono le probabilità di sviluppo del capitalismo? La nostra analisi si limiterà naturalmente all’Algeria, in cui i risultati ai quali il capitalismo è giunto dopo più di un secolo ci forniscono un primo inizio di risposta.

Coesistenza esplosiva nell’agricoltura

Le ragioni del conflitto algerino si leggono nella differenza tra la situazione fondiaria alla fine della dominazione turca e quella alla vigilia dell’insurrezione del 1954. Si tratta di differenze di ordine qualitativo, giacché, se il modo di produzione è diverso, i dati mostrano che il capitalismo non ha soppiantato dovunque la proprietà locale arcaica, che sussiste in zone immense sia pure sotto forme degenerate e decrepite. Ma, appena vittoriosa, la stessa agricoltura capitalistica declina, come mostrano le cifre sulla produzione agricola che daremo più avanti. Inoltre la proprietà privata che la tabella riportata più sotto indica si è sviluppata assumendo, nelle grandi fattorie europee e mussulmane, un carattere pienamente capitalistico: oltre alla terra, agli strumenti e ai prodotti, essa contiene quella merce nuova, che è la forza-lavoro.

Sotto i turchi sussisteva ancora un vasto e florido settore di proprietà comunitaria, «ponte formidabile verso il comunismo superiore»; oggi questa è caduta in rovina, e a sua volta la proprietà capitalistica ha dato origine al suo becchino, il proletariato. Di qui la situazione «esplosiva» dell’Algeria d’oggi.

Le statistiche ufficiali distinguono fra azienda europea e azienda mussulmana; noi, partendo dal criterio corrente di considerare capitalistiche tutte le aziende agricole di estensione superiore ai 50 ha., distingueremo fra settore capitalista — in cui metteremo a fianco a fianco europei e mussulmani — e settore precapitalistico. Una soluzione politica corrispondente a questo schema è intervenuta in Tunisia e nel Marocco, in cui la grande proprietà fondiaria capitalistica degli europei è rimasta intatta accanto a quella dei mussulmani; essa potrebbe essere vista con favore, in seno all’FLN, dai rappresentanti della grande proprietà mussulmana e dell’industria alimentare ed estrattiva che vi è legata. Ma osserviamo subito che li peso dei contadini poveri (gli elementi radicali dell’FLN) non è trascurabile. In Tunisia e nel Marocco, la soluzione di compromesso di cui sopra è stata possibile perché la proprietà comunitaria che ora gioca un ruolo reazionario di stabilizzazione del contadiname, analogo a quello della proprietà privata particellare dell’Europa occidentale — era meno dissolta che in Algeria. Paradossalmente, è la numerosa colonizzazione europea che, appropriandosi le migliori terre mussulmane, ha contribuito alla soluzione esplosiva propria della Algeria in confronto agli altri due territori nord-africani: è questo il segreto di un Paese nel quale la lotta anti-imperialista ha preso appunto perciò la forma più violenta e sarà senza dubbio decisiva. Ecco la tabella nella forma data dalle statistiche ufficiali:

Aziende agricoleSuperficie in migliaia di ettari
non-mussulmanimussulmaniTotale
Meno di un ha.0,837,238
da 1 a 10 ha21,81.341,31.363,1
da 10 a 50 ha135,33.185,83,321,1
da 50 a 100 ha186,91.096,11.283
Più di 100 ha2.381,91.688,84.070,7
Totale2.726,77.349,210.075,9

Adottando il criterio di cui sopra, il settore capitalista (composto anche di piccole aziende ortofrutticole europee a coltura intensiva) comprende grosso modo, fra aziende europee e mussulmane, 5 milioni 500.000 ha. contro 4.550.000 ha. al settore precapitalista.