La Russia nella grande rivoluzione e nella società contemporanea (Pt.2)
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La mentita opposizione tra le forme sociali russe ed occidentali
Andremo oltre la esigenza di un equilibrio di proporzioni tra le varie parti di un ben condotto discorso. Quanto segue ripete in altra forma il contenuto della «Sera» della Terza Giornata del «Dialogato coi Morti», il cui testo sta nelle pagine precedenti. Tuttavia non eliminiamo né modifichiamo nessuna delle due redazioni, se non nella rettifica di alcune cifre aritmeticamente non rigorose, che sono state messe in armonia. Non ha importanza, anzi è un vantaggio, la ripetizione, il bis in idem. Nella riunione di Torino è stato esposto in forma poco diversa quanto concernerà punti, indicati dai convenuti lettori del periodico in cui il Dialogato era apparso a puntate, seguendo da vicino quella che è stata chiamata dagli sciocchi crisi del comunismo, mentre è crisi dell’anticomunismo, nel suo svolgimento rumoroso.
Non essendovi dunque qui figura di autore, ma lavoro impersonale, che non chiamiamo «collegiale» per non usare nemmeno da lontano la terminologia dei farisei del tempo, possiamo violare le norme della Retorica, che in tempi degni fu disciplina scientifica, oggi è pratica malsana di droga. La classe dominante in agonia vi si dedica nei templi, come quello di Roma, cui aveva alzata in epigrafe la scritta espressiva: «La Fogna».
Ci perdoni l’ombra di Cicerone, di cui hanno fatto tradurre ai maturandi italiani questo passo solenne: «Hoc in omnibus item partibus orationes evenit, ut utilitatem et prope necessitatem suavitas quaedam et lepos consequatur». Che si tradurrebbe: «Questo (ossia il legame trattato nei periodi precedenti, e da… materialista storico, tra la dignità decorativa di un’opera, e la sua migliore corrispondenza agli scopi pratici, a quella che oggi dicono funzionalità) accade anche per le parti diverse di una orazione, per modo che dalla efficacia e quasi dalla obbligatoria costruzione di essa consegue una certa gradevole e saporosa eleganza».
Siamo qui muscolosi operai battitori di chiodi, non da noi concepiti e forgiati; possiamo violare i «moduli» estetici che legano le parti dell’orazione, ma non rinunziare a ribattere il chiodo massimo, sulla natura capitalista della società russa: giù compagni, altri colpi!
Il passo della industrializzazione
Il centro della questione sta nella pretesa dei russi attuali che la dimostrazione della diversità del sistema sovietico rispetto a quello capitalistico, e inoltre della superiorità del primo, sta nel fatto che di anno in anno la produzione industriale della Russia si incrementa di più, e con un tasso percentuale maggiore rispetto al prodotto totale del precedente anno, che in qualunque paese del mondo e in qualunque epoca della storia.
Si è dimostrato a quelli che, in ben altre faccende affaccendati (amplessi nelle Giunte in Italia, con i Titi a Mosca), non risponderanno, e che non possono nulla rispondere, quanto segue:
1) Falso che quell’alto ritmo sia solo in Russia.
2) Falso che quell’alto ritmo sia solo oggi nella storia.
3) Falso che anche se la Russia fosse al ritmo massimo, e ad un ritmo maggiore di ogni caso storico, sorgerebbe da questo la prova che non è capitalista.
Rimessi in ordine fatti e cifre, la conclusione è una e sicura: la struttura economica sociale in Russia è squisito capitalismo.
Ed abbiamo, nella parte finale del Dialogato, poggiata sulle fredde cifre un’ardente deduzione: proprio perché il primo capitalismo inglese, modello al mondo, presentò quei fenomeni che oggi grandeggiano in Russia e sono stati esaltati con pari impegno al tempo di Stalin semidio e di Stalin semi-uomo, Carlo Marx nel 1866 mosse impetuoso storico assalto all’ebbro di satanica gioia borghese, precursore dei padroni odierni del Kremlino, cancelliere di S. M. il Capitale, signor William Ewart Gladstone.
Di questo suo quasi coetaneo (1809-1898), vecchio e capitale nemico, Marx nella nota 185/a al primo volume del Capitale dice così: «I capitalisti minacciati di venir sottoposti alla legislazione sulle fabbriche, e di «perdere la libertà» di sfruttare senza limitazioni le donne e i fanciulli, hanno trovato nel ministro liberale inglese Gladstone un servitore di buona volontà».
Vantare le meraviglie pirotecniche della prorompente produzione industriale, non è dunque prova storica di essere socialisti, ma lo è invece di essere devoti servitori del capitalismo, e nulla muta il luogo, Londra o Mosca, la data, 1856 o 1956. Quanto meno se lo devono tenere detto sulla faccia quelli che tuttora osano parlare a nome della dottrina di Marx, cui noi qui abbiamo attinto nell’opera massima e cardinale, e nell’indirizzo di fondazione dell’internazionale Operaia.
Dantesco prospetto dell’inferno borghese
Le cifre che furono in quella occasione pubblicate, e che furono rilette e commentate nella riunione torinese, sono qui raccolte in un quadro d’insieme, cui i gruppi dell’organizzazione dedicheranno certo ulteriore lavoro.
Abbiamo indicate le fonti, tutte russe, e vogliamo avvertire una sola cosa. In genere noi non riportiamo gli indici annui delle tabelle da cui partiamo, ma solo gli incrementi relativi. Per esempio nella tabella al principio del rapporto Krusciov l’indice della produzione industriale russa è posto 100 al 1929. Troviamo la cifra 466 per la produzione del 1946 e la cifra 2049 per quella del 1955. Senza ripotarle, noi diamo l’aumento nel corso dei nove anni che le separano, e che è il 340 per cento (in altre parole nel 1955 si è prodotto 4,40 volte il prodotto del 1946) e ne deduciamo l’aumento medio annuo che è il 18 per cento (al che, sia detto la decima volta, nulla osta che nove volte diciotto dia 162 invece di 340).
Il metodo per elaborare il nostro semplice quadro non è risibilmente tutelato da brevetti depositati al nome di un dato fesso. Noi abbiamo solo separato tra loro cronologicamente i periodi tipici, anzitutto per rilevare che essi, se provano il fatto (non legge) dell’ineguale sviluppo capitalista, provano anche la marxista scoperta dell’internazionalità del processo.
Abbiamo con tale sistema del tutto ovvio eliminati i giochetti che si fanno da Mosca (e sotto-servizi) a tutto spiano, frammischiando i periodi. Ad esempio la produzione russa è venti volte maggiore che nel 1929, mentre quella americana lo è solo 2,34 volte. Passando al 1913 il rapporto russo diventa 36 contro quello americano 3,5. La relazione è non troppo diversa. Ma cambia se partiamo dalle maggiori depressioni: dalla russa del 1920 la corsa è ancora più spettacolosa: 160 volte (!) in 35 anni.
Se prendiamo la depressione massima americana 1932 abbiamo però anche un balzo forte: 4,4 volte in soli 23 anni (da 54 a 234). Ma leggiamo nella tabella Krusciov (soppresso Bollettino Per una pace stabile, n. 7 del 1956) un altro vertice della produzione americana: 215, nel 1943 (in piena guerra, quando si producevano armi per farle impiegare dai proletari russi) che, rispetto al 1932, danno il rapporto di 4 volte in soli 11 anni. Nello stesso tempo la Russia va da 185 (in quanto la produzione 1932, giusta le tabelle Varga, varia rispetto al 1929, anno base della tabella Krusciov, di 233 diviso 126, ossia 185 diviso 100) a 573. Ecco che i rapporti sono ben diversi, anzi inversi: Russia 3,1; America 4,0.
E se infine si prende la sola tabella Krusciov, fresca fresca, tra 1937 e 1943, in sei anni, avremo per la Russia da 428 a 573, rapporto 1,33, mentre per gli Stati Uniti da 103 a 215, rapporto 2,1, molto maggiore La tesi «à sensation» si è capovolta.
Ordinando il nostro quadro, tutto fatto con dati russi, abbiamo quindi messa la questione fuori dei giochetti disonesti, propri di tutte le diffusioni ufficiali dei centri politici, da est o da ovest che sia. Qui tutto.
| Periodi Paesi | Incrementi% | 1880-1900 Anni 20 Pace | 1900-1913 Anni 13 Imperialis-mo | 1913-1920 Anni 7 1° Guerra | 1920-1929 Anni 9 Ricostru-zione | 1929-1932 Anni 3 Crisi | 1932-1937 Anni 5 Ripresa | 1937-1946 Anni 9 2° Guerra | 1946-1955 Anni 9 Ricostru-zione |
| Gran Bretagna | Nel Periodo | 100 | 40 | 0 | 0 | -30 | 55 | -5 | 53 |
| Annuo Medio | 3,5 | 3,0 | 0,0 | 0,0 | -11,0 | 10,0 | -0,6 | 4,8 | |
| Francia | Nel Periodo | 250 | 130 | -38 | 126 | -31 | 5 | 23 | 98 |
| Annuo Medio | 6,5 | 6,0 | -6,6 | 9,5 | -11,6 | 1,0 | -3,0 | 8,0 | |
| Germania | Nel Periodo | 300 | 150 | -45 | 87 | -36 | 90 | -69 | 510 |
| Annuo Medio | 7,5 | 7,0 | -8,2 | 7,3 | -13,8 | 13,4 | -12,2 | 22,2 | |
| Stati Uniti | Nel Periodo | 400 | 150 | 26 | 37 | -46 | 69 | 51 | 53 |
| Annuo Medio | 8,5 | 7,0 | 3,4 | 3,6 | -18,5 | 11,0 | 4,8 | 4,8 | |
| Giappone | Nel Periodo | 800 | 250 | 57 | 89 | 0 | 75 | -70 | 370 |
| Annuo Medio | 11,5 | 10,0 | 7,0 | 7,0 | 0,0 | 12,0 | -12,5 | 18,8 | |
| Russia | Nel Periodo | Circa | Circa | -87 | 1300 | 85 | 150 | 0 | 340 |
| Annuo Medio | 13,0 | 10,0 | -20,0 | 34,0 | 22,8 | 20,0 | 0,0 | 18,0 |
Dalle verticali, essendo gli Stati disposti dell’alto in basso secondo l’età della forma industriale, emerge che il capitalismo più giovane ha incremento medio più rapido.
Dalle orizzontali emerge che in fase normale il ritmo d’incremento di ogni paese decresce col tempo.
Dalle fasi di guerra e di crisi emerge che i capitalismi maturi e vincitori resistono bene alle guerre (imperialismo) e perfino avanzano; ma cedono di più alle crisi.
Dalle fasi di dopo-guerra e dopo-crisi emerge che la ripresa è tanto più forte quanto più il capitalismo è giovane, e la discesa è stata violenta.
L’orizzontale russa conferma tutti gli andamenti delle altre forme capitalistiche.
Leggi dell’accumulazione
Abbiamo riportate nelle diciture in calce al prospetto le armoniche e regolari deduzioni che può trarne chi lo consulta avendo un occhio sulla carta geografica del mondo e un altro sui 60-70 anni di storia, che si sono incisi sulle valide o fragili carcasse della generazione che sta per mandarle in conserva.
Tali concomitanze ripetono con altre parole la legge generale dell’accumulazione capitalistica stabilita all’inizio di tutto il ciclo dal marxismo.
Questa semplice legge, snaturata dalla più parte di quelli che la invocano, e paurosamente nello scritto senile economico di Stalin (che il XX congresso non ha rettificato, ma all’opposto ulteriormente deviato dalla linea di Marx), si può così esprimere: la produzione capitalista fa crescere la «ricchezza» sotto forma di una sempre maggiore «accolta di merci», col continuo aumento della produzione. Ma la misura di un tale aumento non solo non dà la misura di un vantaggio della società (quando non si intenda per questa una classe minoritaria) bensì quella del rischio di maggiori rovine e miserie. La corsa all’accumulazione si fa con la concentrazione della ricchezza in «un numero sempre minore di mani» ed alla fine (Marx) in una sola mano, che non è più di uomo (Russia). Le mani degli ex possessori di parti di ricchezza ingrossano l’armata di lavoro, ossia di coloro che campano, se e quando lavorano, e (col tempo) un po’ meglio se e quando lavorano, di sola vendita di forza lavoro. Qui il senso della crescente miseria.
Con vicende alterne il passo dell’accumulazione si rovescia in un rinculo, con immane distruzione di prodotti e di strumenti di lavoro, sia per crisi di sovrapproduzione, sia per sanguinose guerre di gara mercantile (imperialismo).
Il segreto del passo dell’accumulazione, per cui si eccitano i Gladstone e gli Stalin-Krusciov, è questo. Sia il passo positivo: il capitale si concentra, e formandosi altre masse di espropriati (artigiani, contadini, piccoli imprenditori), cresce, con la ricchezza, la miseria perché i depauperati crescono a dismisura (in Marx: Die Masse des Elends; letteralmente: la Massa della miseria). Sia ora il passo negativo: la diminuita produzione significa disoccupazione, la crisi mercantile fa ugualmente cadere le aziende minori e i redditieri minori: tutti bruciano le ultime riserve. La ricchezza non sale, ma discende. Grazie al capitalismo, la miseria, in questo come nell’altro caso, cresce, ovunque e sempre!
Quindi l’euforia per i periodi di salita, in ogni tempo e luogo, è un’euforia appropriata solo per gli amici e i servitori del Capitale.
Indipendentemente dagli effetti e dai cicli delle crisi generali del mercato e delle guerre mondiali, la legge «geometrica» o della proporzione progressiva della produzione, cara a Stalin quanto a Bulganin (ma che nelle loro mani, quanto in quelle dì Bentham-Gladstone, si torce come vipera quando dal campo manifatturiero si va a quello agrario) condurrebbe a tale favolosa montagna di merci inconsumabili che la vita del capitalismo è solo possibile grazie alla sua legge interna della discesa storica del suo saggio medio di profitto.
Per l’economia marxista il saggio del profitto è proporzionale a quello dell’accumulazione. Noi chiamiamo profitto la parte che resta al capitalista del prodotto totale, sia che la si destini al consumo della classe dominante, sia che la si avvii a nuovo investimento in capitale. È chiaro che in tutto il corso prevale la seconda destinazione. Saggio del profitto è il rapporto di tale parte padronale — in Marx — al totale del prodotto (per noi capitale, per i borghesi fatturato) e non al valore, reale o nominale, degli strumenti di produzione (impianti dell’azienda produttrice) che i borghesi confondono a volte col patrimonio, a volte col capitale stesso dell’impresa — nelle anonime espresso dall’insieme delle azioni, che però danno cifre diverse secondo il valore nominale a cui furono emesse, o secondo il loro valore venale quotato in borsa.
Comunque il profitto che una azienda ricava, e quella parte che ne distribuisce, variano come il prodotto ogni anno ottenuto dedotta ogni spesa (in Marx dedotto capitale variabile e costante).
La legge generale del rallentare storico dell’incremento produttivo esprime quindi in principio l’altra legge base della tendenza a scendere del saggio di profitto medio, che con errore gigantesco si crede da Stalin e Figli sostituita da una legge del profitto massimo. E con bestialità più vasta ancora si pretende da costoro leggere tale buaggine nella storia leniniana dell’imperialismo, del sovrapprofitto, del profitto di monopolio, teoria in cui tutti i teoremi dell’economia di Marx restano fermi ed immutabili, per chi non abbia bevuto. Questi economisti sbronzi non lessero in Marx come il Capitalismo, lungi dall’essere salvato per l’eternità dall’Angelo della Libera Concorrenza, è dannato a cadere sotto la Nemesi del Monopolio. Questo processo si legge — in scienza economica — non colla sola legge del profitto, ma con la stessa, combinata alla Teoria della Rendita.
Scorrendo il quadro
Le date indicazioni non abbisognano di altro commento: il quadro, al solito, è uno strumento: ognuno lo può maneggiare.
In esso, è chiaro, non figurano i primi passi dei capitalismi più anziani, e soprattutto di quello inglese. Questo entra in scena già a ritmo lento di accumulazione: circa il tre per cento, minore di tutti i concorrenti. Le guerre non capovolgeranno il ritmo: qui viene a galla la nostra vecchia disperazione per l’imbattibilità militare di quell’isola. Se credessimo al se nella storia, diremmo che la carta girata male da Bonaparte ci costa un secolo di socialismo.
Nella prima guerra rovinano tutti i combattenti europei, anche la vincente Francia, ma quelli di oltremare fanno di più dell’Inghilterra: non solo non stazionano, ma avanzano con un incremento frenato, ma positivo! America, Giappone.
Il capitalismo inglese sazio di ricchezza e di potenza dorme per 17 anni sugli allori del tempo di Gladstone. Mostrammo che Marx calcola verso il 1860 incrementi del 7-8 per cento e anche più, pari a quelli con cui nel nostro quadro esordiscono, alla fine del secolo, Francia e Germania. Ma mostrammo anche come prima ancora, nel trentennio 1830-1860, si avevano anche in Gran Bretagna ritmi più alti, pari a quelli della fine secolo di Stati Uniti, Giappone, Russia.
Gli Stati Uniti traverseranno anche la seconda guerra con andatura di profitto deciso, e la conserveranno nella fase presente di ricostruzione: più bassa però di quella dell’inizio del 900. L’Inghilterra avrà una piccola flessione in questa, meno grandiosa per lei, seconda guerra, e risponderà con una relativa accelerazione contemporanea, a ritmo pari allo statunitense, o quasi.
La Francia, una seconda volta vincitrice ma fieramente provata, avrà diminuzione in guerra, e poi riprenderà con un incremento eccezionale, come nella precedente ricostruzione del 1920.
La poderosa Germania, dall’attrezzatura modello, cadrà paurosamente nelle due guerre, ma altrettanto audacemente risalirà. Nella seconda riscossa batte tutti, e anche la stessa Russia, col 22,2 annuo medio contro 18. Ma vi è di più: nell’ultimo anno la Russia è a 12, e per i prossimi cinque anni pianifica 11,5. Il 1955 invece in Germania ha dato il massimo ritmo, e quindi più del 23 per cento. Oggi la Germania di Bonn industrializza a doppia velocità della Russia. Nella produzione agraria la quadruplica, a dire poco. Ebbene, dov’è il socialismo? Né nell’una, né nell’altra: ma verrà prima in Germania!
È sul Giappone che l’effetto della seconda guerra inverte quello della prima. La discesa è precipitosa quanto la tedesca. L’attuale ripresa è un poco meno di quella, ma pari a quella russa. Con la stessa differenza, che in Giappone gli ultimi anni fanno premio sui precedenti, e la cosa continuerà. La Russia invece ripiega, come ritmo incrementale: ripiega, e lo dice il quadro — ossia lo dicono i governanti russi — dal 1920, quando riprese a salire il precipizio in cui era caduta nella prima guerra, seguita dalla terribile se pur vittoriosa guerra civile 1917-20. Il peggiore ritmo negativo che vediamo nelle due guerre è il 12: la Russia nella prima presentò il 20, che in dieci anni stritolò la produzione dall’indice 100 a quello 12,5: l’ottava parte.
Peggio le crisi delle guerre
Il quadro ha una verticale più impressionante di quelle di guerra. È relativa al venerdì nero americano, del 1929, che dal 1930 al 1932 fece indietreggiare la produzione in modo disastroso, con corteggio di fallimenti, chiusure di aziende, disoccupazione generale.
La crisi ebbe il suo massimo effetto negli Stati Uniti, e dette il solo indice negativo del loro percorso storico. Ma è un negativo tremendo: 18,5! Quale la spiegazione? Per noi è chiara: il solo paese che nella guerra non solo ha vinto ma ha seguitato a sviluppare la macchina della produzione industriale, è dannato dalla legge di Dante-Marx a scendere in un peggiore girone dell’Inferno. E così sia.
La Germania, che già era crollata nella guerra, risente fieramente la crisi, e cade, all’alta velocità 13,8. La Francia cade, alla minore velocità 11,6. La Gran Bretagna, allora strettamente legata all’economia americana (più assai di oggi) può resistere appena appena un po’ meglio. Tuttavia tra la crisi 1932 e la nuova guerra vi è una nuova generale ripresa. Gli Stati Uniti risalgono col poderoso 11 per cento annuo positivo. La Gran Bretagna li affianca col 10, uscendo dal suo sonno economico, per troppa pienezza, di mezzo secolo, e Gladstone dalla sua tomba sembra sollevarsi ansioso. La Francia, dopo tante dure prove, reagisce invece assai poco. La Germania fa altro miracolo, e risale (siamo al tempo di Hitler e di un capitalismo statale, che ricorda la struttura russa) col 13,4.
Quale l’effetto della crisi americana fuori anche d’Europa? Il Giappone l’avverte sostando in quei tre anni sulle posizioni, per rimediare, riprendendo velocemente, negli anni buoni: 12 per cento. Applichiamo l’incremento totale 75 al periodo 1929-37 di 8 anni: la velocità di avanzata media è un po’ meno del 7 per cento annuo e si inserisce nella legge storica della decrescenza orizzontale. In questi stessi 18 anni ultimi gli indici del Giappone, prima cedendo poi riprendendo, variano (Krusciov) da 169 a 239, incremento totale 41 per cento. Il ritmo medio è più basso: 2 per cento. L’impressionante risalita del Giappone non smentisce la legge del rallentamento. E nemmeno quella tedesca: 18 anni da 114 a 213 danno l’87 per cento; annualmente solo il 3,5 per cento circa. Ma la stessa Russia dal 1937 al 1955, da 429 a 2049, col 370 per cento, ha il ritmo annuo di soltanto il 9 per cento, mentre nei periodi a ritroso leggiamo 20, 22,8, 34 per cento. La legge generale sussiste in pieno.
Obiezioni della controtesi
Imbattutosi il contraddittore in questo robusto 34,0 per cento, potrebbe contestarci che è pur questo numero russo il più alto della tabella. Come si spiega il fatto?
Anzitutto abbiamo a che fare col più giovane dei capitalismi concorrenti, ed è un primo elemento concomitante col processo generale. Infine siamo immediatamente di seguito alla più spettacolosa scivolata di tutto il quadro: 20 per cento annuo, per le già dette ragioni. E se, come abbiamo fatto in altri casi, sommiamo i due periodi contigui, formandone uno solo dal 1913 al 1929 di anni 16, gli indici estremi giusta i nostri dati sono 72 e 126 ovvero 100 e 175. Il 75 per cento di incremento in 16 anni non è enorme: risponde all’annuo medio 4 per cento circa; ritmo che rallenta regolarmente dopo quelli precedenti del capitalismo zarista. L’alta cifra 34 deriva dal bassissimo livello del ’20. In effetti il nuovo capitalismo russo è addirittura bambino. Il vecchio capitalismo zarista nel 1920 era estinto: una discesa di 87, riduzione in sette anni ad un ottavo, non la troviamo in nessuna parte del quadro: Germania e Giappone, stritolati nella seconda guerra, hanno pure salvato il 30 e il 31 per cento della produzione dopo 9 anni, ed avevano una pedana per risalire.
Ma vi è un’altra obiezione che, siccome nessuno ci paga, non taceremo di certo. La Russia passa attraverso la crisi mondiale di interguerra del 1929-32 come una salamandra. Non fa come il Giappone, che si limita a stare tre anni a pari produzione, ma continua la sua avanzata ad un ritmo sostenutissimo: 22,8 per cento, pari ai migliori, che conosciamo anche in casi eccezionali; e solo più ribattuto rispetto a quello di primato or ora discusso per il periodo 1920-29, che era stato di ripresa mondiale, salvo la sola Inghilterra.
Questo fenomeno di «indifferenza alla crisi» può bastare per parlare di un’economia a carattere non capitalista?
Nel 1929 il nascente e super-giovane capitalismo sovietico non aveva canali di comunicazione con il capitalismo e il mercato internazionale. Essi ricominciarono in misura apprezzabile dieci anni più tardi, colla guerra 1939.
Questo spiega come la crisi non si comunicò alla Russia, che era in fase di grave sottoproduzione (il ventesimo dell’attuale, un decimo, e meno, di quella pro-capite dei paesi capitalistici di allora). Una crisi di sovrapproduzione dunque non poteva in Russia né comparire all’interno, né entrare dall’estero. La crisi si svolse in tutta la sua tragedia fuori dalle sue frontiere. Per spiegare ciò non occorre affatto ammettere il benefizio di un ipotetico sistema economico, diverso nella sua interna struttura. Il merito di questo fenomeno originale nella storia (moderna) risale a… Giuseppe Stalin.
Tra il 1926 e il 1939 la chiave della politica russa, che la forza della storia detta al «dittatore», è quella del sipario di acciaio. Goda il vecchio mondo di Occidente che non ne passano fuori le fiamme della rivoluzione: godrà la Russia, neonata ad una rivoluzione capitalista senza precedenti storici, che non vi possono passare fiamme dell’incendio anarchico dei capitalismi troppo maturi. Moriva il vecchio Capo credendo che, se un giorno la cortina si fosse levata, sarebbero come nel 1939 passate le fiamme di guerra, credeva, forse, che venisse presto l’altro venerdì nero, prima che il capitalismo tedesco fosse di nuovo vestito di acciaio, oltre che di dollari; allora sarebbe ripassato in armi per il «secondo colpo», che in un momento geniale aveva nel 1939 profetizzato, e avrebbe azzannata alla gola un’America in crisi, guardata nel bianco degli occhi nel dramma di Yalta.
Il culto di questo mito, che noi considerammo nei decenni macchiato di sangue dei rivoluzionari e destinato a crollare vilmente, come oggi avviene, ha ceduto il posto ad una posizione ancor più vile: la crisi di occidente non verrà più, giusta le teorie emulatrici e coesistenziste dei Mikoyan.
Se la crisi non venisse mai, essi, a braccetto con Keynes e Spengler e l’avvinazzata scienza d’America, ci avranno battuti, Marx, Lenin e noi, lontani pollastri del rosso Chanteclair. E abbasseremo la cresta.
Ma se crisi verrà, come verrà, non avrà solo vinto il marxismo. La risata feroce di Stalin non potrà più squillare dietro il sibilo dei primi missili, ma non varrà a nulla che, giusta la loro sporca moda, Krusciov e C. bestemmino se stessi. Per il sipario, divenuto un’emulativa ragnatela, la crisi mercantile universale morderà al cuore anche la giovane industria russa. Ciò sarà il risultato di avere unificati i mercati e resa unica la circolazione vitale del mostro capitalista! Ma chi ne unifica il bestiale cuore, unifica la Rivoluzione, che potrebbe dopo la crisi del secondo interguerra, e prima di una terza guerra, trovare la sua ora mondiale.
Il sistema socialista alla «FIAT»?
Un cenno dell’alma Italietta
Nel quadro non abbiamo compresa l’Italia, di cui nel Dialogato al detto luogo è qualche cifra. Anzitutto non abbiamo cifre russe prima del 1929, e su quelle indigene vi è troppo da distinguere e sceverare; cosa da farsi in altro tempo. E poi, quale età dare al capitalismo italiano, e a quale orizzontale collocarlo? È (come in Russia) altro caso di capitalismo nato due volte: non siamo i primi a paragonare il capitale e l’araba fenice: deve averlo fatto babbo Marx. Alla nostra patria spetterebbe il più alto gradino della scala, in omaggio alle grandi e fiere repubbliche marinare e commerciali della costa, e alle città di banchieri dell’interno, per tacere delle prime monarchie a Stato centrale nel Sud e nel Nord, con antichissimi e secolari lignaggi, con nomi altisonanti, Federico di Svevia, Berengario, Arduino, Cesare Borgia…
Poi su tutto questo è passata, più che un ritorno di feudalismo in struttura profonda, la servitù nazionale e provinciale politica; ed il sistema borghese è rinato come pallida importazione politica di Francia nell’aprirsi del XIX secolo, e d’Inghilterra alla metà dello stesso: un capitalismo dalle tonalità coloniali passive, tardi e malamente salito ad imperiali velleità, ed oggi caduto in servitù d’America, e in attitudini da media bottega.
Intrigante non poco, la scaletta storica di questo paese dai lucenti titoli, che ancora più lungi vide vertici del primo capitalismo schiavista, dalla Magna Grecia alla plutocratica Urbe!
Non ci si taccerà di boria nazionale se non lo abbiamo ammesso nei cerchi dell’inferno borghese; resti in attesa del nuovo Dante che l’indulgente zio Engels si spinse a vaticinargli, in omaggio alle sue glorie arrugginite.
Tuttavia leggiamo d’Italia nelle tabelle di Krusciov, che ci fanno da vangelo in questo valico.
Tra il 1929 e il 1937 il mondo borghese fece un’affondata del suo maledetto toboggan. Rotolò il pendio della crisi 1929-32, e risalì allegramente tra il 1932 e il 1937 verso la guerra. A detta di Krusciov tra questi estremi di 8 anni, mentre la Russia prendeva l’abbrivio quadruplicando la sua produzione al passo di circa il 21 per cento annuo, Satana-Capitale altrove dormiva. E come dormì in America, così fece in Italia: da 100 a 99. La Francia addirittura cedette da 100 a 82, mentre dai termini della stessa tuffata-risalita la Germania dava 100 a 114, la Gran Bretagna 100 a 124, e il fremente Giappone 100 a 169.
Benito, che sognava eclissare Pirgopolinice, fu il solo pacifista serio che mai abbiamo conosciuto. Nel fragore degli anni 1937-46 l’Italia (di cui in altra occasione discuteremo il soggiacere alla crisi 1929 delle allora diffamate «demoplutocrazie») non calò che da 99 a 72, una bazzecola, un negativo annuo di appena 3,5. Una «guerre en dentelles».
Dal 1946 al 1955 è una marcia trionfale. Mentre i miserevoli sette od otto partiti e i venti partitini si rinfacciano la rovina della patria, nella gara ad andare a rovinarla loro, i dati dell’euforia (borghese, e quindi di tutti loro) salgono a tempo di galoppo. In tutto il periodo, da 72 a 194, abbiamo un premio del 170 per cento che vale l’annuo medio 12 per cento bello tondo. L’ordine della corsa (alla rovina futura di tutti) si pone oggi così: Germania, Giappone, Russia, Italia, Francia, Stati Uniti, Inghilterra.
I passi intermedi in Italia sono interessanti. Dal 1946 al 1949 si avanza col 14,3 per cento! Poi un po’ meno: 1949-50 all’11,5; 1950-52 al 9,1; 1952-55 al 9,5
Si ripiega forse? Italia, sirena del mar, sorridi ma non tremar. Il governatore della Banca d’Italia ci ha teste narrato (il che vuol dire che le cifre di Krusciov non procedono poi a vanvera: non ci è accaduto napoletanamente che «si hanno ditte na fesseria a me, ve ne dico doie a vuie») che la produzione industriale nel 1955 è aumentata dello stesso grado che nel 1954: 9,3 per cento.
Ha aggiunto una cosa notevole: che nello stesso anno 1955 la produzione agricola è salita del sei per cento. In un piano quinquennale (ma in gamba col gelido 1956!) avremmo il 134 contro 100, cui ogni Bulganin metterebbe la firma.
Presto però Menichella si è messo a parlare del piano Vanoni, che più che in termini di indici di produzione industriale parla in termini di reddito nazionale e di occupazione di manodopera. Il confronto tra i due metodi va rinviato al nostro futuro lavoro di partito sull’economia di occidente. In ogni modo per Vanoni in dieci anni si deve avanzare al 5 per cento all’anno (163 contro 100) negli investimenti capitalistici e nell’impiego di operai. Avendo il 1955 visto salire il reddito nazionale totale del 7,2 per cento (primo posto in Europa dopo la Germania, che è a 10), del reddito 1955 si è consumato il 78,8 per cento, investendone in nuovi impianti il 21,2 per cento, se si comprende l’edilizia, e il 15,8 se si esclude. Con tali margini gli impianti fissi nell’industria vera e propria si sono potuti incrementare nell’anno del 6,9 per cento (1,9 per cento più del piano Vanoni) e se sì include l’edilizia di ben il 9,7 per cento.
La questione dell’edilizia è questione chiave dell’economia italiana moderna. La casa è capitale fisso, o è bene di consumo? Ad altra sede l’elegante quesito. Ci basti ora aggiungere che, tornando agli Stalin-Kruscioviani indici industriali di prodotto (fatturato), ci sovviene altro personaggio, Fascetti, con il progresso degli indici delle aziende che gestisce l’I.R.I. Spettacoloso: media nel 1950-55 il 6 per cento, nell’anno finale, 19 per cento.
Ad altra trattazione l’analogia dell’I.R.I. italiano col «sistema» sovietico, per il suo disdegno dei profitti; per il primo anno, è andato oggi in pareggio.
Augustae taurinorum
La capitale industriale d’Italia, che ha ospitata la nostra ultima riunione, ha meritato un trattamento di riguardo.
Il relatore si riferisce al rapporto alla riunione di Asti, tenuta il 26 e 27 giugno del 1954. La FIAT aveva da poco tenuta la sua assemblea annuale degli azionisti, e il prof. Valletta aveva esposto i risultati e bilanci dell’anno 1953. Quest’anno eravamo a breve distanza dall’assemblea e bilancio 1955.
Fu letto alla riunione il brano del rapporto di Asti che illustra il significato di Torino e della FIAT nella storia del movimento operaio e del comunismo italiano. Il titolo generale è «Vulcano della produzione o palude del mercato?»; il paragrafo, nel numero 15 del 7 agosto 1954, era «la mostruosa FIAT».
Si trattava della critica alla matrice dell’attuale opportunismo comunista italiano: l’ordinovismo, il gramscismo. Ancora un’autocitazione: «Questi gruppi, appena messo il naso fuori dei capannoni ordinati e lucenti della torinese fabbrica di automobili, e preso contatto colla parte meno concentrata in senso industriale d’Italia, colle piaghe agrarie e con quelle arretrate, col problema regionale e contadino, caddero di colpo in una difesa delle stesse posizioni dei più scoloriti partiti piccolo-borghesi di mezzo secolo prima, non si occuparono più di rivoluzionare Torino, ma di imborghesire l’Italia, in modo che fosse tutta degna di portare il marchio della fabbrica torinese, di essere amministrata e governata coll’impeccabile stile di essa».
Torniamo oggi su detto stile, che è lo stile dei miti, dei culti. Il mito di Stalin ha avuto brutti colpi; sta per averne anche quello delle super-aziende, e dell’isterismo motorizzato: già oggi le miracolose «catene» di montaggio della FIAT d’oltre Atlantico, della General Motors, hanno dovuto essere fermate nell’insonne e perpetuo loro rollare.
Per ora qui si erigono nuove fabbriche, e un flusso crescente di macchine si rovescia sulle strade già ingorgate, e sempre più spesso fa pista della carne pedona. Ma il morto consacra se stesso al mito del moderno Jaggernaut gommato. Si bestemmiano i vecchi dèi, non il Progresso!
Valletta-Bulganin
Ci è subito dato allineare le cifre del «fatturato», ossia del valore della produzione di un anno, e le due relazioni ce le forniscono per quattro annate. Nel 1952, 200 miliardi, nel 1953, 240 miliardi: scatto annuo 20 per cento. Nel 1954, 275: scatto annuo 14,6 per cento. Nel 1955, 310 miliardi, scatto annuo 12,7 per cento. Nei tre anni, 155 contro cento: media dell’incremento annuo 15,7 per cento, ben maggiore dell’11,5 per cento russo. Valletta supera Krusciov.
FIAT batte DYNAMO 15 a 11!
Nel rapporto di Asti i dati FIAT non ci servirono per la discussione della pretesa definizione di socialista di ogni sistema industriale ad alto ritmo di progressione incrementale del prodotto, ma alla contrapposizione della terminologia e della calcolazione economica in Marx e nei borghesi.
Il fatturato della FIAT è per noi il «capitale» di essa: oggi 310 miliardi. Dobbiamo, come ad Asti, scomporlo tra capitale variabile, capitale costante, e plus-valore. Allora determinammo, servendoci dei dati Valletta sul personale e sugli investimenti in nuovi impianti, questa partizione: Capitale variabile o spesa personale, 70 miliardi. Capitale costante, ossia materie prime e logorii, 110 miliardi; plusvalore 60 miliardi. Capitale totale o prodotto alla fine del ciclo annuo: 240 miliardi.
Del plusvalore 10 soli miliardi andarono agli azionisti, gli altri 50, come allora annunziò Valletta, a nuovi impianti.
Le cifre del nuovo anno danno analoghi risultati; ma prima ricordiamo come è diverso dal nostro il linguaggio borghese. Il capitale nominale della FIAT, di cui demmo allora la lunga storia, passa oggi a 152 milioni di azioni da 500 ed è di 76 miliardi contro i 57 del 1953 e i 36 del 1952. Ha guadagnato il 58 per cento nel primo dei tre anni, nel secondo ha sostato, nel terzo ha guadagnato il 33,3. Il ritmo medio è stato del 28 per cento all’anno. Ma il capitale effettivo dipende dalla quotazione in borsa delle azioni. La stessa, che era 660 nel 1953, è oggi ben 1354 lire, sempre contro le nominali 500. Il capitale reale, anche nel linguaggio corrente, è dunque andato da 75,5 miliardi a 205 miliardi. Incremento biennale 272 per cento, annuo 65 per cento.
Se questa cifra indica l’effettivo «credito» degli azionisti «contro» l’azienda, di cui sono i «padroni», il loro dividendo annuo, o profitto nel senso dell’economista ufficiale, avrebbe dovuto crescere del pari. Mai più! I Valletta e C. non hanno elargito agli azionisti che 7,3 miliardi nel 1953 e 10,6 nel 1955. Ossia il profitto azionario è sceso dal 9,7 per cento al 5,1. Frenesia dell’investimento produttivo, legge della discesa del saggio di profitto!
Tutta la FIAT oggi però non vale né il nominale di 76 miliardi né il reale di 205. Ad Asti la «stimammo» non meno di mille miliardi, come patrimonio di immobili e macchine, che noi marxisti chiameremmo: valore dei mezzi di produzione; da non confondersi col capitale costante, prima indicato.
Valletta oggi ha detto che tra il 1946 e il 1955 hanno investito 300 miliardi in nuovi impianti, ed ha annunciato per il 1956 la prestigiosa «Mirafiori Sud». La cifra di 50 miliardi vale anche oggi come ritmo annuo. La FIAT di oggi varrebbe 1100 miliardi, a colpo sicuro, più e non meno. Fate sparire gli azionisti, che coprono coi loro pezzi di carta meno di un quinto del vero, e passerete dal socialismo-FIAT al più elevato socialismo-IRI.
L’insidiata forza di lavoro
Ad oggi una cosa è notevole: il personale non è cresciuto che da 71.000 unità a 74.000, ossia del 5 per cento, appena del due e mezzo all’anno! Ed allora il capitale variabile sarà passato da 70 a 80, anche esagerando sulle vantate elargizioni al personale, lodatissimo per non aver fatto in un anno un’ora di sciopero (ah, la rossissima Torino!). Ponendo anche 12 agli azionisti, e 50 agli investimenti in nuovi impianti, il conto «alla Marx» del 1955 diviene: Capitale variabile 80 miliardi. Capitale costante 168 miliardi. Plusvalore 62 miliardi. Totale 310 miliardi, come noto. Il plusvalore si divide in 12 di profitto agli azionisti, e 50 di nuovi impianti; il saggio totale di esso è di 62 contro 80, ossia 78 per cento, nel senso di Marx.
La composizione organica del capitale sarebbe andata da 110/70 (ossia 1,57) nel 1953, a 168/80 (ossia 2,10) nel 1955. Mostrammo che essa è bassa perché la FIAT è un’incastellatura verticale che compra le materie prime originali e le trasforma più e più volte. Comunque, non vi è forse un trucco nelle cifre di Valletta, se il capitale costante, che era il 46 per cento del prodotto nel 1953, è nel 1955 il 64? Cominciamo a vedere i benefici dell’automazione? Anche se una larga fetta di plusvalore da portare a nuovi impianti è stata nascosta (in effetti la cifra 1956 stavolta non è stata detta), resta il fatto che il prodotto sale del 30 per cento, nei due anni in cui la forza lavoro sale del 5 per cento soltanto.
E qui casca l’asino — diremmo l’asino Vanoni, se il poveraccio non fosse morto. Abbiamo certamente superato il 5 per cento di nuovo investimento, ma con l’impiego di lavoro non ci siamo, restiamo al 2,50 per cento, soltanto!
Resta, italiaccia di sotto, a zero, e rimirati l’aristocrazia proletaria di Torino, stretta attorno al suo Valletta! Che poco dopo compie il sovietico miracolo delle ore settimanali e, surclassando ancora una volta i Bulganin, le riduce da 48 a 46, da 45 a 44, e da 42 a 40. Senza diminuire in nulla i salari, viene proclamato; ma anche senza aumentare in nulla il numero dei lavoratori.
«Piano quinquennale» per la grande FIAT
Dalla clandestina saletta di Torino partì l’omaggio, ai meriti socialisti degli Alti Amministratori, di un Piano Quinquennale, alla Russa, bello e fatto.
Se il ritmo tenuto nel triennio testé decorso è stato del 15,7 per cento, lo stesso corrisponde in un quinquennio all’incremento della produzione del 106 per cento. Dall’indice cento, si dovrà passare a quello 206. I 200 miliardi-fatturato del 1952 dovranno essere 412 nel 1957, e, se si vuole, nel 1960 i 310 del 1955 dovranno essere ben 640.
I 250 mila mezzi motorizzati di oggi diverranno 515 mila, anche non volendo tenere conto che in un anno sono andati da 190.142 a 250.299, salendo del 30,5 per cento (e come mai le vendite solo del 14 per cento? I depositi sarebbero ingorgati, quanto alla General Motors?)
Sono novecentomila ivi le macchine invendute della produzione 1955. La G. M. ha cinque marche: «Chevrolet», «Pontiac», «Oldsmobile», «Buick» e «Cadillac». Quattro annate di lavoro Fiat!
Quale il fatturato 1955 G. M.? 9 miliardi e 924 milioni di dollari, oltre 6.000 miliardi di lire.
Venti FIAT!
Il personale? 577 mila unità. Otto FIAT.
La composizione organica, la meccanizzazione, l’automatismo, sono solo due volte e mezzo la FIAT.
Come contano fermare questa marcia demente?
1) Duecentomila licenziati a Detroit.
2) Cinque milioni di tonnellate d’acciaio domandati in meno (e lo sciopero dei lavoratori dell’acciaio in mano a traditori!)
3) Il terzo della pubblicità alla televisione lo sborsano le fabbriche di automobili.
4) «Basta essere impiegati da due sole settimane per poter entrare in un negozio a piedi ed uscirne pochi minuti dopo al volante di una fiammante vettura, senza avere versato un solo dollaro di anticipo».
5) «Il Centro Tecnico della G. M. è costato 10 milioni di dollari; è un monumento al Progresso».
Ne esce, mentre si pianifica di buttare nella spazzatura un milione di macchine nuove, l’automobile a turbina — disegni segreti — detta «Firebird» Uccello di Fuoco.
Può l’equazione storico-economica di questo Progresso non dimostrare quando viene il nodo, la catastrofe, la Rivoluzione, il sociale «Uccello di Fuoco»?
Non ci interessa ora — tornando alla Fiat — stabilire quanto, giusta il piano, saranno i dividendi del 1960, gli aggiornamenti di capitale nominale, e il suo peso a valori di borsa. E il mistero dell’automazione avanzante ci consente di porre solo le domande: quanti gli operai? quanto la loro remunerazione? quante le ore settimanali?
L’economia borghese sa una cosa sola: che avranno tutti l’utilitaria, il frigorifero, la televisione, e forse un certificato di azioni FIAT.
E faremo tali conti un’altra volta; meglio li faranno i nostri nipoti.
In ragione di cotante prospettive l’economia di stile sovietico sa (è ben chiaro) un’altra cosa; che a Torino si vive in… sistema socialista, alla FIAT si produce col… sistema socialista!
Anzi è il primo posto del mondo sovietico che spetta all’industria giovane e gigante dell’automobile in Italia. Il capitalismo automobilistico, checché ne sia del misterioso anno di nascita del capitalismo italiano, è giovanissimo; il veicolo stradale a motore ha poco più di mezzo secolo: dicemmo ad Asti che la data di nascita della FIAT è 1899 (il capitale di costituzione fu di 800 mila lire! che oggi sarebbero al più 300 milioni, ossia un millesimo di oggi. Mille volte in 56 anni si ottengono col 13 per cento annuo, che in periodo così lungo è altra sconfitta dei ritmi russi; dal 1899 la produzione russa è aumentata solo circa 400, e non 1000 volte).
Il confronto decisivo è questo.
Piano quinquennale russo 1955-1960: da 100 a 170, 12 per cento;
Lo stesso, realizzazione; da 100 a 185, 13,1 per cento;
Piano quinquennale russo 1960-1965; da 100 a 165, 11,5 per cento.
Piano quinquennale FIAT 1960-65: da 100 a 206, 15,7 per cento.
E gloria alla grande patria… socialista dell’industria dei motori! E gloria alla non meno grande patria del degenerato comunismo italiano.