Lo sviluppo del comunismo In Italia
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Siamo a due mesi dalla costituzione del Partito Comunista d’Italia, avvenimento che i superficiali non hanno forse veduto nella vera sua luce poiché da tempo sentivano dire che il movimento socialista italiano, col suo partito che intatto aveva attraversato gli anni della guerra, fosse tutto, fin dal Congresso famoso di Bologna, sul terreno del comunismo, del massimalismo, del bolscevismo, parole tutte che negli orecchianti della politica — ossia in quasi tutti quelli che in Italia si occupano di politica — sollevavano le immagini più confuse.
Quale povera cosa sarebbe la coscienza collettiva in cui deve condensarsi il pensiero comunista, se le manifestazioni di essa si fossero avute nelle demagogiche e sconclusionate enunciazioni del Congresso di Bologna! E quale risibile esercizio pratico avrebbe la lotta e la tattica comunista, se a saggio di esse dovesse indicarsi quanto hanno dopo Bologna perpetrato i socialisti in Italia!
Fortunatamente il comunismo in Italia ha seguite ben altre vie nel suo sviluppo come concezione dottrinale e come disciplina di azione. I massimalisti del 1919 e 1920 avevano preso per comunismo una serie di cose che comunismo non erano ancora: la vecchia intransigenza antibellica che giungeva a superare il blocco elettorale e l’accesso ai ministeri borghesi, l’opposizione alle imprese coloniali e alla guerra nazionale, sotto forma di neutralismo sopravvissuto non solo alla neutralità me anche alla guerra; e, in alcuni casi non rari, nato dopo la fine di entrambe, il tutto condito delle mal digerite formule rese note dalla rivoluzione russa, e specialmente vista nella comoda luce delle benemerenze da squadernare nelle concioni elettorali.
Ben altro travaglio ci ha condotti ad avere oggi in Italia qualche cosa di concretamente e seriamente comunistico, nel pensiero e nella pratica. Quelle posizioni teoriche e tattiche cui abbiamo accennato, guadagnate in modo certo non inglorioso dalla sinistra del vecchio partito, e intese come sviluppo di un metodo che si perfeziona nel divenire delle situazioni e nel maturarsi delle esperienze storiche, non già come i diplomi di merito che si rilasciano nelle Esposizioni, hanno avuto valore preminente nella genesi e nella costituzione anche in Italia del movimento comunista, in quanto questo colle sue odierne formulazioni internazionali di principio e di tattica, integra ed assomma in sé le conquiste del metodo marxista, sopratutto come critica della transigenza socialdemocratica e socialnazionale, in tutti i paesi.
Quando, molto dopo il Congresso di Bologna, in seguito al secondo Congresso Comunista mondiale, dovettero contarsi le forze comuniste in Italia, caddero nel vuoto le cifre ufficiali del voto di Bologna, e gli effettivi comunisti si raccolsero da gruppi ben più ristretti del Partito Socialista, che erano i soli che riassumessero in sé quanto si era formato e maturato, attraverso le sicure esperienze della sinistra del partito, di coscienza e di preparazione comunista.
Colla più grande spontaneità questi gruppi, sulla traccia delle delibere di Mosca, si organizzarono prima nella frazione e poi nel Partito Comunista, sintetizzando utilmente le loro conoscenze ed esperienze riguardo alle diverse questioni del comunismo, e risolvendo con magnifica energia, in affiatamento completo con il centro direttivo della Internazionale Comunista, il problema spesso difficilissimo di separarsi nettamente da tutto il campo dei pseudo comunisti e dei semi comunisti.
Due mesi di tempo già ci hanno dato modo di dimostrare come il Partito Comunista abbia in Italia una funzione di propulsione rivoluzionaria che non lascia esitare nella scelta colla efficienza politica del Partito Socialista, ieri forte di uomini e di mezzi ma paralizzato e immobilizzato dal contrasto interno, oggi sminuito e svirilizzato dalla scissione, e nello stesso tempo indirizzato senza altre incertezze verso la collaborazione borghese, a cui però non arrecherà più tutto quell’equipaggio che la sirena democratica sognò di attirare nei suoi fatali incantamenti.
II giovane Partito Comunista rivendica come onore e merito suo le pagine migliori della sinistra del vecchio partito, ma anche se si volesse calcolargli dal Congresso di Livorno la decorrenza del suo «Stato di servizio” avrebbe qualche cosa da mostrare, non certo per ripetere le ridicole esibizioni dei veterani riformati rimasti nel vecchio partito, ma per rafforzarsi nei propositi di procedere sulla via della rivoluzione.
Pochi giorni dopo Livorno, Firenze vedeva l’adunata di quel movimento giovanile, che in Italia, costantemente affiancato alla sinistra del partito, è stato sempre una autentica forza di avanguardia rivoluzionaria; e una maggioranza schiacciante deliberava tra il più grande entusiasmo l’adesione al Partito Comunista; che veniva così ad aggiungere ai suoi sessantamila aderenti della votazione di Livorno quasi tutti i cinquantamila della Federazione Giovanile. Al Partito Socialista resta un pallido simulacro di movimento della gioventù, privo di ogni vita propria.
Ancora qualche settimana, ed il Partito Comunista affronta una nuova battaglia, nel Congresso della Confederazione del Lavoro. Questo Congresso si attendeva da anni ed anni; tutti avrebbero fino a sei mesi prima preveduto che in esso si sarebbero scontrate due tendenze: quella riformista pura e quella dei massimalisti serratiani (tutti avrebbero preveduto che dato il modo di consultazione delle masse proletarie da parte dei funzionari sindacali riformisti, questi avrebbero sempre ottenuta una maggioranza). In seguito alla scissione politica, e al conseguente connubio tra i riformisti e i “massimalisti» rimasti nel partito, si è costituito al congresso sindacale il fronte unico anticomunista. Il Partito Comunista si è battuto da solo, e anche contando le sue forze in una votazione in cui gli anarchici si sono astenuti, trattandosi di una integrale affermazione sulle tesi sindacali di Mosca, ha ottenuto 600 mila voti su un milione e ottocentomila; ridotti poi a 430 mila nominali pel vecchio trucco statutario di dividere i voti tra Camere del Lavoro e Federazioni.
Mentre si svolgeva questa battaglia di Congresso, si riacutizzava in tutta Italia la lotta armata tra i proletari e quella organizzazione fascista che da alcuni mesi con un crescendo offensivo che sollevava il giubilo della intera classe borghese, aveva intrapreso in molte zone d’Italia una azione violenta contro il movimento proletario, ripromettendosi di sfatare le pose massimaliste dei capi. Questa reazione bianca, nello stesso periodo che ci ha data la scissione di Livorno, ha contribuito ad una nella differenziazione tra i comunisti d’occasione e le giovani forze del nuovo partito. I primi hanno rivelata tutta la vacuità dei loro atteggiamenti, il secondo ha dato prova di essere già in grado di agire come centro di raccolta delle energie proletarie, che con contrattacchi decisi hanno posto fine alla serie di facili successi dell’avversario.
I socialisti hanno ripudiata ogni solidarietà con queste azioni delle masse — hanno perseguita in ogni circostanza, col tradizionale cretinismo parlamentare, la prova che erano stati i lavoratori ad essere provocati, ad essere trascinati fuori della legalità, a essere picchiati anziché a picchiare — hanno auspicata la tregua di classe, la pace civile, l’evolversi pacifico della attuale crisi sociale!
Oggi, mentre il Partito Socialista va alla deriva verso destra e vive soltanto per elaborare manovre parlamentari, per occuparsi di elezioni e di ministeri, il Partito Comunista, nato tra un più che spiegabile ostentato silenzio della stampa borghese, vede scatenarsi la campagna anticomunista, e ha l’onore di risuscitare la indignazione e la paura borghese per quella «importazione” del bolscevismo, che attraverso la viltà dei socialisti e le gesta fasciste si credeva scongiurata per sempre. A Roma i fascisti si adunano ufficialmente — mentre le nostre bandiere salutano l’immolazione generosa di Lavagnini — a commemorare le vittime fasciste del comunismo, e sembrano così commettere ancora alle forze ufficiali dello Stato borghese la lotta contro un avversario meno comodo di quelli che sistematicamente rinculano rinnegando pietosamente ogni proposito offensivo.
Il Partito Comunista non potrebbe vedersi in una posizione più accetta di quella che gli assegnano la precipitosa diserzione degli opportunisti e le minacce rabbiose della reazione; poiché la sua esperienza antica e la sua preparazione s’incontrano sulla previsione sicura che domani queste due manifestazioni non ne faranno che una sola. Conoscere il nemico è la prima condizione per debellarlo.