[Prefazione del 1969]
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Родительский пост: I Fondamenti del comunismo rivoluzionario marxista nella dottrina e nella storia della lotta proletaria internazionale
[Prefazione del 1969]
Il testo che qui riproduciamo è il resoconto integrale, già apparso sul nostro quindicinale Il Programma Comunista, nn. 13-14-15 del 1957, del rapporto omonimo tenuto ad una nostra riunione generale in Francia. Nella lunga opera di ripresentazione della dottrina marxista integrale, che il Partito svolge ormai da decenni contro le ricorrenti ondate revisionistiche, esso occupa un posto tanto più importante, in quanto le deviazioni e gli sviamenti qui denunziati alla luce del marxismo in gruppetti italiani e francesi di falsa sinistra hanno ripreso nuovo vigore e sono anzi divenuti il pane quotidiano sia dei cosiddetti partiti “comunisti” di affiliazione russa o cinese o altra, sia delle innumerevoli conventicole di “contestatori”.
È un segno della vitalità e insieme della invarianza della dottrina marxista, di contro alle pretese di scoperta degli “innovatori”, che la nostra feroce polemica di oggi possa riprendere tali e quali le classiche strigliate di Marx e di Engels a Proudhon nel 1847 e al nascente partito tedesco impeciato di lassallismo nel 1875, oltre che, naturalmente, nel Manifesto.
Si tratta di malattie croniche (e altrettanto invarianti) del movimento operaio, destinate a riaffiorare nella stessa misura in cui l’influenza ideologica, se non il peso sociale, della piccola borghesia continua ad infiltrarsi e a serpeggiare nelle file del proletariato, e a sopravvivere in esse per una specie di inerzia storica – nel che è, per altro, una delle ragioni della necessità dell’esercizio dittatoriale del potere conquistato ad opera del partito comunista.
Due sono i bersagli contro i quali è diretto, in questo ambito, lo strale della nostra critica. Il primo è l’antica pretesa, svolta fino alle estreme conseguenze dagli anarchici, di privare la classe e la sua lotta di emancipazione delle armi senza le quali la prima non è neanche classe in senso proprio e la seconda è impossibile, cioè il Partito e lo Stato della dittatura e del terrore rosso; errore fatale in cui precipitano anche coloro che, pur rivendicando la lotta di classe, la rivoluzione violenta e la dittatura, sacrificano il partito, nella sua funzione primaria di guida della classe ed anzi di incarnazione della classe stessa nel suo cammino storico, al mito di una gestione diretta del potere attraverso organi sedicentemente rappresentativi della volontà autentica, non burocraticamente deformata, dei lavoratori: mito oggi diffuso un po’ in tutto il mondo con l’aiuto di filosofi, professori e… studenti.
Il secondo bersaglio, strettamente legato al primo sebbene apparentemente isolabile da esso, è la visione distorta di un’economia socialista che, lungi dall’essere un’organizzazione della produzione “alla scala della società” e quindi, tendenzialmente, della specie, si svolgerebbe in isole locali chiuse e gelosamente “autonome”, nel che riaffiora l’ideologia individualista e democratica propria dell’economia borghese e del suo necessario palcoscenico, il mercato. Questa visione non è soltanto tipica dell’anarchismo classico, del rivoluzionar-sindacalismo e della sua variante ordinovista, nonché di tutti i gruppi o gruppetti “innovatori” e “contestatori” che iscrivono sulla loro bandiera la rivendicazione di “diritti” e “poteri” periferici – nella fabbrica, nel quartiere, dovunque (e, a ben guardare, prima di tutto nel sacrosanto Io del borghese grande, medio e piccolo) – ma anche dello stalinismo nelle sue molteplici proliferazioni, come è del resto naturale per chi ha scoperto che nell’economia socialista (“edificabile in un paese solo”!) continua a vigere la legge del valore – con il suo codazzo di categorie economico-sociali: merce, lavoro salariato, profitto ecc. – e non alludiamo soltanto alla ideologia iugoslava dell’autogestione, ma alle riforme degli stessi Krusciov e Kossighin, dei Kadar e Ceausescu, o della vagheggiata “primavera praghese”, tutte ispirate all’”ideale” dell’autonomia crescente delle unità produttive, e in primo luogo dell’azienda.
Gli anelli ferrei della dottrina marxista sono, qui, tutti spezzati, e, partendo da orizzonti spesso opposti (lo stalinismo e l’…antistalinismo), tutti gli “innovatori” piombano nel comune pantano del democratismo, del proudhonismo e in definitiva dell’individualismo, rispolverano i logori miti di liberté, égalité, fraternité, convinti ogni volta di aver scoperto continenti inesplorati e di aver “creativamente” contribuito a dare “un volto umano” al socialismo e al comunismo, e beatamente ignari di essere semplicemente tornati in braccio a Santa Madre Chiesa – la chiesa, ben s’intende, del Capitale.
Non abbiamo quindi nulla da aggiungere a un testo di tredici anni fa, così come questo non aveva da aggiungere nulla ai classici testi di un secolo prima.