Интернациональная Коммунистическая Партия

Premessa

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Родительский пост: I Fondamenti del comunismo rivoluzionario marxista nella dottrina e nella storia della lotta proletaria internazionale

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Premessa

PIANO DELL’ESPOSIZIONE

Introduciamo prima di tutto la nostra esposizione facendo osservare come non ci si possa attendere una trattazione sistematica che abbracci tutti gli aspetti della concezione e del programma comunista, sotto il riflesso economico, storico e politico e sotto quello che potrebbe dirsi il tessuto connettivo degli altri, rispondente all’originalità del nostro metodo, al modo del tutto esclusivo con cui il marxismo – con risposte complete e definitive date fin dalla primissima sua apparizione, che si pone nella prima metà del secolo scorso – scioglie a nostro credere per sempre i nodi del legame fra teoria ed azione, economia e ideologia, causalità determinante e dinamica della società umana: quello che per brevità diciamo talvolta aspetto filosofico del marxismo, o materialismo dialettico.

Saremmo di più esposti all’abituale censura di astrattismo ove volessimo, sistemando tali concetti, chiarire la nostra originale veduta della funzione dell’individuo nella società, e del legame dell’uno e dell’altra con l’ente Stato, e del significato nel regolare questa dottrina dell’ente classe. Ci esporremmo quindi al rischio di essere fraintesi, lasciando dimenticare un dato basilare della nostra soluzione, ossia quello che le formule che sciolgono quelle domande non sono permanenti nel tempo ma variano col succedersi di grandi periodi della storia, che sono per noi quelli delle diverse forme sociali e modi di produzione.

La nostra riproposizione sarà quindi, pur rivendicando la costanza delle risposte marxiste al di sopra degli episodi svolti delle situazioni storiche, più legata alla fase disgraziata che oggi attraversa in tutto il mondo, da decenni e certo per decenni, il movimento rivoluzionario contro il capitale; e metteremo nella giusta posizione le pietre angolari della nostra scienza, raddrizzando quelle che più insistentemente i nemici tentano di abbattere, e agendo nella direzione opposta alla loro spinta deformante.

Per far ciò, porremo l’occhio su tre principali gruppi dei critici della posizione dottrinale che è la sola rivoluzionaria, e nel fare ciò ci preoccuperà maggiormente quella critica che più tenacemente pretende di far leva sugli stessi principi e movimenti a cui noi ci richiamiamo.

Ricordiamo ai lettori che un simile tema fu svolto nella riunione di Milano del 1952 [«Punti essenziali sulla ’invarianza’ storica del marxismo nel corso rivoluzionario», nell’opuscolo «Sul Filo del tempo», del 1953, riprodotto nei nn. 5-6 di «Il Programma Comunista» del 1969], che in una prima parte rivendicò la storica invarianza del marxismo sostenendo che esso non è una dottrina in continua formazione, ma si completò nel tempo storico a ciò adatto, ossia all’apparire del moderno proletariato, ed è pietra di paragone per la nostra visione storica la riprova che tale classe percorrerà tutto l’arco storico dall’apparizione alla caduta del regime del capitale usando intatte le stesse armi teoriche. La seconda parte trattò della «falsa risorsa dell’attivismo» svolgendo la critica, cui anche qui ci dedicheremo, dei ritorni delle illusioni «volontariste», forma degenerante pericolosissima del marxismo sempre sfruttata nelle ondate delle epidemie opportuniste.
 

RASSEGNA DEGLI AVVERSARI

In quella prima parte dividemmo i nemici della nostra posizione tra: negatori, falsificatori, aggiornatori.

I primi sono oggi rappresentati dai difensori aperti e dagli apologeti del capitalismo come forma definitiva della «civiltà» umana. Noi non dedichiamo più ad essi troppa attenzione; la nostra considerazione è che sono già stati messi knock-out dai colpi di Carlo Marx, e ce ne liberiamo ripetendo quei colpi, a suo tempo appresi, contro gli altri due gruppi. (Poniamo qui in parentesi, una volta per sempre, che il compito di questa nostra dichiarata «riproposizione» non aspira tanto ad essere definitiva vittoria in un agone polemico, ma tende, specie fino a che siamo nei limiti di un sunto, a chiaramente autodefinirci e a fornire i nostri connotati critici, con il carico di provare che sono tali da non essere mutati in ben più di cento anni).

negatori di Marx del primo gruppo vedono confermata la loro disfatta, per ora solo dottrinale (e domani sociale), dal fatto che ogni giorno più passano tra quelli che «rubano» le verità che Marx scoprì, e convinti di non poterle abbattere quando siano fermamente enunciate (come invece noi rivoluzionari procuriamo senza tema di fare con le loro tesi classiche) si presentano nella forma della seconda schiera, dei falsificatori, e (perché no?) della terza.

I falsificatori sono quelli che vengono storicamente indicati come «opportunisti» revisionisti, riformisti, quelli che tolsero dal complesso delle teorie di Marx, assumendo che fosse possibile senza tutto annientare, l’attesa della catastrofe rivoluzionaria e l’uso della violenza armata. Vi sono però, e lo si richiamerà subito, schiere di falsificatori del tutto paralleli ai primi (e del pari nella superstizione dell’attivismo) anche tra quelli che mostrano accettare la violenza ribelle: ma dove gli uni e gli altri rinculano è davanti al contenuto esclusivo e discriminante della teoria di Marx: la forza armata nel pugno non più del solo individuo o gruppo oppresso, ma della classe vittoriosa e liberata, la dittatura di classe, bestia nera di socialdemocratici e di anarchici. Possiamo avere avuto intorno al 1917 l’illusione che anche questo secondo lurido gruppo fosse andato al tappeto sotto i colpi di Lenin, ma, mentre consideriamo definitiva quella vittoria in dottrina fummo tra i primi ad avvertire la presenza delle condizioni da cui quella genìa infame sarebbe risorta, ed oggi la definiamo nello stalinismo, e nel post-stalinismo russo in circolazione dal XX Congresso in poi.

Infine nel terzo settore degli aggiornatori noi collochiamo quei gruppi che, pur considerando lo stalinismo di cui sopra come una nuova forma del classico opportunismo battuto da Lenin, attribuiscono questo pauroso rovescio del movimento rivoluzionario operaio a forme difettose ed insufficienti contenute nella prima costruzione di Marx, e si assumono di rettificarla pretendendo di poterlo fare sui dati della evoluzione storica successiva alla formazione della teoria; evoluzione che, a loro dire, l’ha contraddetta.

Esistono in Italia, in Francia ed ovunque molti di questi gruppi e gruppetti nei quali si disperdono con esito disastroso le prime reazioni proletarie contro i terribili disinganni dovuti alle deformazioni e alle decomposizioni prodotte dallo stalinismo, dalla tabe opportunista che ha ucciso la Terza Internazionale di Lenin. Uno di essi si collega al trotskismo, ma in realtà non intende come Trotski abbia sempre condannato in Stalin la deviazione da Marx, anche se abusando di giudizi personali e morali; via sterile, come ha mostrato la sfacciataggine con cui la imbocca il XX Congresso, per prostituire le tradizioni assai peggio dello stesso Stalin.

Tutti questi gruppi cadono, in blocco nell’altra malattia dell’attivismo, e la loro enorme distanza critica dal marxismo non fa loro intendere che è lo stesso errore dei Bernstein tedeschi che volevano fabbricare il socialismo entro la democrazia parlamentare contrapponendo la quotidiana prassi alla (per loro) fredda teoria, e dei figli di Stalin che hanno fatto a pezzi la posizione e di Marx e di Lenin e di Trotski sulla internazionalità della trasformazione economica socialista, in una sconcia esibizione di pugni muscolati con cui l’avrebbero, esasperando la loro volontà di dominio, già fabbricata!

Stalin è il padre teorico del metodo dell’arricchimento e dell’aggiornamento del marxismo, che ogni volta che si presenta equivale alla distruzione della visione della forza rivoluzionaria proletaria mondiale.

Quindi la nostra posizione è contro i tre gruppi allo stesso tempo, ma la rimessa in ordine ed a punto più essenziale la dovremo fare nei riguardi delle speciose deformazioni e presuntuose neo-costruzioni del terzo gruppo, che per essere contemporanee sono più note, e che non è facile per i lavoratori di oggi, dopo la devastazione stalinista, ricondurre a vecchie storiche insidie, contro le quali noi proponiamo una sola attitudine: il ritorno integrale alle posizioni del comunismo del «Manifesto» del 1848, che contengono in potenza tutta la nostra critica sociale e storica, dimostrando che tutta la susseguente vicenda, con le sanguinose lotte e sconfitte del proletariato lungo un secolo, ribadisce la solidità di quanto si vorrebbe follemente abbandonare.