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L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.16

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Il nuovo metodo di lavoro «razionale» nelle cooperative agricole

Abbiamo già detto, nel capitoletto 40 Mobilitazione e migrazioni verso la campagna, che nell’inverno-primavera 1958 si formarono le prime brigate per i lavori idrici; brigate che si differenziavano sostanzialmente da quelle che nel passato raggruppavano i contadini di una certa zona e di una stessa cooperativa, con poderi più o meno prossimi, in occasione di importanti lavori agricoli come i raccolti.

Lebrigate idriche” si spostavano da luogo a luogo secondo le esigenze costruttive e basavano la propria organizzazione sulla “razionalità” di una certa divisione del lavoro, mentre le vecchie brigate non erano altro che una mutua assistenza la quale lasciava immutata l’organizzazione produttiva sia della singola cooperativa, sia dei singoli poderi.

I metodi usati per l’organizzazione delle “brigate idrauliche” ricalcavano per certi versi quegli delle unità militari, metodi che sotto l’impulso del Grande Balzo in Avanti si cominciò ad applicare alla totalità del lavoro agricolo superando i confini dei pur importantissimi lavori idraulici. Si profilava così, nettamente, la rottura dei tradizionali equilibri sociali nei villaggi.

Già il 4 luglio 1958 un articolo del ”Jenmin Jihpao” descriveva la cooperativa n. 38 a Su-h sien, nello Anhui, “amministrata come una fabbrica”. La cooperativa in questione era già molto grande, in quanto comprendeva 1.065 famiglie contro una media, per il 1957, di 152 famiglie, e secondo il significativo articolo aveva dovuto affrontare tre importanti problemi, naturalmente suscitati dal Grande Balzo in Avanti.

Primo era l’esigenza di “metter su” un’industria capace di fornire agli agricoltori mezzi di produzione e fertilizzanti necessari; il secondo che la “divisione del lavoro semplice originaria” non era più in grado di promuovere l’atteso balzo in avanti della globale produzione agricola; il terzo, ed ultimo, che contemporaneamente ad una carenza di tecnologia, cioè di moderni mezzi di produzione, si aveva una carenza di forza lavoro, problema questo sconosciuto alla Cina tradizionale.

Ma i tre problemi non erano che una logica conseguenza dello stesso fatto.

I lavori di irrigazione estesi e complessi avevano già sottratto una parte cospicua di forza lavoro dai campi e questo nonostante il non trascurabile apporto della popolazione urbana; mentre il tentativo di aumentare la disponibilità di concimi e fertilizzanti avviando alla produzione piccole industrie locali si scontrava con una mancanza di mezzi che faceva risaltare ancor più la mancanza di uomini capaci di surrogare, con i loro sforzi fisici, il movimento delle macchine, proprio quando il ricco raccolto estivo che si profilava richiedeva ulteriori apporti di mano d’opera straordinaria.

L’articolo descriveva la nuova organizzazione, tipo fabbrica:

«Nell’intera Cooperativa si erano formate dieci brigate specializzate e sette fabbriche. Ogni brigata specializzata all’interno della cooperativa aveva una singola organizzazione; all’interno di ogni brigata specializzata, vennero costituite brigate e squadre specializzate. Ogni membro e ogni quadro della cooperativa partecipava all’attività delle brigate, secondo la qualificazione e le necessità di lavoro di ognuno. Alcune di queste brigate erano permanenti e duravano un anno, come le sette fabbriche e le brigate addette al macchinario, le brigate per la vernalizzazione, le brigate per le costruzioni di base, e così via, con qualche piccola fluttuazione. Alcune erano relativamente permanenti, come le brigate per il trapianto del riso, le brigate per il prosciugamento dei campi, le brigate addette allo scavo, le brigate addette al giardinaggio (…) tali brigate praticavano una divisione del lavoro, ma avevano una direzione comune.
«Nelle loro attività agricole, esse si subordinavano alle necessità generali e alle distribuzioni unificate della cooperativa; per esempio, durante la stagione estiva, più del 90% della forza-lavoro dell’intera cooperativa partecipava al raccolto estivo
».

L’articolo concludeva che una tale organizzazione del lavoro, il cui esperimento era durato “molti mesi”, aveva innalzato la produttività del lavoro, eterno corno della produzione capitalistica.

Rapporti ed articoli simili da settimane ormai si pubblicavano sui vari giornali, e nelle diverse regioni e la stura era stata data nientemeno che da un articolo di Mao, Presentazione di una cooperativa, sul primo numero di “Bandiera Rossa” (“Hong Qi”) uscito il 1 giugno; segni questi che indiscutibilmente rivelano come la conferenza di Beidaihe del 17-30 agosto successivo, sulla quale in avanti ci soffermeremo, non avrebbe che ratificato un dato di fatto, e che il raccolto dell’estate sarebbe stato interamente condotto con il già sperimentato nuovo metodo di “lavoro razionale”.

Nuovo metodo che, sempre secondo l’articolo, aveva subitamente manifestato il suo apprezzabilissimo pregio: quello di aumentare il numero degli individui attivi (lavoranti a tempo pieno o parziale) passati, per la Cooperativa n. 38, da 2093 a 2300 con il reclutamento dei vecchi.

E stava nell’introduzione di questo metodo “razionale” la vera e propria rottura con la passata conduzione agricola, rilevata dai più onesti sinologhi.

Nuova potente scossa all’inerte mondo contadino

La riforma agraria susseguente alla costituzione della Repubblica aveva eliminato come forza sociale operante e determinante i proprietari fondiari, ma aveva dovuto lasciare immutata la base economica sulla quale tale strato si reggeva, la piccola conduzione particellare familiare.

Le terre confiscate erano state assegnate a contadini poveri e medi, ma questa partizione era la naturale base per una nuova differenziazione sociale basata non tanto sulla proprietà fondiaria e l’usura, quanto su un primitivo ma iniziale capitale agrario; il “diritto” alla proprietà della terra non era ancora istituzionalizzato che già il regime si era impegnato nel favorire e suscitare la collettivizzazione delle terre, che pareggiò la relativa agiatezza dei contadini ricchi e medi con le peggiori condizioni dei rimanenti contadini, grande maggioranza.

Come abbiamo documentato, la collettivizzazione subì avanzate e rinculi clamorosi, tanto che pure i contadini poveri alla fine la considerarono una mezza disgrazia, cedendo sì le proprie terre ed i propri strumenti di lavoro alle cooperative, ma conservando altresì la casa, l’orto, alcuni alberi ed alcuni animali.

In questa situazione le brigate che furono costituite nelle cooperative, avevano poco o niente innovato del processo produttivo i cui segreti si tramandavano gelosamente di generazione in generazione.

I contadini, poveri o ricchi che fossero, continuavano a lavorare le stesse identiche terre, con le brigate delle cooperative tutti insieme, ma rimaneva il dato che sulle stesse zolle si continuano a svolgere le stesse operazioni dagli stessi uomini, anni prima affittuari poi proprietari infine cooperatori.

L’orto, gli animali da cortile rimanevano poi il rifugio e la sicurezza della singola famiglia la cui routine lavorativa continuava a seguire l’incedere delle stagioni, dei fattori climatici, routine che attendeva a piè fermo un’accumulazione di capitale pure nelle campagne, ben lungi dall’essere proletarizzate.

Era stata l’inevitabile impossibilità del regime di Pechino a stornare verso il settore della produzione agricola, grandi quantità di capitali, necessari all’industrializzazione, a mettere in discussione ed a minare il lento procedere del mondo contadino.

Che significava la “nuova” organizzazione razionale del lavoro ? Ogni contadino veniva reclutato in una squadra di lavoro nella quale svolgeva determinati compiti, inquadrato con contadini con i quali non aveva mai lavorato e con i quali non valevano quei rapporti familiari tanto forti da sussumere nel passato la stessa organizzazione del processo produttivo.

Di più, con la “nuova” organizzazione il contadino si ritrovava a lavorare una terra non sua, non familiare in tutti i sensi, per cui la conoscenza intima del proprio appezzamento di terra perdeva qualsiasi significato; mentre prima poteva far fronte alle idiosincrasie del suolo attingendo dalle sue conoscenze e nozioni, estese ma troppo particolaristiche, adesso non aveva altra risorsa che affidarsi a metodi “universali”, propri del lavoro razionalmente definito, il che negli anni a venire peserà negativamente di fronte non solo alle catastrofi climatiche, ma anche all’ottusità di quadri e dirigenti di partito.

Questa svolta produttiva metteva logicamente in mano ai “quadri” di partito la conduzione e l’organizzazione delle cooperative, quadri dotati di conoscenze generali e ligi agli ordini dell’amministrazione governativa, ma incapaci però di afferrare la conoscenza intima del terreno propria dei vecchi contadini, fedeli custodi dell’equilibrio terre-acque che il Grande Balzo in Avanti successivamente frantumerà, con effetti per lo più disastrosi.

Ai primi di agosto nel corso della sua visita a Hsu shui nella provincia dell’Hebei, a Mao viene riferito da parte del locale primo segretario del Comitato di Partito, che su 110.000 lavoratori del hsien, più di 40.000 erano stati impiegati per la costruzione di impianti idrici, scavo di fonti, messa in opera di industrie locali, rimanendo così per il lavoro dei campi 70.000 uomini, tanti ma insufficienti per gli ambiziosi traguardi della nuova organizzazione razionale.

Dopo i vecchi furono le donne ad essere chiamate a rimediare la carenza di mano d’opera. Le donne nella Cina settentrionale in genere non compivano lavori strettamente agricoli ma erano saldamente incatenate alle fatiche del focolare domestico, tanto che questa rottura col passato ebbe un’immediata ripercussione sull’organizzazione familiare e sulla rimanente proprietà privata della famiglia contadina.

Il dato che poche persone, per lo più inabili, rimanevano a casa ad occuparsi degli interessi privati della famiglia contadina, rese automatico il passaggio degli appezzamenti privati, degli animali da cortile e dei suini, degli alberi come degli attrezzi da lavoro, totalmente alle cooperative in molti posti già denominate “Comuni”, alle quali si demandava la “gestione unificata” di terre, animali ed… uomini !

Se solo in alcune cooperative si arrivò a sostituire le case private con dormitori, certa era la fine della limitata vita privata dei contadini, tutto diveniva pubblico in villaggi-caserme a cui il regime tutto chiedeva, propagandando il raggiungimento del “comunismo” questione di ore !

La carenza di mano d’opera si sarebbe poi fatta valere per un altro importante aspetto. Le vecchie cooperative limitavano la loro estensione al villaggio, tanto che le brigate per i lavori idrici avevano imposto, per la complessità delle opere da realizzare, la fusione di più cooperative. Il Grande Balzo in Avanti con il suo tentativo di “industrialismo agrario” imponeva una gestione unitaria ancora più estesa della forza lavoro, come delle risorse disponibili, per cui le cooperative aumentarono ancor più la loro estensione. Quando giunse il momento del raccolto estivo, dagli ottimi risultati, divenne ancor più evidente la carenza di mano d’opera quindi si rivelò ancor più necessario spostare le squadre e le brigate da un villaggio ad un altro, secondo il momento ottimale del raccolto.

Significativo fu l’editoriale del “Jenmin Jihpao” del 18 agosto, un giorno dopo l’apertura della sessione allargata dell’Ufficio Politico del PCC a Beidaihe decisiva per il lancio del movimento delle Comuni popolari, in cui veniva fatta la cronaca di una fusione di più cooperative della provincia dell’Henan, avvenuta mesi prima:

«Quest’anno in aprile, Duip’ing e P’ingyu, che sono due hsien, hanno iniziato a incorporare le cooperative più piccole in quelle più grandi. Ogni hsien ha costituito una grande cooperativa di 6.000-7.000 famiglie. Nei mesi di maggio e giugno le cooperative dei due hsien hanno incominciato gradualmente a fondersi l’una con l’altra, verso la metà di luglio, l’intera regione subiva l’ “alta marea” delle fusioni e della costituzione delle Comuni Popolari. Per la fine di luglio, il lavoro di fusione delle 5.376 cooperative della regione era fondamentalmente compiuto. Ora 208 Comuni Popolari di vaste dimensioni sono pronte, con una popolazione media di 8.000 famiglie»

La militarizzazione dei contadini

Sul primo numero dell’organo teorico del C.C. “Bandiera Rossa” vi era un articolo significativo di Chen Boda titolato “Sotto le bandiere del compagno Mao”, nel quale si propagandava affinché l’industria, l’agricoltura, il commercio e l’educazione, insieme con l’esercito, venissero combinati in una sola grande “Comune”:

«In questo tipo di Comune, l’industria, l’agricoltura e il commercio sono la vita materiale del popolo, mentre la cultura e l’istruzione sono la vita spirituale, e riflettono la vita materiale. Armare il popolo significa proteggere tale vita materiale e spirituale».

Con logica stringente Chen Boda, saldava il termine Comune con la “militarizzazione” della popolazione, come ugualmente farà un redattore del “Jenmin Jihpao” nel riferire come – in un distretto dell’Hebei – Mao era stato informato, l’11 agosto, che «si era realizzata la militarizzazione; la cooperativa dell’intero hsien aveva costituito più di 90 battaglioni e più di 300 compagnie».

Quando Pechino nel settembre lancerà definitivamente il movimento delle Comuni Popolari, contemporaneamente si avvertì che sarebbe stata ricostruita una milizia popolare, il cui reclutamento fu così rapido che alla fine del 1959 contava 220 milioni di arruolati, di cui 300 mila armati.

Ma è sciocco vedere in ciò l’apoteosi dello Stato popolare che quasi si scioglie nel popolo mettendosi alla mercé della sua volontà. La teoria marxista vi legge ben altro: la mobilitazione sociale evocata dal Grande Balzo in Avanti doveva poggiare su una base salda di quadri fedeli esecutori e capaci di inquadrare il resto dell’intera immensa popolazione; lo Stato era quindi costretto a reintrodurre e mantenere in tempi di pace i sistemi organizzativi ferrei di un esercito in guerra. Se apologia vi deve essere, è dello Stato dittatoriale e militare non di quello popolare !

Lo stesso organo “Bandiera Rossa” tornerà sull’argomento in agosto: «Numerosi lavoratori hanno accettato senza esitazione le forme organizzative della Comune Popolare, e hanno senza esitazione trasformato molto (!) gli antiquati rapporti di produzione (…) I lavoratori, nella loro corsa in avanti, hanno lanciato gli slogan seguenti, che soddisfano lo spirito rivoluzionario: militarizzare l’organizzazione, trasformare l’azione in lotta, collettivizzare la vita ! Ciò che si intende per militarizzazione dell’organizzazione non significa certo che essi siano realmente in procinto di organizzare compagnie militari, e tanto meno significa che essi desiderino dotarsi di gradi militari. Lo sviluppo rapido dell’industria richiede semplicemente che essi diano molto rilievo al carattere organizzativo, richiede che essi agiscano con rapidità nel loro lavoro, in modo più disciplinato e più efficiente, che possano spostarsi all’interno di un quadro più ampio, come gli operai in una fabbrica, oppure come i soldati di una unità militare. Così essi hanno capito che la loro organizzazione richiede la militarizzazione (…) anche se la militarizzazione nel lavoro agricolo non è intesa allo scopo di respingere i nemici dell’umanità, ma allo scopo di portare avanti la lotta contro la natura, essa rende facile la trasformazione di uno di questi due tipi di lotta nell’altro. La Comune Popolare che combina l’industria con l’agricoltura, con il commercio, con la cultura, con l’istruzione e con l’esercito, in un momento in cui non si verificano attacchi esterni da parte del nemico, è un esercito che avanza contro la natura, che lotta a favore dell’industrializzazione dei villaggi, dell’urbanizzazione dei villaggi e per il futuro felice del comunismo nelle campagne. Ma se un nemico esterno osasse attaccarci, tutti potrebbero essere mobilitati, armati ed uniti in un esercito e distruggere il nemico in modo definitivo, risoluto, completo»,

Nel clima “comunista” ne conseguiva che il contadino aveva perduto ogni libertà (tempo, lavoro, metodi e scelta delle colture, ecc.); aveva cessato di appartenere al proprio clan e alla propria famiglia per entrare al servizio esclusivo dello Stato-padrone della Comune.

Così il contadino si trovava ad essere inquadrato come mai era stato in tutta la sua storia, anche se il popolo cinese, essenzialmente agricolo, era abituato sin dalla sua preistoria a comunità rurali autosufficienti, in cui ha sempre condotto un tipo di vita estremamente disciplinato, con ogni suo pensiero e ogni sua azione limitati dalle ferree regole di una concezione della vita in comune sconosciuta al mercantile e commerciale occidente.

La corvée ed il lavoro gratuito dei contadini sono costanti nella storia dell’immensa Cina; la novità stava che lo Stato centrale, estendendo il suo braccio fino all’individuo singolo, mentre prima si arrestava al villaggio, al clan, alla famiglia, poteva generalizzare ed istituzionalizzare mobilitazione e militarizzazione; tanto che sarebbero bastati due o tre anni di sofferenze e di sforzi ed il comunismo, la felicità, sarebbero stati raggiunti, avrebbe scandito la risoluzione di Beidaihe !

Era l’apogeo dell’ideologia di Mao con cui si impone il senso del sacrificio, l’elogio dell’austerità, del lavoro fino allo spasimo, della collaborazione di tutti i membri della società, con il nemico da distruggere rappresentato dalle vecchie abitudini all’immobilismo patriarcale della vita del villaggio, ceppi che oggettivamente si frapponevano alla mobilitazione di massa dell’unica forza produttiva a disposizione, la forza lavoro, proprio in quanto si trattava dare la base all’accumulazione originaria, senza macchine e con uno Stato centrale ai suoi primi passi dopo secoli di guerre civili e di regionalismi.

Significativamente, come i saturnali nazionalisti avevano contraddistinto la statalizzazione dell’industria e la “rifondazione” dell’amministrazione statale, gli appelli alla mobilitazione interna furono accompagnati dalle cannonate contro le isole Quemoy-Matsu ancora sotto il Generalissimo e super protette dagli americani, ultimo tentativo di risolvere con le armi il problema del ritorno della provincia di Taiwan sotto il governo centrale di Pechino. Politica esterna in sintonia con quella interna, tutte due ugualmente borghesi.