L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.37
Категории: China, CPC, History of China, Mao Zedong
Родительский пост: L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato
Эта статья была опубликована в:
Le ultime campagne della sinistra
La campagna della “sinistra” continuò con il numero seguente della rivista “Bandiera Rossa”, il 1° marzo 1975, che pubblicò l’articolo di Yao Wenyuan: “La base sociale della cricca antipartito di Lin Biao”. La penna che, nove anni prima, aveva dato il via alla Rivoluzione Culturale di cui il segaligno Maresciallo Ministro della Difesa era stato un importantissimo campione, se la prendeva con inusitato vigore con il “diritto borghese” (cioè quel diritto “uguale” per persone “ineguali” che è la trave portante dello sfruttamento capitalistico) tuttora pienamente esistente in Cina, Yao si appellava alla dittatura del proletariato per ridurre «le differenze gerarchiche», per circoscrivere i «fenomeni di polarizzazione sociale»: «Incoraggiate da “incentivi materiali”, le idee capitalistiche di ricerca della ricchezza, della fama e del guadagno personale dilagheranno; la proprietà pubblica si trasformerà in proprietà privata, aumenteranno la concussione, il furto e la corruzione. Il principio capitalistico dello scambio delle merci si introdurrà nella vita politica ed anche nella vita di partito, disgregando l’economia socialista pianificata».
Il quadro di Yao Wenyuan era fallace in più punti. Gli incentivi materiali, che erano inevitabili se si voleva aumentare la produzione e lo scambio di merci, prospettiva aperta dei destri emalamente camuffata dei sinistri, erano il risultato non di idee ma di determinati rapporti sociali (quelli capitalistici) che non si sarebbero volatilizzati se, aboliti gli incentivi come nel periodo 1958-60, il regime fosse ritornato all’originaria economia di guerra in cui non si poteva avere scambi di merci in quanto totalmente razionate centralmente, in cui non si aveva lavoro salariato in quanto tutti gli uomini validi disponibili erano comandati in continue corvée gratuite, in cui niente era “proprietà privata” in quanto tutto era per la fisica sopravvivenza di ognuno e di tutti. Deng avrà gioco facile a rispondere, più in avanti, che proprio una economia pianificata ha bisogno di incentivi materiali, che solo basandosi su questi sarebbe stato possibile passare da una estorsione assoluta di plusvalore (alba del capitalismo) ad una estorsione relativa di plusvalore, aumentando la produttività dell’intera economia (investimenti pianificati). Solo questo processo, borghesemente ineccepibile, dirà Deng, potrà difendere e sviluppare la proprietà statale dell’industria, potrà quindi far precipitare l’economia dei rurali nel generale processo sociale di produzione e minerà le chiuse economie private delle squadre e delle famiglie contadine.
La sinistra maoista aveva paura di prendere il toro inferocito dell’industrializzazione per le corna, si rifugiava in declamazioni sulla dittatura del proletariato e nel far questo faceva un’importante ammissione: dopo 26 anni dalla proclamazione della Repubblica Popolare Cinese, etichettata come socialista, «esistevano ancora le classi e la lotta di classe come anche il terreno e le condizioni che generano il capitalismo». Il socialismo, per loro, era confinato nella proprietà statale che temevano in pericolo per il procedere del processo di riproduzione ed accumulazione. Noi dobbiamo aggiungere solo che né il settore dell’industria statale né l’economia privata delle squadre e delle famiglie contadine, avevano niente di socialista ma erano solamente aspetti del difficile processo di industrializzazione, processo in cui l’industria statale e l’economia privata e contadina potevano sussistere e compenetrarsi, a tutto vantaggio del capitale.
Liu Shaoqi e Deng Xiaoping, mai teneri nei confronti degli sprechi e della corruzione di funzionari e burocrati, questo l’avevano capito e senza cercare fama e ricchezze personali, sempre difendendo la centralizzazione economica, rigettarono i principi autarchici dell’originario maoismo, per predisporre la Cina al commercio con il mercato capitalistico mondiale, oggettivo passo in avanti della Rivoluzione Comunista internazionale che avrà un efficace aiuto dal numeroso e giovane proletariato cinese.
Il 1° aprile, sempre sulla rivista “Bandiera Rossa” che era ritornata ad essere la fedele portavoce delle tesi della “sinistra” si pubblicò l’articolo di Zhang Chunqiao:
“Esercitare la dittatura sulla borghesia”; Zhang non svolse tesi nuove ma riassunse tutti i suoi leit motiv. Come Yao Wenyuan additò nella “forza dell’abitudine” la iattura della patria socialista, ma, in più di Yao, ebbe la forza di dirigere i suoi strali anche nei confronti della “piccola produzione”. Più acutamente, Zhang dovette notare che, in quella determinata situazione, «la produzione delle merci, lo scambio attraverso la moneta e la distribuzione “a ciascuno secondo il suo lavoro” saranno inevitabili» e che quindi «lo sviluppo di fattori capitalistici sia nelle città che nelle campagne continueranno ad essere inevitabili». Il suo, fu un ingenuo grido d’allarme: «Se non si pongono loro dei limiti, il capitalismo e la borghesia si svilupperanno ancor più rapidamente». L’abbaglio di Zhang era in altra direzione; lanciava l’accusa, il suo dito si indirizzava non ai “rapporti economici e sociali” (così facendo l’occhialuto Zhang avrebbe potuto anche capire che questi né si idolatrano né si addomesticano con belle o terribili parole, essendo le loro radici ben attaccate nei rapporti di produzione dati ed inevitabili secondo il determinato livello dello sviluppo delle forze produttive), ma, come Yao, al facile quanto falso obbiettivo delle abitudini e delle idee degli uomini: «È innegabile che certi nostri compagni hanno aderito al Partito Comunista solo sul piano organizzativo ma non dal punto di vista ideologico», tuonava Zhang Chunqiao indirizzando la frecciata certamente a Deng Xiaoping che non mostrava nessun imbarazzo.
Lo stesso numero della rivista conteneva un articolo commemorativo delle campagne dei “tre e cinque anti” (“san e wu fan”) che avevano caratterizzato i primi tre anni della Repubblica Popolare ed in cui, con giovanile vigore, corruzione, spreco, burocratismo, frode, evasione fiscale, sottrazione dei beni dello Stato erano stati violentemente repressi dal regime con misure che – a parte le apologie di rito – furono manifestazioni della dittatura del nascente Stato borghese, e non di un impensabile Stato proletario !
I documenti di Deng Xiaoping
I fuochi d’artificio dei famosi Yao Wenyuan e Zhang Chunqiao non ottennero però che minimissimi risultati; come la campagna “contro Lin Biao e contro Confucio” non aveva scalfito le posizioni del prudente Zhou Enlai, così la campagna “per la dittatura del proletariato” dovette limitarsi a semplici invettive giornalistiche e scivolò sulle roccheforti dell’arguto Deng Xiaoping, il quale, nel mese di luglio, condusse a più riprese riunioni con quadri e ufficiali dell’EPL che, il 30 luglio, celebrava l’anniversario della sua fondazione. Dirà Deng, senza rigiri di parole:
«Il lavoro nel campo militare ha in realtà due compiti (…) il primo è che l’Esercito deve essere riportato all’ordine; il secondo riguarda l’equipaggiamento (…) il lavoro di ammodernare l’Esercito deve essere portato avanti in modo pianificato, e per poter realizzare questo compito la ricerca scientifica deve essere messa al primo posto».
Deng, dimenticando volutamente di accennare alla “lotta ideologica” e tutto puntando sull’ammodernamento materiale dell’EPL, da aversi con il ricorso al lavoro degli “esperti”, riandava alle tesi sostenute alla fine degli anni Cinquanta dallo sfortunato Maresciallo Peng Dehuai, dando così un preciso colpo alle tesi maoiste di un Esercito forte del suo legame con le “masse”, invincibile perché “popolare”, “integerrimo” e “fedele”, tesi che erano state clamorosamente sconfessate anche dal procedere della Rivoluzione Culturale, con l’Esercito che aveva dovuto reprimere a più riprese e con durezza le “masse”. Deng, senza tentennamenti, denunciò l’allentamento disciplinare e la scarsità dell’equipaggiamento e dei mezzi a disposizione dell’EPL, scarsità ed insufficienza che erano state brutalmente messe in evidenza con lo scontro fra truppe confinarie russe e cinesi nella primavera 1969.
Ma nel far questo, Deng andava oltre, mirava all’intera conduzione dell’economia, che infatti fu oggetto di due suoi importanti documenti: “Alcuni problemi riguardanti l’accelerazione dello sviluppo industriale” e “Sul programma generale delle varie attività di tutto il partito e tutto il paese”, documenti che, terminati nell’agosto e mai ufficialmente resi pubblici, incominciarono a circolare nella struttura dello Stato e del Partito, presentando in maniera esplicita il programma dell’instancabile vice-primo ministro.
Nel primo di questi documenti, Deng Xiaoping si rifaceva alla direttiva della IV Assemblea Nazionale Popolare di costruire entro il 1980 un sistema industriale ed economico indipendente ed abbastanza completo, per denunciare immediatamente «i vecchi e nuovi elementi borghesi» che «praticano la corruzione, il furto e la speculazione», che «sabotano il piano statale, si dedicano alla libera produzione, alle attività illegali del libero scambio», E se in questo non si differenziava da Zhang Chunqiao, l’aspra critica alla «faziosità borghese» ed al «disordine amministrativo» fu la base di una chiara rivendicazione propria di Deng ma, a suo tempo, anche di Liu Shaoqi: «Senza un potente sviluppo delle forze produttive sociali, il sistema socialista non potrà essere pienamente consolidato; non si può assolutamente criticare come “teoria delle forze produttive” e “specializzazione al posto di comando” se, guidati dalla rivoluzione, si fa bene la produzione».
Deng propose una serie di rettifiche che dovevano interessare i Comitati di Partito delle imprese, gli operai, i tecnici ed i quadri, rettifiche per cambiare il sistema di gestione delle imprese: «Attraverso la rettifica occorre trasformare i Comitati di Partito affetti da “mollezza, disperazione e pigrizia” riorganizzare quelli nei quali il potere è nelle mani dei piccoli intellettuali che non si sono riformati e togliere il potere ai cattivi elementi che lo hanno usurpato (…) A nove anni dalla Rivoluzione Culturale è sbagliato tracciare all’interno della classe operaia delle linee di demarcazione sulla base dei cosiddetti conservatori e dei cosiddetti ribelli (…) Bisogna vedere contro quale classe ci si ribella, contro quale tipo di corrente ci si oppone, bisogna essere particolarmente vigilanti nei confronti di un piccolo numero di elementi che, col pretesto di “ribellarsi” e di “andare contro corrente” compiono attività di sabotaggio (…) A partire dalle condizioni reali occorre istituire e rendere operativi i seguenti importanti sistemi di gestione della produzione: 1) sistema di responsabilità sul posto di lavoro; 2) sistema di controllo della disciplina; 3) regolamento per le operazioni tecniche; 4) sistema di controllo della qualità; 5) sistema di gestione e manutenzione degli impianti; 6) sistemi di sicurezza sul lavoro; 7) sistemi del calcolo economico».
Deng, spezzò più di una lancia contro il caos che regnava nelle imprese, per il ritorno a precisi «sistemi di responsabilità per ogni tipo di lavoro, per ogni posto di lavoro devono esserci responsabilità precise; ogni operaio, ogni tecnico, devono avere responsabilità precise», misure indispensabili per il ritorno ad una pianificazione unica statale che si sbarazzasse, una volta per tutte, delle improvvisazioni maoiste: «La definizione del piano unico statale deve avere basi oggettive, dare sicurezza pure lasciando un pieno margine all’iniziativa. Il Piano deve avere un carattere molto rigoroso, una volta approvato dal Centro e trasmesso alle istanze inferiori deve essere decisamente eseguito dai vari settori, dalle varie regioni e imprese. Occorre lottare contro metodi errati che consistono nel non curare l’insieme, non applicare il piano statale, nel lavorare secondo le proprie concezioni. Nel riaggiustamento del piano, è necessario seguire i regolamenti e le procedure, e sottoporlo all’approvazione».
Il documento di Deng Xiaoping si riassumeva in uno sui punti finali: «Attualmente, sotto molti aspetti, la disciplina è allentata, l’influenza è molto negativa, i danni considerevoli; occorre rafforzare la disciplina, lottare contro ogni tentativo di opporsi alle misure politiche, di trasgredire i regolamenti, il piano unico, di infrangere la disciplina economica e finanziaria, di trasgredire la disciplina di lavoro», misure che pedissequamente richiedevano ordine e disciplina in ogni campo ed aspetto della vita produttiva !
Da qui Deng si aspettava la sconfitta della “pigrizia” e della “corruzione” ! L’ordine e la disciplina erano stati scossi dagli avvenimenti della Rivoluzione Culturale che avevano indebolito la struttura del Partito e dello Stato tanto che il regime di fabbrica, duro e spietato negli anni Cinquanta e nella prima metà di quelli Sessanta, era stato infranto: senza il ritorno ad un tale regime qualsiasi pianificazione economica statale dell’intero processo d’industrializzazione era destinata a cocenti insuccessi.
Le continue mobilitazioni dei maoisti della prima ora non potevano dirigere questo enorme processo di riproduzione ed accumulazione capitalistico perché non si trattava più di procedere ad estensive mobilitazioni di forza lavoro, non si trattava più di aumentare a dismisura l’estorsione di plusvalore assoluto facendo leva su enormi corvée di lavoro gratuito pretese dallo Stato centrale, ma d’introdurre capitalismo, d’introdurre macchine e mezzi di produzione, di far valere il gioco della concorrenza e dell’estorsione di plusvalore relativo. Di fronte a questo compito gigantesco e rivoluzionario per la gialla repubblica il beffardo Deng rispondeva “presente !” e si disponeva a servire le potenti forze sociali del capitalismo (che altro è la “base materiale” del socialismo ?) che con lui parlavano e pretendevano.
In maniera più stringata, anche il secondo documento riprendeva gli stessi temi: corruzione, speculazioni, sabotaggi, aumento della produzione, regolamenti rigorosi, pianificazione unica statale, predominio del Partito, ogni singola questione convergeva nello schema di Deng Xiaoping nella “costruzione del socialismo” e nella “liberazione delle forze produttive” per il cui sviluppo tutto e tutti dovevano sottomettersi, tesi che coerentemente Deng difendeva dal 1949.
L’interregno
Senz’altro, per contrastare la diffusa influenza di Deng, il 4 settembre la stampa ufficiale lanciò la campagna contro il “capitolazionismo”, cioè contro coloro i quali si infiltrano nelle file rivoluzionarie fino ad usurparne il comando e a portarle alla capitolazione ed al tradimento dei loro ideali. Lo spunto era preso da un romanzo classico che descriveva una insurrezione contadina avvenuta tra il X e l’XI secolo. La campagna, fiacca quanto pomposa, non scosse Deng Xiaoping contro cui era diretta e, soprattutto, non scosse le masse che la “sinistra” maoista voleva mobilitare.
Con queste premesse, si svolse prima a Dazhai e poi a Pechino dal 15 settembre al 19 ottobre 1975, la “I Conferenza Nazionale Agricola: Imparare da Dazhai”. Qui avvenne un aperto scontro tra Deng Xiaoping e il suo gruppo, da una parte, ed il gruppo di Shanghai, in quell’occasione autorevolmente rappresentato da Jiang Qing in persona, dall’altra, in posizione mediana, Hua Guofeng appoggiato – a quanto risulta – da Chen Yonggui (il dirigente contadino di Dazhai, vice primo ministro dal gennaio e incaricato del coordinamento della politica agricola) e da altri dirigenti di settore.
I particolari dello scontro, voci insistenti parlarono di scontri fisici tra i delegati della Conferenza, non furono né allora né in seguito resi noti; in ogni caso l’unica relazione riferita dalla stampa fu quella conclusiva di Hua, mentre niente si seppe dell’ “importante discorso” di Jiang Qing e dell’ “importante rapporto” di Deng Xiaoping.
La relazione finale di Hua Guofeng – costruita con un sapiente eclettismo – assunse diversi elementi formali delle posizioni dei quattro ed in particolare il “rilancio” delle Comuni Popolari sul modello Dazhai Brigata di una povera regione che si era sempre contraddistinta per l’alto tasso di accumulazione, per il rispetto ed anche il miglioramento delle norme fissate per la vendita di cereali allo Stato. A Dazhai, vero regno del capitalismo, le attività private delle famiglie non esistevano e, collettivamente, tutto era impiegato per l’accumulazione nonostante le condizioni di vita fossero ben inferiori alla dura normalità delle campagne.
Il rilancio delle Comuni Popolari sul modello Dazhai voleva dire portare la distribuzione e la proprietà delle attrezzature al livello delle Brigate e delle Comuni a detrimento delle proprietà delle Squadre e delle singole famiglie; prudentemente, Hua Guofeng scandì però che questo passaggio veniva rinviato a quando “le condizioni saranno mature”, che non si trattava poi di scatenare un nuovo movimento di lotta di classe nelle campagne (e chi si muoveva !) e che, pertanto, era il Comitato di Partito del distretto a dover essere il protagonista di questo processo. Il primato del Comitato di Partito del distretto era da riaffermare subito, come subito doveva iniziare una intensa meccanizzazione delle campagne cinesi. Non si trattava, evidentemente, di una esplicita adesione alle posizioni di Deng Xiaoping che certo si sarebbe richiamato a imperativi di efficienza, di concorrenza e di produttività, sia per le Squadre che per le singole famiglie contadine, ma certamente il richiamo al primato del Comitato di Partito soddisfaceva il suo richiamo centralista e soprattutto non aveva niente a che vedere con le proposte del gruppo di Jiang Qing, sconfitte più che dalla forza oratoria degli uomini dalla stessa evidente rovina del collettivismo passato, molto passato, delle Comuni, delle Brigate e delle Squadre.
Dirà Hua: «Bisogna risolvere, attraverso la persuasione e l’educazione, la critica e l’autocritica, conformemente alla politica del partito, diversi problemi riguardanti il consolidamento e lo sviluppo dell’economia collettiva. Per esempio, recuperare quella parte di mano d’opera che ha abbandonato la Comune Popolare per impiegarsi altrove a titolo individuale; organizzare gli artigiani sparsi che lavorano individualmente; recuperare al collettivo quegli appezzamenti individuali e terreni incolti dei quali si sono impossessati i membri della Comune superando i limiti della politica del Partito; correggere nel settore della ripartizione la tendenza sbagliata a non accumulare fondi pubblici e a ripartire tutto tra i membri».
E come il “collettivismo” stava ormai indietreggiando sempre più incalzato dall’egoismo familiare ed individuale dei contadini, anche quando il regime inneggiava alla Brigata Dazhai, ugualmente nell’anno 1976 che vedrà di nuovo dirompere una aperta lotta politica, si avrà la definitiva sconfitta della “sinistra” maoista che crollerà clamorosamente proprio quando sembrava battuto il suo primo ed irriducibile avversario, Deng Xiaoping.
L’anno 1976 fu realmente un punto chiave della recente e moderna storia cinese; scomparvero infatti ben quattro dirigenti storici (dopo Kang Sheng, responsabile fin dai tempi di Yan’an dei Servizi di sicurezza e importante pedina della Rivoluzione Culturale, morto il 16 dicembre 1975, l’8 gennaio 1976 morì l’inaffondabile Zhou Enlai; il 6 giugno moriva il maresciallo Zhu De, il condottiero della Lunga Marcia; il 9 settembre sarà la volta dell’inabile ed immobile Mao Zedong), fatto che aprì una serie di crisi e scontri politici violentissimi destinati a durare fino ai primi mesi dell’anno successivo e nel corso dei quali si delineò un nuovo vertice del Partito e dello Stato ed un nuovo indirizzo economico.
La morte di Zhou fu, in un certo senso, il primo catalizzatore: l’ondata fortissima di cordoglio popolare, nonostante il tentativo del gruppo della “sinistra” maoista di soffocarlo, dette la sensazione ai “moderati” (Deng in primo luogo), che si apprestavano a raccogliere l’eredità politica del defunto Primo Ministro, di poter disporre, oltre che di potenti centri nel Partito e nell’Esercito, di un vasto appoggio popolaresco. Deng Xiaoping – appena reduce dagli incontri politici con il presidente americano Ford recatosi a Pechino nel dicembre con il segretario Kissinger – pronunciò il 15 gennaio l’elogio funebre e sembrò, nonostante l’intensificarsi della campagna contro il “vento deviazionista di destra”, in grado di poter assumere la successione.
Ma la grande capacità di Zhou Enlai era stata di perseguire il suo destino di fedele ed integerrimo servitore del regime senza urtare ed irritare gli altri dirigenti, di lui ben più passionali ma meno abili. Deng sapeva sì interpretare e farsi portavoce di enormi forze sociali, che alla fine gli avrebbero dato ragione, ma era incapace di assumere le sembianze della maschera di Zhou e di condurre il suo paziente lavoro. Il troppo moderato Deng, che pure aveva svolto le funzioni di Zhou Enlai durante la sua malattia, era assolutamente inviso alla “sinistra” e in quel momento anche all’inebetito Mao Zedong. Il regime, per non incorrere in una nuova gravissima crisi, fra il destro Deng Xiaoping ed il sinistro Zhang Chunqiao, su cui pesava il voto negativo dell’EPL, scelse una figura mediana e scialba, destinata a gloria breve ed effimera.
Il 7 febbraio Hua Guofeng (dal gennaio 1975 Ministro della Pubblica Sicurezza e sesto tra dodici vice primi ministri) riceverà alcuni diplomatici stranieri in veste di acting Premier, facente funzioni di Primo Ministro, vera e propria investitura. Passarono dieci giorni, ed il 18 febbraio anche il “Jenmin Jihpao” lanciò un violento attacco ai “fautori del ritorno al capitalismo”; l’articolo non faceva ancora il nome di Deng Xiaoping ma lo si leggeva chiaramente tra le righe, per la minuziosa descrizione della sua politica. Meno rispettosi, dazibao affissi nelle maggiori Università di Pechino e di Shanghai, fin dal 12 febbraio etichettarono Deng Xiaoping come il “secondo Kruscev cinese” e come il maggior rappresentante del “revisionismo e del capitolazionismo”. Scelte citazioni e dichiarazioni di Mao, alimentarono per tutto il mese di marzo una martellante campagna di stampa contro il potente vice Primo Ministro.
Fu proprio durante questa campagna contro Deng Xiaoping che, con la ricorrenza cinese dei “Qing Ming”, la festa dei morti, si ebbero i “cosiddetti incidenti” di piazza Tian’anmen, dei quali (con una prassi assolutamente insolita negli organi di informazione cinese) l’agenzia Nuova Cina fornì – dopo che la risoluzione del CC ebbe sancito la destituzione di Deng da tutte le cariche e, parallelamente la nomina di Hua a primo vice presidente del CC (e cioè dopo Mao) e a Primo Ministro – un dettagliato resoconto.
Il dispaccio diffuso dall’Agenzia Nuova Cina l’8 aprile, “Gli incidenti controrivoluzionari di piazza Tian’anmen”, conteneva questi significativi passi: «Un pugno di nemici di classe, sotto il pretesto di onorare il defunto Primo Ministro Zhou, ha escogitato ed organizzato, premeditato e pianificato un incidente politico controrivoluzionario sulla piazza Tian’anmen nella capitale. Essi hanno flagrantemente fatto discorsi reazionari, affisso poesie e si sono dati da fare per la creazione di organizzazioni controrivoluzionarie (…) Innalzando apertamente l’insegna di appoggiare Deng Xiaoping, essi hanno forsennatamente diretto la loro punta di lancia contro il nostro grande dirigente il presidente Mao, hanno tentato di dividere il Comitato Centrale del Partito con alla testa il presidente Mao, hanno cercato di cambiare l’orientamento generale della lotta in corso per criticare Deng Xiaoping e contrattaccare il vento deviazionista di destra, di rovesciare le giuste decisioni e si sono impegnati in attività controrivoluzionarie (…) Nel momento di maggiore assembramento la folla sulla piazza era di circa centomila persone. Fatta eccezione per un pugno di pochissimi elementi intenzionati a creare disturbo, la maggioranza era costituita da persone accorse a vedere cosa stesse succedendo (…) I pessimi elementi esclamavano: “chi può controllare questa situazione ? Non lo può nessuno del Comitato Centrale. Chiunque venisse oggi non sarebbe in grado di tornare via”. Chi si opponeva veniva trascinato al monumento degli Eroi del Popolo e costretto ad inginocchiarsi e confessare i propri crimini».
Seguiva la descrizione di come «alcuni pessimi elementi con i capelli tagliati a zero proclamavano la costituzione di un Comitato del popolo della capitale per commemorare il Primo Ministro. Un pessimo elemento con gli occhiali aveva l’impudenza di annunciare che l’Ufficio di Pubblica Sicurezza doveva dare la risposta entro dieci minuti». Il dispaccio paragonava poi Deng al Primo Ministro ungherese Nagy e affermava che i dimostranti di Pechino avrebbero voluto fargli svolgere lo stesso ruolo reazionario di Nagy nella insurrezione di Budapest del 1956. Nella notte, fra il 5 ed il 6 aprile, «su ordine del Comitato Rivoluzionario della municipalità di Pechino decine di migliaia di operai della milizia popolare – in coordinamento con la polizia popolare e i soldati dell’EPL – prendevano misure risolute e applicavano la dittatura del proletariato».
Insomma, i dimostranti furono decisamente bastonati dalla milizia della capitale inquadrata militarmente e armata di bastoni e scudi per il combattimento corpo a corpo. Una bastonatura che era stata preceduta da assalti dei dimostranti a caserme della polizia ed a singoli poliziotti e che ebbe come risultato finale moltissimi feriti e arrestati fra i dimostranti che sembra, ebbero anche alcuni morti.
Fu una manifestazione “spontanea” ? Non possiamo rispondere a questa domanda. Certo, la morte di Zhou Enlai aveva sortito un vasto cordoglio popolare che, con le fortune di Deng Xiaoping in declino, si indirizzò violentemente contro la stessa figura di Mao Zedong (paragonato alla figura dell’imperatore Qin Shi Huang, autocrate repressore degli intellettuali confuciani, fondatore nel III secolo a.C. della Dinastia Qin) e dei suoi stretti collaboratori, contro cui ancora si scagliava la figura del defunto Zhou con le sue scomode ed impellenti “modernizzazioni”. Così recitava una poesia offerta dai manifestanti alla memoria dell’enigmatico Primo Ministro:
«I demoni ululano mentre noi versiamo il nostro dolore; noi piangiamo ma i lupi ridono, versiamo il nostro sangue in memoria dell’eroe, sollevando le nostre sopracciglia sfoderiamo le nostre spade. La Cina non è più avvolta in completa ignoranza. È finita per sempre la società feudale di Qin Shi Huang. Noi crediamo nel marxismo leninismo. Al diavolo gli studiosi che evirano il marxismo leninismo. Non temiamo di versare il nostro sangue e di dare la nostra vita, il giorno in cui sarà realizzata la modernizzazione dei quattro settori, torneremo a offrire libagioni e sacrifici».
Probabilmente, i seguaci di Deng Xiaoping dettero il loro indispensabile contributo alla riuscita della manifestazione antimaoista, allo scopo di ribaltare gli equilibri che andavano realizzandosi al vertice del PCC, nel clima sempre più oscuro e concitato che divideva la Cina dalla morte fisica di Mao. Di fatto, con successo, la cruenta manifestazione che per un po’ le autorità lasciarono andare avanti e svilupparsi, fu sfruttata per vibrare un colpo basso a Deng che risultò vittima di tutta una serie di fattori e forze ben diverse e ben più potenti dei manifestanti, miliziani e poliziotti della piazza Tian’anmen. Il 7 aprile, una riunione del Politburo in sessione straordinaria approvò due risoluzioni; nomina a Primo Ministro e vice presidente del CC del PCC di Hua Guofeng e destituzione di Deng Xiaoping dalle sue tre cariche, vice primo ministro, vice presidente del CC e Capo di Stato Maggiore dell’EPL.
La morte di Mao Zedong
Mentre con Hua Guofeng la burocrazia del Partito, dello Stato e dell’Esercito, senza la presenza dell’ingombrante e mai domo Deng, si apprestava a giocare la partita finale che con la morte biologica imminente di Mao si sarebbe avuta inevitabilmente, quella che fra breve sarà etichettata “Banda dei quattro”, incapace di mettere in piedi un reale movimento di massa da far valere in un eventuale confronto (erano lontani gli inizi della Rivoluzione Culturale) ed impossibilitata di estendere proprie e salde alleanze al vertice del Partito e soprattutto dell’Esercito, riprese i fili delle campagne anti-denghiane già avviate fin dai primi mesi del 1975. Una di queste, come abbiamo visto, era partita da Mao stesso ed era stata poi sviluppata e ampliata da Yao Wenyuan e da Zhang Chunqiao: sotto accusa fu messo il sistema di distribuzione, con particolare riferimento al sistema salariale su livelli vigenti nelle fabbriche cinesi (e Zhang Chunqiao si domanderà retoricamente nel suo scritto se in presenza di siffatto sistema la Cina possa considerarsi socialista); l’altra campagna fu quella, direttamente legata alla prima, contro il cosiddetto “diritto borghese” (cioè il diritto uguale per persone ineguali, trave portante del dichiarato sfruttamento capitalistico), tutte campagne che, non volendo, mostravano l’insufficiente sviluppo capitalistico della Cina e l’arretrato regime di proprietà e di conduzione dell’agricoltura.
Lo scopo di queste campagne era ripetere il successo ottenuto, dopo Tian’anmen, contro Deng, nella misura più ampia possibile ai danni dei quadri centrali e periferici che si riconoscevano nelle sue posizioni. Le campagne si trascinarono stancamente per tutta l’estate e culmineranno penosamente con il tragico terremoto di Tangshan del 28 luglio 1976 nel quale moriranno oltre mezzo milione di persone. Anche il terremoto, evento naturale che l’uomo potrà un giorno con sicurezza prevenire, ebbe il suo significativo peso negli avvenimenti politici. Mentre Hua Guofeng con intelligente tempestività si recò sul posto e diresse le iniziative di soccorso e di prima ricostruzione, Jiang Qing non trovò di meglio che indirizzare alle vittime un telegramma (“Jenmin Jihpao”, 30 luglio 1976) nel quale cinismo e imbecillità si mischiarono e possono anche spiegare sia il relativo isolamento della Banda dei Quattro sia la virulenza delle manifestazioni contro di loro dopo il loro arresto: «Studiate coscienziosamente le importanti direttive del presidente Mao, approfondite e sviluppate la critica della linea revisionista controrivoluzionaria di Deng Xiaoping».
La morte di Mao Zedong avvenne dopo poco più di un mese, il 9 settembre – nella simbolista e tradizionalista Cina molti avevano visto nel terremoto e in altre calamità naturali il segno che il “Mandato del Cielo” stava per scadere – e finalmente dette il via alla violenta chiarificazione dei contrasti politici al vertice del Partito e dello Stato.
Come in una commedia, all’indomani della morte dell’infallibile presidente, battuto di gran lunga da Zhou Enlai in quanto a cordoglio suscitato, il vertice del PCC fece mostra di compattezza e unità, tutti i maggiori membri del CC parteciparono alle cerimonie in memoria dello scomparso che si tennero dall’11 al 18 settembre sotto la presidenza del giovane Wang Hongwen. Il 18, Hua Guofeng prese la parola e riaffermò i temi fondamentali della linea maoista, ricordò l’esistenza delle classi e delle contraddizioni di classe durante tutta la “transizione socialista”, riaffermò la tesi della particolarità della lotta di classe durante la “transizione”, tutti rigiri di parole per giustificare come dal 1949 la Cina cosiddetta socialista continuava ad essere teatro di enormi lotte sociali e politiche. Citò pedissequamente la formula con cui Mao caratterizzava Deng Xiaoping ed i suoi: «Si fa la rivoluzione socialista, e non si sa nemmeno dov’è la borghesia; ora nel partito esiste: sono i responsabili avviati sulla via capitalistica, che non hanno mai smesso di seguirla».
Nello stesso discorso, Hua Guofeng dichiarò anche che la Rivoluzione Culturale «ha spezzato i complotti di restaurazione orditi da Liu Shaoqi, Lin Biao e Deng Xiaoping, e sottoposto a critica la loro linea revisionista».
Ma gli improperi contro Liu, Lin e Deng erano un cemento che non poteva bastare a mantenere unito il rimasto vertice del Partito che, con la scomparsa di Zhou Enlai e del suo bilancino, doveva, dopo aver accantonato momentaneamente il moderato Deng, gettare la zavorra delle posizioni estreme della sinistra maoista.
Quasi alla scadenza dei 30 giorni di lutto indetti, nella notte fra il 6 e il 7 ottobre, Jiang Qing, Zhang Chunqiao, Wang Hongwen e Yao Wenyuan furono arrestati da un distaccamento della Guardia Speciale addetta al CC comandato da Wang Dongxing, personaggio che allora si guadagnò la poco nobile fama di spalleggiatore del vincitore di turno, e probabilmente dallo stesso Hua Guofeng e da Ye Jianying e Li Xiannian, personaggi che anche secondo le recenti dichiarazioni ebbero un ruolo importante nella disgrazia dei Quattro.
Secondo la cronologia ufficiale, Hua Guofeng l’8 ottobre fu nominato presidente del CC e della Commissione militare del CC, cariche che sommava a quella di Primo Ministro. Lo stesso giorno fu annunciata la costruzione di un mausoleo dove sarebbero state deposte le spoglie di Mao e fu resa pubblica la decisione di stampare il V volume delle Opere Scelte di Mao che comprendevano gli scritti tra il 1949 ed il 1957, evidente mossa del vertice per legittimare il suo nuovo assetto rifacendosi all’autorità ed al prestigio di Mao e mostrandosi come il suo unico depositario ed interprete.
Solo il 15 ottobre, iniziò a Pechino, un po’ in sordina, una campagna di dazibao contro i “crimini della cricca anti-partito dei Quattro”. Non era che l’inizio: se sulle prime la nomina di Hua al massimo vertice del Partito fu annunciata discretamente sulla stampa, il 21 ottobre, ben organizzate in tutte le principali città, imponenti manifestazioni (un milione e mezzo a Pechino) acclamarono la scalata di Hua Guofeng e ufficialmente fu ammessa la sconfitta della “cricca anti-partito dei Quattro”, Jiang Qing, Zhang Chunqiao, Wang Hongwen e Yao Wenyuan furono accusati dei crimini più infami: cospirazione contro il Partito, falsificazione delle parole di Mao, opposizione all’idea di conservare la salma del defunto in un sarcofago di cristallo. Il 22 altro annuncio ufficiale; un “complotto contro i poteri della Repubblica” era stato sventato e gli autori del tentato colpo di Stato, oramai denominati “Banda dei Quattro”, erano stati “liquidati”. Altre dimostrazioni di approvazione furono organizzate in tutte le grandi città. Il 24 ottobre a Pechino, nella piazza Tian’anmen, una enorme folla acclamò Hua Guofeng: “Viva il presidente Hua, che viva mille anni”. Il 25 ottobre, con la destituzione dei Quattro da tutte le loro funzioni, si compiva un altro atto della commedia cinese, una commedia in cui molti inani personaggi hanno dovuto perire sotto le forze sociali da loro stesse evocate.
Come sempre è avvenuto in Cina, quel regolamento dei conti al vertice, incruento quanto verbalmente eclatante, dette il via ad una fase di repressione sanguinosa a danno dei quadri e dei seguaci dei “Quattro” sparsi un po’ in tutto il paese. Nonostante il “Quotidiano dell’Esercito” intitolasse l’editoriale del 29 ottobre: “Il compagno Hua Guofeng è il capo incontestabile del nostro Partito”, questo era ben lungi dall’essere ancora scontato. Una vera e spietata purga iniziò negli ultimi mesi del 1976 e durò per tutto il 1977, coinvolgendo circa un terzo del totale dei quadri del PCC, in maggioranza quelli formatisi dopo la Rivoluzione Culturale; arresti e numerosissime fucilazioni (il cui numero è impossibile valutare) si ebbero per tutto l’immenso paese che in questo modo si apprestava ad accogliere un nuovo clamoroso ritorno del moderato e duro Deng Xiaoping.