“Rivoluzione culturale”: Rivoluzione borghese Pt.4
Categorie: China, Cultural Revolution, Mao Zedong
Questo articolo è stato pubblicato in:
(Continuazione e fine dai numeri 11, 12 e 13)
Nel giugno 1957, Mao pubblicava il testo di un suo discorso « Sul giusto modo di trattare le contraddizioni tra il popolo », che oggi è citato come un documento di base della « rivoluzione culturale », Come si ricorderà, egli distingueva due tipi di contraddizioni di natura completamente diversa: le contraddizioni antagonistiche fra il « popolo » e i « nemici del popolo » (in primo luogo, l’imperialismo), e le contraddizioni dette « non antagonistiche » in seno al popolo stesso. Fra queste ultime, Mao citava con molto eclettismo le contraddizioni esistenti fra classe operaia e contadina, fra proletariato e borghesia nazionale, fra lavoratori e intellettuali, fra governanti e governati, ecc. Oltre alla funzione di proteggere il paese « dalle attività sovversive e dall’eventuale aggressione del nemico esterno », lo Stato doveva avere, secondo Mao, quella di « trattare adeguatamente » le contraddizioni « non-antagonistiche », in modo che non si trasformassero in contraddizioni antagonistiche e non ostacolassero la « costruzione del socialismo ». Il meno che si possa dire è che lo Stato di « democrazia popolare » è venuto meno in tutto e per tutto a questi compiti di « pace sociale » e di collaborazione interclassista come noi avevamo previsto in perfetta coerenza con la dottrina marxista dello Stato e degli antagonismi di classe.
Le “contraddizioni fra il popolo” nel 1956
La nostra prima replica alle elucubrazioni pseudo-dialettiche di Mao sulle contraddizioni in regime nazional-socialista era consistita nel mostrare che non esiste differenza di natura fra gli interessi dell’imperialismo e quelli del capitalismo « nazionale », allo stesso modo che non v’è barriera insormontabile fra le contraddizioni in seno al « popolo », il modo di trattarle, e gli antagonismi del mercato mondiale. I fatti hanno già fornito di questa critica una riprova indiscutibile. E questi fatti, che hanno messo a mal partito « il pensiero di Mao », risiedono nelle peripezie del « grande balzo in avanti », di cui il testo sulle contraddizioni fu in certo modo la base teorica. E’ nello sforzo produttivo del popolo cinese, infatti, che Mao vedeva la « soluzione » degli antagonismi crescenti nel campo « socialista » e sul mercato mondiale. Ora, come abbiamo visto, lo Stato cinese non ha potuto far altro che imporre alle masse in tutto il suo rigore questa stessa legge del mercato, aggravando gli antagonismi economici e sociali interni al punto che, sin dalla fine del 1962, alla X sessione del Comitato Centrale, Mao si è visto costretto ad agitare un « pericolo di restaurazione del capitalismo ».
E’ tuttavia con la « rivoluzione culturale » che la « dialettica » maoista delle contraddizioni è saltata per aria. Il « pensiero di Mao » credeva di poter ridurre tutte le contraddizioni del mondo moderno a un solo e identico antagonismo fra « nemici del popolo » e « amici del popolo » fra paesi imperialisti e paesi arretrati. A poco a poco, i fatti l’hanno costretto a riconoscere che gli antagonismi di classe non risparmiano né i paesi arretrati e neppure i paesi « socialisti »: le stesse contraddizioni che nel 1957 si proclamavano « non-antagonistiche », sono oggi scoppiate fin nelle anticamere del potere che si era fissato il compito di trattarle « adeguatamente ». Ci si dice, infatti, che si stanno svolgendo in Cina delle grandi lotte di classe, dalle quali il proletariato uscirà vincitore. Noi domandiamo a quale programma e a quali interessi di classe si ispirino le campagne di « rivoluzione culturale »: e per tutta risposta ci si presenta come loro obiettivo l’indipendenza nazionale e la costruzione economica della Cina! Non solo ma di queste famose lotte di classe non ci si offre che una caricatura pietosa: come se la posta in gioco di una vera lotta di classe potesse essere di sostituire questo o quel burocrate diventato « nemico del popolo »! Non è dunque nel cervello delle guardie rosse, nelle parole d’ordine della propaganda ufficiale, e nelle acrobazie « dialettiche » di Mao, che si deve cercare l’opposizione di interessi di classe irriducibili.
Nel suo rapporto sulle « contraddizioni tra il popolo », Mao scriveva: « Nel 1956, piccoli gruppi di operai e di studenti si sono messi in sciopero in certe località. La causa immediata di questi disordini è stata il mancato accoglimento di certe loro richieste di miglioramenti materiali, richieste di cui alcune avrebbero potuto e dovuto essere accolte, mentre altre erano inopportune o eccessive, e perciò inaccoglibili per il momento. Ma una ragione più importante fu il burocratismo dei dirigenti … Un’altra causa di quei disordini è stata l’insufficienza dell’opera educativa – ideologica e politica – svolta tra gli operai e gli studenti » (tr. it., Torino, Einaudi 1957, pp. 56-7).
Così, dal 1957, Mao riconosceva che, « in seno al popolo », le contraddizioni « non-antagonistiche » potevano trasformarsi in antagonismi violenti. E ne attribuiva la causa non tanto ad una simpatia per gli insorti di Budapest, quanto a interessi immediati di gruppi proletari colpiti dall’ industrializzazione accelerata iniziatasi in Cina verso la fine del 1955. Comunque, Mao si rifiutava di ammettere come causa essenziale del movimento di scioperi del 1956 l’incompatibilità più assoluta fra gli interessi della costruzione nazionale cinese e gli interessi di classe del proletariato. Le principali ragioni dei « disordini » erano per lui il « burocratismo » e l’insufficienza dell’« opera educativa ideologica e politica ». Mao si limitava a rimproverare agli operai cinesi di mettere i loro « particolari » interessi al disopra degli interessi « generali » dello Stato: « Per sradicare la causa profonda dei disordini dobbiamo eliminare il burocratismo, migliorare grandemente l’educazione ideologica e politica, ed affrontare in modo corretto tutte le contraddizioni ».
E le “contraddizioni,, oggi
Sembrerebbe che, in Cina, i mandarini abbiano la pelle dura e che, fra il 1957 e il 1967, abbiano particolarmente prolificato, dal momento che la « rivoluzione culturale » ha avuto teoricamente lo scopo di cacciarli dal potere e che, in città come Pechino, Shanghai, ecc., si sono dovute sciogliere le istanze superiori del partito per sloggiarli dal potere. Ma non è qui il tratto più caratteristico della « rivoluzione culturale ». L’importante, per noi, è che il movimento più o meno confuso degli operai cinesi nel 1957 ha messo in luce interessi di classe inconciliabili con l’idea che l’una e l’altra fazione si facevano degli interessi superiori dello Stato, Per quel che ne sappiamo, le divergenze fra Mao e i suoi avversari in materia di politica economica riguardano il difficile problema della via da seguire non per dirigersi verso il « socialismo », ma per assicurare una rapida costruzione dell’economia nazionale. La posizione di Mao è da tempo ben nota. Noi abbiamo mostrato come essa discenda dall’evoluzione dei rapporti interni nel campo « socialista » e sul mercato mondiale: la Cina dovrà contare sulle sole sue forze e compensare la mancanza di capitali esteri con una tensione inaudita della volontà, con un poderoso sforzo di « investimento umano ». La posizione dei suoi avversari, che si è indubbiamente rafforzata dopo l’insuccesso del « balzo in avanti», rinfaccia a Mao di non tener conto delle leggi obiettive dell’economia e, alla maniera degli economisti russi, suggerisce di « costruire il socialismo » cinese utilizzando tutte le leve dell’economia mercantile. Un articolo del « Quotidiano del Popolo » critica in questi termini il programma « revisionista » di Sun Yeh-fang, ex direttore dell’Istituto economico dell’Accademia delle Scienze: « Attaccando vilmente il CC del Partito Comunista. le Tre Bandiere Rosse del partito [cioè la « linea generale per la costruzione del socialismo », il « grande balzo in avanti » e le « comuni popolari », il sistema socialista e il pensiero di Mao Tse-tung, Sun Yeh-fang ha presentato il suo « programma economico » revisionista, tentando di opporsi alla posizione preminente del pensiero di Mao Tse-tung e della politica proletaria col mettere in primo piano il profitto e il danaro. Egli ha cercato invano di modificare i rapporti di produzione socialisti, e di trasformare le aziende socialiste in aziende capitaliste » (numero del 12-VIII-1966).
In qual misura un simile « programma revisionista » può identificarsi con quello dei Liberman russi? e in qual misura sarebbe applicabile alla Cina, in cui ogni liberazione del mercato rischierebbe di compromettere un fragile equilibrio economico e la stessa indipendenza nazionale? Per noi, tutto questo ha un’importanza relativa. Il programma di Mao, come quello dei suoi avversari, non supera l’orizzonte nazionale del capitalismo cinese e, in ultima analisi, gli uni e gli altri chiamano allo stesso modo « socialismo » una società fondata sul profitto. Lo dimostra la replica del « Quotidiano del Popolo » alla critica di Sun, secondo cui Mao non terrebbe conto della legge del valore: « Noi siamo decisamente contrari a mettere in primo piano il profitto, pur dando all’aumento della produzione e alla pratica delle economie tutta la loro importanza: noi sosteniamo che tutti i settori e tutte le unità economiche devono compiere grandi sforzi, lavorando per l’accumulazione da parte dello Stato e assumersi di versare i loro profitti al Tesoro come lo Stato chiede ».
E’ dunque evidente che il proletariato cinese non deve attendersi da Mao né da Liu la chiave della sua emancipazione. I problemi della rivoluzione culturale » riguardano soltanto la forma e il grado del suo sfruttamento. Certo, non è possibile dare un quadro particolareggiato delle vere lotte di classe che si sono svolte in Cina intorno alla « rivoluzione culturale »; si può tuttavia mostrarne le tendenze generali.
Il proletariato cinese non è stato né una massa indifferente né un giudice supremo che le due fazioni del partito abbiano cercato di guadagnare alle loro rispettive concezioni sull’economia e sulla politica nazionale. Certo, esso non ha respinto entrambi gli avversari, insieme al loro bagaglio culturale comune. Ciò presupporrebbe una coscienza di classe che solo un partito diverso da quello di Mao e Liu potrà restituire al proletariato rivoluzionario. Là dove sono intervenuti, gli operai dei grandi centri industriali hanno però almeno messo avanti i loro interessi di classe come se s’infischiassero dei due protagonisti, egualmente solleciti dell’interesse nazionale. Basti un esempio. Nel gennaio 1967, i partigiani di Mao riuscirono a silurare i dirigenti del partito e dei sindacati a Shanghai e in altre città accusati di aver fomentato degli scioperi e di aver accordato aumenti di salario « demagogici » per ostacolare la « rivoluzione culturale ». I partigiani di Mao invece « suggerivano » agli operai di far dono allo Stato del 30% dei salari, e di assicurare una produzione aumentata per il trionfo della « rivoluzione culturale ». Ma, due mesi dopo, le nuove associazioni professionali create a questo scopo furono a loro volta sciolte per aver formulato le rivendicazioni economiche e perseguito gli interessi egoistici di categorie particolari », come scrive il « Quotidiano del Popolo ». Le rivendicazioni degli operai cinesi non erano dunque opera di « demagoghi », ma rispondevano a una pressione esercitata dallo Stato sulle loro condizioni di vita e di lavoro.
Non è la prima volta che il proletariato, di fronte alle frasi vuote sulla « costruzione del socialismo », bada ai propri interessi – egoistici », Nel 1959, i dirigenti cinesi dovettero confessare che il movimento delle comuni popolari si era fermato alle porte delle grandi città, e che gli operai non avevano voluto saperne di comuni urbane in cui la retribuzione in natura assomigliava troppo al « truck-system » e per nulla al comunismo. Non v’è dubbio che il « movimento di educazione socialista » prima, la « rivoluzione culturale » poi, hanno cercato di riprendere il compito che non era stato possibile assolvere all’epoca delle comuni. E l’ha ripreso là dove nel 1959, era fallito: in seno al proletariato. Finora, il contadiname cinese aveva sopportato il peso maggiore dell’accumulazione capitalistica. Con esso si era fatta la rivoluzione, sulle sue spalle si erano assicurate l’indipendenza nazionale e la ricostruzione del paese. Ma ora non si può più far nulla senza uno sfruttamento intensificato della classe proletaria. Ecco il segreto della « rivoluzione culturale »! Non ci si venga a dire, quindi, che il contadino cinese ha accettato il « socialismo », e che ora si tratta di vincere «l’egoismo» dell’operaio per fargli digerire il programma e i sacrifici della « democrazia nuova ». Se la disputa fra i dirigenti cinesi non rispecchia che prospettive divergenti sullo sviluppo del capitalismo in Cina, questo stesso sviluppo rivela con sempre maggior forza l’irriducibile antagonismo delle classi e dei loro interessi « egoistici ». Quanto alla funzione sociale dello Stato – questo « egoista » in capo, – essa appare sempre più come una funzione di classe che la « democrazia popolare » esercita non nell’interesse immediato e futuro del proletariato rivoluzionario, ma nell’interesse di tutte le classi della Nazione che dal solo suo lavoro attendono la loro prosperità.
Il naufragio del ‘socialismo in un solo paese,,
Fra l’« economismo » di Liu Shao-chi e la parola d’ordine: « Politica anzitutto! » di Lin Piao, il proletariato non ha da scegliere, così come non ha da scegliere fra Pechino e Mosca in un conflitto di interessi nazionali-borghesi, anzi imperialistici, ai quali i suoi interessi e il suo programma di classe sono completamente estranei. E’ ben certo che sul solo terreno dei suoi interessi economici immediati (e a maggior ragione sotto la suggestione dei sogni di « benessere» e di « progresso » sociale alimentati dalla democrazia mondiale), il proletariato non saprà fare la sua « rivoluzione culturale », né abbattere il suo nemico di classe a Pechino, Mosca o New York. Perciò anche noi gridiamo: « Politica anzitutto! » Ma quale politica? Che la controrivoluzione staliniana non abbia insegnato nulla ai dirigenti di Pechino è normale. Ma il proletariato internazionale non può più ignorare, oggi, che la politica di « costruzione del socialismo in un solo paese » non è altro che la politica di sopravvivenza del Capitale alla scala del mondo.
Fine