Интернациональная Коммунистическая Партия

Il pelo maoista ed il vizio opportunista Pt.3

Категории: Karl Marx, Maoism, Opportunism, Union Question

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Nelle puntate precedenti di questo articolo, apparse nei numeri 7 e 8 del « Programma comunista », abbiamo dimostrato come le tesi dei filocinesi sui caratteri generali dell’attuale periodo storico costituiscano la negazione più completa della dottrina e dell’analisi marxiste pur sotto la veste di un chiassoso richiamo alla tradizione rivoluzionaria, nella quale peraltro includono anche lo stalinismo, di cui noi dimostrammo già dal 1926-27 il ruolo controrivoluzionario che doveva trovare il proprio coronamento nel 1939-45 con la seconda tragica tournée socialsciovinista.

Secondo costoro, dunque, il cuore del capitalismo e del movimento sociale sarebbe emigrato nella cosiddetta « zona delle tempeste » dove ormai si giocherebbe la mano decisiva della partita storica. Il capitalismo avrebbe allestito nelle metropoli industriali un meccanismo anticrisi, il cui funzionamento potrebbe essere vanificato solo dall’eventualità di una sconfitta militare dell’imperialismo nelle giungle e nelle savane dei paesi sottosviluppati. Di qui tutta la mitologia sulle « nazioni emergenti » e la predicazione dell’appoggio da parte del proletariato mondiale alle borghesie nazionali di Asia, Africa e America Latina, che sole avrebbero la materiale possibilità di far saltare quella che i filocinesi chiamano l’« internazionale capitalistica », schiudendo così la porta alla crisi e alla vittoria proletaria in Occidente.

Tutta questa tirata teorica, o meglio pseudoteorica, che, come abbiamo mostrato, volge le terga alle Tesi 1920 del Comintern sulle questioni nazionale e coloniale, e in ultima analisi si riduce a prospettare senza nessuna originalità una fase di stabilità sociale per l’Occidente, serve a contrabbandare il programma stravecchio della pugnalata alla schiena dei proletari. Saremmo infatti dinnanzi ad una « nuova » fase storica del capitalismo con caratteristiche tali da assegnare al proletariato delle metropoli imperialiste, e quindi mondiale, non il ruolo di principale forza eversiva come nella concezione di Marx e di Lenin, bensì quello di ala o di « seconda linea » in un preteso schieramento antimperialista. Allora, sputano fuori i maoisti, ci vuole un programma particolare transitorio nella attesa millenaria dell’ultima fase del capitalismo, visto e considerato che il povero Lenin non aveva capito un accidente.

Il «programma transitorio»

È appunto di fronte alla realtà, quella dea che i traditori del marxismo sempre invocano affinché stenda il suo manto a protezione di tutte le possibili voltate di gabbana, che il « nuovo » programma transitorio d’azione dei filocinesi rivela le stimmate della putrefazione opportunista. Non il soffio purificatore, come pretenderebbero, di una elaborazione dottrinale e programmatica mirante alla riscossa proletaria, ma l’alito fetido dei mastini della borghesia pronti ad azzannare alla gola gli operai.

Ma sentiamo dunque la musica del nuovo « Sturm und Drang » maoista:

« Le parole d’ordine e le lotte per obiettivi transitori e parziali, da un lato possono portare a miglioramenti delle condizioni dei lavoratori, dall’altro costituiscono una valida palestra di formazione della coscienza rivoluzionaria delle masse… La questione delle riforme può costituire una trappola per le masse lavoratrici, perché la borghesia se ne serve per modifiche utili al proprio sistema, ingenerando nel contempo pericolose illusioni » (citiamo sempre dal « Programma d’azione » di Nuova unità e le sottolineature sono nostre).

Si noti la contrapposizione tra i miglioramenti delle condizioni dei lavoratori e la formazione della « coscienza rivoluzionaria delle masse ». I primi assumono subito una consistenza corporea, mentre la seconda resta una pura e semplice formula rituale circondata di nebbia. E nella parte finale della citazione abbiamo l’opera d’arte: una parola, quel « può » buttato lì con fare noncurante in quella che dovrebbe essere la tesi antiriformista, la trasforma nella constatazione, che non è una posizione politica, secondo cui le riforme possono essere un imbroglio… ed anche non esserlo (quest’ultima sì però è una tesi politica… riformista!). Continuiamo ad ingoiare setole di maiale sminuzzate…

In sintesi: 1) sono possibili stabili miglioramenti delle condizioni di esistenza dei lavoratori in regime capitalista; 2) vi sono riforme che non sono una fregatura. Questi gli gnocchi che galleggiano nell’acqua della pentola filocinese!

Parla Marx

Procediamo con ordine e dimostriamo anzitutto come il primo argomento dei giallognoli italici rivesci la concezione marxista sui rapporti tra il partito politico comunista e l’azione economica del proletariato. Scrive Marx in Lavoro salariato e capitale: « Un aumento sensibile del salario presuppone un rapido aumento del capitale produttivo… Se il capitale aumenta rapidamente, per quanto il salario possa aumentare, il profitto del capitale aumenta in modo sproporzionatamente più rapido. La situazione materiale dell’operaio è migliorata, ma a scapito della sua situazione sociale. L’abisso sociale che lo separa dal capitalista si è approfondito… quanto più rapidamente la classe operaia accresce e ingrossa la forza che le è nemica, la ricchezza che le è estranea e la domina, tanto più favorevoli sono le condizioni in cui le è permesso di lavorare a un nuovo accrescimento della ricchezza borghese, a un aumento del potere del capitale, contenta di forgiarsi essa stessa le catene dorate con le quali la borghesia la trascina dietro di sé ».

Risulta chiaro che il proletariato non può veder migliorate le proprie condizioni economiche senza che peggiorino le condizioni sociali di esistenza prese nel loro insieme. In parole povere, se l’operaio può comprare di più, egli paga tale beneficio materiale apparente con un’ulteriore schiacciante intensificazione dello sfruttamento.

D’altra parte, sottolinea Marx, il fatto che all’aumento dello sfruttamento si accompagni un miglioramento delle condizioni economiche degli operai si presenta come un caso del tutto eccezionale: « Quanto più la divisione del lavoro e l’impiego delle macchine si estendono, tanto più si estende la concorrenza fra gli operai, tanto più si contrae il loro salario… Se il capitale cresce rapidamente, cresce in modo incomparabilmente più rapido la concorrenza fra gli operai, cioè sempre più diminuiscono proporzionalmente i mezzi di occupazione, i mezzi di sussistenza per la classe operaia, e ad onta di ciò il rapido aumento del capitale è la condizione più favorevole per il lavoro salariato ». In generale, cioè, un aumento del capitale, che è la condizione indispensabile di un aumento del salario, tende piuttosto ad abbassare il salario reale al di sotto dei suoi limiti precedenti.

Marx sottolinea ulteriormente questo concetto in Salari, prezzi e profitti: « In tutti i casi che ho considerato, e che sono il 98 su 100, avete visto che una lotta per l’aumento dei salari si verifica soltanto come conseguenza di mutamenti precedenti ed è il risultato necessario di precedenti variazioni nella quantità della produzione, delle forze produttive del lavoro, del valore del lavoro, del valore del denaro, della estensione o dell’intensità del lavoro estorto, delle oscillazioni dei prezzi di mercato dipendenti dalle oscillazioni della domanda e dell’offerta e corrispondenti alle diverse fasi del ciclo industriale: in una parola, sono reazione degli operai contro una precedente azione del capitale. Se considerate la lotta per un aumento dei salari indipendentemente da queste circostanze, e prendete in considerazione solo i mutamenti dei salari, trascurando tutti gli altri mutamenti dai quali essi derivano, partite da una premessa falsa per arrivare a false conclusioni ».

Da tale constatazione fondamentale si ricava il rapporto tra l’azione economica del proletariato e il partito quale depositario del programma rivoluzionario comunista. 

I conflitti economici tra salariati e capitalisti non vengono scatenati artificialmente dal partito agitando la parola d’ordine dei miglioramenti della condizione operaia sic et simpliciter, ma sono il prodotto permanente dello stesso meccanismo capitalistico che tende continuamente ad abbassare il livello dei salari sotto il minimo esistenziale. Appunto perché tali conflitti sono necessari, insopprimibili, fisiologici, la difesa delle condizioni di vita dei lavoratori non è l’obiettivo del partito (fosse pure « parziale » o « transitorio » come dicono i filocinesi), bensì il mezzo che il partito usa come cinghia di trasmissione in seno alle masse del programma rivoluzionario, l‘occasione per allargare il campo della lotta e condurre un sempre maggior numero di operai alla constatazione che occorre puntare su mete più vaste.

Azione economica e azione rivoluzionaria

Si legge ancora in Salari, prezzi e profitti: « Se la classe operaia cedesse per viltà nel suo conflitto quotidiano con il capitale, si priverebbe essa stessa della capacità di intraprendere un qualsiasi movimento più grande. Nello stesso tempo la classe operaia, indipendentemente dalla servitù generale che è legata al sistema del lavoro salariato, non deve esagerare a se stessa il risultato finale di questa lotta quotidiana. Non deve dimenticare che essa lotta contro gli effetti, ma non contro le cause di questi effetti; che essa può soltanto frenare il movimento discendente, ma non mutarne la direzione; che essa applica soltanto dei palliativi, ma non cura la malattia. Perciò essa non deve lasciarsi assorbire esclusivamente da questa inevitabile guerriglia, che scaturisce incessantemente dagli attacchi continui del capitale o da mutamenti di mercato. Essa deve comprendere che il sistema attuale, con tutte le sue miserie che accumula sulla classe operaia, genera nello stesso tempo le condizioni materiali e le forme sociali necessarie per una ricostruzione economica della società. Invece della parola d’ordine conservatrice: « un equo salario per un’equa giornata di lavoro » gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario: « soppressione del sistema del lavoro salariato ».

In conclusione, mentre la posizione dei marxisti è: dall’impossibilità di uno stabile miglioramento delle condizioni dei lavoratori in regime borghese, allo schieramento e all’azione rivoluzionaria per la distruzione del capitalismo attraverso la mediazione del partito depositario della coscienza comunista; la posizione dei filocinesi è invece: formazione nelle masse di una coscienza « rivoluzionaria » (sic!) basata sull’idea che sia possibile una evoluzione interna del regime capitalista tale da eliminare quell’incertezza del domani, che definisce il destino dei lavoratori nell’attuale società come quello di moderni schiavi salariati. Siano mille volte maledetti, questi diffusori di oppio sociale!