URSS Società Anonima
Categorie: Opportunism, Public debt, Stalinism, USSR
Questo articolo è stato pubblicato in:
Il Consiglio dei Ministri dell’Unione sovietica ha deciso il 24 dello scorso mese il lancio di un nuovo colossale prestito di quindici miliardi di rubli. Cifra veramente impressionante, se si considera che il rublo è circa un quarto di dollaro, e cioè poco meno di 200 lire italiane. Quindici miliardi di rubli, per chi ama la precisione, equivalgono a circa 2300 miliardi di lire.
Prestiti di Stato nei paesi capitalistici sono ordinaria amministrazione. In Italia, la radio svolge addirittura il servizio di pubblicità alle obbligazioni I.R.I.-S.I.D.E.R., invitando gli ascoltatori, miliardari in villeggiatura o disoccupati impegnati nei cantieri-scuola che siano, a sottoscrivere al prestito a favore della siderurgia nazionale. In Russia nulla avviene di diverso. Né il parallelo può dirsi arbitrario visto che se le industrie di grandi dimensioni sono lassù di proprietà dello Stato, in Italia le industrie siderurgiche sono pure esse, in sostanza se non di forma, proprietà dello Stato tramite l’I.R.I.
Lo Stato sollecitatore di prestiti non è dunque una novità al di là della cosiddetta cortina di ferro. Non lo sono neppure le modalità dei prestiti.
Quello di cui ci occupiamo, e che secondo l’«Unità» (29-6) fu superato in appena 3 giorni, essendo stato sottoscritto per la somma di 15.343 milioni di rubli entro il 27 giugno sera, non presenta nessuna differenziazione dallo schema usuale di analoghe operazioni finanziarie eseguite quotidianamente dalle società anonime e dai Ministeri delle Finanze dei paesi di avanzato capitalismo. Chi acquista le cartelle dei prestiti emessi dal Governo di Mosca ha diritto ad interessi annui, a premi, a esenzioni da tassazioni statale e locale. I titoli sono negoziabili, per cui costituiscono l’oggetto di un mercato di valori mobiliari. Prova decisiva questa che il mercantilismo, la trasformazione in merce permutabile con denaro di qualsiasi prodotto del lavoro sociale, ha completato in Russia il suo corso storico sconfinando profondamente nel campo del capitalismo finanziario e parassitario. Essendo abolita la figura giuridica del proprietario privato di grandi industrie, i profittatori dello sfruttamento capitalista del lavoro salariato assumono l’aspetto anonimo ed impersonale dei «rentiers», dei redditieri che vivono tagliando «coupons», avendo a che fare unicamente con le banche in cui vanno a ritirare gli interessi corrisposti dal mutuatario. Fenomeno grandeggiante nella fase imperialista.
In Russia, il mutuatario, colui che scende sul mercato del denaro per ottenere prestiti è lo Stato, che pure secondo la costituzione staliniana è padrone e gestore della grande industria russa, delle miniere, dei trasporti, della terra coltivabile. Secondo l’ormai abusato luogo comune dello Stato padrone, con cui si cerca di estendere a tutto il processo produttivo russo le forme della gestione statale, mentre in effetti, e per diretta ammissione dello stesso Stalin, esse sono limitate al settore della grande industria, lo Stato russo sarebbe un despota economico onnipotente. Invece, i prestiti, specie quelli del dopoguerra lanciati a ritmo serrato ed assommanti ormai ad una cifra enorme di miliardi (il penultimo lanciato nel maggio del 1952 per la somma di 30 miliardi di rubli, seguiva un altro della stessa cifra emesso nel 1951) stanno a dimostrare incontrovertibilmente il contrario. Lo Stato imprenditore è soggetto al capitale finanziario posseduto da privati. Ciò basterebbe da solo a smontare la balorda interpretazione del capitalismo russo come «economia accentrata nell’ambito dello Stato». Di uno Stato che versa un colossale monte di interessi a privati detentori di titoli non può dirsi che «accentri» nelle sue mani, le famose mani dei funzionari, il controllo totalitario delle forze produttive.
Nel Filo del tempo «Socialismo da coupons» (Battaglia Comunista n. 11, 1951) si calcolava che all’epoca il debito pubblico dello Stato russo doveva oltrepassare i cento miliardi di rubli equivalenti a circa ventimila miliardi di lire italiane. Aggiungendo i 30 miliardi del 1952 e i 15 miliardi odierni la già astronomica cifra sale a centocinquantacinque miliardi di rubli equivalenti a circa trentamila miliardi di lire italiane. Tanto deve lo Stato russo ai privati sottoscrittori dei suoi prestiti. A venti anni dall’emissione dei titoli dovrà aver rimborsato i creditori in base ai premi o alla pari, frattanto corrisponde interessi al 5 o al 3,50 per cento. Lo Stato «padrone» di Mosca è in realtà «debitore» di fronte a privati, proprio come avviene nei paradisi capitalisti di Occidente. Sfugge al suo controllo immediato tutto il gigantesco giro di affari che si svolge nell’agricoltura, cooperativizzata o meno, dove produttori, isolati o sindacati nei colcos, dispongono privatamente dei prodotti del suolo, che immettono al consumo tramite il mercato privato. Viene escluso necessariamente dai vari trapassi commerciali (vendita all’ingrosso, trasporto, mediazione, rivendita al dettagliante, ecc.) ove attendono al varco la speculazione e la tesaurizzazione. Non gestisce la piccola e media industria (vedi «I problemi economici del socialismo» di Stalin). Si comprende bene allora come il capitale monetario debba accumularsi in mani di privati, pur uscendo il flusso montante di rubli dalle tipografie della zecca di Stato di Mosca.
Chi sono i sottoscrittori dei prestiti statali russi? Da quali zone sociali lo Stato imprenditore attinge il capitale destinato agli investimenti? È chiaro che costoro costituiscono una sorta di società anonima, che seppure non si organizza nelle forme istituzionali delle società per azioni di tipo tradizionale, ne ripete tuttavia esattamente il sostanziale funzionamento. Si sa che cosa è e come funziona una anonima, ad esempio la Montecatini: un capitale sociale diviso in un numero variabile di quote (azioni), detenute da privati o da Enti, cui viene corrisposto, alla fine dell’esercizio, e detratte le somme destinate alle riserve e alle spese di ammortamento, parti percentuali dell’utile complessivo. In Russia non esistono formalmente società per azioni, ma in pratica coloro che sottoscrivono ai prestiti di Stato, per il fatto che il montante di questi raggiunge ormai cifre colossali, agiscono come veri e propri azionisti, o meglio, come obbligazionisti: raccolgono insieme con apporti di varie dimensioni un capitale, ne affidano l’investimento e la gestione agli Enti economici statali, ricevendone un utile sotto forma di interesse. E quali interessi! Al tasso medio del 5 per cento, le banche di Stato debbono versare a fronte di centocinquantacinque miliardi di rubli, un interesse pari a 7250 milioni di rubli all’anno. Chi intasca tanto?
La questione non è di importanza fondamentale. Per identificare la struttura economica e l’aspetto sociale del «mondo del socialismo», non occorre affatto la rilevazione statistica della classe dominante, non occorre conoscere nomi e consistenza patrimoniale delle persone fisiche che beneficiano dello sfruttamento del lavoro salariato. La classe dominante non si esaurisce nei nomi dei suoi esponenti più famigerati: i Ford, i Morgan, i Krupp, i Brusadelli, che sono essi stessi un prodotto, insieme alla restante massa anonima e impersonale che milita nel campo capitalista, di materiali rapporti di produzione tra capitale e lavoro salariato.
La pretesa che medesime forme di produzione, come il credito e il capitale produttivo di interessi, che sono proprie del capitalismo, possano essere utilizzate a beneficio del salariato, costituisce la menzogna fondamentale delle false dottrine staliniste. L’esistenza della piccola e media produzione, come del commercio privato o di Stato, da cui scaturisce inevitabilmente la tesaurizzazione e il capitalismo, ci dicono inequivocabilmente, senza bisogno di andare a vedere in Russia, chi sono coloro che prestano allo Stato, e incassando interessi accrescono i loro capitali. Ma ammettiamo pure che i sottoscrittori dei prestiti di Stato siano gli operai salariati. Ebbene? L’azionariato operaio è una colonna principale dell’opportunismo nei maggiori paesi capitalisti. La famosa aristocrazia operaia americana può comprare il frigorifero o la Ford, come può, se l’infatuazione piccolo-borghese lo vuole, acquistare, poniamo, le nuove obbligazioni della General Motors. Non c’è dubbio che in Russia esista uno strato meglio retribuito del proletariato, costituito da stakhanovisti, eroi del lavoro, specialisti, che sottoscrive patriotticamente ai prestiti di Stato. Ma, facendo astrazione dal fatto che i salari russi sono classificati secondo una rigorosa scala di valori, ammettiamo pure l’ipotesi inverosimile che l’utile dell’industria statale venga ripartito, tramite salari e gli interessi nell’ambito del lavoro salariato. Sarebbe dunque il socialismo la collaborazione tra Capitale e Lavoro salariato? Certamente, no.
La collaborazione tra Capitale e opportunismo operaio costituisce una forza storica dell’accumulazione capitalista e della costruzione dei possenti centri statali, su cui poggia la dominazione mondiale del capitale. Inghilterra ieri, Stati Uniti oggi, insegnano. Che la Russia non abbia profittato della lezione, proprio non si può dire. Essa tende al primato imperialista, e non lo potrebbe senza drizzare in piedi una gigantesca industria pesante. Il credito è la via obbligata per arrivarci finché dura il regime del lavoro salariato.