Un capitalismo che ingrassa
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La caduta di Lavrenti Beria, Ministro degli Interni e, in quanto tale, capo di tutte le polizie segrete ed ordinarie di Russia, assestò senza dubbio un fiero colpo al prestigio del Governo di Mosca, rivelandone le intime contraddizioni. L’argomento è servito, serve ancora, ad alimentare la massiccia propaganda antirussa della stampa democratica atlantica. Ma è un fatto che con Beria cadde finalmente un mito abusato, crollò la stupida formula che pretendeva di spiegare le ragioni della schiacciante potenza dello Stato di Mosca, e del suo durare, con l’ammassarsi di mezzi materiali di dominazione (armi e formazioni di uomini armati) nelle mani di una ristretta oligarchia. Anzi, coniando la frase «Stato di polizia» si volle addirittura attribuire alle forze poliziesche, e soprattutto alla tanto favoleggiata polizia segreta, il comando supremo della mastodonica macchina di potere che fa capo al Cremlino. Quante fole per non dire: dominazione di classe!
Il fatto che Beria sia stato spodestato e messo sotto accusa sta a dimostrare come l’impiego degli organi dello Stato, anche dei più delicati e fondamentali, non sia riferibile a nomi e glorie personali. L’uomo che era stato immortalato da vivo come il padrone di tutta la Russia, doveva essere licenziato dalla carica con un semplice, per quanto gesuitico ed enfatico, comunicato del Comitato Centrale del partito russo. Un altro colpo alla interpretazione individualista della storia. Ma quale giornale borghese ha accusato il colpo?
Che cosa dunque costituisce il fondamento della potenza dello Stato russo e, quello che conta, come si spiega l’appoggio che il Governo di Mosca riceve dalle grandi masse, è fatto che deve considerarsi al di fuori del ciarpame delle usurpazioni di cricche, delle macchinazioni poliziesche, e tantomeno, del carattere nazionale del popolo russo, presentato quale martire che benedice il proprio carnefice. Che il governo di Mosca riscuota l’appoggio, o la passiva accettazione, delle masse su cui impera, è dimostrato dal fatto che il partito stalinista e, soprattutto, l’armata, in cui sono inquadrate le grandi masse proletarie e contadine si schieravano compatte, nell’affare di Beria, dietro il Governo. C’è di più. Nella rivolta di Berlino del 17 giugno, le truppe della guarnigione russa non si rifiutarono di svolgere lo stesso ruolo delle soldatesche versagliesi scagliate contro la Comune di Parigi del 1871.
La stabilità della società russa poggia su due fattori obiettivi: il processo di sviluppo della classe dominante rafforzantesi progressivamente per l’avanzare del modo di produzione da cui essa si esprime; l’incapacità del proletariato di distinguere la «sua» strada da quella su cui marcia tutta la compagine sociale in fase di sviluppo. Dice Lenin in «Estremismo»: «Soltanto quando gli «strati inferiori» non vogliono vivere alla vecchia maniera e gli «strati superiori» non possono vivere alla vecchia maniera, soltanto allora la rivoluzione può vincere». È legittimo ritenere che in Russia, oggi, questa duplice condizione del franare della stabilità sociale sia in atto? Evidentemente, no.
Molteplici sono le ragioni del rafforzarsi della classe dominante russa. Sul piano internazionale: la vittoria nella seconda guerra mondiale e la scomparsa dello Stato tedesco autonomo che dovevano conferire al Governo di Mosca il rango di grande potenza mondiale, i cui successi in Asia dovevano aggiungere nuovo vigore e influenza. All’interno delle frontiere, il dilagare vertiginoso dell’industrialismo che spesse volte, come avviene nelle plaghe dell’Asia russa, salta intere epoche storiche. La rivoluzione industriale che nel decrepito capitalismo euro-americano è una voce di enciclopedia, nel continente russo è bruciante realtà, in certe zone asiatiche addirittura storia inedita, di là da venire. Sicché spesse volte, la vecchia maniera in cui gli «strati inferiori non vogliono vivere» è quella preborghese, o del capitalismo iniziale, che la classe dominante e il Governo di Mosca tendono ugualmente a superare, a lasciarsi dietro, nella gara di supremazia mondiale ingaggiata con le potenze occidentali.
Il fatto è che né la classe dominante né il proletariato «vogliono vivere alla vecchia maniera», che è la maniera di vivere dello zarismo, dell’arretratezza economica e sociale, della predominanza dell’economia agraria. La rivoluzione bolscevica dell’Ottobre 1917 si propose di liquidare l’eredità zarista nel quadro dell’abbattimento mondiale del capitalismo, che fu il compito affidato ai partiti comunisti affiliati alla Terza Internazionale. Nell’assenza della rivoluzione socialista mondiale, la rivoluzione russa dovette continuarsi nelle forme dell’industrialismo capitalista. Oggi, alla data 1953, la rivoluzione borghese russa continua, ha ancora della strada da fare. Ora quale individuo, sia pure eccezionale, può dirigere e correggere il prorompere delle forze produttive? Perciò avviene che gli Jagoda, gli Jezov, i Beria passino, sia pure provocando scosse sismiche nell’apparato statale di Mosca, che funziona più da freno che da stimolo del processo produttivo, mentre il flusso industrializzatore percorre le immense distese russe, suscita nuove forze produttive, ingloba vaste zone sociali nel vortice mercantile.
La Russia ha percorso sotto i nostri occhi, e deve ancora percorrere, la curva asperrima della industrializzazione borghese. Si è già lasciato alle spalle il torbido periodo iniziale che significò fucilazioni e deportazioni in massa di contadini e di operai digiuni di tecnica industriale e insofferenti della disciplina aziendale, che comportò orari massacranti di lavoro, basso regime di vita. Checché ne dicano gli ipocriti difensori della libertà, i primi piani quinquennali furono la versione in russo, per quel che riguarda il trattamento usato alla mano d’opera, delle infami pagine di oppressione sanguinosa e di inumano sfruttamento di cui è piena la storia dei primordi del capitalismo in Inghilterra, Francia, Stati Uniti. Ma fattori obiettivi come le enormi ricchezze in materie prime nascoste nelle viscere del territorio russo, o spiegate al sole sulla sua superficie, l’inesauribile potenziale di forza di lavoro, e, condizione non secondaria, le annessioni più o meno larvate di nazioni industrialmente sviluppate (Cecoslovacchia, Germania Est, ecc.) dovevano far girare avanti la ruota della storia. Avanti verso il socialismo? No. Al contrario, nella direzione capitalista, ma avanti.
È chiaro che al trapasso non hanno concorso cambiamenti di uomini al vertice dello Stato o di programmi politici, ma sibbene i sotterranei cambiamenti quantitativi operatisi nella struttura economica. Allo stesso modo, all’Inghilterra della repressione anticartista del principio dell’800 e agli Stati Uniti delle forche di Chicago della fine del secolo seguirono le nazioni che oggi conosciamo: ad alto livello di vita, formalmente tolleranti, governanti più con la corruzione opportunista che con le sparatorie repressive. Ben vero è che l’accumularsi di enormi potenziali produttivi nell’area euro-americana produce i noti fenomeni dell’imperialismo e della guerra. Ma è altrettanto inoppugnabile che il proletariato delle grandi potenze mondiali, che dispongono del controllo di vaste riserve di materie prime e di impianti come delle vie di comunicazione intercontinentali, può ottenere salari relativamente alti e maggior sicurezza di impiego. Il fenomeno dell’enuclearsi dal seno delle masse lavoratrici di strati superiori, permeati da mentalità conservatrici piccolo borghesi, venne analizzato fin dalla prima metà del secolo scorso da Marx ed Engels, e spiegato appunto con la concentrazione del capitale in rapporto agli Stati nazionali.
La Russia odierna marcia verso questi obiettivi. Si darà un ordinamento democratico simile a quello che funziona furfantescamente nell’Occidente? Nessuno può dirlo, nonostante le parole melate di Malenkov. Ma che il capitalismo russo, passata la tempestosa fase iniziale, tenda necessariamente ad essere sempre meno rivoluzionario, e sempre più borghese, che tenda ad assicurare la continuità dello sfruttamento salariale con la corruzione opportunista delle masse (secondo il modello anglo-americano costituito da alti salari, pensioni, assistenza sociale, premi ed altri ammennicoli, tra cui non manca l’automobile operaia) è previsione che si trae non da astratto schematismo, ma dall’esame dell’effettivo svolgimento dell’economia russa e del solidificarsi delle discriminazioni sociali che essa produce.
Ma, e ciò non sorprende i marxisti, il capitalismo russo già manifesta i segni del suo invecchiare: la produzione per la produzione, la tendenza a esportare per produrre di più, il dilatarsi della speculazione, le stesse contraddizioni che caratterizzano il capitalismo occidentale e che preparano le esplosioni delle grandi crisi mondiali. La fine del capitalismo, come sta a dimostrare l’esperienza del cinquantennio trascorso, potrà venire soltanto al culmine di un marasma sociale e politico di portata mondiale. La Russia, mentre rafforza per naturale sviluppo della sua ascendente economia, la propria stabilità interna, agisce contemporaneamente rivaleggiando con gli interessi costituiti dall’imperialismo come un formidabile quanto involontario fattore di sconvolgimento dell’equilibrio mondiale. Così facendo, prepara anche la sua fine. Questa non potrà venire dalle lotte fra gruppi e camarille del Comitato Centrale di Mosca, ma sibbene dallo sgretolamento delle basi mondiali della dominazione capitalista.