Collegamenti alla questione sindacale Pt. 1
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Lotta di classe del Proletariato e Partito
La lotta di classe del proletariato nell’ambito della società capitalistica, giusto il Manifesto del Partito Comunista pubblicato a Londra alla fine di febbraio del 1848, è una lotta tra «oppressori e oppressi», secondo una connotazione comune a tutte le lotte di classi di qualsiasi tipo di società finora esistita; con l’ovvia esclusione della società del comunismo primitivo in cui non vi è lotta di classe per l’assenza di classi.
Così, come per dialettica storica si passa con la lotta da una società senza classi a una società divisa in classi, per la stessa dialettica nel futuro si passerà, con la lotta, da una società divisa in classi a una società senza classi.
Nella nostra specifica società capitalistica, dato che essa «si va dividendo sempre più in due grandi campi nemici, in due grandi classi direttamente contrapposte tra loro», la lotta è tra «borghesi e proletari» (titolo del Capitolo I) e, ribadisce Engels in una nota all’edizione del 1888, tra «proprietari dei mezzi di produzione della società e datori di lavoro salariato» e «salariati i quali, non possedendo mezzi di produzione propri, si trovano costretti, per vivere, a vendere la loro forza lavorativa».
Non potendo mai venir meno l’oppressione (in assenza di oppressori non potrebbero sussistere gli oppressi), la lotta di classe è «ininterrotta», anche se e volte sembra operi in sordina; mentre cova per raccogliere le forze, per preparare nuovi piani, per meditare su momentanee vittorie (abbastanza rare) o su cocenti sconfitte (queste non si contano). Altre volte invece la lotta di classe è aperta, fiammeggia in tutta la sua virulenza senza esclusione di colpi.
Non è il caso di rimarcare che il campo dei nemici del proletariato, in tutte le sue sfaccettature e in tutte le sue triviali colorazioni, deve senza sosta argomentare e gridare sulla necessità per tutte le classi di approdare a un solo grande campo amico e sull’esigenza che tutte le classi collaborino per vitali obiettivi comuni; e di questi se ne scovano sempre di nuovi.
In questa lotta la società borghese compie il suo ciclo inesorabile passando dalla fase giovanile a quella matura per approdare infine a quella senile.
Parallelamente la lotta di classe, in presenza di uno sviluppo delle forze produttive di tale entità da essere al massimo in contraddizione con l’assetto capitalistico, perviene allo stadio finale.
Questo ha due vie di uscita, due soluzioni. Esclusa la possibilità di vittoria da parte degli oppressori, ossia da parte dei borghesi, in quanto esponenti di un modo di produzione condannato storicamente e che è sempre più improduttivo, non è da escludere, sul piano di un rigoroso ragionamento scientifico, oltre alla vittoria degli oppressi che, distruggendo la società borghese, operano la trasformazione rivoluzionaria della società, la eventualità di una «comune rovina delle classi in lotta» nel senso che gli oppressi non riescono a concludere vittoriosamente la loro lotta.
Questo noi non lo diciamo oggi. E detto proprio nel 1848 nel periodo di inizio di quel Capitolo I, a riprova della serietà del metodo di ricerca del Partito. La possibilità di una comune rovina delle classi in lotta è reale. Se la ricordiamo, non lo facciamo solo a riprova del fatto che la nostra dottrina non dà nulla di scontato a priori, ma in quanto consideriamo l’eventualità che nella fase dello scontro finale il proletariato conduca la lotta nell’assenza della guida del Partito; e il Partito rappresenta la condizio sine qua non per sconfiggere storicamente il capitalismo.
È preminente nel lavoro del Partito tener sempre presente la finalità per la quale il Partito è sorto e per cui esso si batte: in tutta la sua vita il Partito deve operare in modo da restringere al massimo la possibilità del verificarsi dello sfavorevole evento di non essere alla guida del proletariato proprio nell’unico caso, nell’unico momento in cui non se ne può fare a meno, pena la sconfitta storica.
Impostazione comunista della questione sindacale
In merito alla questione sindacale l’impostazione politica dei comunisti rivoluzionari riguarda soprattutto il fatto delle lotte rivendicative della classe operaia e l’analisi dell’evoluzione storica delle organizzazioni sindacali, nelle forme più diverse di associazioni economiche del proletariato. Questi due settori non esauriscono il tema ma ne costituiscono l’ossatura fondamentale.
Anche la nostra impostazione sindacale, nel suo aspetto teorico presenta il carattere dell’invarianza; le soluzioni tattiche, nella loro limitata varietà, non sono l’una in contrasto con l’altra in quanto derivano tutte dall’originaria dottrina.
Questo nostro rigore sia teorico sia pratico non scaturisce da un cervello pensante: è il riflesso dialettico indotto nel Partito dalle lotte di classi nemiche in un determinato settore.
Prima di entrare nel merito è bene sottolineare due aspetti di stampo economico.
Primo aspetto: sotto il capitalismo l’attacco alle condizioni di lavoro delle masse operaie è incessante, come incessante è l’attacco alle condizioni di vita del proletariato del mondo intero. Il capitalismo, come non può vivere se non incrementa continuamente la produzione di merci, la qual cosa è condizionata dallo sviluppo delle forze produttive, da cui consegue il costante contrarsi dei costi di produzione di tutte le merci, così non può vivere se la particolare merce forza-lavoro non viene costantemente limitata. La sopravvivenza del capitalismo è condizionata dell’incessante presenza di queste sue leggi di vita.
L’insorgere di una crisi è la prova che le condizioni vitali del capitalismo sono momentaneamente venute a mancare, in forma concreta, visibile, per cause oggettive che, con la migliore volontà possibile, i capitalisti non sono in grado di contrastare. Basta questo impercettibile discostarsi dal livello vitale del capitalismo perché i suoi rappresentanti ufficiali avvertano sintomi preoccupanti per la futura conservazione sociale.
È d’uopo a questo punto ricorrere all’unica medicina in grado di allontanare il male: riportare l’attacco alle condizioni di vita e di lavoro dei proletari al massimo livello.
Secondo aspetto: il capitalismo si batte costantemente per il sempre più intenso sfruttamento dei proletari.
Questo dato di fatto, vitale per una società in cui domina il capitale, viene da parte dei suoi esponenti, siano essi di stazza piccola, media o grande, tenuto sempre in seria considerazione. Se l’incremento dello sfruttamento tende a flettersi o addirittura si azzera la società capitalistica è in crisi ed è obbligata, per tornare in buona salute, a prendere tutte le misure necessarie perché lo sfruttamento assuma valori crescenti.
Quest’obbiettivo da negriero non può essere dichiarato esplicito. È ribadito sempre e comunque, ma in forma mistificata con una miriade di espressioni, coniate all’uopo, di facile impiego e intercambiabilità, in occasione di momentanei logorii; espressioni ruotanti intorno ai termini di democrazia, eguaglianza, fratellanza, libertà, progresso, paese, popolo, gente, patria, benessere e potremmo continuare parecchio ancora.
Quale che sia l’espressione o il termine su cui si punta in un dato momento storico, valga per tutti quello di «democrazia» visto che nel suo nome si sono consumate le peggiori porcherie. Esso maschera il fatto elementare che la stragrande maggioranza dei viventi in regime capitalistico sono detentori solo della loro forza-lavoro e la loro possibilità di sopravvivenza dipende da un’infima minoranza detentrice del capitale mondiale; come che dallo stato di salute del capitale mondiale dipende se una parte più o meno consistente dei proletari ha la fortuna di trovare da lavorare.
Percorso dei Sindacati
La lotta di classe del proletariato nell’ambito della società capitalistica rende necessaria la formazione di associazioni sindacali. L’organizzazione dei proletari nei sindacati sorge al fine di conseguire i migliori risultati nel rintuzzare i colpi del nemico di classe, indirizzati essenzialmente all’aumento della giornata lavorativa e alla diminuzione del salario. Questi colpi possono essere inferti anche in via indiretta conseguendo lo stesso, se non addirittura un migliore risultato.
Un aumento notevole di produttività, a parità di salario e di orario di lavoro, in realtà provoca il deteriorarsi delle precarie condizioni di vita dei proletari: producendo di più con lo stesso salario, questo percentualmente perde valore; come se con lo stesso orario di lavoro è l’intensità del tormento di lavoro ad incrementarsi.
Proprio perché all’inizio i proletari lottano, in ordine sparso, si rendono molto presto conto che ben altra cosa è lottare in modo unitario.
Diamo atto al sindacato la forza della sua centralizzazione; così come per il partito: però escludiamo nel primo caso il centralismo organico. Gli riconosciamo sì una forma di centralismo, ma meno completa. La lotta di classe del proletariato rende necessaria la formazione non di uno ma di due tipi di organizzazione: una con efficacia difensiva, il sindacato, l’altra con finalità offensive, il partito. Il centralismo del sindacato non può essere organico. La sua azione è puramente difensiva.
Il sindacato è emanazione, alla sua nascita non gradita, del sistema capitalistico. Il sindacato è il prodotto e una delle tante contraddizioni del capitalismo.
Possiamo senz’altro affermare che il capitalismo è la contraddizione incarnatasi in un modo di produzione basato su più classi sociali in lotta tra di loro. I precedenti modi di produzione erano molto meno contraddittori. Il capitalismo è la contraddizione elevata a sistema. Perciò è l’ultima società di classe: la contraddizione che esplode a livello planetario non può dar luogo a una nuova contraddizione. Il poi non potrà farci assistere che al salto di qualità in cui non persisteranno contraddizioni fra classi sociali, Stato e sindacati, ma vedremo finalmente la nascita veramente umana della animale specie umana e del suo piano di vita.
Una organizzazione come il sindacato, nato per far risultare il rapporto di forza fra le classi sulla determinazione dei salari e degli orarari di lavoro non può essere considerato un organismo compiuto. Chi si propone solo mezzi difensivi esclude la finalità di una vittoria decisiva. Il sindacato cerca solo di alleviare, mitigare, attenuare: ossia, di conservare. In sè, separato dall’indirizzo rivoluzionario, fa parte del capitalismo, agisce nell’interesse del capitalismo.
È importante riconoscere che storicamente per le associazioni sindacali si è passati dalla proibizione prima, al riconoscimento poi, infine al loro assoggettamento allo Stato borghese. Ma è ancora più importante vedere questa sequenza dall’angolo visuale del soggetto, ossia dello Stato borghese (quale che sia la maschera sotto cui si camuffa o il paese di cui è emanazione) che l’ha messa in atto perché così si presta a consiserazioni illuminanti.
Il potere borghese che proibisce azioni collettive dei lavoratori e la costituzione di specifiche organizzazioni rivendicative opera apertamente in questa direzione perché è in possesso di una forza adeguata allo scopo che si prefigge.
Lo stesso potere borghese che riconosce in seguito legalmente le organizzazioni sindacali e le lotte dei lavoratori che vi sono inquadrati mostra di essere dotato rispetto al proletariato organizzato di una forza ovviamente inferiore a quella della fase precedente. Lo Stato, ossia la forza borghese organizzata, risulta praticamente non essere più in grado di proibire la nascita e lo sviluppo dei sindacati a tutela degli interessi puramente economici (questo va sottolineato) dei lavoratori, sia in essi organizzati sia, di riflesso, anche di tutti gli altri lavoratori che non ne fanno parte. È evidente che alla classe borghese converrebbe comunque la proibizione dei sindacati, nel senso di gestire in prima persona, o tramite intermediari di sua diretta emanazione, dissidi e lotte derivanti dallo specifico rapporto economico tra capitale e proletari. Inoltre lo Stato borghese sa molto bene come sia facile per un proletariato ben organizzato passare da rivendicazione economiche a lotte politiche, che in «casi eccezionali» potrebbero raccordarsi all’indirizzo del partito rivoluzionario; evento questo che comporterebbe una minaccia diretta all’esistenza del regime borghese.
Nella terza ed attuale fase dell’assoggettamento dei sindacati al potere borghese, nel senso che sotto ogni profilo sono fedeli allo Stato, e talvolta sua emanazione dichiarata al fine di meglio tutelare l’interesse generale dell’intera società borghese (e quindi non quella dei proletari), assistiamo a un’ulteriore caduta della forza del potere borghese, in quanto il padronato si sente costretto a camuffarsi da sindacato operaio. Ancora una confusione di ruoli e di parole. È legge del capitalismo che più esso invecchia più si inaspriscono le sue contraddizioni e ne scaturiscono di nuove.
Storicamente il potere borghese, la sua forza di Stato, è in una prima fase in grado di opporsi con successo alla nascita dei sindacati e alle lotte dei lavoratori; nella seconda fase ha dovuto suo malgrado accettare i sindacati e le lotte operaie, restandogli però forza sufficiente per fronteggiare senza grossi danni le azioni sindacali (s’intende quelle genuinamente considerate tali) e le masse proletarie in lotta; nella terza fase non è più in grado di fronteggiare apertamente il nemico di classe e per non palesare la sua debolezza assimila i sindacati al suo potere, riconosce ai Sindacati potere statale.
Con questa fase si passa dal riconoscimento legale da parte dello Stato borghese di organizzazioni ad esso esterne e spesso in antitesi, alla proclamazione che i sindacati operai sono parte dello Stato borghese, sono cioè organizzazioni coercitive che, nel loro ambito, si battono per il rispetto delle leggi borghesi, pronti in ogni momento ad entrare in azione contro quei proletari che per la tutela dei propri interessi scendessero in piazza contro le leggi sindacali dello Stato borghese.
Quello che, disgraziatamente per il potere borghese, in questa terza fase, decisiva per la sopravvivenza del sistema capitalistico, il potere dello Stato non può fare è di promuovere con un negozio giuridico le masse operaie, i proletari tutti, al rango di tutori dello Stato borghese, in modo che in questa veste possano battersi nell’interesse dell’ordine costituito. Questa operazione è possibile soltanto nei confronti delle dirigenze dei sindacati, tutt’al più con lo sparuto seguito di un’aristocrazia operaia che ormai la crisi galoppante del sistema ha ridotto grandemente.
Lo Stato, lo sanno bene i borghesi tutti, esiste ed opera, con la forza che si trova nelle varie fasi storiche, proprio per fronteggiare le masse operaie, il proletariato tutto che, anche se lotta a livello economico, senza esserne cosciente viene ad urtare contro lo Stato borghese, bastione a difesa dello sfruttamento, della miseria e di condizioni di vita e di lavoro sempre più esasperate.
Per necessità i proletari sono spinti contro lo Stato borghese, e arrivano – senza poterlo risolvere da soli – a porre il problema della sua distruzione. Ben altro che divenirne sostegno e puntello.
La forza materiale di cui dispone il potere borghese e di cui si dota in misura crescente prova la sua paura, il suo terrore storico. Quando scoccherà l’ora non ci sarà apparato militare per quanto potente e sofisticato che potrà procrastinare la morte del capitalismo, annunciata dalla storia.
Lotta alle macchine o lotta al capitale
Quando nella società borghese comincia a prendere consistenza il numero dei proletari e il parco delle macchine utensili, i lavoratori già constatano sulla loro pelle che il sistema delle macchine li abbrutisce, li schiavizza e li immiserisce. Ingenuamente si danno a distruggere le macchine. Ma i risultati sono modesti. A parte tutto l’apparato militare e poliziesco che il capitalismo pone a difesa delle sue macchine, queste non fanno che aumentare di numero, penetrando nell’intera società. Inoltre la distruzione delle macchine priva i proletari del lavoro che rappresenta per loro l’unica possibilità che hanno per procacciarsi i mezzi per sopravvivere.
L’esperienza negativa fa capire che bisogna lottare non contro le macchine, ma contro i proprietari delle stesse. Questa consapevolezza rappresenta senz’altro un passo avanti; non sufficiente però per inquadrare nella sua essenzialità la «questione sociale» e per individuare la strada unica da imboccare per giungere alla sua soluzione, al suo superamento definitivo.
Solo il partito sarà in grado di teorizzare che, appurato che l’era delle macchine è fatto storico positivo e progressivo, la lotta va condotta non contro le macchine, e nemmeno contro i loro singoli proprietari, che la crescita del capitalismo potrebbe rendere di sempre più difficile individuazione, ma contro il sistema sociale che, a beneficio di una minoranza esigua, monopolizza tutti i mezzi di produzione, di cui fanno parte anche le macchine, contro la stragrande maggioranza che dispone solo delle proprie braccia. La lotta permanente che scaturisce da questo sistema e che vede contrapposta la classe dei detentori dei mezzi di produzione e di scambio alla classe dei possessori della forza lavoro avrà fine solo quando sfocierà in una società senza classi, nella quale le macchine saranno patrimonio, anzi ricchezza di una ritrovata Umanità.
Mentre il sindacato riesce a vedere solo con gli occhi dei lavoratori che rappresenta, e dunque con una visuale limitata alla società borghese, il partito si batte per consentire al proletariato di guardare oltre, alla società senza classi, e a lottare per questa. Qui la differenza essenziale tra sindacato e partito, tra rivendicazioni o effimeri miglioramenti nell’ambito del capitalismo e battaglia rivoluzionaria che perverrà ad eliminare il Capitalismo, le Classi e lo stesso Proletariato.
Ma nello stesso tempo è proprio questa essenziale differenza che obbliga il partito ad affiancarsi sempre e dovunque ai proletari in lotta, il che può fare solo intervenendo nei loro inquadramenti sindacali, per acuire e allargare al massimo la loro visuale fino a vedere che la lotta rivendicativa contingente ha un senso solo se è inquadrata nella lotta per il Comunismo.