Partito Comunista Internazionale

Specchio del futuro: il PCI al governo in Italia 1945-48 Pt.2

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Presentando ai proletari le gesta del partito opportunista quando, in altra situazione critica della classe capitalistica, fu chiamato a condividere il governo dello Stato, intendiamo mettere in guardia i lavoratori dalla terribile illusione che una nuova ascesa dei falsi partiti operai al governo possa portare qualche sollievo alle loro condizioni di vita e di lavoro, quotidianamente compresse dall’offensiva capitalista. Nell’anno di grazia 1976 la chiamata, svolta magari attraverso la carnevalata elettorale, del PCI al governo non potrà avere significato diverso da quello che ebbe allora.

La borghesia ha bisogno, per far passare le sue imposizioni fra i lavoratori in un’epoca in cui la crisi non le permette altra manovra, di una cinghia di trasmissione, cioè della adesione ai suoi piani di un partito che goda la fiducia delle masse proletarie. Non c’è altro modo per la borghesia per impedire che la necessaria compressione del tenore di vita e delle condizioni operaie si svolga senza provocare esplosioni di rivolta sociale che, a lungo andare, diventerebbero pericolose per la sopravvivenza stessa del regime capitalistico di produzione. Questo è l’unico significato reale che può avere il «governo di sinistra» nell’epoca imperialistica. Il partito è il solo che può dimostrare questa realtà alla luce dell’esperienza storica della classe operaia stessa. È in questo senso che mettiamo davanti agli occhi degli operai l’esperienza che essi hanno vissuto trenta anni fa e che potrebbe essere integrata dalla descrizione dell’opera similare svolta da altrettanti «governi operai», sia in Germania nell’interguerra, sia in Francia all’epoca dei famosi fronti popolari, sia in Inghilterra dove classicamente il partito cosiddetto laburista è stato al governo solo ed in quanto urgevano dei «sacrifici» da fare ingoiare alla classe operaia. La condotta del PCI e dei capi sindacali emananti dal partitaccio traditore nel 1945-48 fu esemplare, essa si intonò su questa direttiva: far sopportare alle masse operaie i sacrifici necessari alla ricostruzione nazionale impedendo che questi sacrifici spingessero le masse alla ribellione. Lo stesso compito il PCI ed i burocrati sindacali svolgono oggi, lo stesso svolgeranno domani. È la loro natura, non possono fare altro.

Dopo aver documentata l’adesione della CGIL allo sblocco dei licenziamenti nei primi mesi del 1946 esaminiamo in che modo la classe operaia italiana fu spinta a dare il massimo sforzo per il potenziamento della produzione e a sopportare terribili sacrifici senza nessuna possibilità di reagire. Non riesumiamo solo fatti del passato, perché tutte le favole di allora, con le quali fu fatto scomparire alla vista degli operai il nemico da colpire avvolgendolo dietro lo schermo fumogeno della Patria, Nazione, economia da salvare, ecc., ritornano anche oggi sulle bocche dei pretesi dirigenti sindacali e politici della classe operaia e diventeranno esecutive domani se la macchina statale tornasse a servirsi del falso partito operaio.

Ministro di Grazia e Giustizia il superopportunista Togliatti la macchina della giustizia borghese colpiva gli operai ribelli con decine di anni di galera, l’esercito interveniva contro le agitazioni dei braccianti, come ad Andria nelle Puglie, sapendo bene impiegare contro i lavoratori inermi quei fucili e quei carri armati che era stato impotente a impiegare nella guerra esterna. Le carceri della «Repubblica uscita dalla Resistenza» si riempivano, come i vecchi operai ricordano, di braccianti, di disoccupati, di disperati ridotti alla fame, e dove, almeno per istinto, si cercava di reagire il bracciante, il disoccupato diventavano automaticamente dei provocatori, agenti del fascismo, monarchici, qualunquisti. Scrivemmo a quei tempi con il disprezzo che caratterizza il proletario nei confronti del traditore e del venduto al nemico: «Di Vittorio il pacificatore», ed infatti mentre da una parte stava l’aggressione delle forze di polizia e dell’esercito, dall’altra stava l’opera vile di disarmo e di mistificazione di questi ras della collaborazione, o meglio della genuflessione di classe.

Alcune brevi citazioni indicano quali fossero le effettive condizioni sia economiche che politiche della classe operaia in quei tempi.

Da Il Lavoro del 17-2-1946 «Mezzadria e contributi unificati»: «… Il problema che ci preoccupa è il seguente: in numerose province specialmente in Toscana, nelle Marche e nell’Umbria dei magistrati emettono dei mandati di cattura e procedono all’arresto di onesti lavoratori mezzadri, per il fatto che questi hanno trattenuto una parte maggiore del prodotto di quella fissata nel contratto, in attesa che fosse risolta la vertenza in corso fra Federterra e la Confida. Questi arresti di lavoratori onesti e stimati dalla popolazione, in gran parte padri di famiglia – il cui numero minaccia di elevarsi a parecchie centinaia se non a migliaia – per fatti relativi ad una vertenza sindacale indignano a giusto titolo la popolazione lavoratrice delle province interessate. Contrariamente alla tradizione l’organizzazione sindacale dei lavoratori si è impegnata con tutta la sua autorità morale ad evitare che si ricorresse al metodo consueto dello sciopero perché non fosse compromessa o minacciata nessuna parte, anche minima, dei raccolti agricoli o del bestiame, tenendo conto dei supremi interessi generali del Paese … Questa segreteria confederale desidera di conferire col governo per esaminare la possibilità di evitare una agitazione di carattere politico che potrebbe aggravare maggiormente la difficile situazione del paese».

La situazione economica degli operai italiani è ben descritta nell’articolo «La CGIL in difesa del pane per i lavoratori» del 18 aprile: «… Il maggior difetto (del meccanismo della scala mobile) sta nel fatto che il “pacchetto viveri” convenzionalmente stabilito come corrispondente ai bisogni minimi delle famiglie operaie, pone sullo stesso piano la parte che si riferisce all’acquisto di generi alimentari e quella che si riferisce ai generi di abbigliamento. E poiché i generi alimentari aumentano di prezzo mentre quelli di abbigliamento hanno subito un certo ribasso ne consegue che l’aumento dei primi viene neutralizzato dalla riduzione dei secondi. Ma essendo i salari così bassi da non consentire ai lavoratori di destinarne una parte all’acquisto di generi di abbigliamento, ne consegue che i lavoratori stessi subiscono l’aumento dei prezzi dei generi alimentari ma non fruiscono delle riduzioni degli altri prezzi non avendo essi la possibilità di acquistare generi di abbigliamento».

Anche allora la politica dei capoccia sindacali era una politica perequativa alla rovescia. Dallo stesso articolo traiamo la seguente citazione caratteristica: «Circa la situazione salariale, la segreteria della CGIL ha rilevato che, mentre il costo della vita si è andato eguagliando ad un livello superiore in tutto il territorio nazionale, i salari e gli stipendi dei lavoratori presentano ancora delle forti quanto assurde sperequazioni…».

Sperequazioni «assurde» fra lavoratori i quali nella loro generalità non hanno la possibilità di acquistare generi di abbigliamento! Ma la cosa che preoccupa la CGIL è un’altra: «Per esempio per le stesse industrie i salari sono più alti nel centro e nel sud Italia nei confronti di quelli in vigore nel nord, mentre il costo della vita è pressoché uguale. È fra l’altro evidente che le industrie del Mezzogiorno le quali lavorano in condizioni più difficili e hanno subito gravissime distruzioni a causa della guerra, non potrebbero sopravvivere lungamente sopportando un carico salariale superiore a quello delle industrie similari ben più attrezzate dell’industria del nord…».

Anche quando la politica dei burocrati sindacali si presenta, a volte, come difensiva delle minime condizioni di sopravvivenza operaia il suo compito, lo abbiamo già detto, è solo quello di riuscire a graduare la pressione borghese sulle condizioni operaie in maniera tale che non provochi la rottura della pace sociale. Compito essenziale degli «agenti della borghesia nel campo operaio» è proprio quello di indicare alla borghesia stessa quali sono i punti di maggiore frizione, i momenti in cui è necessario aumentare o ridurre la pressione sulla classe operaia per impedire l’esplosione del malcontento sociale o anche semplicemente per impedire ripercussioni ancora più gravi sulla economia e sullo sfruttamento della forza lavoro. È in questo il ruolo specifico e determinante dell’opportunismo: infatti, per svolgere questa funzione non serve un sindacato fascista, cioè coatto ed apertamente al servizio del padronato, serve un sindacato tricolore cioè apparentemente libero, apparentemente operaio nel quale però tutte le esigenze del proletariato siano subordinate alla difesa dello Stato, della pace sociale, dell’economia nazionale. La Confederazione Generale del Lavoro di allora non «si disinteressava» in assoluto delle rivendicazioni operaie, tanto più quanto più esse potevano diventare pericolose per la borghesia e per il suo Stato. L’articolo di sopra «Mezzadria e contributi unificati» affronta la questione salariale. Dopo il periodo dell’immediato dopoguerra i contributi unificati, che durante il fascismo erano a totale carico dei datori di lavoro, furono addossati ai lavoratori e, secondo una prassi non sconosciuta neanche oggi, aumentati enormemente.

Di conseguenza la Confederazione avvertì il Governo che non le sarebbe stato possibile impedire ulteriormente agitazioni per aumenti salariali se questo nuovo carico non fosse eliminato: una lotta generalizzata per rivendicazioni salariali sarebbe stata disastrosa per la ripresa dell’economia nazionale.

«Il secondo problema, che è causa di agitazione fra le masse operaie di tutta Italia, è quello dei contributi unificati. Il fatto che i lavoratori dell’industria e del commercio del nord vengono ad essere obbligati – precisamente nel periodo attuale in cui la loro vita è così difficile – a pagare i contributi di carattere sociale, che da oltre un anno erano a totale carico dei datori di lavoro, è causa di un vivo e giustificato malcontento. Tanto più che ora i contributi stessi sono stati notevolmente elevati. Questo fatto è causa di vivo malcontento anche fra i lavoratori del Centro e del Sud Italia i quali, non potendo sopportare l’aumento dei contributi, si predispongono a chiedere nuovi aumenti di salario. Anche per evitare una agitazione in questo senso, dato che la CGIL si sforza di dare una relativa stabilità ai salari – per le benefiche conseguenze che ne potrebbero derivare alla ripresa economica del Paese – è necessario e urgente risolvere in senso positivo la questione dei contributi unificati….».

Infatti la questione fu risolta con somma soddisfazione della CGIL che il 31 marzo si esprime: «Il consiglio dei Ministri ha deciso ieri che tutti i contributi assicurativi siano a carico dei datori di lavoro… La CGIL è soddisfatta dell’avvenimento del quale si gioveranno le masse operaie, le masse impiegatizie e i pensionati. Bitossi ha aggiunto che il provvedimento governativo corrisponde al concetto, cui si ispira costantemente l’azione della CGIL, che in Italia si debba compiere ogni sforzo per la pacificazione sociale. L’avere posto l’onere contributivo a carico dei datori di lavoro è un fatto di pacificazione sociale e anche di unificazione del popolo in quanto si generalizza a favore di tutti i lavoratori italiani una conquista realizzata col sangue dei lavoratori del Nord…».

Allo stesso modo la CGIL tornò sulla questione dei licenziamenti quando la situazione della disoccupazione in Italia tendeva a diventare grave e pericolosa. Ancora dall’articolo «La CGIL in difesa del pane per i lavoratori», ecco come viene posta la questione:

«La segreteria confederale ha esaminato la situazione generale dei lavoratori italiani ed ha preso una serie di decisioni tendenti ad integrare le conseguenze più gravi. In una lettera diretta in data di ieri alla Confindustria, la CGIL chiede che, in deroga all’accordo interconfederale del 18 gennaio 1946 venga sospesa la quota ulteriore di licenziamenti prevista per il corrente mese. Questa richiesta è motivata dal fatto che l’accordo sullo sblocco dei licenziamenti presupponeva che in primavera si fosse verificata una ripresa delle attività economiche generali del Paese, tale da poter assorbire in altre attività almeno una parte dei lavoratori licenziati. Questa eventualità non si è disgraziadamente verificata. Perciò si è avuto un aumento preoccupante della disoccupazione specialmente nei grandi centri industriali. In tali condizioni procedere ad ulteriori licenziamenti significherebbe provocare una esasperazione incontenibile nelle masse lavoratrici le cui conseguenze potrebbero essere gravissime per la nazione. Pertanto le camere confederali del lavoro e le commissioni interne di tutta l’Alta Italia non debbono accettare nessun altro licenziamento in attesa di nuovi accordi che saranno stabiliti fra le due confederazioni».

E nell’articolo dell’8 aprile «Un grido di allarme della Confederazione per i disoccupati» si afferma: «La segreteria della CGIL si è trovata nella necessità assoluta di confermare la sua opposizione recisa ad ogni ulteriore licenziamento dei lavoratori dell’industria, anche in deroga agli accordi interconfederali del dicembre scorso. I motivi di questa decisione sono stati ampiamente illustrati per iscritto e verbalmente ai signori rappresentanti della Confindustria i quali, pur dichiarando di non poterli accogliere ne hanno lealmente riconosciuto il tragico fondamento».

Significa che la Confindustria continuava tranquillamente a licenziare «secondo gli accordi» e strafregandosene dei lamenti della CGIL la quale d’altra parte aveva bisogno di mettersi ora in opposizione ad ulteriori licenziamenti proprio per impedire che la reazione operaia ad essi sorgesse spontanea ed incontrollata. È per questo che «i signori della confindustria» non si arrabbiano per niente delle richieste platoniche della CGIL, ma ne riconoscono il «tragico fondamento pur dichiarando di non poterle accogliere». Come dire: noi padroni continuiamo a fare il nostro mestiere ed è compito vostro, lo riconosciamo, opporvi alle nostre azioni; voi continuate ad opporvi e noi continueremo a licenziare.

Infatti nessuna azione di lotta fu condotta per bloccare i licenziamenti ma ci si limitò alle «dichiarazioni di opposizione» che dovevano servire ad accontentare i lavoratori disoccupati. «La situazione dei nostri disoccupati e più specialmente dei reduci è veramente tragica, insostenibile. Sono circa due milioni di lavoratori che si trovano ridotti alla fame. La situazione è particolarmente preoccupante nei grandi centri industriali e nelle regioni agricole nelle quali vi sono grandi masse di braccianti. I tentativi compiuti dal Governo per fare fronte al fenomeno minaccioso della disoccupazione, per quanto considerevoli sono assolutamente insufficienti. Il fenomeno ha ormai assunto proporzioni tali che non si può affrontare con i mezzi usati finora. Occorre uno sforzo assolutamente eccezionale che non può essere contenuto nel quadro dell’attuale bilancio ordinario e straordinario dello Stato. Bisogna andare molto al di là, bisogna far conto che sulla nostra sventurata Italia si sia abbattuta la disgrazia di una nuova guerra. Ed impiegare i numerosi miliardi che una simile sciagura sarebbe costata al Paese nella guerra contro la miseria di cui soffrono i reduci e tutti i disoccupati italiani, mediante l’esecuzione di lavori di pubblica utilità che aumenterebbero il patrimonio e le possibilità produttive della Nazione. È un grido di allarme che la CGIL lancia al Governo…».

Ed il Governo che, come rappresentante generale degli interessi borghesi, è pronto ad ascoltare i «gridi di allarme» che gli vengono dai suoi manutengoli in mezzo alla classe operaia, non si fa pregare: col maggio del ’46 viene stabilito il blocco dei licenziamenti fino al 31 luglio. Ma precisa subito la CGIL in Il Lavoro del 25 maggio ’46: «Si tratta del decreto del Ministero del Lavoro con il quale il blocco dei licenziamenti viene prorogato fino al 31 luglio di quest’anno. Entro il primo luglio accordi diretti fra la CGIL e la Confindustria determineranno se e in quale misura dovrà procedersi a riduzione di personale…».

L’opportunismo ha ancora una volta salvato la pace sociale. Passato il momento pericoloso ci mancherebbe altro che si opponesse ad ulteriori «riduzioni di personale»!