La crisi del capitalismo e la terza guerra mondiale
Категории: Capitalist Crisis, Capitalist Wars
Эта статья была опубликована в:
Nei commenti e studi di molti analisti militari e politici si sta consolidando la tesi di una crisi strutturale della NATO, che si sviluppa assieme ad un deterioramento progressivo e non rimediabile della situazione economica e finanziaria della potenza mondiale che ha esercitato dal dopoguerra una leadership indiscussa. Per chi studia ed analizza la dinamica dell’imperialismo con gli strumenti del materialismo dialettico, non ci sono dubbi che i due processi, economico e militare sono strettamente correlati e che il blocco monolitico che ha guidato il mondo del capitalismo si va sfaldando sotto la spinta delle contraddizioni del modo di produzione che domina il mondo intero. Le dinamiche disgregatrici interne del Capitalismo continuano ad operare, ed il suo crollo, anche se in un arco temporale superiore a quanto previsto e sperato da noi comunisti, è una certezza storica. Di pari passo le crisi economiche, finanziarie e politiche hanno scosso e scuotono ad intervalli sempre più brevi l’architettura di un mondo fondato su una pace mantenuta con la forza delle armi, della sopraffazione, del debito esercitato senza freni e dello sfruttamento.
Se crisi strutturale della NATO esiste, essa è strettamente connessa alla condizione generale degli Stati Uniti, che ne sono stati il nerbo politico-militare e la guida indiscussa per quasi 80 anni. È una crisi, quella degli USA, finanziaria per il debito contratto e gli interessi sempre crescenti, sulle alleanze internazionali non più salde come un tempo, acuita sul piano nazionale da fattori interni, tenuta e consenso sociale.
La tesi è naturalmente smentita da chi è inquadrato nei suoi ranghi con funzione politica o militare e anche da parti politiche governative negli Stati aderenti all’Alleanza. È una presa di posizione ideologica e non sostenuta da prove certe, ma che ha soltanto una solida giustificazione; le laute prebende e la carriera che consentono ai sostenitori ad ogni costo, compresa la “visibilità mondiale” che assicurano, molla formidabile in tempi in cui l’apparire conta più dell’essere, e impongono a questi figuri di dichiarare che “tout va très bien, madame la marquise”. Comunque è una dinamica che evidenzia la difficoltà da parte dei governi degli altri Stati di svincolarsi del tutto dall’oneroso impegno verso gli USA.
Non c’è bisogno di profonde analisi geopolitiche per vedere che la fase storica presente mostra che tutta l’impalcatura economica, politica e militare che per oltre 70 anni ha mantenuto l’ordine imperialistico mondiale, che è sopravvissuta al crollo dell’imperialismo sovietico, che ha visto nascere ed affermarsi un nuovo, potente competitore sulla scena mondiale, si sta sfaldando velocemente e irrevocabilmente per un nuovo ordine mondiale, come si dice da parte di politici, “opinion maker”, l’infame genia dei cantori al soldo dello Stato borghese.
Nuovo ordine che però ancora nessuno di loro riesce a definire in modo preciso, né a esercitare un’azione e un controllo certo per condurlo ad un esito di nuova organizzazione mondiale prevista o ben definita.
Da parte dei teorici e capi di stato borghesi, le buone intenzioni si sprecano; ipotesi di nuove realtà politiche che mettano un freno al disordine come appare in tutti gli ambiti delle strutture statali, politici, economici, militari, vengono sfornate di continuo a seconda dell’inclinazione o scelta di campo del politico o dell’economista di turno.
Dopo la Seconda Guerra era necessario un lungo periodo di pace tra le metropoli borghesi, che fu garantito con strumenti militari ed economici destinati a riprendere il ciclo dell’accumulazione capitalistica e a garantire ai “Vinti” di rimettere in moto le loro economie. La forza militare dei “Vincitori” era essenziale per il compito della ricostruzione, per evitare la rinascita del movimento comunista come accadde dopo la prima Grande Guerra e per mantenere l’infame divisione del mondo in “cattivi” e “buoni”, democrazie contro dittature.
Per gli Stati capitalistici sempre in sotterranea guerra tra di loro, anche quando stipulano trattati ed alleanze e giurano eterna amicizia, è necessario avere sempre dei nemici dichiarati, quelli “cattivi”, da cui difendersi. Almeno questa era la giustificazione storica.
La lezione del Congresso di Versailles del 1919 era stata ben appresa dalle Potenze democratiche che insieme alla Russia stalinista avevano trionfato sulle dittature europee e Giappone. Non micidiali tributi di risarcimento dei danni di guerra, ma nel sanguinoso ritorno ai fasti sfrenati del capitalismo era essenziale per la ripresa il tenere alla catena i produttori del rimesso in funzione ciclo capitalistico.
In questo concorsero, allineati e coperti, tutti gli Stati “vincitori” ed i loro vassalli.
La sistemazione di quell’ordine mondiale rendeva opportuno anche che il fronte bellico contro i “vinti” si rompesse subito in funzione del “nuovo ordine borghese”. L’Alleanza Atlantica fu una necessità storica cui seguì nel 1955 la costituzione del Patto di Varsavia. Creata come risposta alla NATO, un’alleanza militare tra l’Unione Sovietica e i suoi Stati satelliti (Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Germania Est e Albania) “per la mutua difesa”. Questa finzione di “buoni contro cattivi” divideva saggiamente (per gli interessi imperialistici) il mondo in due parti distinte. Per tutte le altre situazioni “di confine”, e per tutti gli scontri bellici ed economici, un qualche Ente sovranazionale avrebbe dovuto provvedere, tenendo ben presenti i reciproci interessi degli imperialismi. Il gigantesco sviluppo del colosso Cina era ancora ben lontano sulla scena mondiale.
Il nostro Partito non si aspettava allora, cessata la terribile guerra, una terza guerra imperialistica in tempi storicamente brevi. Conflitto che sapeva invece sarebbe scoppiato soltanto quando una nuova crisi generale dell’economia mondiale avrebbe posto all’ordine del giorno l’alternativa o guerra o rivoluzione. Questo secondo corno era scongiurato dalla liquidazione del Partito Comunista Internazionale e del primo Stato della dittatura proletaria, dalla sua sostituzione con regimi sedicenti socialisti nel nome di un “comunismo nazionale”, sanguinosa menzogna inaugurata dallo stalinismo. Il capitalismo era trionfante, senza limiti né vincoli, sul mondo intero, e tutti i movimenti di emancipazione nazionale erano controllati e spietatamente soffocati dagli Stati borghesi legati ai due imperialismi.
La divisione del mondo in zone di influenza tra le cosiddette superpotenze, fondata sull’equilibrio nucleare, resse per molti decenni, almeno nell’Europa inizialmente stremata dalla guerra e poi ricostituita economicamente ma non politicamente, fino al crollo dell’Unione Sovietica e alla conseguente disgregazione del Patto di Varsavia.
Crollato nominalmente nel 1991 l’impero della URSS e sciolto di conseguenza il Patto di Varsavia, molti degli Stati membri sono via via passati nel campo del cosiddetto Occidente libero e democratico. L’Alleanza Atlantica appariva l’istituto militare più saldo che mai, in seguito rafforzata da un sistema di alleanze internazionali dei paesi anglofoni che garantiva agli Stati Uniti il controllo politico e militare anche sul teatro del Pacifico; completato nel 2021, quando l’espansionismo cinese cominciava ad ergersi minaccioso per Stati Uniti e Giappone in quell’area.
L’ordine mondiale borghese fondato sul predominio imperialistico rappresentato militarmente dalla NATO, alleanza che nei sogni degli imbelli democratici occidentali non avrebbe avuto più ragione di esistere dopo il crollo dell’Unione Sovietica ed il suo sistema di alleanze, ha portato innumerevoli vantaggi agli Stati strutturalmente più evoluti in termini di produzione e commercio.
Ma è stato essenziale per gli Stati Uniti che hanno detenuto il monopolio della moneta di conto mondiale, un “signoraggio” formidabile per gli scambi commerciali, e per garantire la crescita di un debito immane, possibile soltanto con un predominio militare che non permettesse alcuna deviazione o modifica da quella condizione di assoluto privilegio.
Politica, economia, finanza sono state garantite da quell’apparato militare che ha spadroneggiato sul mondo per decenni e decenni. In questo quadro di stabilità fondato sul dominio finanziario e militare non sono certo mancate le crisi locali e circoscritte tra gli attori dell’Allenza senza però che mai fosse messa in discussione la sua organizzazione centrata sugli Stati Uniti. Gli interessi nazionali degli Stati che la costituivano potevano entrare, e sono entrati in collisione, ma la Nato, sotto il ferreo controllo USA non ha mai avuto contraccolpi strutturali.
Dalla crisi di Suez del 1956, con Francia e Regno Unito che si dovettero piegare al diktat americano, all’abbandono della NATO da parte della Francia di De Gaulle nel 1966, che costrinse a spostarne la sede dalla Francia al Belgio (ricordiamo che la Francia rientrò nei ranghi NATO 33 anni dopo, nel 2009), all’attacco contro la Libia di Gheddafi, decisa unilateralmente dal presidente degli Stati Uniti, il secolo trascorso ha visto divergenze profonde tra gli Alleati, in termine di spese militari, con la guerra in Vietnam, le invasioni di Grenada e Panama, la prima guerra del Golfo, e agli inizi di questo secolo la ben più grave Seconda Guerra quando Francia, Germania e Belgio di opposero all’articolo 4 del Trattato di Washington per l’applicazione della clausola di difesa collettiva e l’operazione “Desert Storm” fu ancora un atto deciso dagli USA, anche senza l’avallo di tutti gli alleati.
In effetti l’Alleanza sotto la spinta delle contraddizioni politiche che si sono nel tempo sviluppate in modo sempre più profondo, ha dovuto necessariamente ampliare il suo fronte di intervento rispetto a quello inizialmente sancito dalle clausole del Trattato, smentendo la sua pretesa natura “difensiva”.
Quando l’accordo per le forniture energetiche tra Germania, prima forza economica in Europa e la Russia ha minacciato direttamente una condizione industriale e commerciale favorevole agli Stati Uniti e la minaccia economica della Cina si è presentata in tutta la sua forza dirompente, la politica militare di equilibrio si è rotta.
I fronti di guerra tenuti nel decennio più o meno sotto controllo sono deflagrati in tutta la loro gravità e l’Alleanza Atlantica non è stata più capace di svolgere i suoi compiti istituzionali, difesa collettiva, gestione delle crisi europee ed internazionali. Il coinvolgimento nella guerra in Ucraina per liquidare definitivamente la Russia, soprattutto come partner per le forniture energetiche, dove la NATO è parte attiva nel conflitto, ma non si presenta come soggetto direttamente belligerante ne dimostra la debolezza della politica militare.
A questo si aggiunge da parte americana la richiesta di far pagare gli immani costi della guerra agli altri Stati aderenti che dovranno acquistare i sistemi bellici dagli Stati Uniti, come se questi non fossero la componente più importante dell’Alleanza. Non sono indicazioni di forza e coerenza da parte di alleati, ma evidenze che gli Stati aderenti hanno colto come segni di crisi della NATO; anche se nessuno Stato dell’Alleanza per ora sembra capace di denunciarla come morta, ed uscirne. Neanche la gravissima richiesta di inglobare nel complesso degli Stati Americani territori europei di interesse strategico per le rotte polari aperte dal cambio climatico, addirittura con la minaccia di invasione armata, hanno condotto alla rottura.
Sul piano militare la situazione appare in stallo. Anche se la NATO avrà cessato la sua funzione, noi comunisti siamo convinti che i fronti bellici a grandi linee si siano già delineati. Certo non sarà una fantomatica Unione Europea ad esprimere un esercito unitario, sotto non si sa bene quale comando, e nella prossima possibile Grande Guerra non è detto che tutti gli Stati europei si troveranno schierati sullo steso fronte, o che alcuni non lo cambieranno nel corso stesso.
Se è abbastanza prevedibile l’aspetto bellico che dovrà nascere dalla crisi dell’Alleanza militare più longeva del dopoguerra, anche la crisi economica che ha il suo epicentro negli Stati Uniti mostra chiari segni di gravi difficoltà, se non proprio di manifesta crisi.
Qui il sistema sempre più costoso da finanziare non ha consentito margini come nel passato, con incentivi, cooperazione e garanzie di stabilità. La politica estera americana ha virato vero la minaccia e l’utilizzo poi di strumenti coercitivi e aggressivi, detassazione per le aziende europee che si trasferissero negli USA, e dazi con i quali si pensa di riequilibrare i flussi commerciali a favore delle produzioni nazionali. Le reazioni sono state ritorsioni, fratture diplomatiche, incertezze sulle politiche degli scambi internazionali. Ma, almeno per ora, e crediamo neppure per i tempi futuri, si accenderà uno scontro definitivo tra gli Stati occidentali nel campo dell’economia e della finanza. L’esempio più chiaro è dato da quello che Germania ha dovuto subire: prima la riduzione e poi la liquidazione dello stretto rapporto economico con la Russia, fecondo di potenti sviluppi produttivi e commerciali. Senza troppe esitazioni si è dovuta accodare ai voleri degli USA.
Lo scontro avverrà con l’altro grande gigante che si sta imponendo sulla scena mondiale. E l’ex imperialismo russo dovrà questo seguire.
Un indicatore significativo della gravità della condizione finanziarie americana è la differenza tra gli investimenti esteri negli USA e quelli USA nel resto del mondo. Ad oggi questo scarto quota 27.610 miliardi di dollari, cioè la differenza tra quanto gli Stati Uniti importano di capitali e di quanto esportano nel testo del mondo. È l’altra componente del “Saldo delle Partite Correnti” (la prima essendo il saldo di beni e servizi); una cifra immane anche per un colosso come gli USA. Una simile passività indica che l’economia americana dipende in modo drammatico dai capitali esteri, che devono assolutamente rimanere negli Stati Uniti, ed inoltre mostra come il loro sistema finanziario sia esposto alle decisioni degli investitori esteri.
Si spiega così la necessità assoluta da parte del governo americano da un lato di mantenere ad ogni costo un ferreo dominio militare che non renda praticabili queste possibilità e dall’altro cercare di ridurre quanto più possibile l’immane disavanzo scaricando quindi sulle spalle non solo degli altri creditori mondiali ma anche degli alleati NATO, la gigantesca contraddizione.
Secondo una favola propalata dalle gazzette dei regimi borghesi a favore dei rincoglioniti amanti della pace, sarebbe bastato che un presidente degli Stati Uniti abbia espresso senza ambiguità e sottintesi la volontà di dominio degli USA per scatenare un simile sconquasso mondiale. In realtà simili sceneggiate di morte vengono da ben più lontano, e non è certo un burattino sanguinario a mettere in moto gli avvenimenti e le crisi.
La nostra dottrina ci insegna che sono i fatti materiali a “scegliere” gli uomini, nel senso che questi emergono quando le forze storiche hanno preso una direzione precisa. Dopodiché gli “uomini” paiono guidarle verso un esito volontario. I Presidenti americani, prima dell’attuale così discusso e vituperato hanno seguito, per la loro parte, e per le forze materiali operanti, la strada “assegnata”. Certo ognuno di loro ha operato secondo la propria natura ed inclinazione, ma su un “canovaccio” già definito.
E questo vale per tutti i “Grandi Uomini” e “Capi” che operano nel gran teatro mondiale di Stati e Consessi, sui quali la pubblica opinione riversa lodi sperticate o infamie orribili: a seconda del vento e delle sotterranee orchestrazioni dei sacerdoti dei Capitali nazionali.
Per questa nostra cocciuta convinzione non abbandoniamo la fiducia che gli oggi inconsapevoli eredi della classe che dette oltre un secolo fa l’assalto al Cielo, in un prossimo domani fermi lo scatto mortale della Terza Guerra tra gli Stati.