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La guerra, espressione massima della crisi borghese e supremo tentativo di difesa del capitalismo

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Quando la divisione in classi si affaccia alla storia dell’umanità, la guerra diviene un’attività ricorrente essendone le sue motivazioni sempre di natura economica. Ma è con l’avvento del capitalismo che diventa un meccanismo indispensabile alla sua sopravvivenza, in particolare nella sua fase apicale e di pieno sviluppo, la fase imperialistica.

Scrivevamo nel 1946 (“Alle radici della guerra” da Prometeo n.1):

E’ merito della scuola marxista, rimasta fedele al metodo dialettico, quello di aver individuato nell’attuale fase di sviluppo del complesso produttivo capitalistico i motivi essenziali, la tragica inevitabilità della guerra.

Le guerre nazionali chiudevano praticamente il periodo dell’economia individualistica che nel suo esaurirsi aveva posto e sviluppato i motivi dell’incipiente accumulazione capitalistica.

Le guerre coloniali chiuderanno più tardi il periodo classico della corsa alla conquista dei mercati di sbocco necessari allo smaltimento della incessante sovraproduzione dei paesi capitalisti.

La prima guerra mondiale apre per certo la fase delle guerre imperialistiche a ripetizione. 

In sede economica ciò che ieri era solo tendenza, è divenuto ora realtà vivente; il processo di accentramento ha condotto all’organizzazione monopolistica dell’economia, e alle sue leve di comando manovra incontrastata l’alta finanza. E non a caso; il capitale finanziario anonimo e senza scrupoli ha soppiantato dalla direzione il tradizionale tecnicismo capitalista o lo ha asservito, ché la partita tra i colossali complessi monopolistici internazionali richiede saldo potere politico nelle mani di chi dirige, capacità d’iniziativa e di manovra nel mare magno e tormentato della politica economica mondiale, prontezza e decisione per parare colpi avversi, o per gettare in questa o in quell’avventura capace di assicurare comunque un alto tasso di profitto. E il profitto lo si difende conquistando e assicurando posizioni ben solide contro le forze della concorrenza economica su scala nazionale e internazionale, ma sopratutto aumentando e accentrando quel potere politico poliziesco e militare che solo può assicurare al capitale i mezzi materiali atti a fronteggiare il pericolo d’una diminuzione del profitto, incidendo sul salario dei lavoratori.

In questa fase il gioco tra le forze politiche è reso alla sua massima semplicità. I partiti, qualunque ne sia l’origine, il programma e gli obbiettivi immediati e finalistici, o servono la causa dell’imperialismo e si piegano a qualunque bisogna, o sono ributtati inesorabilmente ai margini della vita nazionale e spazzati via anche fisicamente se osano formulare una composizione attiva e mettere in atto una qualsiasi azione di attrito.

I sindacati, infeudati direttamente o indirettamente allo Stato, cessano di essere gli organi di combattimento o di difesa di classe per trasformarsi in effettivi organi di collaborazione tra le classi.

La stampa diviene quella perfettissima organizzazione a catena a cui un ufficio di ministero fa da centro irradiatore ed a cui si affida il compito grave e delicato di indirizzare l’opinione pubblica e di montarla preparandola spiritualmente alla necessità di maggiori sacrifici di danaro, di libertà e di sangue.

Nelle scuole, nei centri di cultura, nelle assisi tradizionali della democrazia, i parlamenti, ovunque possa esservi libera circolazione di idee, li è l’intervento dello Stato che impone dall’alto una disciplina unitaria, il peso di una gerarchia, il marchio d’una idea fondamentale, ossessiva, quella che tutto subordina alla conservazione del privilegio capitalista.”

Quindi lungi da avere origine in contrasti di natura ideologica (è prassi raffigurare il conflitto armato come una lotta fra civiltà e barbarie, fra libertà e schiavitù, fra giustizia ed arbitrio), le guerre trovano il loro fondamento nella imperiosa necessità da parte delle singole economie nazionali di espandere continuamente le proprie capacità produttive, e quindi di trovare sempre nuovi sbocchi ai loro prodotti e nuove possibilità di sfruttamento al loro capitale: la competizione sfrenata a cui sono costrette per sopravvivere, una volta esaurite le possibilità di “pacifica” concorrenza, sbocca necessariamente nell’atto truculento della guerra.

Per l’economia capitalistica è stato inevitabile evolvere verso la sua fase monopolistica, ossia imperialista durante la quale la sua struttura raggiunge il massimo sviluppo, spingendosi all’estremo, ma al contempo se ne esacerbano e si palesano le ragioni della sua stessa decadenza. 

Le insanabili contraddizioni insite nel sistema capitalista, già presenti dal suo esordio, lo accompagnano durante il suo primo sviluppo e poi nella sua ascesa prodigiosa sino a giganteggiare nella sua ultima fase apicale e decadente. L’economia capitalista non si libera mai dalla sua duplice tendenza: un costante decrescere delle capacità d’acquisto in rapporto alla crescente capacità generale di produzione, da cui deriva un corrispondente decrescere del consumo dei beni prodotti. 

Il Capitale cerca di sottrarsi a questa stridente contraddizione che l’attanaglia allargando la produzione su scala sempre più vasta, cosa che l’accumulazione agevolmente gli consente, e dando all’aumentata produzione mercati capaci di assorbirla. Ma mentre il processo tecnico produttivo procede senza soste e limitazioni nel proprio sviluppo, il mondo del consumo raggiunge inesorabilmente il limite di saturazione. Ad una sovrapproduzione crescente fa riscontro, quindi, una crescente rarefazione di sbocchi. 

Questa è la sciagura che si porta in seno l’economia del capitalismo e che imporrà le uniche due soluzioni radicali: guerra o rivoluzione entrambe concretizzazione politica dell’insanabile conflitto d’interessi tra le due forze in campo, capitalismo e proletariato. Quindi la guerra, lungi dall’essere accidentale, opera come meccanismo per il riavvio e la rigenerazione dell’economia capitalistica,

l’unica via che permette al capitale di risolvere il suo limite intrinseco di sovraccumulazione e di riavviare il ciclo di accumulazione è la eliminazione fisica di capitale accumulato sotto forma di merci, di mezzi di produzione e di infrastrutture. 

Il ricorso alla guerra non è però solo l’estremo tentativo del Capitale di porre rimedio alle sue intrinseche contraddizioni materiali tramite la distruzione e successiva ricostruzione, ma anche l’affannoso e disperato tentativo politico da parte della borghesia di difendersi come classe sociale dominante dalla furia proletaria incalzata dal peggioramento delle condizioni di vita e a cui il capitalismo aveva vanamente promesso sempre più florida esistenza; essa lotta per la sua stessa sopravvivenza e quindi per togliere ogni capacità di lotta all’unica classe che abbia il ruolo storico di negare la guerra negando il capitalismo stesso che la genera, e cioè il proletariato; e lotta con tutti i mezzi a sua disposizione compresa la corruzione democratica o la forza e coercizione “fascista” e non disdegnando di provocare ed alimentare guerre attraverso le quali oltre che distruggere la produzione bellica accumulata per poterne produrre dell’altra, calamitare l’attenzione delle masse con l’intento di distoglierla dai problemi politici e di classe che direttamente la interessano. Nel momento in cui la classe dominante riesce a interrompere così il corso storico verso l’esito rivoluzionario e mette il proletariato sul fronte bellico, ha trovato la soluzione per la sua crisi.

Nella fase imperialista l’oppressiva macchina dello Stato moderno esercita in modo feroce il suo ruolo di tutore e di protezione politica del complesso monopolistico dell’economia, e diviene la più micidiale arma a servizio della borghesia necessaria al preliminare e completo annientamento delle forze della rivoluzione per dar quindi l’avvio alla guerra: è il tempo della furia cieca del capitalismo decadente e della sua classe dirigente, in preda alla disperazione, di sentire in sé ingrandire senza rimedio i motivi della propria fine storica.

Scrivevamo nel 1943 (da Prometeo n.2 del dicembre 1943 “La guerra vista de noi – La guerra, espressione massima della crisi borghese – La guerra, supremo tentativo di difesa del capitalismo):

La guerra è perciò anche la manifestazione suprema di una crisi insolubile della società borghese. Essa scoppia quando all’interno dei paesi più direttamente interessati al dominio mondiale, e nelle loro relazioni reciproche, ogni possibilità di comporre pacificamente la crisi sociale si è esaurita. Allora, si pone alla società capitalistica il dilemma o rivoluzione o guerra. E la guerra scoppia proprio perché non è avvenuta la rivoluzione, e, a sua volta, è il mezzo estremo a cui la borghesia ricorre per spezzare bruscamente il corso di una nuova ondata rivoluzionaria; per uccidere il proletariato ideologicamente con la corruzione e lo sbandamento che accompagnano la guerra, e fisicamente col massacro. In questo senso, tutti i paesi belligeranti hanno un comune interesse l’annientamento del proletariato come classe.” 

Le forze del capitalismo, entrate nel girone infernale della guerra tra contrapposti imperialismi, non sono in nessun caso per noi marxisti, suscettibili di essere suddivise in forze contrapposte in quanto progressive le une e reazionarie le altre; nessuna simpatia, dunque, da parte nostra per l’una o l’altra sponda dell’imperialismo mondiale. 

Il partito comunista deve sottrarre in ogni modo il proletariato dall’ideologia della guerra, ricondurlo sul piano della lotta di classe e convogliarne quanto più possibile le forze per poter sfruttare una eventuale situazione favorevole che gli consenta di porre concretamente il problema della trasformazione della guerra imperialista in guerra sociale.

La guerra altro non è che la continuazione, su di un piano diverso e con mezzi diversi, della stessa politica borghese capitalista: dunque non è pensabile una politica del Partito proletario che indirizzi le proprie forze a fianco di quelle che la dirigono. E se questo si verifica la guerra diviene l’inesorabile piano inclinato che fa scivolare le stesse avanguardie proletarie verso la controrivoluzione.

Il proletariato, sotto la guida del suo Partito può e deve prendere la guerra borghese come occasione per fraternizzare con i proletari del campo (apparentemente) opposto, scatenare la guerra civile e sferrare il colpo della rivoluzione, certi della impossibilità di riformare il Capitale ad immagine delle esigenze di vita dei lavoratori e convinti che l’unica soluzione per la conquista di una esistenza affine al Piano di Specie è il superamento radicale e definitivo del capitalismo. La presa del potere violenta e la conseguente edificazione della dittatura proletaria, temporanea ma indispensabile necessità dello Stato dei lavoratori nella complessa transizione dalla economia capitalista alla economia socialista, porterà nel Comunismo, società senza classi, senza Stato, esente dell’essenza mercantilistica delle società che l’hanno preceduta, bisogno primario della specie umana per la sua reale e libera realizzazione, per la sua sopravvivenza e pacifica continuazione.