Međunarodna komunistička partija

Battaglia Comunista 1949/II/5

Dedicata a Saragat

Non amiamo «pisellare», ridurre cioè ogni polemica che riguardi il P.S.L.I. ad argomenti di ricorrente vegetazione primaverile degni di far mostra di sé su questo o su quel banco del mercato di frutta e verdura, come fanno i suoi cugini del P.S.I. e del P.C.I., poiché siamo tra quei pochissimi che hanno saputo vedere nell’apparire di questo partito sulla scena della vita politica italiana un significativo orientamento di forze, alla quali non mancavano né possibilità pratiche di sviluppo né un preciso obiettivo da perseguire.

Mi pare che entro questa cornice debba essere visto il recente congresso di Milano, attorno a cui tutta la stampa amica e nemica ha arzigogolato con abbondanza eccessiva di tendenziosità e di pettegolezzo. Noi diciamo invece che a Milano il partito di Saragat ha centrato assai chiaramente e coraggiosamente il problema del giorno, che giustifica storicamente l’esistenza del partito e le sue fortune a venire. A questo problema fondamentale convergono tutti gli altri: quello della radicalizzazione della scissione politica e sindacale; quello della  lotta contro la Russia di Stalin e gli stalinisti in casa nostra e infine quello dell’entrata dell’Italia nel Consiglio Europeo, preludio all’adesione al Patto atlantico tanto sotto l’aspetto economico-politico che sotto quello militare. Tutto il resto è colorita e orchestrata messinscena, tra cui l’unificazione dei socialisti italiani.

Il congresso, data la sua composizione sociale, che è poi quella del partito, era in definitiva chiamato a tradurre in termini politici la sua stessa natura economico-sociale di classe media polarizzata nella situazione attuale più verso il riaffermato potere capitalistico che verso la sconfitta del proletariato; non quindi un’istanza di classe poteva legittimamente attendersi da queste assise socialdemocratiche di Milano. Per sincerarsene bastava dare un colpo d’occhio panoramico al Dal Verme o sentire quel qualsiasi discorso dei congressisti: la dottrina le esigenze la lotta e il divenire del proletariato non hanno avuta alcuna eco né a destra né al centro né a sinistra.

Mondolfo vale Zagari, entrambi valgono Saragat.

Le tendenze, se di tendenze si può parlare, non si sono incrociate nel dibattito per una diversa valutazione dei problemi del socialismo e per una ricerca di soluzioni socialiste della crisi del capitalismo: gli scontri cortesemente polemici invece che alla classe e al socialismo si sono richiamati gli uni alla pace, alla giustizia sociale e alla libertà (Zagari), e gli altri alla difesa della democrazia politica (Saragat). In una parola la bandiera spiegata a Palazzo Barberini non è stata ammainata al Dal Verme; semmai, strada facendo, dietro la secessione socialdemocratica si sono andati precisando i motivi reali della lotta; e questi, questi soltanto contano nell’urto dialettico delle classi e delle loro forze politiche.

Esaminiamoli insieme questi motivi reali della lotta del tuo partito, che così docilmente si piega alla suggestione che proviene, caro Saragat, non da prestigio personale, che assolutamente ti manca, ma dalla tua presenza al governo della repubblica e soprattutto dalla funzione esercitata da questo governo quale strumento della politica americana.

Può non piacere e generalmente non piace neppure ai tuoi quel gioco di dialettica formale che si concreta in una serie di finte; dietro Simonini sul problema potenziale della scissione sindacale; dietro Faravelli sul problema dell’anticomunismo; dietro Andreoni sul problema della soluzione di forza dell’antagonismo imperialistico Russia-America.

Tutti i problemi posti dal Congresso ci riportano logicamente a quello centrale della permanenza o meno al governo e tu hai divagato parlando di contaminazione imperialista dello Stato russo, di democrazia socialista e di unità socialista fingendo d’ignorare che esistesse in realtà il problema della corresponsabilità del potere. Sei stato abile e ti è riuscito di far ingoiare ad una sinistra troppo vuota, inconsistente e verbosa, ciò che veramente ti stava più a cuore, la permanenza cioè al governo e con essa la soluzione di tutti i problemi connessi allo schieramento dell’Italia nel blocco occidentale e quindi sul fronte della guerra democratica.

Non a torto perciò hai lasciato da parte Nenni e te la sei presa col centrismo di Lombardi che, una volta orientato verso l’unità socialista, potrebbe reagire e ostacolarti in qualche modo il gioco con la sua ingenuità curiosa e petulante e l’attaccamento tutto esteriore e freddamente intellettualistico, qui sta il pericolo, ad una futura istanza socialista in qualche modo librantesi al di sopra della mischia. Altro che «bacillo di contaminazione anomalo»! Perché se di contaminazione imperialista proveniente d’altro paese si deve parlare (il tuo marxismo è, sì, spurio che non incide oltre le solite formulazioni di contenuto idealistico-sentimentale), al bacillo Cominform corrisponde esattamente il bacillo Comisco; ai contaminati dell’uno corrispondono i contaminati dell’altro; a Togliatti russo, l’americano Saragat.

E infine due considerazioni si impongono.

Al vertice del tuo partito, caro Saragat, il credo politico imperante non è quello ingenuo ma profondamente umano di Bebel e di Turati e di Prampolini, è piuttosto il credo di Kerenski, di Ebeert e di Noske, gli strangolatori d’ogni tentativo di liberazione proletaria; e non è da escludere che l’astuto e utilitario empirismo anglo-sassone possa prediligere questa più aggiornata forma di fascismo per la liquidazione tempestiva d’ogni sforzo di ripresa dei lavoratori italiani.

Questa è una; l’altra è quella dell’antistalinismo che potrebbe sembrare a qualcuno, ignorante o ingenuo, come un’arma di battaglia che il tuo partito avrebbe in comune con i rivoluzionari internazionalisti.

Caro Saragat, ammicca se credi, con o senza gli occhiali; abbandonati pure ai molti contorcimenti dell’oratoria parlamentare, sculetta sul podio finché vuoi, ma il tuo antistalinismo nasconda la tacita e torbida solidarietà del controrivoluzionario incarognito. Tu sei contro Stalin non perché egli è l’affossatore della rivoluzione d’ottobre, ma soltanto perché è oggi la personificazione dell’anti-America. Se per ipotesi la Russia tornasse ad amoreggiare con l’America, Stalin tornerebbe ad essere per te ed il tuo partito, il simbolo vivente delle libertà democratiche. E osanneresti, insieme a Nenni e Togliatti al piccolo padre dei popoli per aver salvato la civiltà capitalistica dalla «contaminazione» del comunismo rivoluzionario.

E le vostre anime così parlamentarmente ostili sarebbero finalmente placate.

Tendenze socialiste e questione del potere

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IERI

Tutta la stampa di “informazione” e quella dei partiti dell’ordine ha in tutti i tempi manifestato il massimo interesse per i congressi dei partiti proletari, le tendenze le scissioni le frazioni le unificazioni che si succedono nel campo del socialismo. Si direbbe che la classe dominante, sotto la ironia e talvolta l’ostentato compiacimento per questa mutabilità e apparente labilità del movimento operaio, sente che si tratta di un processo importante in cui si riflette la elaborazione e la preparazione di eventi sociali futuri, cerca di capire di scegliere di intervenire nell’interesse della difesa del regime.

In questa competizione hanno finito nei vari periodi col fare il loro vero e proprio allenamento molti degli uomini politici che sono poi stati al servizio diretto e aperto del capitalismo. La politica di questo da quando si liberò per sempre dal timore di ritorni e restaurazioni feudali consiste essenzialmente nel seguire lo sviluppo del potenziale di classe dei lavoratori che opprime e l’organizzarsi dei loro mezzi di azione e di attacco.

I contrasti di metodi da adottare nell’azione di classe hanno avuto storiche vicende sia sul piano internazionale che nei partiti delle singole nazioni. Nel campo nostro come in quello nemico si è sempre discusso se le divisioni tra gli aggruppamenti discordi sulla via da seguire avevano segnato una perdita di forza unitaria o avevano costituito un passo avanti verso migliore efficienza. Ciò fin dalla classica lotta tra Marx e Bakunin che divise la Prima Internazionale tra anarchici o libertari e socialisti che furono detti autoritari. Le correnti destre dei decenni successivi e della Seconda Internazionale equivocarono volutamente sul termine confondendolo con quello di legalitari, ossia fautori della attuazione del socialismo traverso una penetrazione negli organi rappresentativi e amministrativi borghesi. Si trattò invece di contrapporre alla ingenua concezione anarchica che vede nella rivoluzione sociale, in fondo, una ulteriore conquista personale dell’individuo, cui la rivoluzione borghese avrebbe già dato la libertà giuridica, trattandosi ora di procacciarsi sia pure con l’uso della forza quella economica, la giusta impostazione che vede il soggetto della conquista nella classe e non nella persona, classe che è schiava sotto il regime capitalistico non meno che sotto quelli anteriori e che per abbatterlo non ha bisogno di conati individuali, ma di un organismo politico e di combattimento e dello stesso esercizio del potere, e quindi di una autorità rivoluzionaria costituita per schiacciare le resistenze della conservazione capitalistica.

Una lunga strada di contese teoriche e di dissolvimenti e nuovi inquadramenti organizzativi, nei vari paesi e nell’Internazionale, in effetti una lunga e difficile scuola a cui la storia tiene la classe rivoluzionaria, fino alla rottura della Seconda Internazionale colla condanna del metodo socialdemocratico, che voleva condurre alla autorità proletaria cogli stessi meccanismi in cui si amministra quella borghese – una lunga strada che è ben lungi da essere stata tutta percorsa. Le lezioni di questo sanguinoso e tragico sviluppo sono sconfitte e vittorie, la Comune di Parigi con le possenti analisi che Marx ne fece, la Rivoluzione Russa e le rivendicazioni del metodo dittatoriale e terroristico proclamate da Lenin e Trotzky contro la polemica dei rinnegati, la posteriore involuzione del potere operaio russo e il ripiegamento incredibile della Terza Internazionale a nuove alleanze e collaborazioni vergognose con le forze del capitalismo.

OGGI

Da poco è ricorso l’anniversario del Congresso di Livorno in cui si fondava nel 1921 il Partito Comunista d’Italia e l’attenzione negli ultimi giorni si è portata sulle vicende del Partito Socialista dei lavoratori e sulle tre tendenze che vi si sarebbero manifestate.

In questo campo, o in quello fieramente avverso dei due partiti alleati stalineggianti, è facile vedere che nulla si elabora di utile e nulla di fecondo può uscire per il rinvigorimento della classe operaia italiana, da contese del genere o da nuovi raggruppamenti e separazioni.

I congressi non mostrano più di sentire nemmeno confusamente i grandi problemi di indirizzo di una classe avversa all’ordine istituito. Essi non cercano di risolvere che situazioni contingenti e non discutono che in funzione della stretta attualità. La cerchia dei gerarchi che è poi quella ridotta in cui si esaurisce tutta la vita di questi organismi – sebbene da tutte le sponde imbottiscano la testa di democrazia di masse di popolo cosciente e di pubblica opinione – non si lascia impegnare a direttive che ne limitino la manovra e le vietino per mutati venti di mutare veste e linguaggio: il comportamento di tutti costoro si è ormai riportato alla prassi caratteristica degli agenti borghesi e potrebbero davvero affasciarsi tutti in un sindacato professionale di servitori politici del capitale pronti a cambiare sempre la canzone che cantano, non il mestiere.

Questo stile è difeso apertamente in tutti e tre o quattro partiti nei clan di testa, pronti tutti questi ometti a deridere con compassione chi volesse, povero fesso rimasto indietro trent’anni, “fare questioni di principio davanti alle masse”.

Prendiamo ancora per un momento questo curioso PSLI. Doveva decidere se restare o meno nel governo. La decisione interessa poco perché fatti più grandi di loro potrebbero cacciarli tutti in un governo insieme a preti e stalinisti o metterli fuori a pedate. Ma è interessante vedere che nessuna delle pretese “tendenze” aveva una strada da proporre.

La destra naturalmente rivendica questo metodo in pieno per attuare riforme utili ai pretesi operai elettori del partito.

Questa destra probabilmente nel suo socialdemocratismo condanna la violenza e la dittatura proletaria. La sinistra invece le ammette a modo suo mentre circa la partecipazione ministeriale voleva che oggi Saragat si dimettesse, ma non ha proposto al partito il rifiuto del possibilismo, altrimenti ne avrebbe dovuto uscire.

Ma tanto per conchiudere facciamo una piccola ipotesi, che sorga la possibilità di un regime totalitario di un partito borghese, di fascisti, di monarchici, di preti o di altro non fa conto. Molto probabilmente echeggerebbe unanime il grido fatidico (quello che ha tutto fregato): questo poi no!

La destra diventerebbe barricadiera e Saragat probabilmente per l’illegalismo e l’insurrezione, come Turati alla minaccia di una guerra triplicista nel 1914.

La sinistra dittatoriale e massimalista, per maturo leninismo-trotskismo di ultima maniera non solo ammetterebbe il gran fronte antifascista ma tornerebbe a trovare rettilineo che sbocco della azione fosse ancora una volta un governo di grande coalizione “nazionale”, “popolare”.

Destra e sinistra poi, pure sapendo che gli stalinisti possono sempre su un ordine tipo 1940 bloccare con un Hitler di domani, li invocherebbero fratelli tanto nelle milizie partigiane che nel ministero.

Ma nemmeno tutto questo è sicuro. È infatti accaduto su per giù dal ’22 al ’45, ma appunto questi politiconi di oggi sono tutti distinti dal non essere impegnati da principii, da programmi o da voti congressuali a comportarsi ancora una volta così. Probabilmente un grande maturo totalitarismo li metterà un giorno tutti d’accordo dando un buon posto ai più “elastici” di ogni sfumatura.

Essi sono sempre in attesa di un imprevisto “fantasma”, magari quello di Mussolini, cui lanciare il classico, demagogico, unifrontistico questo poi no!

I socialisti e rivoluzionari conseguenti credevano invece che questo grido chi entrava nelle file del proletariato lo lanciasse una sola volta e per sempre al regime del Capitale.

Più fetente di questo, per noi, non c’è nulla. Per noi, della “class de asen“.