Međunarodna komunistička partija

Battaglia Comunista 1951/II/18

L'astensionismo Pt.2

Nella prima parte di questo articolo sono riassunti gli argomenti fatti valere dagli astensionisti nell’altro dopoguerra contro la partecipazione alle campagne elettorali in genere.

Per quanto riguarda più specificamente la situazione italiana  – altro elemento che determinava la necessità di contrapporre l’astensionismo alla malattia elettorale – si aveva al tempo di queste discussioni nel partito socialista un gruppo di vecchi elementi stimabilissimi sotto ogni punto di vista sia come preparazione intellettuale sia come dignità di contegno politico. Ebbero solo nel periodo che precedette immediatamente la scissione una fase di incertezza che li trascinò in atteggiamenti opportunistici, purtroppo deplorevoli. Costoro, per quanto si dichiarassero seguaci di Marx, erano fermamente convinti della graduale ascesa del proletariato che sarebbe culminata nella conquista del potere. Per essi il proletariato marciava su due vie parallele: da una parte,  estendeva e consolidava progressivamente i suoi sindacati di classe, a mezzo dell’azione dei quali aveva ottenuto successi consecutivi e sempre maggiori, successi che essi glorificavano designandoli «le conquiste intangibili del proletariato». Dall’altra parte vi era il progressivo aumento numerico dei socialisti nei parlamenti che per essi era l’indizio sicuro che, appena questi avessero raggiunto la maggioranza (sarebbe bastata la metà più uno e si era già prossimi a ciò) sarebbe stata proclamata la repubblica sociale: era la parola magica di quel tempo. Lo Stato per questi pretesi marxisti era un ente a sé, una specie di macchina al di fuori delle classi, una specie di automobile di cui bastava impadronirsi del volante per condurla ove si volesse. Misconoscevano insomma  tutto il pensiero marxista sulla origine e sulla funzione dello Stato come organo di classe.

Accanto ai cosiddetti riformisti il partito socialista aveva accolto un gran numero di persone, la maggior parte delle quali, assieme a pochi anziani, ne costituivano l’ala massimalista. Fu la più vuota, la più parolaia, la più inconcludente massa, gente assolutamente impreparata, e più affetta dell’altra dalla lue elettoralistica, mentre si affannava a strombazzare che ripudiava in blocco metodi e concezioni dei riformisti per seguire solo la via rivoluzionaria. I riformisti partecipavano alle elezioni sinceramente convinti di battere la via per la conquista del potere, ma i massimalisti, che a parole negavano ciò, si ingaggiavano nelle elezioni in linea di massimo solo per soddisfare ambizioni e vanità. Illudendosi di tenere a bada gli estremisti, specie gli astensionisti, che combattevano il loro equivoco atteggiamento, essi giunsero a formulare e discuterla, fingendo di prenderla sul serio, la proposta che, a elezioni ultimate, si sarebbero costituiti «i soviet» col proposito di conferire loro l’effettivo potere nel senso che in essi si sarebbero prese le deliberazioni ultime. Queste poi sarebbero state trasmesse ai vari consigli comunali e provinciali, quelli si intende conquistati dai socialisti, per dare alle decisioni veste legale essendo questi gli organi riconosciuti dallo Stato borghese, e per curarne l’esecuzione. Che i «soviet», i «consigli», fossero la forma in cui finora si è concretata la formula astratta espressa dalle parole «dittatura del proletariato», quelli ignoravano o non comprendevano. Che lo stato dei soviet fosse l’organismo con cui il proletariato esercita il potere da solo, perché dei soviet possono far parte solo i proletari, e lo esercita perché a mezzo di essi svolge la sua funzione di classe dominante con finalità e quindi mezzi assolutamente diversi da quelli dello stato borghese, per essi era linguaggio sconosciuto. Se nello stato borghese la classe dominante assicura a mezzo dello stato il suo privilegio e il suo sfruttamento, essa non può e non deve eliminare la classe proletaria senza la quale non può vivere e quindi deve fino a un certo punto assicurarne l’esistenza e la possibilità di continuazione; al contrario il proletariato tende a distruggere la borghesia fino a farla sparire. I «soviet» ossia lo stato proletario e lo stato borghese sono insomma due poteri che non possono esistere e funzionare nella stessa zona senza combattersi fino a che uno dei due scompaia.

Quindi furono perfettamente conseguenti i bolscevichi russi quando, fondato il potere dei soviet nel 1917,  spazzarono via manu militari, l’assemblea costituente, giacché, mantenendo in vita questa, avrebbero annullato i risultati ottenuti nella rivoluzione.

Abbiamo ricordato queste vecchie discussioni non per amore di sentirci ancora una volta dire che noi ci compiacciamo di ripetere sempre le stesse cose ma perché la questione dello astensionismo, nei paesi cosi detti democratici, è rimasta in piedi tal quale era ai tempi, non proprio lontanissimi, in cui nacque.

Vi è la sola differenza che la conquista del potere col metodo del graduale aumento numerico dei rappresentanti del proletariato, cara ai vecchi riformisti, oggi è la dottrina dei partiti comunisti che riconoscono come capo supremo Stalin.

Questi non ha esitato ad affermare che vi sono due vie per il proletariato di conquistare il potere: quella seguita dagli inglesi mediante le vittorie elettorali, più lenta ma con minori scosse, e quella tumultuosa con più pericoli e più rapida seguita dai russi sotto la guida di Lenin. Il quale Lenin, però, diciamo noi, è vero che sosteneva che i partiti comunisti partecipassero alle elezioni, ma non ha mai pensato che per loro mezzo il proletariato avrebbe conseguito il potere.

Se nei paesi così detti democratici, il cittadino ha ancora la illusione della libertà del voto donde la necessità della propaganda astensionistica, nei paesi così detti totalitari il fatto che questa libertà sia una pura beffa è di una tale palmare evidenza che il buon cittadino per essere condotto a votare, vi è forzato in tutti i modi; vi è obbligato perfino per legge, considerandosi colpa l’astensione dal voto.

Egli sa pure che, anche se non andasse di persona, il suo voto figurerebbe sempre perché si deve raggiungere la cifra del 99 e frazione per cento di voti all’unica lista presentata, e si trova perciò, ossia per quieto vivere, più conveniente presentarsi e non fare notare la sua assenza. E così in questo paesi con un unico partito, parola che dovrebbe essere espressione di una parte e figura come espressione del tutto, con elezioni plebiscitarie di tutti i cittadini divenuti ormai elettori perché, come ufficialmente dichiarato, non esistono più classi, si è sentita la necessità di creare un immenso apparato poliziesco di costrizione. I tutti costringono i tutti?! Mistero che il solito capo dottrinario spiega affermando che la pratica dello stato socialista ha dimostrato errata la conclusione marxista dello stato che muore.

Povero marxismo, a che ti hanno ridotto i «marxisti» staliniani.

Vico