Međunarodna komunistička partija

Il Programma Comunista 1962/15

Statizzazione non è socialismo

Engels verso la fine dell’«Antidhüring» indica l’intervento del rappresentante ufficiale della società capitalistica, lo Stato ad assumere la direzione delle colossali masse di mezzi di produzione che il capitalismo ha concentrato in grandissime società per azioni, come una tappa utile dello sviluppo che conduce alla fine del capitalismo, dopo che la concentrazione delle aziende ne è stata la tappa precedente. Nella nota in calce egli deride la confusione di queste statizzazioni determinate dalle leggi economiche con ogni regia statale, come quella di Napoleone o Metternich per il tabacco, e quella di Bismarck delle ferrovie prussiane determinata da ragioni militari.

Bismarck ed Engels già sapevano nel 1878 che vi sarebbe stata una guerra dei tedeschi con le razze unite degli slavi e dei latini, e che il trasporto delle truppe tra i fronti opposti ne sarebbe stata la chiave. Ma Engels deride il vezzo idiota di chiamare tutti questi monopolii coll’etichetta di socialismo.

Le classiche pagine di Engels dicono quello che manca ancora perfino dopo le vere statizzazioni, quello che lo stato dei capitalisti deve fare per necessità: che il proletariato si impadronisca del potere dello Stato. (Sez. III Cap. II). Con ciò annulla se stesso come proletariato, e lo Stato di classe.

* * *

Quando Engels parlava di poste telegrafo e ferrovie non vi era ancora la odierna immane forza produttiva che è l’energia elettrica. Non poteva nominarla.

Lo Stato italiano con Giolitti (Pontefice degli oggi orripilati liberali) nazionalizzò le ferrovie già rette da due grandi società nel 1905. Tecnicamente il risultato provò la superiorità dell’esercizio statale sui pochi privati lasciati sussistere che andavano male e sarebbero falliti (oh, molto bene!) se non li avesse sorretti sempre lo stato con onerosissime sovvenzioni di gran lunga maggiori del valore di espropriazione.

Come le ferrovie l’elettricità è una prova che hanno rendimento enormemente vantaggioso le grandi organizzazioni tecnologiche. Verso quel tempo si apprese che in un paese senza combustibili (poi è venuto il metano!) si poteva avere tutta l’energia dai corsi d’acqua naturali.

Sembrò che la luce elettrica e le forze motrici industriali e di trasporto non sarebbero costate nulla. La lampadina che ci illumina è un pezzetto di sole portato dentro la casa o la fabbrica: questo ha il senso di un passo verso il socialismo di domani, che sarà la morte del mercantilismo monetario come della ladresca iniziativa privata.

Ma il grande progresso di questo cinquantennio fregnone ha tutto tradito; le brillanti ferrovie dello stato di un giorno funzionano facendo schifo e sangue; l’energia elettrica di oggi è di origine idrica e geotermica solo per tre quarti, per il resto va a combustibili comprati.

Tuttavia il processo della concentrazione delle aziende visto da Marx ha avuto in questo campo una manifestazione travolgente. I borghesi parlano di bassi costi e di bassi prezzi, che il loro intrallazzo devia, ma è certo che vi si arriva in virtù delle grandissime centrali e delle immense reti di conduttori. Più energia si trasporta su di un cavo meno se ne disperde; solo coprendo con relativamente poche centrali e linee un territorio enorme i cornutissimi borghesi vanno loro malgrado verso la loro rovina e la nostra vittoria.

* * *

Leggiamo il problema in lingua marxista. Nel 1898 l’Italia ha prodotto 87 mila kilowattore di energia nell’anno. Nel 1961 ne ha prodotti 60,9 miliardi. In 63 anni questa produzione è diventata settecentomila volte maggiore. Quale è stato il tasso medio di aumento in questo periodo sterminato? Il lettore, solita preghiera, non si stupisca: il 23,8 per cento annuo.

Per la legge di Marx questo tasso favoloso decresce nel tempo. Dal 1898 al 1901 a detta degli annuari di stato si è saliti (da 87 mila) a 220 mila kw-ore annui.

Ciò vale in tre anni 2,52 volte, e all’anno il 36 per cento, ossia più del 23.8.

Nel 1957 si produssero 42.726 trilioni di kw-ore. Ai 60.900 detti del 1961 si è andati in quattro anni, tasso annuo il 10,3 per cento, ottenuto in questa fase miracolata, ma sempre inferiore al 23,8.

Verifica della legge di concentrazione di Marx. Le società elettro-commerciali, danno il 45,6 per cento dell’energia, il 26 circa se lo fanno industrie diverse con impianti proprii, il 16 le Ferrovie, il resto aziende pubbliche locali ed altro. La partita più grossa, di 28 miliardi di kw-ore annui, la arrecano non più di 24 grandi società, il cui capitale azionario à cifrato 814 miliardi. Un curioso fattore: 29 lire (proprio piccole lire) per ogni kilorattora smerciato, cifra che è nell’ordine di grandezza del prezzo per illuminazione. Sono queste due grandezze che il socialismo deve uccidere; il capitale e il prezzo.

Quando Lenin disse che il socialismo economico è la dittatura sovietica più la elettrificazione, intendeva dire che con enormi centrali e reti unitarie di convogliamento dall’Artico all’Himalaya si sarebbe data ai russi la elettricità senza pagarla.

Ma vediamo come in questa marcia alla umana redenzione il monopolio sia una tappa che merita plauso e non maledizione.

Lenin progettava il monopolio unitario della elettricità russa e mondiale.

Dunque 814 miliardi di sporco capitale in 24 società. I quattro mostri benefici (se non ci fossero li dovremmo inventare: ma un Lenin dov’è?) da soli su 24, ossia in un sesto del numero di aziende, hanno 528 miliardi. 140 la Edison Volta (Milanone) – 103 la SIP (Torinaccio) – 96 la SME (Meridione succhia Cassa) e 90 la SADE (Adriatico). Non sappiamo, avendo il 53 per cento di tutto il capitale, quanta dell’energia eroghino, ma crediamo oltre i due terzi dei 28 miliardi di kw in commercio.

Altre 7 società, con le modeste cifre di 20-40 miliardi ognuna, coprono altri 254 miliardi di capitale, il 31 per cento, essendo meno di un terzo in numero di aziende. Ne restano altre 13, più della metà, con SOLI 132 miliardi di capitale, il 16 per cento, non più di un sesto del complessivo.

Sono su un dieci miliardi di media per una.

Queste 24 saranno tutte «trasferite», e con molte altre, al nuovo ENEL. Ma saranno profumatamente pagate. Il verbo trasferire andrebbe bene per noi; sono grossi e vasti impianti, che tecnicamente come la legge dice si possono unificare crescendo il rendimento. Ma sono appunto per questo già maturi, grazie al magnifico fenomeno della concentrazione e del monopolio, ad essere trasferite ad una società che non fosse governata da marxisti rinnegati e preti aperti a sinistra, senza la spesa di una lira o di un kilovatt. Quel kilovatt lo ha mandato Febo, e la elettricità la ha scoperta un Volta, da Como.

* * *

La legge sulla energia elettrica, se il riformismo strutturale non fosse al vertice delle buffonate, dovrebbe dire; dato lo sviluppo tecnico della produzione e distribuzione della energia elettrica, che ha determinato unità organizzate da 10 miliardi di kilowattore, è vietato a chi non sia l’Ente elettrico generarla e distribuirla su impianti pigmei. Stato non vale che veto.

Invece la legge dice che non saranno trasferite le imprese che non producano oltre 15 milioni (milioni!) di kw-ora. Come abbiamo mostrato, sono imprese pidocchio da circa 500 milionucci di capitale. Proprio queste dovevate confiscare, magari pagandole, e aggiungendo un calcio nel culo.

Queste impresuccie artigiane tengono alti i costi e alti i prezzi al consumatore fregatissimo, ed é grazie a queste che i cosiddetti monopoli fanno quattrini. L’Ente statale manterrà i prezzi dei monopoli cominciando a far debiti per somme favolose per le sue sedi e i suoi organismi direttivi. E gli vanno i costi-pidocchio.

Ma in questo paese di ignobile parlamentarismo chi le tocca le aziende formato gabinetto? Sono legate ai ceti piccolo borghesi, dispongono di voti a milioni e specie di voti da sacrestia. E che cosa frega agli evoluzionisti, ai gradualisti, ai riformisti, che vadano avanti sgrassando il cliente e supersfruttando il proprio personale nell’ombra del loro pidocchismo? Dal punto di vista della pancia l’operaio sta meglio quando ha il posto sotto il monopolio. Ma noi lo invitiamo a calpestare questo vantaggio, e a lottare per la morte della democrazia elettiva, per la dittatura aggressiva di minoranza, per la luce del sole irraggiata gratis a tutti, di notte.

Va spenta solo sull’orgia di coglionerie, a Montecitorio.

La terza stagione di Echo

Echo, il solo satellite artificiale visibile ad occhio nudo con una luminosità comparabile ad una stella fissa di prima grandezza, si vede per il terzo anno, come abbiamo segnalato per l’estate-autunno del 1960 e del 1961. Fu lanciato dagli americani nell’agosto 1960 con un dispositivo di plastica sottile contenuto in un piccolo involucro che, apertosi a grande altezza nel vuoto cosmico, per effetto di una certa quantità di polvere che si è gasificata, ha raggiunto la forma di una sfera a parete sottilissima del diametro di trenta metri che sta in orbita attorno alla Terra ad una distanza dalla superficie del nostro pianeta di circa 1500 chilometri (oltre un quinto del raggio terrestre). Il satellite ha un peso minimo ma data la grande superficie quando i raggi solari lo investono si vede benissimo dalle parti della Terra in cui è già notte. In questa stagione le condizioni sono favorevoli e dopo il tramonto si possono osservare vari passaggi.

Gli “esperti” quando il satellite fu lanciato gli previdero la vita di un mese al massimo perché le piccole particelle di rottame meteorico lo avrebbero presto perforato e fatto sgonfiare. La previsione non si è verificata affatto. Forse le piccole meteoriti di cui tanto si è parlato non esistono, o sono pochissime e rarissime.

Il corpo conserva il suo tempo di rivoluzione attorno alla Terra; un giro completo in circa due ore e sei minuti e mezzo. Per undici giri occorrono 23 ore e 10 minuti, e quindi la sera seguente ad una osservazione il passaggio avverrà in anticipo di cinquanta minuti.. Dopo due ore e 6 minuti vi sarà altro passaggio, che rispetto alla sera precedente sarà in ritardo di circa di circa 1 ora e 15 minuti. Prevediamo con una certa approssimazione i passaggi nei primi giorni di agosto 1962. 1° agosto verso le 21.5′ – 2 agosto verso le 20.15′ – 3 agosto verso le 21.30′ – 4 agosto verso le 20,40′.

Chi voglia vedere Echo dovrà guardare verso Occidente un poco spostato a Nord. Il Satellite resta visibile un quarto d’ora, passa tra la stella Arturo e le prime stelle del timone dell’Orsa Maggiore, poi taglia il triangolo delle note stelle di prima grandezza Vega, Deneb e Altair, quindi scende verso Est o Sud-Est.

Echo non va confuso con TelstarEcho agisce come un ripetitore passivo di onde radioelettriche, ossia rimanda la stessa energia che lo colpisce, e fu usato nel primo anno per alcune conversazioni telefoniche tra due punti degli Stati Uniti. Non poteva servire per trasmissioni televisive. L’odierno Telstar ha invece un complicatissimo dispositivo moltiplicatore e amplificatore e rimanda verso terra una energia milioni di volte maggiore di quella che gli perviene, da cui le strepitose trasmissioni tra continenti.

Telstar non ha che il diametro di 85 centimetri ed è invisibile ad occhio umano nudo. Ha bisogno lui pure quando è in funzione di collegamento di essere investito dai raggi del Sole, perché la sua energia attiva la trae da batterie solari, ma può essere localizzato nel cielo solo da telescopi ottici o da radiotelescopi. La sua apparecchiatura costata diecine di miliardi è di una complessità senza pari. Per tale motivo mentre Echo è vissuto molto più del previsto Telstar si potrebbe guastare da un momento all’altro e cessare di trasmettere. Sarà un gran male?

Lo spettacolo di Echo è suggestivo, semplice ed interessante, perché tutti possono capirne il meccanismo elementare.

Telstar che nessuno saprebbe decifrare serve per parlare a duecento milioni di uomini al tempo stesso. Noi crediamo alla ingenua legge che il numero delle persone con cui l’annunciatore comunica è proporzionale al volume delle balle che propina e riesce a far credere. Telstar è l’utensile ideale della democrazia e quindi della fessificazione universale. Ha già vomitato sul mondo banalità e frottole retoriche a milioni di tonnellate. È una nuova droga per il narcisismo coglione dell’animale uomo che crede alle sue “civiltà”, e non si accorge che mai quanto oggi ha rinculato.

Se Telstar va in panna non piangeremo certo, e ci consoleremo facilmente contemplando Echo che cammina nella volta stellata e non ci racconta nulla. Gli “specialisti”, con pochi milioni di dollari di nuovi stipendi, si metteranno a fabbricarne un altro. E gli annunciatori si prepareranno ad altri passi nell’arte di spacciare puttanate.

Ancora sul «socialismo» cubano

La pubblicazione, presso Feltrinelli, di un fascicolo di C. Wright Mills sulla «Rivoluzione Cubana» ci permette di ribadire alcuni punti già da noi trattati precedentemente.

Primo: il carattere non socialista della rivoluzione. Lasciamo stare il discorso (da noi esaurito) sulla struttura economica, ed affidiamoci, per quanto hanno di probante, alle dichiarazioni «castriste» sull’indirizzo ideologico della rivoluzione. Castro stesso dice che la «sua» rivoluzione è di «tipo nuovo», in quanto scioglierebbe il nodo posto dinanzi al mondo incerto e dubitoso tra il
«capitalismo che affama la gente ed il comunismo che risolve i problemi economici, ma sopprime la libertà tanto cara all’uomo» col suo «concetto totalitario»;
e scopre, in fondo, un termine nuovo per staccare (se mai possibile) la rivoluzione cubana dall’una e dall’altra determinazione: «rivoluzione umanistica» è la sua, e solo cubana. Che cosa tutto questo abbia a spartire con il marxismo lo lasciamo dire al PCI e soci, indaffarati – nonostante tutto – ad esaltare il «carattere socialista» dello stato cubano.

Secondo punto: il ruolo del locale Partito comunista è stato del tutto secondario, se non addirittura di freno. Ci tocca ribadire anche questo dato di fatto, dal momento che un certo prof. dott. Calò, in un suo giro di conferenze per il PCI, ha esaltato il «ruolo» svolto dal PSP nello volgimento della rivoluzione. Ma lo squallido stalinismo cubano, coi suoi 17 mila membri (dati del 59) ha fatto ben poco, e lo conferma ancora una volta la voce «ufficiale» di Cuba:
«Non ha avuto affatto parte nell’affermazione della rivoluzione… I comunisti, se non ci ignoravano, furono rivali politici del nostro movimento. Non ci aiutarono. Se ora fanno parte del governo, è perché il nostro governo lo ha concesso loro».
Ecco tante chiacchiere messe K.O., e proprio dal «socialista» Castro. Ma c’è di più: quel che vale per il Partito Comunista cubano, vale per tutta la gamma dei partitelli comunisti dell’America Latina.

L’opportunismo dirigente moscovita non può produrre che simili risultati. Ascoltiamo la non sospetta voce di Cuba, e ne sentiremo delle belle:
«Questo è generalmente il caso dei partiti comunisti locali dell’America Latina… i comunisti locali sono alla destra della rivoluzione. I partiti comunisti dell’America Latina mirano generalmente ai «fronti popolari» o alle «coalizioni nazional-democratiche» e così via [Non pare di sentir aria di casa nostra?]. Non hanno abbastanza appoggio per fare una rivoluzione e così sacrificano l’immediata azione rivoluzionaria, e anche il pensiero, per i «movimenti nazionali di liberazione». [Cioè: non possono e non vogliono la rivoluzione]… Somigliano troppo ad una società di «Amici dell’Unione Sovietica» e non entrano nemmeno nella «questione cinese», se la sollevate; e i «cinesi» [cioè i «rivoluzionari»] dell’America Latina non si perdono affatto coi partiti comunisti di qui, ma si dirigono direttamente all’elemento di sinistra… Sono i tipi più superati di «radicali» che tendono ad unirsi al partito comunista…».

Non occorre altro: i «comunisti» sud-americani a scuola di «sinistrismo» rivoluzionario dal radical-borghese Castro! A mendicare la «concessione» di una poltrona nel governo «rivoluzionario» in qualità di sensali negli scambi con la URSS, di cui sono gli squallidi ambasciatori! E a tramare nel resto dell’America Latina, CLN locali in attesa che un radicale meno «superato» di loro sciolga con la forza il dilemma creando un nuovo governo di «coalizione democratica» in cui poter entrare! Non è del resto questa la «tattica» di tutti i PC affiliati a Mosca? Non pare di sentire rifischiare le nostrane togliattesche «vie nazionali» all’antisocialismo, col concorso di tutti i partiti «sinceramente democratici»?

Niente di nuovo sotto il cielo dell’opportunismo.