Potranno, gli ultimi sviluppi della crisi cubana, aprire gli occhi dei proletari che ingenuamente si erano riversati nelle strade e nelle piazze a dimostrare per la salvezza di «Cuba socialista», sul fatto che ben altro è il pomo della discordia fra America e Russia e che quest’ultima, nella affannosa ricerca di mercanteggiamento al vertice è arcipronta a buttare a mare qualunque Castro e suoi barbudos in cambio di un accordo su zone di influenza imperialistica e scambi commerciali?
Lo stesso Krusciov che aveva istrionescamente proclamato di usare le superbombe nel caso che si fosse anche solo minacciata la libertà e indipendenza dell’isola conquistati a quello che egli e i suoi accoliti chiamano «socialismo», non solo si è affrettato a far invertire la rotta alle sue navi, ma è corso ad offrire al collega di Washington un mercantile baratto fra le rampe cubane e quelle turche, e poco dopo si è spinto più innanzi, ordinando addirittura di smontare le basi russe a Cuba, sotto controllo dell’ONU, e dì rispedirle in patria.
Era già significativo che lo stesso Nikita il quale agitava falsamente lo stendardo della vittoria finale del socialismo non avesse argomenti più decisivi per convincere John che nessuno minaccia l’America, all’infuori dell’assicurazione: Le rampe sono nelle mani di «ufficiali sovietici», state dunque tranquilli che non le useranno; se dipendessero da quegli scalmanati di barbudos tutto sarebbe possibile, ma ci siamo noi, rappresentanti del «6° del mondo socialista»; quindi voi, rappresentanti del mondo capitalista, non avete nulla da temere! Ma il colmo è che, calando precipitosamente le brache, egli abbia accettato la tesi americana dell’immediato smantellamento delle basi missilistiche a difesa dell’isola contro la semplice assicurazione statunitense che questa non sarà invasa, e abbia condito tale capitolazione coi più sperticati e ruffianeschi omaggi al presidente!
Poveri illusi – siate voi proletari mobilitati nelle piazze per esaltare le vittorie del «socialismo» nel mondo, o siate piccole e giovani nazioni faticosamente e spesso sanguinosamente uscite dalla servitù coloniale – poveri illusi che vi attendevate da questa o da quell’ala dello schieramento di Stati «liberatori» dell’ultima guerra la mano che vi aiutasse a spezzare per sempre le ultime pesanti catene! Tutto il senso della storia di questo secolo non è dunque – ne avete oggi l’ennesima prova schiacciante – che i grossi, calcano il piede sulle faccia dei piccoli, e la più gran fregatura per questi ultimi è proprio quando i big, intervengono a «difendere la loro libertà minacciata»? Non è lì, bianco su nero, la dimostrazione clamorosa che nulla gli oppressi possono e debbono attendersi dai falsi profeti di una libertà che, dall’una parte e dall’altra, ha nomi diversi ma un solo contenuto – la libertà per il forte di scuoiare il debole e banchettarci sopra? Dopo la guerra vinta «per la libertà», sole le mazzate dei carcerieri mondiali hanno un senso e controllano il mondo, – questo delizioso mondo governato da bande dì briganti e di buffoni!
Noi abbiamo potuto dire, a tempo, che la «rivoluzione» di Castro era solo una parodia di rivoluzione; sarebbe ingenuo ripeterlo oggi che anche questa parodia, migliore in ogni caso della gigantesca farsa di una «libertà» sotto il tallone degli zuccherieri yankee, viene sacrificata – e gettata in un ridicolo che i barbudos nella loro ingenuità non si aspettavano certo – al fraterno abbraccio fra i due K. Nel «do ut des» che seguirà, il pacifismo internazionale darà fiato alle trombe; Russell e Giovanni XXIII saliranno da vivi agli altari; l’ONU si sprofonderà in inchini di fronte ai due Big della pirateria mercantile mondiale, mettendo lo spolverino a quello che essi hanno già deciso e i piccoli andranno lì a farsi benedire. Forse, nella loro ingenuità, batteranno ancora le mani.
Ma ci sarà pure un pugno di proletari che tireranno la grande lezione dal gigantesco imbroglio. Essi avranno sentito, nel giro di pochi giorni, susseguirsi dalle due bande l’intera gamma delle ipocrite giustificazioni di ogni manovra militare e imperialistica: l’America, grande vestale della cosiddetta libertà, intervenire «per ragioni di difesa» contro i preparativi che la parte avversa dichiarava di andar facendo per analoghe «ragioni di difesa»; l’una e l’altra proclamare offensive le armi altrui e innocuamente difensive le proprie, entrambe erigersi a campioni dell’indipendenza dei popoli, entrambe barattarle per i loro interessi di dominazione del mondo: tutt’e due, infine, gettar fumo negli occhi dei gonzi presentandosi come irriducibili nemiche e subito dopo correre all’abbraccio in nome del dio-merce, del dio-business, del dio-bastone con annessa carota.
E quei proletari, forse, guarderanno ancor più in là; se, da un lato, spezzeranno i legami che li tengono vilmente uniti ai falsi profeti di altisonanti ideologie buone soltanto per il gregge degli ingenui, dall’altro troveranno nella crisetta di questi giorni una spinta a ritrovare la strada opposta, quella della lotta proletaria internazionale contro la dittatura mondiale borghese. Non c’è stata – e noi prevedemmo subito che non ci sarebbe stata – guerra; ma la crisi cubana è il sintomo di qualcosa che, nel regno conclamato del benessere e della prosperità universale non funziona più; è la valvola di sfogo di un marasma che, soprattutto in America, ma anche in Europa, attanaglia da mesi la macchina produttiva. Bisogna dare una frustata al giro degli affari; bisognava spendere quattrini pubblici per rianimare il mondo languente dell’industria e del commercio privati, tonificare la borsa, e – che è la stessa cosa – lo spirito. Il servizio che Mosca ha reso a Washington è quindi doppio: mano libera nella politica panamericana, ossigeno all’economia interna. Per conto suo, Kennedy può mietere anche pingui allori elettorali in patria, e rinnovato prestigio nell’Europa protetta dal suo «scudo» cattolico, apostolico e romano.
La crisi può aver trovato la sua piccola e momentanea valvola di scappamento: è un’altra prova delle virtù conservatrici borghesi del pacifismo. Ma la crisi tornerà, e sarà più vasta e profonda, tanto più profonda quanto più, nel mondo impazzito di paura, tornerà la pace dei mercanti e dei ruffiani.
Non è ancora troppo tardi perché alla risposta capitalistica della guerra non più finta, ma vera, e del dominio dittatoriale dei grossi mercanti, il proletariato si prepari a contrapporre la risposta della rivoluzione proletaria e della dittatura mondiale comunista.
Dall’ «Unità» giovedì 18 ottobre: «Mosca, 17 ottobre. Il Presidium e il governo dell’URSS si riuniranno domani sui campi di Borodino, a 120 km. da Mosca, per celebrare in forma solenne il 150° anniversario della battaglia della Moscova che segnò praticamente il tramonto della stella di Napoleone. Dal 1° settembre, giorno anniversario, fino ad oggi, decine di migliaia di moscoviti hanno visitato il villaggio passato alla storia. La cerimonia di domani, che sarà seguita nel pomeriggio dalla inaugurazione di un modernissimo edificio circolare che racchiude il Museo e il panorama della battaglia sulla via che porta il nome di Kutusov e in serata da una manifestazione al palazzo dei Congressi al Cremlino, chiude praticamente le celebrazioni ufficiali; ed è probabile che prendendo la parola a Borodino o al Palazzo dei Congressi, Kruscev pronunci un discorso non soltanto di rievocazione storica ma di esame dei problemi internazionali…», ecc., ecc.
E’ un dato di fatto positivo ammesso dalla storiografia ufficiale e addirittura dai manuali scolastici, che l’epopea militare di Napoleone rappresentava alla fine del ‘700 e agli inizi dell’ ‘800 l’espansione della Rivoluzione Francese e della giovane borghesia rivoluzionaria. Infatti, le grandi campagne napoleoniche misero a soqquadro l’Europa dell’assolutismo, scossero dalle fondamenta le impalcature tarlate della società feudale, accesero in tutta l’Europa quel fuoco della rivoluzione borghese che divamperà per tutta la prima metà dell’ ‘800 e si estinguerà con l’avvento dei Cavour e dei Bismarck, verso il 1870. Ci vergogniamo, è la parola, di dover richiamare questi luoghi comuni della cultura ufficiale e del progressismo corrente. Un altro fatto positivo, da tutti conosciuto e da tutti ammesso, è questo: l’unico baluardo della reazione feudale che seppe resistere all’urto rivoluzionario delle armate napoleoniche, fu l’impero zarista ed è noto che la zarismo – vittorioso su Napoleone – rappresentò durante l’ottocento la guardia armata della reazione feudale e perfino grande-borghese, pronta ad intervenire per soffocare nel sangue i popolani delle città insorte a Varsavia, a Budapest, a Vienna.
Abbiamo richiamato questi luoghi comuni, a ragion veduta, così come sono esposti, ad es. sulla «Rivista storica del socialismo», su «Studi storici»,, sui giornali di sinistra, senza aggiungere neppure una parola del nostro vocabolario di marxisti «dogmatici».
Ed ora, illustri professori, avanti! Coraggio, sig. prof. Giorgio Candeloro, forza, sig. prof. Ernesto Ragionieri, su allegro dott. Paolo Alatri, senza scrupoli, sig. prof. G. Procacci, senza pudore, sig. prof., ex-seguace di Giovanni Gentile, Delio Cantimori, un altro po’ di faccia di bronzo, egregio marxista a ritorni mestruali Lelio Basso! Fatevi sotto, vendete l’ultimo credito di verginità che la opinione pubblica vi ha finora concesso!
Con il divieto dei lupanari legali, la prostituzione illegale dilaga. Ma voi, coraggio! abrogate la legge Merlin, almeno nel campo della «cultura», parola equivoca in radice e desinenza.
«Culturate» legalmente alla luce del sole, sulle vostre belle riviste. Fateci leggere su «Rinascita» un saggio dedicato all’ardore rivoluzionario dello zar! Schizzateci un medaglione storico sulla «Rivista storica del socialismo» del giacobino Kutuzov! Dateci un’interpretazione militare, su «Studi storici», della strategia rivoluzionaria delle cariche cosacche! Animo, sig. prof. Ernesto Ragionieri! Rinverdite e commentate un epistolario inedito fra la zarina e il suo confessore, da cui risulti che quella progressista amava la Russia Grande e santa, il popolo russo Grande e Santo, e il suo confessore tozzo e barbuto!
E’ vero, molto tempo fa, un certo Karl Marx aveva messo sullo stesso piano queste funzioni sociali: «Re, prete, professore, prostituta, soldato». E’ vero, molti anni or sono, un certo Karl Marx, in un momento di distrazione, aveva scritto queste tre grosse parole: «MERDA DI STATO» e Kautsky, vostro progenitore, non aveva osato riprodurle.
Ma voi, illustri professori, non pensateci. Sedetevi davanti alla TV, contemplate in Canzonissima l’ultima fase progressista della borghesia italiana e … del Pontefice, ammirate in Franca Rame e Dario Fo gli ultimi eroi del secondo risorgimento!
Dal ’73 al ’78 la crisi si fa cronica negli Usa e nel ’75 in Inghilterra. L’ultima data che si ritrova nei testi di Marx è del 1879, di cui egli dà un accenno sommario nella lettera a Danielsen, economista russo che traduceva il I° libro del Capitale. In essa Marx mette ancora in luce la generale desolazione dell’economia e soprattutto l’apparente tranquillità delle banche e delle ferrovie, le quali accumulano ogni giorno debiti e azioni.
Ancora sulla teoria delle crisi
Marx nota che le crisi ricorrono all’incirca ogni dieci anni e, se la sua preoccupazione di cogliere le ragioni di questa quasi costante periodicità si fa sempre viva nella ricerca dei fenomeni immediati che si sviluppano prima durante e dopo le crisi stesse, tuttavia e soprattutto l’interesse per i fatti contingenti serve a dimostrare la validità della dottrina. Quante volte si dovette dileggiare il vezzo piccolo-borghese di correggere le nefandezze del capitalismo con la proposta di ricondurlo alla produzione semplice delle merci! Marx prese la testa di turco di Proudhon e dimostrò che le malattie del capitalismo adulto avevano la loro origine nel capitale, nelle semplici categorie dell’economia capitalistica. Non era necessario ricorrere alla riproduzione allargata per spiegare le crisi, anche se la straripante produzione ingolfava i canali dell’economia. Marx parla sempre di sovrapproduzione relativa: “Quando si afferma che non si tratta di una sovrapproduzione generale, ma di una mancanza di proporzione fra i diversi rami di produzione, si afferma semplicemente che nella produzione capitalistica la proporzionalità dei diversi rami di produzione risulta continuamente dalla loro sproporzione, poiché qui il nesso interno della produzione complessiva si impone agli agenti della produzione come una legge cieca, e non come una legge compresa e dominata dal loro intelletto associato, che sottomette il processo di produzione al loro comune controllo… Ma tutto il modo di produzione capitalistico è solo un modo di produzione relativo, i cui limiti non sono assoluti ma lo diventano per il modo di produzione stesso” (Il Capitale, Vol. III, Tomo I, pag. 314, Ed. Rinascita).
D’altra parte tutta l’economia capitalistica è pronta a fornire le forme più semplici e più complesse della crisi. “La forma più astratta della crisi e per conseguenza la possibilità formale della crisi è dunque la metamorfosi della merce stessa, in cui solo come movimento sviluppato è contenuta la contraddizione, insita nell’unità della merce, fra valore di scambio e valore d’uso, tra denaro e merce”. (Teoria delle dottrine economiche, Vol. II, pag. 559). È già nella merce la forma primaria della crisi, nel fatto cioè di essere al tempo stesso prodotto per soddisfare un bisogno e portatrice di valore, di lavoro medio sociale e plusvalore. È quindi nella contraddizione sociale su cui poggia la produzione capitalistica che vanno ricercati il contenuto e la causa delle crisi. La lezione leniniana sulle cause della crisi è perfetta: “Le crisi sono possibili(…) perché il carattere collettivo della produzione entra in conflitto col carattere individuale dell’appropriazione” (Sui caratteri del romanticismo economico). Ancora Marx in forma stringata: “Tre fatti principali della produzione capitalistica: 1° – Concentrazione dei mezzi di produzione in poche mani, per cui cessano di apparire come proprietà dei lavoratori diretti (artigiani) e si trasformano in potenze sociali della produzione, anche se, a tutta prima, come proprietà privata dei capitalisti: Questi sono i trustees (i fiduciari) della società borghese, ma intascano tutti i frutti di questa posizione di fiducia; 2° – Organizzazione dello stesso lavoro, come lavoro sociale, mediante la cooperazione, la divisione del lavoro, il collegamento del lavoro e delle scienze naturali. Nei due sensi il modo di produzione capitalistico sopprime, benché in forme antitetiche, la proprietà privata ed il lavoro privato; 3° – Creazione del mercato mondiale. L’enorme forza produttiva, per rapporto alla popolazione, che si sviluppa nel quadro del modo di produzione capitalistico, e, benché non nelle stesse proporzioni, l’aumento dei valori-capitale (e non solo del loro substrato materiale), che crescono molto più rapidamente della popolazione, sono in contraddizione con la base (che, relativamente alla ricchezza crescente, diviene sempre più ristretta) per la quale questa enorme forza produttiva lavora, e con le condizioni di messa in valore di questo capitale crescente. È qui l’origine delle crisi” (Il Capitale, Libro III, ed. Dietz, pag. 293). E un’altra citazione tra le mille: “Il capitale si manifesta sempre più come una potenza sociale di cui il capitale è l’agente che ha ormai perduto qualsiasi rapporto proporzionale con quello che può produrre il lavoro di un singolo individuo; ma come una potenza sociale estranea, indipendente, che si contrappone alla società come entità materiale e come potenza dei capitalisti attraverso questa entità materiale. La contraddizione tra questa potenza sociale generale, alla quale si eleva il capitale, e il potere privato del [singolo] capitalista sulle condizioni sociali della produzione, si va facendo sempre più stridente e deve portare alla dissoluzione di questo rapporto e alla trasformazione delle condizioni di produzione in condizioni di produzione sociali, comuni, generali. Questa trasformazione è il risultato delle forze produttive nel modo capitalistico di produzione e della maniera in cui questo sviluppo si compie” (Il Capitale, Libro III, Vol. I, pag. 322, Ed. Rinascita).
Purtroppo, le traduzioni dei testi marxisti, monopolizzate dalle ricche centrali opportuniste, sono sempre interessatamente fiacche e non riescono a rendere il vero senso del testo originale. Infatti, per capitalista non si deve intendere solo il capitalista-uomo, ma soprattutto l’azienda capitalista, l’agente della produzione capitalista, l’impersonale e anonima organizzazione produttiva capitalista. Altrimenti sarebbe di assoluta incomprensione il capitalismo di stato, nel quale non esistono i capitalisti intesi come padroni individuali dei mezzi di produzione, mentre esistono, come in Russia, i “fiduciari intascanti i frutti della società borghese” di cui Marx più sopra. I trustees del “profeta” Carlo si chiamano oggi operatori economici.
E allora appare in luce meridiana l’analisi di Marx sull’origine delle crisi: da una parte la socializzazione delle forze produttive, la produzione sociale; dall’altra la privata disponibilità dei mezzi di produzione e delle stesse forze produttive da parte delle unità produttive. È qui il caos sociale: le unità produttive capitaliste non riescono più a contenere le crescenti forze sociali della produzione, le aziende sono troppo anguste per organizzare la forza lavoro, controllare il pluslavoro e distribuirlo nella società. Di conseguenza l’anarchia della produzione, la sovrappopolazione relativa di produttori, la distruzione continua di ricchezza, costituiscono le stigmate del capitalismo. E questo anche quando la concentrazione più avanzata dei capitali sparsi induce gli agenti borghesi a farneticare di programmazione, di controllo della produzione, di piano. In realtà, essi avvertono l’assoluto e urgente bisogno di pianificare la produzione, ma cozzano nella contraddizione insormontabile fra produzione sociale e appropriazione aziendale, privata, di plusvalore. Il nocciolo della questione è tutto qui: non è un fenomeno meramente economico, ma sostanzialmente sociale; la produzione di plusvalore e profitto è il principio e il fine del modo di produzione capitalistico. Il capitalismo ha potuto e dovuto – questo è il suo merito storico – socializzare la produzione, ma non l’appropriazione, che è rimasta al livello privato e pecuniario per tutti, borghesi e proletari.
Da questa constatazione generale parte, per esempio, la nostra critica rivoluzionaria alla pretesa pianificazione in URSS, dove, appunto, è del tutto naturale che si smonti il controllo centralizzato della produzione e del consumo, e della appropriazione, perché la base dell’economia russa è l’azienda con il suo bilancio attivo in vista di realizzare plusvalore e profitto e il salario in moneta.
Il quadro di Marx
Marx in una lunga lettera a Engels del 6 luglio 1863 da Londra (Il Capitale, Vol. II, Tomo II, pag. 189, Ed. Rinascita) traccia due complicate tabelle, di cui la prima “Tabella del processo di riproduzione” e la seconda “Tableau économique del processo complessivo di riproduzione”. In esse figurano le due sezioni della produzione, la prima dei mezzi di produzione (produzione di capitale costante) e la seconda dei mezzi di consumo (produzione dei mezzi di sussistenza). Nella prima tabella Marx comprende tra gli elementi costitutivi del capitale anche la rata del capitale fisso che entra direttamente, ma per computo monetario, nel prodotto, ma si preoccupa soprattutto dello scambio tra le due sezioni della produzione e della scomposizione del profitto, filiazione del plusvalore, in profitto industriale, interesse e rendita. Per la comprensione, però, della generale questione dello “sciupio” e del fenomeno ricorrente delle crisi economiche, non si tratta tanto di ricercare nell’intreccio della riproduzione allargata, quanto nella riproduzione semplice. Non che nella riproduzione allargata la produzione di capitale cessi in quanto tale o che manifesti anomalie di cui sarebbe aliena nella riproduzione semplice. Questa falsa interpretazione, come le citazioni da Marx ampiamente testimoniano, fa comodo all’opportunismo soltanto per giustificare la totale rinuncia alla lotta rivoluzionaria. Marx dedica alla riproduzione allargata ben quattro Sezioni del Libro III del Capitale, non certo per trovare alcunché di nuovo che rettifichi o smentisca il vecchio, ma al solo fine di completare l’analisi del modo di produzione capitalistico. La trama dell’economia capitalistica è nella rotazione delle semplici parti costitutive del capitale e delle sue metamorfosi, da cui prendono poi l’avvio i complessi fenomeni dell’accumulazione. È un vecchio trucco della filosofia, pretesa scienza delle scienze, di risolvere con la logica i fenomeni dell’economia politica, che sono dialettici; o al massimo di contrapporre il micro al macro e di vedere tutto in chiave quantitativa: più acciaio, più libertà, più merci, più tutto!
Nella corrispondenza del 2 marzo del 1858, Marx avverte lo stretto nesso tra ciclicità produttiva e capitale costante fisso: “Il tempo medio della durata del macchinario è uno degli elementi importanti per spiegare il ciclo poliennale che la produzione percorre da quando si è affermata la grande industria”. E nella risposta del 4 marzo Engels conferma l’intuizione di Marx e gli riferisce del modo con cui i capitalisti calcolano l’ammortamento del capitale fisso e quindi le valutazioni del tempo per ricostruirlo. Smentisce le sciocchezze del Babbage, che asseriva come a Manchester la maggior parte del macchinario venisse rinnovata ogni cinque anni, e dimostra com’è nell’interesse della produzione capitalistica avere macchine e impianti che durino più a lungo possibile rispetto al loro costo, per produrre a costi minori. Engels indica in dieci-tredici anni la durata del macchinario. Per inciso agli effetti fiscali viene riconosciuta oggi in Italia una percentuale media annua di ammortamento dell’8%, che serve appunto a ricostituire in 12-13 anni il capitale fisso. Sotto questo profilo, l’aliquota non riguarda gli impianti fissi, edifici, stabilimenti ecc. che dovrebbero durare più a lungo. Marx, a questo proposito, aggiunge un altro elemento poderoso alla nostra equazione dello sciupio. Nota, infatti, come la cosiddetta razionalità degli edifici in genere, e di quelli industriali in particolare, la presunta armonia dispositiva di reparti e sezioni produttivi nel corpo della fabbrica, siano inutili e da demolirsi appena che si renda necessario un minimo aumento della produzione. È una periodica rovina di capitale morto che potrebbe essere utilizzato per lunghissimo tempo ancora se fosse predisposto con raziocinio non borghese, dell’oggi immediato. E propone con brillante senso… futurista una disposizione asimmetrica degli impianti, per elementi componibili, man mano che le esigenze produttive lo richiedono.
Nel quadro abbiamo assegnato dieci anni alla I sezione – beni strumentali – per ricostituire la sua dotazione di capitale fisso, e cinque anni alla II sezione – beni di consumo. Per semplicità si immagina che la produzione dei beni di consumo coincida con la produzione agricola. In questa, parte notevole del capitale fisso è data dal bestiame (scorta viva) che deve avere rapido ciclo di rimpiazzo.
Quadro di marx per la riproduzione semplice del capitale fisso e circolante
Logorio del capitale fisso
C1
Capitale costante circolante
C2
Capitale costante
c = c1+c2
Capitale variabile
v
Plusvalore
p
Prodotto
k1 = c+v+p
Capitale anticipato
K= cr + vr + C’
Sezione I – Beni strumentali
Settimana
20
60
80
20
20
120
10.500
Rotazione (5 sett.) r
100
300
400
100
100
600
10.500
10 Rotazioni (50 sett. = anno) a
1.000
3.000
4.000
1.000
1.000
6.000
10.500
Ciclo capitale fisso (10 anni) C1
10.000
30.000
40.000
10.000
10.000
60.000
10.500
Sezione II – Beni di consumo
Rotazione (Anno) r’ = a’
500
1.500
2.000
500
500
3.000
5.000
Ciclo capitale isso (5 anni) C’1
2.500
7.500
10.000
2.500
2.500
15.000
5.000
Doppio ciclo (10 anni) C”1
* 2.500
15.000
20.000
5.000
5.000
30.000
5.000
Totale sociale annuo a+a’
1.500
4.500
6.000
1.500
1.500
9.000
15.500
Tot. sociale decennio C1 + C’1
12.500
45.000
60.000
15.000
15.000
90.000
15.500
Totale assoluto del plusvalore = p/v = sempre 100/100 = 100%
Totale annuo del plusvalore = p annuo / v anticipato (1 rotazione) =
= {
Sezione I
1.000/100 = 1.000%**
Sezione II
500/500 = 100%
* In questo caso non è c = c1+c2 in quanto questa formula è valida solo nei limiti di un ciclo di capitale fisso iniziale. ** Cfr. Il Capitale, Libro II, vol. I, cap. XVI, pag. 311-312. Ed. Rinascita.
Gli elementi costitutivi sono i classici componenti del capitale, secondo le annotazioni proposte nell’Abaco e il metodo algebrico di scrittura e lettura. Linee verticali: nella prima colonna il logorio del capitale fisso c1 e nella seconda il capitale costante circolante c2, che costituiscono tutto il capitale costante nella terza colonna. Si chiarisce che anche il capitale fisso è capitale costante, una sua partizione. Marx dedica a questa distinzione un certo studio, non per fare dell’accademia, ma per dimostrare come la diversa rubricazione delle spese che riguardano il capitale fisso consenta, nelle grandi società per azioni, un aumento dei dividendi a favore degli azionisti. Nella merce non entra, evidentemente, tutto il valore delle macchine e degli impianti, ma appunto la loro quota di ammortamento, solo una parte aliquota di valore del capitale fisso: nel nostro esempio il 10% annuo, posto in dieci anni il tempo per la ricostituzione del capitale fisso. Il capitale costante circolante è costituito da materie prime e ausiliarie. Nella quarta colonna il capitale variabile, v, forza lavoro, cioè salari. Nella quinta il plusvalore, p. Nella sesta il valore globale del prodotto, che secondo la consueta annotazione è: k1 = c + v + p, vale a dire: capitale costante, nelle sue partizioni di capitale fisso e circolante, più capitale variabile-salari, più plusvalore.
Nella settima, il capitale che l’azienda deve anticipare, ed esattamente tutto il capitale costante ed il capitale salari e il valore integrale del capitale fisso. Si deve chiarire però che il capitale variabile è anticipato rispetto alla realizzazione del costo globale della merce prodotta, ma viene speso dall’azienda soltanto dopo che è stato consumato nel prodotto. Questo chiarimento va premesso non tanto per la spiegazione del nostro quadro, quanto come anticipazione di un fenomeno che Marx chiama del “capitale liberato”, durante le rotazioni del capitale. Infatti, i salari vengono pagati agli operai non anticipatamente, ma dopo che questi hanno prestato la loro opera, una settimana, quindicina, mese, a seconda del periodo di paga. Oggi, per esempio, è invalso il costume di pagare mensilmente, con acconti quindicinali, soprattutto nelle grandi aziende, che giustificano tale periodicità con il minor peso degli interessi passivi da pagare alle banche. Tuttavia, dovendo essere anticipatamente disponibile una certa somma di denaro corrispondente al capitale variabile, la si deve intendere nello schema per già consumata. Linee orizzontali: il titolo, I sezione – beni strumentali o mezzi di produzione. Per questa sezione si è convenuto che ciascuna rotazione consista in cinque settimane, cioè che il tempo di produzione o di lavoro e il tempo di circolazione della merce sia di cinque settimane; e che l’anno consti, di conseguenza, di dieci rotazioni, supposto di 50 settimane per semplificare. La rotazione del capitale è, infatti, l’insieme del tempo necessario a produrre integralmente una certa merce finita e quello indispensabile perché questa merce compia la duplice metamorfosi dello scambio: sia portata al mercato per essere scambiata, nella vendita, con una massa equivalente di danaro, la quale a sua volta serve per acquistare materie prime e ausiliarie, e salari per riprendere il ciclo della produzione della merce determinata. Nel nostro caso, allora, la stessa quantità di capitale anticipato servirà per compiere dieci rotazioni annue, stabilito che ogni rotazione consta di cinque settimane. Chiamiamo r la rotazione, a il numero di rotazioni nell’anno e C1 il valore del capitale fisso nel suo ciclo totale. Allora nella prima settimana entreranno nel prodotto 20 di capitale fisso, pari ad 1/500 del capitale fisso totale, essendo il suo ciclo decennale, ovvero di 500 settimane; 60 di capitale costante circolante-materie prime ed ausiliarie; 20 di capitale variabile-salari; 20 di plusvalore. Il prodotto alla fine della prima settimana, addizionando 20 più 60 più 20 più 20, è di 120. Supposta la rotazione di cinque settimane (seconda orizzontale) il prodotto totale alla fine della rotazione, delle cinque settimane, è di 600 e nell’anno (terza orizzontale) di 6.000. Resta da chiarire 10.500 del capitale anticipato già all’inizio della prima settimana. Prima che abbia inizio il ciclo produttivo, alla prima settimana, l’azienda deve disporre di una somma di capitale pari al capitale costante necessario all’integrale produzione della merce, vale a dire quelle materie prime e ausiliarie di cui la merce è composta; dell’aliquota per deperimento del capitale fisso (non interessandoci per ora né in questa sede il fenomeno contraddittorio per cui il capitale fisso cede valore al prodotto e non si incorpora in esso se non sotto forma di puro valore calcolato in forma monetaria, ricostituendosi, così, in forma di denaro) e del capitale salari (v); somma che settimanalmente è di 100, la quale moltiplicata per 5, tante quante sono le settimane necessarie per espellere e vendere merce, fanno 500 (c più v della 2ª orizzontale). A queste 500 vanno aggiunte 10.000, valore globale del capitale fisso, macchine ed impianti, che l’azienda ha dovuto pagare anticipatamente per poter iniziare la produzione. Come Marx dice esplicitamente (astraendo dal deposito in banca che frutta interesse) le 20 settimanali della colonna c1 si accumulano per 10 anni (500 settimane utili) fino alle 10.000 che saranno spese tutte insieme a ripristino di tutto il c1 di partenza. È chiaro che il ciclo chiuso di produzione e circolazione (rotazione) consta di 5 settimane e che, quindi, per produrre 6.000 nell’anno (3ª orizzontale – 6ª verticale) bastano sempre 500 della prima rotazione, che si ricostituiscono automaticamente ad ogni rotazione.
Salta subito agli occhi il fenomeno del tasso di plusvalore. Marx lo distingue in tasso assoluto e in tasso annuale. Il tasso assoluto, cioè il rapporto tra il plusvalore e il capitale variabile nel periodo (p/v) è sempre 100/100, cioè 100%. Nel nostro quadro, infatti, 20/20, 100/100, 1.000/1.000, se si considera la settimana, la rotazione, e le 10 rotazioni, valgono appunto il 100%. Ma se invece si considera la massa di plusvalore realizzata nell’anno (5ª verticale – 3ª orizzontale) in rapporto al capitale anticipato per salari (prima rotazione), – vedi 4ª verticale – 2ª orizzontale – allora è evidente che il saggio di plusvalore è dieci volte maggiore del saggio assoluto e cioè del 1.000/100, cioè 1.000%. Vale a dire che il tasso annuo del plusvalore è uguale al tasso assoluto moltiplicato per il numero di rotazioni nell’anno. In effetti, cioè, una azienda per realizzare 1.000 di plusvalore nell’anno non ha bisogno di disporre di una massa salari di 1.000, ma gli basta una massa ridotta di 100, ammesso che questa massa compia 10 rotazioni l’anno.
Sezione II – Beni di consumo. In questa sezione la rotazione è unica nell’anno, avendo per presupposto la ciclicità annua del raccolto agricolo. Valgono per questa sezione i chiarimenti della prima, con la sola differenza che non compare qui il fenomeno del tasso annuo di plusvalore maggiore di quello assoluto, in quanto l’uno coincide con l’altro. Da qui si spiega, per esempio, come la maggior parte del capitale venga investita nell’industria (I sezione), piuttosto che nell’agricoltura (II sezione). Nella prima il profitto è di gran lunga superiore, in quanto è possibile un maggior numero di rotazioni. Nella seconda, il ciclo produttivo è direttamente vincolato a fenomeni naturali che, malgrado i tentativi di forzarli, sono pressoché immutati.
Nell’ultima partizione orizzontale sono collocati i due totali sociali, per anno e per decennio, della produzione globale delle due sezioni, che si ottiene addizionando gli elementi annui della I sezione (3ª orizzont.) con quelli della II sezione (5ª orizzont.), e decennali.
Prime conclusioni
Da quanto precede, si deve in primo luogo por mente alla stridente contraddizione tra gli elementi costitutivi del capitale, e segnatamente tra il capitale anticipato e il prodotto sociale. Il capitale costante circolante e il capitale variabile ‒ limitatamente alla I sezione, regno della produzione capitalistica ‒ si ricostituiscono integralmente di rotazione in rotazione, per l’immediato loro consumo, essendo il loro valore d’uso il soddisfacimento di immediati bisogni: si potrebbero chiamare merci comuni. Marx li chiama addirittura entrambi capitale circolante, per le loro caratteristiche di mobilità e consumo. Il capitale fisso, invece, è una merce speciale, con proprietà che trascendono la sua forma materiale, per la funzione che compiono nella produzione capitalistica. Attraggono e succhiano lavoro vivo in maniera impressionante. I nostri opportunisti, nella loro caccia alle streghe, insegnano agli operai ad inseguire il capitalista, che realizza la regola dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. In realtà essi nascondono il tremendo e impressionante fenomeno sociale dello sfruttamento del capitale morto su quello vivo, del capitale per antonomasia sul lavoro salariato in particolare e sul lavoro sociale in genere.
Per produrre è ineluttabile che si trovi già predisposta una massa crescente di lavoro morto, sotto forma di capitale fisso, macchine, impianti, attrezzi, il cui volume è preponderante rispetto agli altri elementi del capitale. Nel nostro schema, si parte con 10.000 di capitale fisso e con solo 500 per realizzare la prima rotazione che consenta la produzione di merce. Ora non è per opera dello Spirito Santo che è già pronto un capitale fisso di 10.000. Questo è il risultato di accumulazione di plusvalore di generazioni di proletari salariati, cristallizzato in lavoro morto, il quale non trova altra giustificazione d’esistenza se non di essere messo in movimento, di essere costantemente risuscitato dal soffio vitale del lavoro vivo. Per poi accrescersi di nuovo, gonfiarsi e richiedere ancora lavoro.
Non solo, ma alla luce della riproduzione allargata (ché la semplice è valida soprattutto per spiegare la prima), su cui poggia l’economia moderna, dovendo il capitale fisso ricostituirsi periodicamente non nella stessa forma naturale e tecnica iniziale, ma con aumentate proprietà produttive, per aumentare la produttività del lavoro, e far diminuire i costi della produzione, una massa ingente di macchine e attrezzi inutilizzati o comunque non in grado di produrre con le proprietà competitive dei più moderni giace inerte.
Questo capitale fisso, allora – sarebbe il caso di domandarsi – crea o distrugge ricchezza?
Ed infine, per adempiere agli scopi di una maggior realizzazione di plusvalore, il modo di produzione capitalistico è costretto a trasformare una parte crescente del plusvalore creato dal lavoro salariato in capitale fisso, con l’eterna tautologia della produzione e riproduzione di capitale fine a sé stessa.
Va da sé che soltanto la rivoluzione proletaria può spezzare questo cerchio vizioso e demente, e finirla una volta per tutte di sacrificare al Moloch la giovinezza della specie umana.
Da alcuni anni la parte finale delle nostre riunioni interfederali, quando l’incalzare dei precedenti temi lo ha consentito, è stata dedicata alle questioni che talvolta indichiamo come di «critica alle filosofie tradizionali», ma che sorgono per via diretta dal nostro compito di rimettere in piedi il programma del partito marxista rivoluzionario quale è da oltre un secolo, lottando con le forze disgregatrici che in continue ondate tentano di travolgerlo nella corruzione. Da non poche riunioni a questa parte è stata svolta oralmente, ma il tempo a disposizione e la mole del lavoro che il nostro piccolo partito deve affrontare hanno fatto sì che non è stato più dato il relativo resoconto. È chiaro che tutta questa fondamentale materia va riordinata e raccolta in un testo del partito a cui molti compagni, e di varie nazionalità, sono da anni impegnati a seriamente lavorare. Di quanto fu svolto a Milano nella seduta della domenica 9 giugno vi è un cenno nella parte finale del nostro resoconto sommario generale dato nel n. 12 di quest’anno. È tuttavia il caso di rifarsi indietro per riunire gli anelli della catena nell’argomento di cui trattiamo.
Vi sono state quattro riunioni di cui i resoconti su queste pagine sono regolarmente apparsi, e di cui i compagni conoscono la importanza.
La prima è la Riunione n. 21 di Torino del giugno 1958. Il numero dato ad ogni riunione facilita la ricerca nel nostro fascicolo bibliografico-cronologico ciclostilato e diffuso nel movimento.
Nella detta riunione si era trattato dei dissensi ideologici simulanti conflitti di tendenze nel seno del «blocco comunista» con riferimento alle aberrazioni revisionistiche, per noi tutte da riprovare, e di russi e di cinesi, albanesi e iugoslavi. Per noi tutti costoro sono fuori della piattaforma del programma marxista rivoluzionario dello storico partito comunista nato con Il Manifesto del Partito comunista (mondiale) del 1848.
Questa decisa critica ci condusse a chiarire, con la consueta stretta fedeltà ai testi classici del movimento, la falsità delle note formule: proprietà di tutto il popolo, della nazione, dello Stato, o anche delle comuni locali, o anche, come presso molti immediatisti antistalinisti non meno da avversare di tutti gli altri, delle categorie di lavoratori o dei lavoratori delle aziende. Questo tema fu svolto a fondo fino a condannare come false in dottrina anche le formule di proprietà della società, estendendo la condanna agli oggetti di proprietà che siano la terra, gli strumenti di produzione, ed anche gli stessi oggetti del consumo. Programma del comunismo non è l’abbattere la proprietà capitalistica o la proprietà privata soltanto, ma di pervenire ad uno stadio della società futura ove non vi sarà capitale e non vi sarà proprietà anche personale.
Nella Riunione n. 22 di Parma del settembre 1959 che insistette sulla lotta a tutti i revisionismi, si passò nella parte programmatica finale (ampiamente resocontata) dalla condanna del falso teorema della proprietà personale a quella della persona, non solo come entità economica ma anche come fattore storico. In questa parte fu svolta la differenza tra il materialismo borghese e quello dialettico marxista. Il primo «gira» tutto nell’individuo e vuole, dopo averlo svincolato dalla creazione e direzione da parte del dio dei fideisti, trarre dalle sue funzioni biochimiche quelle psicologiche ed ideali, alla ricerca di chiavi a cui la scienza borghese si è mostrata oramai impotente, volendo dedurre quello che io penso da quello che mangio, o magari dalle mie malattie; il secondo, il nostro materialismo determinista, si applica alle società e alle classi sociali, e per queste unità, che non considera aggregati di molecole umane, ma organismi di base, lega la sotto-struttura delle condizioni materiali di produzione alle sovrastrutture politiche, giuridiche, culturali, religiose.
Una di queste unità organiche è il partito comunista, che anticipa le posizioni unitarie della classe proletaria che sarà vittoriosa nella cruenta lotta storica, e le posizioni della umanità comunista futura. Anche il partito non si considera aggregato di molecole umane, né di base né di sommità, ma forza rivoluzionaria di sintesi, e tanto è per un solo partito, quello che ha questa oramai configurata dottrina. Questa trattazione sbocca nella condanna dell’odierna dilagante superstizione dei «big» per cui saranno i Kennedy, i Krusciov e simili «Battilocchi» a decidere la storia.
Nella Riunione n. 23 di La Spezia dell’aprile 1959 la parte finale critica fermandosi sui vaneggiamenti dell’IO, attaccò le filosofie borghesi idealistiche figliate da Hegel e mostrò il loro stritolamento da parte del partito marxista, facendo leva sul testo dei Manoscritti economico-filosofici del 1844. In questo sviluppo sono martellate le antitesi: tra comunismo e salario – tra comunismo e danaro – tra comunismo e famiglia, svolgendo la superba visione marxista della tanto obnubilata questione sessuale. Il resoconto è esplicito. Tutto ciò ancora introdotto in quella riunione da una decisissima critica della Russia economica, sociale e politica.
Ampio resoconto fu dato della Riunione n. 24 di Milano dell’ottobre 1959 nella quale alla fine fu ancora più a fondo fatto uso del prezioso testo degli ora citati Manoscritti per mostrare come con essi è posta una pietra tombale su tutte le ideologie storiche deiste o ateiste, e la filosofia come chiave del futuro umano è soppiantata dalla economia storica. La nuova costruzione scioglie con coraggio ed orgoglio gli «eterni enigmi» dell’umano pensiero, e questo scioglimento irrevocabile è nella lettera stessa di Marx giovanissimo il comunismo, azione e dottrina rivoluzionaria.
Il nostro sforzo fu di trarre dal glorioso ma non sempre fedelmente trasmesso materiale delle nostre origini, la tesi fondamentale che tutti questi ponti luminosi che scavalcarono abissi creduti incolmabili raggiungono il vertice nella qualificazione delle eterne menzogne sulla libertà dell’individuo e sulla pretesa «personalità umana», con cui da Est e da ovest ci ammorba, a soli fini antirivoluzionari, l’atmosfera di oggi.
È a questa riunione del 1959 che i nostri resoconti si fermano, salvo qualche brevissimo cenno che è stato dato di volta in volta nei resoconti brevi e generici pubblicati subito dopo la effettuazione di ogni convegno.
Nella Riunione n. 25 di Firenze del marzo 1960 il tema fu ancora trattato con ampiezza, anche indotti dalla trattazione dei modi di produzione precapitalistici, che utilizzava il suggestivo testo dei Grundrisse di Marx.
Risalendo agli enigmi risolti «magicamente» nel 1844 si svolse il rapporto, su cui tanto spesso si equivoca, tra scienza e socialismo. Finora neghiamo che esista una Scienza umana, serbatoio comune a cui ha attinto la forma capitalistica e a cui ancora attingiamo noi. Il socialismo scientifico è il contrapposto a quello utopistico, nel senso che non è un voto morale o mistico per fondare una società migliore colla volontà degli uomini, ma uno sviluppo determinato dai dati reali. Guai se questi li ponessimo come li pone la scienza dei signori borghesi: non ne uscirebbe nessun socialismo, ma la apologia della eternità della proprietà borghese.
Leviamo dunque il grido che lascia perplessi molti accecati dalla forza dei luoghi comuni più triti di: abbasso la scienza! Il problema fondamentale del rapporto tra materia e pensiero la scienza di oggi né osa porselo, né potrà scioglierlo, senza la nuova rivoluzione. Fu affrontato il problema: pensiero senza materia non può esservi, anche per la prima scienza filosofica borghese, poi degenerata in posizioni di conservazione della forma borghese di classe. Ma la generazione lunga e complicata del «pensiero» dallo evolvere della materia, è fatto limitato al nostro pianeta Terra, o può avere sede altrove e in altro tempo? Una uscita da queste strette è data dalla originale posizione dei marxisti: la «conoscenza» è un rapporto non tra sostanze antitetiche tra loro, tra parti non comunicanti della natura. Nella conoscenza la natura materiale è soggetto ed oggetto, il fatto conoscenza è una delle tante «trasformazioni» che non hanno bisogno di Dio, della persona, dell’anima e di tutto questo antico bagaglio.
Fu trattata la intuizione che precede vittoriosamente conoscenza e scienza (pretesa esatta, come dall’ultracafone termine di moda). L’inesatto coglie il vero reale prima e meglio dell’esatto. A ciò fu applicato un cenno sul rapporto tra Arte e Scienza. Perché il prodotto dell’Arte non decade così velocemente come quello della «scienza»? Perché l’Arte segna una tappa della dinamica umana che è la Rivoluzione, la scienza si adagia nella conservazione, tanto più quanto più è la pubblicità dei trovati suoi e della megera sorella, la Tecnica, intesa alla moderna.
Per questo nella nostra concezione l’Istinto ha molte vittorie sulla Ragione (altro feticcio del pensiero borghese) e vi sono posizioni conoscitive che le religioni hanno audacemente anticipate ad una scienza ancora al tempo impossibile. Ancora oggi, sotto il modo capitalistico, la scienza umana è impossibile, e un proletario non alfabeta possiede in dati casi certezze a lei inaccessibili: e non ci scuote la derisione che le chiama mistiche.
Alla Riunione n. 26 di Casale Monferrato che ancora trattò della critica del corso russo e della storia dei modi di produzione, fu trattata a lungo la critica del feticcio della tecnica e della scienza, ma non vi è resoconto diffuso. Fu stigmatizzata la falsa ammirazione per tre secoli di scienza borghese di cui si nutrono i «comunisti» filo-russi nella loro pubblicità ai successi «spaziali». Fu svolta la critica della specializzazione, mania del tecnicismo di oggi, che crea cerchi chiusi e bigotti di mestieranti venduti, impotenti ad ogni visione del mondo reale naturale e sociale. Fu criticato il mito borghese del progresso rievocando alte civiltà scomparse nella storia e migliori di quella cristiana e borghese. Affermammo che la sola scienza sicura ed «esatta» l’uomo la deve cominciare non dalla fisica ma dalla politica storica. Esperti ed universitari di oggi dipendono dalla economia imprenditoriale e dalle sue speculazioni e saccheggi, questa gente di oggi vale il bigottismo dei preti di ieri che del resto oggi ben vivi li fiancheggiano. L’odierno farisaismo accademico e mercantile è più ignobile di tutti i passati oscurantismi, derisi in nome di un mentito progresso.
Nella Riunione n. 27 di Bologna del novembre 1960, che molto si intrattenne sul moto delle genti di colore e sulla storia della Sinistra Comunista internazionale, la parte finale si fermò ancora sul problema del pensiero extraterrestre, partendo dalla sensazionale ipotesi, che si pretese avvalorata dai famosi Manoscritti biblici scoperti presso il Mar Morto in Giordania, di una antichissima discesa sulla Terra di astronavi di altro pianeta che prima diffusero veri di una più sviluppata civiltà, e poi nel partire provocarono coi loro «razzi di lancio» il cataclisma, di cui si rilesse la versione biblica come punizione divina sulle corrotte città di Sodoma e Gomorra. In una scorsa della storia della teoria della conoscenza, formatasi sul nostro pianeta, fu fatto il raffronto fra le antiche e nuove filosofie e annunciato il «capovolgimento della piramide» aristotelica e odierna delle scienze, affermando che per noi marxisti la chiarificazione conoscitiva si attinge prima nella scienza dei rapporti sociali e della serie dei modi di produzione, e da questa base si muove verso le altre scienze dette oggi naturali e date per sicure e definitive, facendo una puntata nelle gravi incertezze che oggi si agitano a proposito della struttura intima delle particelle materiali, e accennando alle teorie sulla «Antimateria» che taluno dice una rivincita di posizioni aristoteliche sulla filosofia scientifica moderna, a riprova che il cammino umano è tortuoso e contraddittorio, e la sua apologia di moda, vana e convenzionale.
La Riunione n. 28 di Roma del marzo 1961, diffusa molto sugli altri temi, non trattò ma rinviò quello della conoscenza nel marxismo. In essa fu preparato il manifesto «antisuino» risposta a quello ignobile degli 81 partiti riuniti a Mosca.
La Riunione n. 29 di Milano del luglio 1961 dopo temi importanti sui moti anticoloniali e la questione agraria classica e presente, è un notevole contributo alla Storia della Sinistra, innesto alla discussione della nota pubblicazione cronistorica degli Annali Feltrinelli una critica del problema cruciale dell’uomo e del partito, per la nostra tesi della non necessità del Capo.
La Riunione n. 30 di Genova centrò sulla critica demolitrice del XXII congresso del partito russo, colle sue ulteriori galoppanti corse alla sconfessione di ogni dottrina rivoluzionaria, e la parte conclusiva seguì quelle specificamente economica e politica inquadrando la insanabile antitesi programmatica colle tavole basilari della dottrina marxista, e a queste collegando il tema teorico generale. Il resoconto ne ha fatto ampio cenno.
La Riunione n. 31 di Firenze del marzo 1962 che tra gli altri affrontò in pieno il tema importantissimo della «questione militare nel marxismo» dovette rinviare l’argomento di critica «filosofica» dopo avere dedicato largo tempo specie alla questione della Cina e del suo preteso estremismo.
La Riunione n. 32 di Milano del giugno 1962 (l’ultima tenuta) dopo ampie trattazioni sul tema Algeria-Francia, e sulla questione sindacale connessa a quella della Storia della Sinistra, ha trattato nella fine l’argomento di critica che abbiamo qui tratteggiato riunione per riunione, occupandosi soprattutto della questione: Determinismo e Causalità.
La vita nel cosmo
Si può porre questo interrogativo in una duplice accezione. Vi è su altri pianeti oltre che sulla nostra Terra una vita nel senso organico, vegetale o animale? Vi è una vita di specie animali giunte a quel grado di sviluppo che noi riteniamo di attraversare, ossia di animali ragionanti, pensanti?
Gli ultimi dati delle conoscenze astronomiche ci conducono a numeri di estrema grandezza delle stelle o Soli che possono avere, nella nostra e nelle innumeri altre «galassie» e sistemi stellari, sciami di pianeti. Non tutte per ragioni di ordine fisico e per quanto se ne riesce a sapere hanno pianeti stabili comparabili a quelli del Sole, ma anche se la probabilità è bassa, sarà sempre gigantesco il numero di tali pianeti.
Coloro che hanno tentato l’analisi delle condizioni che rendono possibile la vita, anche nelle forme primordiali, sono giunti alla conclusione che una rata veramente bassissima di tali corpi celesti le può presentare: si pensi a temperatura, pressione, gravita, umidità, e chimismo della atmosfera e della idrosfera se vi esistono, eccetera. Comunque su miliardi forse di corpi in esame ve ne saranno certo in un buon numero ospiti di vita organica, ed è troppo incerto il quesito se germi di questa possano con le meteoriti traversare lo spazio da un mondo all’altro, o se la vita si svolge spontaneamente dal mondo inorganico.
Se però passiamo al secondo problema del pensiero, la cosa si complica ulteriormente. AlIa questione del contare gli innumerevoli corpi si aggiunge quella del conto delle epoche, e compaiono i miliardi gi anni. La Terra li ha certo raggiunti, a parte il Sole, ma in che campo di essi vi è stata la vita, e in quale ancora più ristretto la vita della umanità, nota a noi per non molti millenni?
Lo strano quesito; siamo soli nel cosmo ? se non può meritare risposta negativa; non è tuttavia di soluzione molto «frequente», questo pare certo.
Come poi queste specie cosmiche pensanti possano conoscersi è altro punto di fantascienza. Noi abbiamo sempre detto che non crediamo alla esplorazione con veicoli cosmici, ma possiamo ammettere in casi di estrema rarità uno scambio di segnali…
La onnipotente scienza ancora oggi pochissimo ci aiuta più della metafisica di speculazione da noi ripudiata e dai borghesi non si sa bene se accettata o respinta, sul famoso dualismo (uno dei tanti enigmi da cui il marxismo esce) tra materia e pensiero.
Fino a che su questa misera terra interessi di classe monopolizzano la ricerca e la falsano, poco possiamo sperare di conoscere di fondato.
Fu trattato l’altro aspetto, di questo stesso enigma, se si vuole: determinismo e causalità, o indedeterminismo?
Le scuole moderne della fisica hanno abbandonato il causalismo deciso dei tempi di Galileo, Newton, il cosiddetto: meccanicismo. Chi asserì questa tesi in modo lapidario fu il Laplace, fondatore della meccanica celeste, e per ciò sempre diffamato. Se un cervello potente, egli disse – e non pensava ai robots – potesse scrivere tutte le posizioni e le velocità che affettano le parti di materia che formano l’Universo, gli sarebbe possibile calcolare la posizione di tutte in un qualunque tempo futuro. Poi il pensiero borghese ha inorridito di tale sfida. Era quello stesso Laplace che espose a Napoleone il Grande la teoria sua e di Kant sulla origine del sistema solare dalla nebulosa incandescente primitiva. L’imperatore, severo, disse: in tutto il discorso non ho sentito il nome di Dio! Maestà, rispose lo scienziato, ho fatto a meno di una tale ipotesi.
Oggi tutti hanno troppa paura di farne a meno. Non si sa mai, e se poi esiste e se la piglia a male? La moderna scienza piccolo borghese non è al di sopra di un tale vecchio scherzoso bisticcio.
La genterella di parte borghese ragiona così: il marxismo rivoluzionario posa tutto su un «causalismo» sociale per cui il fatto economico determina la lotta politica. Se il determinismo causalista cade ci liberiamo da questo spettro che ci terrorizza. E se la scienza ufficiale getta via il determinismo in biologia, e meglio ancora nella stessa fisica della natura non viva, ecco una speranza di debellare il mostro rivoluzionario nella guerra sociale.
Povera gente! Noi non accettiamo certo di subordinare la nostra agitazione sociale alla vostra scienza accademica. Voi non sapete andare dalla causa all’effetto e dal passato al presente nella fisica nella astronomia e nella biologia e antropologia. Noi non ci smontiamo: non ci occorre il vostro armamentario di biblioteca e di università: vedendolo vaneggiare godiamo e non ci prendiamo oggi il compito di rimetterlo noi a nuovo: aspettate per questo la dittatura comunista mondiale; e vi serviremo.
Per ora affermiamo scienza certa e sicura la teoria deterministica nella storia e nella sociologia; la vostra morte di classe non la affidiamo ad un trepido probabilismo ma ad una armata certezza. Vacilli pure la vostra fisica splendente or sono tre secoli e la vostra filosofia: da loro non ci serve più altro. Tuttavia seguiamo il corso del vostro pensiero di classe come prova cruciale del vostro decadere e della nostra previsione del crollo capitalistico. Napoleone Primo tornò alla corona al papa e a dio; i discepoli di Laplace trovarono rischioso giurare sul suo temerario determinismo «meccanico». Quando venne Einstein non dichiarò caduto lo sperimentalismo e il causalismo della meccanica classica. Lo portò intatto più in alto.
Non tutti i fisici nucleari delle ultime scuole lo hanno gettato via. Fu Planck, che «atomizzò come la materia anche la energia», a dare le basi al nuovo indeterminismo, sviluppato da Heisemberg colla sua teoria della imprevedibilità dell’esito di ogni esperienza, e quindi di ogni legge (in sostanza) che si può scoprire nella natura. Ma non per questo noi rinunzieremo alle leggi trovate in quel settore di essa, che è la storia, e a quella suprema che il capitalismo soccomberà, e vincerà il comunismo. Heisemberg non è che uno dei tanti convertiti, e lo ha mostrato mettendosi a filosofare in senso non solo idealistico, ma spiritualistico e fideistico.
Il grande matematico italiano Severi e la sua scuola hanno nella storica polemica dei secoli rivalutato, contro Galileo, Aristotele, che voleva che una forza meccanica agisse anche nel moto uniforme dei corpi. Il loro linguaggio è sintomatico: «principio di scambio» «bilancio del moto fisico». Sembra confermare che la economia (scienza di classe per eccellenza) invade il territorio della fisica. Lo sbocco del Severi è geniale, certo, a proposito del problema eterno della causalità. In base alla scoperta delle famose antiparticelle, e stabilito il «mondo di scena» in cui vi è la materia come sempre intesa, e il mondo di dietroscena, ossia della Antimateria; riserva questo alla indeterminazione, e concede che viga il classico determinismo per la Materia del mondo sensibile, trattata finora da tutti.
Noi accettiamo. Nel mondo della materia aristotelica-galileiana che non si confonde con le mistiche astruse della forma, della potenza e dello spirito, vecchio babau metafisico, agisce un determinismo certo e sicuro ed è quello della lotta di classe, della guerra tra partiti. In questo palpabile mondo di avanscena aspettiamo la RIVOLUZIONE. Questa, con la ondata di generazioni non travisate dalla vostra società cretinizzante, rivedrà i vostri testi, le vostre formule, e insegnerà le nuove. Si degnerà di spiegarvi la vostra storia e la vostra Antistoria. Per tanto non farà uso di cattedra, ma della forza e se occorre del Terrore.