Međunarodna komunistička partija

Il Programma Comunista 1969/17

[RG-52] La nostra riunione generale del 6-7 settembre, Parigi 1969 Pt.1

Ha avuto luogo a Parigi il 6-7 settembre, magnificamente organizzata dalla sezione locale, la seconda riunione generale del Partito. Sono stati un giorno e mezzo d’intenso e quasi ininterrotto lavoro, nell’atmosfera di vivo entusiasmo e di seria partecipazione che sempre caratterizza i nostri incontri e che bene esprime la saldatura fra i giovani e giovanissimi dai quali è ormai costituita in enorme maggioranza l’organizzazione e la “vecchia guardia” che ha lasciato ad essi un tesoro di dottrina, di esperienza di lotta, di passione rivoluzionaria e di eroica abnegazione, su cui costruire e con cui combattere.

Diamo qui di seguito un primo riassunto dei vasti e complessi rapporti, ai quali è seguita un’ampia relazione politico organizzativa, che ha messo in evidenza i buoni risultati della nostra azione su scala internazionale e tracciato la via del suo incremento futuro. Per esteso i rapporti appariranno man mano sulla nostra stampa e specialmente sulla rivista in lingua francese “Programme Communiste”.

Bilancio del lavoro del partito sul “Capitale”

Prima di passare all’argomento specifico dei rapporto, la compagna relatrice ha ricordato, come è nostro costume nelle riunioni generali, il lavoro precedentemente compiuto dal partito, al quale l’esposizione stessa si ricollega.

Il Capitale di Marx, che reca il sottotitolo di “Critica dell’economia politica” si compone notoriamente di tre, Libri: I –Il processo di produzione del capitale; Il –Il processo di circolazione del capitale; III –Il processo d’insieme della produzione capitalistica, vasta materia che è stata già largamente riesaminata ed esposta sia in rapporti alle riunioni generali, sia in lavori scritti.

Per il I Libro , abbiamo gli Elementi dell’economia marxista così caratterizzati nella prefazione: “Il lavoro che prendiamo a pubblicare è una esposizione, in forma in certo senso diversa dall’originale, del I Libro del Capitale. Non è un riassunto e tanto meno una volgarizzazione. Lo studio dell’opera fondamentale di Marx esige una preparazione economica e storica i cui risultati vanno applicati di pari passo. Qui si è in certo modo  sceverata ed allineata la parte economica del testo“. E’ per questo che si designano spesso questi Elementi, e un annesso ulteriormente aggiunto, con il termine di Abaco dell’economia marxista. In realtà, oltre ai risultati economicidel I Libro, essi mettono in evidenza due caratteri fondamentali dell’opera: 1° – il carattere rigorosamente scientifico del metodo usato da Marx in questo I Libro; 2° – il fatto che Marx non ha consacrato la sua vita a descrivere, sia pure scientificamente, il capitalismo, ma ben più a prevedere e descrivere scientificamente il socialismo: la sua analisi dell’economia borghese non è che un momento dialettico di una sintesi molto più vasta che abbraccia d’un sol colpo d’occhio il passato e il presente delle società umane per indicarne l’avvenire, e il coronamento di questo corpo integrale di dottrina è la dimostrazione della necessità dell’avvento di una nuova forma sociale di produzione: il socialismo .

Apparsa nel nostro “Prometeo” dal 1947 al 1950 (numeri 5-14), questa riesposizione fedele è stata pure tradotta in francese e pubblicata nei numeri 2, 3, 4, 5 e 7 del “Programme Communiste” (1958-1959); la sua riedizione sarà uno dei prossimi compiti del partito, anche in quanto il testo è ora difficilmente accessibile ai giovani compagni.

A quest’opera fondamentale si aggiunge un Abaco dell’economia marxista che: 1) propone una simbolica per l’esposizione del Capitale, 2) contiene una illustrazione algebrica del paragrafo 17 degli “Elementi” sulla legge generale del plusvalore, e 3) un’altra del paragrafo 20 sulla riunione “verticale” di due imprese. Apparso in edizione al ciclostile nel 1959, esso è stato pubblicato in traduzione francese nel numero 10 del “Programme Communiste” (gennaio-marzo 1960).

A questi due testi è opportuno aggiungere il riassunto di un brano inedito che, nel piano originario di Marx, doveva chiudere il I Libro e gettare un ponte al II, e che è noto come il VI Capitolo: tale riesposizione è accessibile in un numero di questo giornale e, in traduzione francese, nel numero 35 (aprile-giugno 1966) del “Programme Communiste”, mentre una traduzione del testo è uscita di recente a cura di un nostro compagno.

Per il II Libro abbiamo: 1) un Abaco dell’economia marxista n. 2 che tratta pure essenzialmente della simbolica da utilizzare (apparso nel 1960 in edizione al ciclostile); 2) un riassunto dei capitoli relativi alla riproduzione semplice, ai cicli del capitale-denaro, del capitale produttivo e del capitale merci, e alla rotazione del capitale, nell’importante articolo Sciupio capitalista e comunismo, che si può agevolmente consultare, insieme alla tabella riassuntiva in esso contenuta, nel numero 24, luglio – settembre 1963, del “Programme Communiste”.

Quanto al III Libro, ne è stata largamente utilizzata (insieme allaStoria delle teorie economiche, o IV Libro del Capitale) la sezione VI intitolata:  Conversione del sovraprofitto in rendita fondiaria, nella lunga serie di articoli dedicati alla questione agraria (numeri 21, 22, 23 del 1953 e numeri 1-12 del 1954 di questo giornale), finora non tradotta in francese. Inoltre, nel recente e importantissimo lavoro  La teoria marxista della moneta, il cui testo completo si legge nei numeri 43-44, 45, gennaio-giugno e luglio-settembre 1969 del “Programrne Communiste”, e che costituisce una specie di “taglio verticale” nell’insieme dell’opera di Marx a proposito della delicata e complessa questione monetaria, si trovano esposti elementi essenziali della sezione V del Libro III, dal titolo: Ripartizione del profitto in interesse e utile d’intrapresa. Essi seguono, nello sviluppo logicoe insieme  storico della questione della moneta, o del denaro, gli elementi che provengono dal Libro I (sezione I: Merce e denaro; sezione II: Trasformazione del denaro in capitale) e dal Libro II (sezione I: Le metamorfosi del capitale e il loro ciclo; sezione III: Riproduzione e circolazione dell’insieme del capitale). Così sebbene limitato ad una questione particolare, questo lavoro rappresenta un contributo di prim’ordine allo studio e all’assimilazione della poderosa opera di Marx nel suo complesso.

Tralasciamo qui di citare le innumerevoli altre pubblicazioni in cui la materia e i temi del Capitale(basti pensare al Dialogato con Stalin e al Dialogato coi morti) sono stati ripresi e sviluppati in tutto l’arco della nostra attività di partito.

II metodo del “Capitale” e la sua struttura

Il metodo applicato nel Capitale, che si riflette nella struttura a prima vista sconcertante dell’opera, è stato definito da Marx nel modo più generale nel 3° paragrafo della Introduzione (1857) allaCritica dell’economia politica, intitolato Il metodo dell’economia politica (i neretti sono nostri): “Sembra corretto cominciare con il reale ed il concreto, con l’effettivo presupposto; quindi, per esempio, nell’economia, con la popolazione, che è la base e il soggetto dell’intero atto sociale di produzione. Ma, ad un più attento esame, ciò si rivela falso. La popolazione è un’astrazione, se ad esempio tralascio le classi di cui si compone. E le classi sono a loro volta una parola priva di senso, se non conosco gli elementi su cui esse si fondano, per esempio lavoro salariatocapitale, ecc. E questi presuppongono scambiodivisione del lavoroprezzi, ecc… Se cominciassi quindi con la popolazione, avrei una rappresentazione caotica dell’insieme e, precisando più da vicino, perverrei via via analiticamente a concetti più semplici; dal concreto rappresentato ad astrazioni sempre più sottili, fino a giungere alle determinazioni più semplici. Da qui si tratterebbe poi d’intraprendere nuovamente il viaggio a ritroso, fino ad arrivare di nuovo alla popolazione, ma questa volta non come ad una caotica rappresentazione di un insieme, bensì come ad una ricca totalità“.

Notando che, cominciando dalla “totalità vivente” gli economisti classici hanno sempre finito per trovare “alcune relazioni determinanti generali, astratte”, sulla cui base hanno costruito “sistemi economici che dal semplice salivano fino al concreto”, Marx conclude: “Que-st’ultimo è chiaramente il metodo scientificamente corretto. Il concreto è concreto perché sintesi di molte determinazioni, quindi unità del molteplice… Per la prima via | che parte dal concreto e dal complesso | la rappresentazione concreta si è volatilizzata in una determinazione astratta; per la seconda | dal semplice e dall’astratto al concreto | le determinazioni astratte conducono alla riproduzione del concreto per la via del pensiero“.

Il movimento dal I e dal II Libro — che trattano rispettivamente del “Processo dl produzione del capitale” e del “Processo di circolazione del capitale” — al III Libro, che tratta del “Processo di insieme della produzione capitalistica”, è appunto quel movimento dal semplice e dall’astratto al concreto e al complesso, che Marx qui sopra definisce come “il metodo scientificamente corretto”. Ma è unicamente perché nella prima parte le “determinazioni astratte” sono state razionalmente stabilite, che la seconda, “il processo di insieme”, non appare più come un inestricabile caos (contrariamente a quanto avviene nell’economia politica di cui Marx ha intrapreso la critica a fini rivoluzionari), ma come una “ricca totalità”.

***

Qual è dunque la “determinazione astratta” dalla quale Marx parte e che glí permette di giungere ad una rappresentazione intelligibile della realtà empirica, concreta? Questa determinazione — egli stesso vi insiste ripetutamente — è il capitale in generale:

“Io faccio astrazione dalla moltitudine dei capitali reali e dalla concorrenza fra di loro, che non è se non il rapporto del capitale con se stesso in quanto capitale altrui, e che perciò non può essere delucidato senza che lo sia stata la nozione stessa di capitale in generale” (Lettera a Kugelmann).

“L’intervento di molti capitali reali non deve turbare la nostra analisi. Al contrario, il rapporto tra i diversi capitali diverrà chiaro solo quando avremo messo in evidenza ciò che hanno tutti in comune: il fatto di essere capitale” (Grundrisse…).

“E’ necessario definire esattamente lo sviluppo del concetto di capitale, perché esso costituisce il concetto fondamentale dell’economia moderna, e la struttura stessa del capitale la cui immagine astratta si ritrova nella società borghese. Se abbiamo ben afferrato le condizioni preliminari del rapporto capitalistico, dobbiamo essere in grado di dedurne tutte le contraddizioni della produzione borghese, così come tutti i limiti che essa tende continuamente a superare” (Idem), senza tuttavia, aggiungiamo noi, mai giungere a superare il rapporto capitalisticoquale è descritto nel Libro I; salto che può essere compiuto solo dalla rivoluzione sociale, la cui condizione e il cui punto di partenza è la rivoluzione polititica del proletariato.

Ciò che distingue il capitale-in-generale da tutte le altre forme della ricchezza è il fatto di essere un valore creatore di plusvalore. Il punto di partenza di Marx implica quindi che egli cominci col valore stesso. Ecco perché la prima sezionedel Libro I è intitolata: Merce e denaro.

Egli deve poi cercare come il valore semplice si trasformi in valore creatore di plusvalore: è l’oggetto della seconda sezione intitolata: “La trasformazione del denaro in capitale” (nella quale rientrano di fatto i capitoli intitolati rispettivamente: “III sezione – La produzione del plusvalore assoluto”; “IV sezione – La produzione del plusvalore relativo”; “V sezione – La produzione del plusvalore assoluto e del plusvalore relativo”; “VI sezione – Il salario”).

Infine, deve cercare come la produzione del plusvalore implichi la riproduzione non soltanto semplice ma allargata del capitale, e quindi dell’intero rapporto capitalistico: è l’oggetto della VII sezione intitolata: “Il processo di accumulazione del capitale” (nella quale rientra il capitolo XXIV intitolato: “La cosiddetta accumulazione originaria”).

E’ quindi perfettamente esatto dire, come si legge negli Elementi dell’economia marxista:

“ll I Libro copre il campo completo della dottrina di Marx sul capitalismo” ed è “l’ossatura costruttiva” dell’insieme, perché “conduce di getto lo studio economico di tutto il processo, dal primo scambio a tipo di baratto, attraverso la nascita e l’accumulazione del capitale, fino alla conclusione che al capitalismo succederà una economia sociale e non mercantile, tracciata lapidariamente nel penultimo capitolo. I dati, lo studio e le leggi della circolazione [oggetto del LibroII] sono già pienamente compresi in questo sviluppo”.

Contenute nel I Libro, le “determinazioni astratte” del processo di circolazione saranno riprese e sviluppate nel Libro II, che contiene: “I sezione – Le metamorfosi del capitale e il loro ciclo”; “II sezione – La rotazione del capitale”; “III sezione – Riproduzione e circolazione del capitale sociale totale”.

Quando arriviamo alla fine del II Libro, l’analisi del capitale in generale è interamente compiuta. Quale sarà l’oggetto del III Libro? E’ ancora una volta lo stesso Marx a dircelo nelle frasi introduttive del capitolo I di questo Libro:

“Nel I Libro sono stati studiati gli aspetti fenomenici che il processo di produzionecapitalistico, preso per sé, offre in quanto processo di produzione immediato, facendo astrazione da tutti gli effetti secondari di circostanze ad esso estranee. Ma questo processo di produzione immediato non esaurisce il ciclo di vita del capitale. Nel mondo reale esso è completato dal processo di circolazione, che è stato oggetto delle ricerche del II Libro. Qui, specialmente nella III lezione, si è visto, trattando del processo di circolazione come mediatore del processo di riproduzione sociale, che il processo di produzione capitalistico, preso nell’insieme, è unità di processo di preduzione e processo di circolazione. In questo III Libro non si tratta di esporre riflessioni generali su questa unità. Si tratta piuttosto di scoprire e descrivere le forme concrete alle quali dà vita il processo di movimento del capitale considerato come un tutto. Nel loro movimento reale i capitali si affrontano in tali forme concrete, per cui la forma del capitale nel processo di produzione immediato, come la sua forma nel processo di circolazione, appaiono soltanto come particolari momenti. Le forme del capitale, come le esponiamo in questo Libro, si avvicinano quindi passo passo alla forma in cui esse si manifestano alla  superficie della società, nell’azione reciproca dei diversi capitali, della concorrenza, e nella coscienza comune degli agenti stessi della produzione”.

In questo III Libro, quindi, non soltanto vedremo le categorie marxiste — valore, plusvalore, capitale costante, capitale variabile, saggio di plusvalore — riapparire sotto il travestimento delle categorie borghesi — profitto, costo di produzione, saggio di profitto — come avviene nelle tre prime sezioni; ma vedremo anche nelle tre sezioni successive (coronate dalla breve sezione VII – “I redditi”) le forme di esistenza passeggere analizzate nel Libro II – capitale denaro, capitale produttivo, capitale merci — cristallizzarsi in forme di esistenza particolari — capitale finanziario, capitale industriale, capitale commerciale —; vedremo il plusvalore, già metamorfosato in profitto, ripartirsi ulteriormente in interesse e in utile d’intrapresa, e il sovraprofìtto convertirsi in rendita fondiaria. Arrivato a questo punto della “riproduzione del concreto per la via del pensiero“, Marx indica, nel piano primitivo del Capitele formulato nell’ultimo paragrafo de “Il metodo dell’economia politica” citato più sopra, che bisognava affrontare: “I rapporti internazionali della produzione; la divisione internazionale del lavoro; lo scambio internazionale; le esportazioni e le importazioni; il corso dei cambi; il mercato mondiale e le crisi“.

Determinata da considerazioni logiche, la struttura di insieme del capitale trova così naturalmente una giustificazione storica, che Marx de finisce come segue:

“Nell’analisi del capitale in generale, non abbiamo ancora a che fare né con questa o quella forma particolare, né col capitale individuale. In effetti, ci troviamo al suo processo genetico. Ora, questo non è che un’espressione ideale dello sviluppo reale attraverso il quale diventa capitale. In cambio, rapporti ulteriori dovranno essere considerati come sviluppi a partire da questo germe” (Grundrisse…).

Detto ciò, tutto lo studio precedente del metodo di Marx distrugge senza appello la scappatoia dei detrattori impotenti o interessati del Capitale che, pretendendo ch’esso “descriva il capitalismo concorrenziale del XIX secolo”, concludono con disinvoltura che è un’opera “superata”, incapace di spiegarci il capitalismo monopolistico del XX! Supponendo infatti (cosa evidentemente falsa) che nessuna delle categorie e delle forme empiriche del capitale trattate nel Libro III sia più osservabile “alla superficie” della società borghese contemporanea, l’analisi scientifica del capitale in generale nei Libri I e II rimarrebbe pur sempre interamente in piedi. Ecco perché la pretesa di analizzare “il capitalismo concreto dei nostri giorni” partendo direttamente da esso e facendo astrazione dai risultati dei Libri I e II, può soltanto sfociare, sul piano scientifico, in un miserabile aborto e, sul piano politico-sociale, in un rigurgito delle assurde rivendicazioni e riforme che, già in passato, vennero bugiardamente presentate come socialismo (come nel caso di due opere contemporanee, ritenute basilari dai “sinistroidi”: Il capitalismo monopolistico di Baran e Sweezy e Lo scambio ineguale — titolo quanto mai suggestivo — di Emmanuel).

Tutta questa introduzione metodologica non deve quindi essere considerata come un hors d’oeuvresuperfluo e meno ancora come un semplice ornamento: destinata ad orientare i compagni che affrontano lo studio dell’opera fondamentale di Marx nel dedalo  apparente della sua composizione “in spire successive”, essa giustifica egualmente il modo in cui la prefazione agli Elementi dell’economia marxista definiva il lavoro che incombe a noi, modesti allievi dei maestri del socialismo scientifico: trarre, come loro, la verifica, il controllo della teoria generale, e la prova della sua efficacia, dallo studio dei fenomeni particolari attuali dello sviluppo capitalistico , perché, in quanto metodo scientifico, il metodo del Capitale è anche necessariamente un metodo sperimentale.

Così inquadrato, anche come utile traccia ai compagni, il problema del “metodo”, il rapporto si è addentrato in una brillante illustrazione dei legami fra il I e II III Libro e delle fondamentali leggi in essi formulate, il cui testo integrale apparirà nella rivista teorica internazionale “Programme Communiste”.

Partito e organismi di classe nella tradizione della Sinistra comunista Pt.1

Ci siamo già occupati estesamente della questione delle lotte economiche immediate delle masse lavoratrici e della funzione del partito in esse, come pure del partito e dei sindacati economici operai. Lo scopo era ristabilire anche in questo campo l’esatta posizione del comunismo rivoluzionario, per diradare le nebbie diffuse dall’opportunismo al fine di sradicare la gloriosa e internazionale tradizione del Partito Comunista. Nei momenti di riflusso della rivoluzione, di stagnazione degli urti di classe, rifioriscono le più remote fra loro e più che sconfitte posizioni devianti dal sano principio marxista, e il partito è costretto, nel suo lungo lavoro di risistemazione programmatica, ad affrontarle di nuovo, quasi che tutte le battaglie del passato dovessero riproporsi ancor oggi, sembrando che a nulla abbiano valso. Non è certo così, ma colpevole di leggerezza sarebbe il partito di classe che non difendesse l’integrità del programma contro qualunque nemico, di fronte a qualsiasi posizione divergente. È in questo lavoro incessante che si enuclea, si fortifica e si estende la compagine del partito. Della confusione teorica e programmatica, da cui deriva quella politica e d’azione, traggono vantaggio solo il nemico di classe e l’opportunismo.

Come se non fossero bastate le bestemmie degli attuali falsi partiti operai, se ne aggiungono altre a sconvolgere le file proletarie e a rendere più difficile e pesante l’opera del partito. Gli attuali rigurgiti immediatisti, di natura piccolo-borghese e di forme anarcoidi, negatrici del partito e della organizzazione di classe del proletariato, si affannano a riproporre agli operai – deluse le vecchie generazioni; frastornati quelli cresciuti col veleno stalinista; scettiche le nuove leve – balorde e confuse posizioni presentandole come nuovi e originali parti della storia, posizioni che prospettano la sostituzione del partito politico e del sindacato di classe con altri organismi, riducendo ancora una volta la soluzione della questione del potere a forme di organizzazione, a escogitazioni più o meno brillanti. Ogni volta che un “nuovo” verbo si è invocato, la sciagura è puntualmente piombata sul proletariato e sul corso della rivoluzione.

Questo studio vuol mostrare, quindi, attraverso accadimenti storici e scontri di opposte tendenze anche all’interno del partito di classe, non solo che il preteso “nuovo” è più vecchio del vecchio, ma che ogni forma assunta dalla lotta organizzata del proletariato è precaria e caduca se non viene sostanziata dal programma comunista, perché non si tratta soltanto di rovesciare le istituzioni politiche del potere capitalistico, ma di edificare il nuovo potere proletario, la dittatura di classe, e di mantenerlo alla scala mondiale, per conquistare l’era comunista.

Vecchi invarianti principi

Dire “vecchio”, in tempi in cui l’abilità si misura con la più alta capacità di istupidire l’umanità, è dire superato, morente, pronto per il cimitero. È un riflesso psicologico della frenesia produttiva, lanciata in geometrica progressione dall’insaziabile fame di plusvalore del capitale verso l’assurdo criminale del produrre per produrre. Le macchine deperiscono appena progettate. Il loro grado di utilità si misura dalla velocità di pompare lavoro umano, che nelle mani capitaliste si trasforma in capitale. Tutto ciò che è fatto proprio dal modo di produzione attuale diviene mezzo di sfruttamento del lavoro degli uomini, come in oro si trasformava tutto ciò che Mida toccava.

Marx scriveva a Ruge nel settembre 1843:

«Nulla ci impedisce di collegare la nostra critica con la critica della politica, con la partecipazione alla politica, quindi con lotte reali, e di identificarla con esse. Allora non affronteremo il mondo in modo dottrinario, con un nuovo principio: Qui è la verità, qui inginocchiati! Noi illustreremo al mondo nuovi principi, traendoli dai principi del mondo. Noi non gli diciamo: abbandona le tue lotte, sono sciocchezze; noi grideremo la vera parola d’ordine della lotta. Noi gli mostreremo soltanto perché effettivamente combatte, poiché la coscienza è una cosa che esso deve far propria, anche se non lo vuole. Apparirà chiaro, allora, come da tempo il mondo possieda il sogno di una cosa della quale non ha che da possedere la coscienza, per possederla realmente. Apparirà chiaro come non si tratti di tirare una linea retta tra passato e futuro, bensì di realizzare i pensieri del passato. Si mostrerà infine come l’umanità non incominci un lavoro nuovo, ma porti a compimento consapevolmente il suo vecchio lavoro».

Il partito politico di classe è la realizzazione storica della coscienza della classe, da cui non può separarsi. La dottrina marxista è il corpo dei «nuovi princìpi», tratti «dai princìpi del mondo», con cui l’umanità porta «a compimento consapevolmente il suo vecchio lavoro». Prescindere da questi princìpi, deformarli, o aver la pretesa di darne dei nuovi, vuol dire allontanare la classe dalla coscienza che essa «deve far propria, anche se non lo vuole». Dal “Manifesto dei Comunisti” del 1848:

«Le posizioni teoriche dei comunisti non poggiano affatto sopra idee, sopra princìpi che siano stati inventati o scoperti da questo o quel rinnovatore del mondo. Esse sono soltanto espressioni generali dei rapporti effettivi di una lotta che già esiste, di un movimento storico che si svolge sotto i nostri occhi».

Vecchia e invariante teoria, perché vecchie e invarianti sono la lotta proletaria, i nemici e il fine ultimo. La storia del comunismo rivoluzionario si identifica con le lotte per la difesa della dottrina marxista e per la preparazione dell’abbattimento rivoluzionario del potere politico delle classi dominanti.

Nuova nomenclatura di antichi errori

La struttura morfologica della classe si presenta da sempre, da quando cioè è sorto il partito politico, così: alla base la massa dei lavoratori, o classe statisticamente intesa; al vertice, il partito politico di classe; in posizione intermedia, le organizzazioni sindacali operaie. La classe esiste in virtù dell’esistenza del suo vertice, il partito. È condizione primordiale. Ma la sua esistenza operativa dipende anche dalla sua organizzazione di difesa economica.

Le varie deviazioni storiche dal marxismo rivoluzionario sono tutte riconducibili alla separazione degli elementi di questa struttura. La separazione del partito dalle organizzazioni economiche proletarie produce l’errore “purista”: il partito viene inteso come un monastero e l’attività del partito come mera custodia dei testi. Esempi storici: l’anarchismo teorico, in cui è “peccato” l’attività politica e bestemmia il partito, lo Stato e qualunque organizzazione, anche economica; primeggia, in idealistica autosufficienza, l’”Unico”, l’individuo. La separazione delle organizzazioni economiche immediate dal partito si esprime nell’errore sindacalista. Esempio classico il sindacalismo rivoluzionario, che esalta l’immediatismo, l’operaismo, l’economicismo. Questa deviazione è la matrice dell’”ordinovismo”, per riferirci ad una stortura che ha preteso legarsi al marxismo. È chiaro che ambedue le deviazioni, sebbene a volte possano vantare intonazioni marxiste, col marxismo non hanno nulla a che vedere.

Al marxismo, invece, fanno capo due “interpretazioni”, quella rivoluzionaria e quella riformista. Spesso si è assistito al travasarsi di elementi e, meno spesso, di gruppi “puristi” e “immediatisti” nelle organizzazioni rivoluzionarie e riformiste. Esempi storici sono l’adesione del sindacalista rivoluzionario francese Rosmer all’Internazionale Comunista e il passaggio in blocco o quasi degli ordinovisti al riformismo moderno degli ex-partiti comunisti nazionali.

A scorno di tutti i presenti e sopravvissuti avversari del comunismo, diciamo subito che la Rivoluzione d’Ottobre, la nascita dell’Internazionale e dei partiti comunisti hanno posto fine per sempre al conflitto tra marxismo rivoluzionario e riformismo, anche se nei panni di quest’ultimo l’opportunismo domina sul movimento operaio, ed anche se rigurgitano nella classe dei proletari escrementi immediatisti d’antico stampo.

L’opportunismo è la forma della controrivoluzione: in ciò sta il pericolo in agguato entro la classe operaia. Esso non nega né il partito, né il sindacato, si veste di rosso e accarezza la barba di Marx, si presenta alle folle con un’organizzazione estesa e massiccia, si attivizza in ogni forma e circostanza, nel parlamento borghese e negli organi statali, nei sindacati e nelle organizzazioni di classe, affonda radici nel fertile terreno dell’economia mercantile e monetaria da cui trae sostanze finanziarie e sociali, tende ad imparentare la classe dei proletari alle sorti della società capitalistica per l’intermediazione delle mezze classi e delle aristocrazie del lavoro.

Ecco perché dobbiamo porre l’accento sul partito e sul programma marxista, essenziali per qualificare il partito politico della casse operaia. Non basta dirsi partito e nemmeno rivendicarne il programma generico, ma è essenziale agire in conformità dei principi: è essenziale la tattica.

Quando si profilò in seno al Partito Comunista d’Italia e dell’Internazionale Comunista la minaccia di un opportunismo “comunista”, questo si esplicò sul terreno della tattica, e la Sinistra dovette battersi continuamente dimostrando che non esistevano più tattiche utili ai fini rivoluzionari, ma ne esisteva una sola e che tale valutazione scaturiva dalla constatazione che le molteplici tattiche escogitate dalle direzioni nazionali e internazionali deviavano dalle basi di principio.

L’immediatismo, anche in seno alle file comuniste, si affaccia sempre sul piano tattico, e all’inizio giura e spergiura di non voler rinunciare ai principi e al programma, assicurando a parole che “poi”, cessata l’occasione, ritornerà sulla via diritta. Di passo in passo, abbiamo assistito, deviazione dopo deviazione, alla totale inversione di rotta dei vecchi partiti ex-comunisti. Come non si improvvisa il partito di classe, così non se ne improvvisa la tattica.

Le diverse formule di pretesa accelerazione storica dei conflitti sociali e della soluzione rivoluzionaria, quali che ne siano i variopinti nomi, tutte convergono nell’opporsi all’unico schema valido, per formulazione teorica e per riprova storica: partito politico – organizzazioni intermedie – classe. Sostituendo nella serie, anche se per un breve periodo, al partito gli altri elementi o diversamente ordinandoli si uccidere la capacità storica della classe e si ritarda la soluzione invece di accelerarla. Alla luce di questa necessaria gerarchia, non abbiamo bisogno di conoscere nomi e cognomi, date e luoghi di nascita di pretesi nuovi partiti, programmi, soluzioni e invenzioni.

La Sinistra si batté sempre, ancor vivo Lenin, per la formazione delle sezioni comuniste dell’Internazionale in modo non affrettato, tale che la parte separatasi dai vecchi partiti socialisti fosse ben salda su posizioni rivoluzionarie, a queste sacrificando anche il numero e la consistenza momentanea. Gli strepiti dei “bolscevichi” occidentali allora alla moda per questa intransigenza coprirono la voce della Sinistra, ma non la loro miserabile vergogna per avere tradito la causa nel breve scorcio degli anni successivi. È vero che il partito si rafforza al fuoco della lotta, ma è altrettanto vero che deve preesistere, incarnazione del programma e dell’azione rivoluzionaria.

Si disse, allora, che in Italia si era “tagliato troppo a sinistra”, e infatti la direzione centrista del Partito Comunista d’Italia, succeduta alla direzione di Sinistra, provvide subito a far entrare dalla finestra non tanto uomini e personaggi cui era stato impedito nel ’21 di entrare dalla porta, quanto posizioni e volontà di schietta marca opportunista. Se un rimpianto oggi può esserci, è di aver tagliato troppo poco “a sinistra”. Quali garanzie potevano dare le posizioni eclettiche del massimalismo parolaio, quando a tutto si pensava fuorché a dare al partito una direzione rivoluzionaria intransigente? Quale credito poteva vantare il gruppo dell’Ordine Nuovo, che poneva il partito alla coda della serie nella formula marxista, e lo faceva precedere da quei “consigli di fabbrica” di cui è impossibile definire la funzione?

Chiarezza di principi e d’intenti

Il Partito Comunista d’Italia non era ancora stato costituito, ed era appena sorta la frazione comunista in seno al Partito Socialista Italiano, che al congresso di Bologna del PSI, nell’agosto 1919, fu varato un programma nel quale si dichiarava che in Italia dovevano essere costituiti i Soviet. I progetti di costituzione dei Soviet si moltiplicarono. Ognuno aveva il suo, più originale degli altri. La Sinistra, nel marasma imperante, pose mano a rimettere le cose al loro posto. In una serie di articoli apparsi nell’organo della frazione, Il Soviet, fu affrontata la questione dei Soviet, dei consigli di fabbrica, e della funzione primaria del partito. Principalmente in una serie di tre articoli dal titolo: “Per la costituzione dei consigli operai in Italia“, apparsi il 4 e 1’11 gennaio e il 1 febbraio 1920 (altri ne seguiranno subito dopo), fu investigata tutta la materia. Ne riportiamo i testi, facendo notare al lettore che coincidono esattamente con le tesi dell’Internazionale Comunista approvate dal 2° Congresso, tenuto a Mosca ben sette mesi dopo, cioè dal 17 luglio al 7 agosto del 1920, di cui citeremo stralci essenziali per un adeguato confronto.

Gli articoli de Il Soviet devono prima di tutto spiegare che cosa è il Soviet, così come è sorto al fuoco della rivoluzione in Russia, perché, fra l’altro, una confusione estrema veniva fatta tra Soviet, consigli di fabbrica, organi generici di rappresentanza, elezionismo Sovietista e democratico, ecc. Poi, ristabiliti gli esatti termini delle questioni, così come si erano realizzati nella Russia rivoluzionaria, il testo della Sinistra Comunista affronta gli errori dell’Ordine Nuovo, del sindacalismo, ed anche quelli enunciati in alcune altre proposte del Congresso socialista di Bologna. Gli articoli svolgono i temi in modo estremamente sintetico ma efficacissimo, senza ricorrere, come dovremo fare noi più avanti, a riferimenti storici particolari, in quanto proprio in quegli anni il proletariato, a differenza di oggi, combatteva battaglie sociali e politiche di particolare durezza e nel fuoco di quelle lotte assimilava con relativa facilità anche i problemi più ardui della rivoluzione.

Questo il testo completo dell’articolo in cinque puntate su questo tema fondamentale apparso su Il Soviet.
 

Per la costituzione dei consigli operai in Italia Pt.1

Per la costituzione dei Consigli operai in Italia Pt.2

Per la costituzione dei Consigli operai in Italia Pt.3

Per la costituzione dei Consigli operai in Italia Pt.4

Per la costituzione dei Consigli operai in Italia Pt.5