L'insegnamento dallo sciopero inglese varrà pei proletari più di una vittoria
Questo sciopero vale quello che ci è costato fino all’ultimo penny. Le parole del Cancelliere dello Scacchiere Nigel Lawson, pronunciate quando era ormai certo il ritorno al lavoro dei minatori senza che questi avessero ottenuto alcuna concessione sui previsti licenziamenti che avevano scatenato la lotta un anno fa, rappresentano bene il malcelato tripudio degli ambienti conservatori. E Thatcher ed i suoi ne hanno ben donde.
I minatori hanno sempre costituito in Inghilterra la punta di lancia del movimento sindacale, la categoria più decisa e compatta, quella più forte e capace di piegare qualsiasi avversario. Furono i minatori ad iniziare nel 1926 lo sciopero generale, arrendendosi per ultimi al boicottaggio del TUC (Confederazione dei sindacati). Nel dopoguerra non avevano conosciuto sconfitte, e le loro lotte del 1972-1974 avevano causato la caduta del governo conservatore di Heath.
Ma la loro forza numerica è andata nello stesso periodo calando con il diminuire dell’importanza del carbone nell’economia inglese. Ancora 800.000 nel 1957, e 590.000 nel 1964, le continue chiusure di miniere (va ricordato che negli ultimi venti anni i governi laburisti ne hanno chiuse trecento, contro le 90 dei tory) ne hanno fatto precipitare il numero 280.000 nel 1971, e 184.000 nel 1984. La combattività dei minatori non è stata però intaccata da questa tendenza, al contrario, e negli anni 1968-74 sferrarono duri attacchi alla borghesia del carbone, quasi sempre scavalcando il pompieraggio sindacale e sempre riportando sonanti vittorie; anche in que sto sciopero la loro determinazione è stata esemplare, e mentre scriviamo in molte zone ampi strati di lavoratori continuano la lotta nonostante l’evidente impossibilità di ottenere alcuna concessione; è duro dover cedere davanti ad un avversario che poteva e doveva essere battuto.
Ma non poteva che andare così, dato l’imponente schieramento di nemici giurati che i minatori si sono trovati davanti, e l’assenza quasi totale di solidarietà operativa da parte degli altri settori della classe operaia.
Le sconfitte sono una cosa infausta per la classe operaia, sia per la repressione che le segue che per il peggioramento delle condizioni di vita delle famiglie operaie, per non parlare della demoralizzazione; ma gli insegnamenti che i proletari possono trarne sono talvolta più preziosi della gioia della vittoria, e non solo da un punto di vista storico, ma anche al livello del singolo individuo, della sua acquisizione di esperienze che gli permettano in futuro di distinguere tra amici e nemici, tra fatti e chiacchiere.
Il proletariato inglese nel suo insieme – ha da trarre dalla lotta appena terminata una serie di lezioni che negli anni avvenire potrebbero permettergli di invertire la tendenza, di restituire con gli interessi l’umiliazione che in questo momento è costretto a subire.
Stato: nonostante proclamazioni di neutralità, lo Stato padrone delle miniere ha gettato nell’agone tutte le sue risorse, senza fare calcoli economici ma pensando solo a schiacciare in modo esemplare quei paria che osavano sfidarlo in maniera così sfacciata, nella speranza che una vittoria sarebbe stato un deterrente potente per tutte le altre categorie, ed i fatti nel breve termine potrebbero dargli ragione. Fin da prima della vittoria elettorale del 1979 i conservatori avevano pensato a mettere a punto un piano anti-minatori che negli anni successivi è stato perfezionato finché, un anno fa, si sono sentiti abbastanza sicuri da varare il piano di ristrutturazione, piano che costituiva una chiara provocazione. La sconfitta del ’74 era ancora viva nella memoria dei tory, e nessun dettaglio fu trascurato; ma la carta vincente fu senz’altro l’ammassamento, altrimenti inspiegabile, di quantità enormi di carbone (si parla di 50 milioni di tonnellate), soprattutto nei pressi delle centrali elettriche, dove i minatori non potevano impedirne l’uso.
Il resto si vide dopo. I mass-media non perdevano occasione di mostrare al paese la violenza insensata dei minatori, tacendo pudicamente quella della polizia, mentre gli scioperanti venivano fatti passare come nemici interni, o pazzi che lottavano contro gli interessi supremi della nazione inglese. La polizia mostrò un’efficienza mai vista in precedenza, con decine di migliaia di poliziotti che percorrevano le aree calde con una dovizia di mezzi ed infrastrutture degna di un esercito d’occupazione, mentre un’apposita centrale computerizzata ne dirigeva gli spostamenti. Mentre dei 10.000 operai arrestati, 4.000 condannati e 700 ancora in galera (oltre ai feriti e a due morti) nessuno si sente di parlare in difesa, sembra che per la polizia il problema non sussista, visto che nemmeno uno sbirro è stato condannato per violenze. Sono tutti dei bonaccioni? Centinaia di atti di violenza ingiustificati sono stati filmati da varie parti, ma nemmeno un giudice si è per messo di chiamare in aula un solo poliziotto. Daltronde secondo tale logica anche i giudici sarebbero stati da giudicare, vista la facilità con cui gli operai venivano condannati, i crumiri difesi, i beni del sindacato espropriati!
Opportunismo: tutte le volte che Kin-nock (il segretario del Labour Party) ha parlato, lo ha fatto bene o male contro gli scioperanti, dalle reiterate invettive contro la violenza (come se le bastonate le tirassero solo gli operai, e come se l’unica forma di violenza fossero le bastonate!), fino alla recentissima presa di posizione contro lo scarceramento degli operai in galera; niente sulla giustezza della lotta, lotta, niente per un attivo sostegno tramite una più larga mobilitazione. Ma questa è una lezione sicuramente appresa dai minatori, visto il bombardamento a base di pomodori di cui Kin-nock è stato il bersaglio: finalmente ha qualcosa di rosso anche lui!
Bonzi: il boicottaggio operato dai sindacalisti è ormai chiaro in tutti i suoi aspetti: quando lo sciopero poteva essere indetto con maggiori possibilità di vittoria (autunno ’83) ci si limitò al blocco degli straordinari, mentre a marzo, con i magazzini pieni di carbone, senza una votazione nazionale che avrebbe dato più forza e compattezza alla lotta, e comunque dietro ad una spinta potente di una base stanca di aspettare, fu indetto lo sciopero. Non si attese di sapere quale sostegno sarebbe venuto dalle altre categorie, e la lotta apparve subito minata da un punto di vista organizzativo, Le spinte dalla base delle altre categorie vennero una ad una bloccate in una maniera o nell’altra; solo dai ferrovieri venne un sostegno di lotta più continuativo.
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Padroni, Stato, polizia, giudici, esercito professionale, chiesa, mezze classi, bonzi, partiti “operai», tutti si sono dimostrati nemici giurati del proletariato in lotta per la sua sopravvivenza, ed il fenomeno è stato più evidente stavolta perché la vittoria dei minatori sarebbe stato uno smacco troppo forte per il capitalismo inglese; non c’è stato posto per pseudo-sinistri, per intellettuali illuminati, per partitelli in cerca di notorietà. Si doveva scegliere da che parte stare, e tutti, meno gli operai, sono andati con chi paga. L’unico sostegno alla lotta è stato quello finanziario di chi poco aveva da dare, gli operai delle altre categorie, peraltro ancora ben controllati dai rispettivi bonzami.
Vince chi ha forza e la sa usare, e la usa: in fondo è stata proprio la Thatcher a darne recenti dimostrazioni. Non è l’arma dello sciopero ad oltranza, né dello sciopero in genere, che in questa lotta si è dimostrata insufficiente, ma l’uso che se ne è fatto. In qualche momento (sciopero dei portuali, sciopero dei tecnici delle miniere) la vittoria è sembrata a portata di mano, e sarebbe arrivata senza l’intervento dei pompieri sindacali. Né è strumento superato la forma sindacato: ma sarà sempre un ostacolo alle lotte operaie finché resterà in mano alle varie dinastie di bonzi tradeunionisti, borghesi fino al midollo, che vedono nella fine del sindacato collaborazionista la loro propria fine. Sindacato rosso e partito comunista rivoluzionario: ecco gli strumenti per i proletari di tutte le latitudini, gli unici che non abbiano come fine il benessere delle economie nazionali, bensì il superamento delle barriere di categoria, di mestiere, di stato, per una lotta senza quartiere contro l’oppressione di chi tutto ha senza niente fare, di chi della oppressione operaia vorrebbe fare un eterno comandamento.