Ritardo della sinistra borghese
Se fosse lecito per noi spendere parole su considerazioni di natura sentimentale, non c’è dubbio che un argomento particolarmente suscettibile dì tal genere di analisi sarebbe proprio il vuoto ideologico, orrido e strapotente, che si accompagna al manifestarsi di questa moderna società borghese. Non è cosa molto nuova, invero, ma la battaglia elettorale da poco conclusa ha mostrato questa verità con una evidenza cosi palmare e così assurda che se, per astrazione, lo spettacolo fosse stato goduto da un pubblico appena appena vitale, gli autori responsabili di questa oscena e nauseante gazzarra non si sarebbero salvati dal divampare di un’ira furibonda e purificatrice. Ma invece no, perché campagna e “campagnati” vanno di pari passo sui binari paralleli che lo Stato moderno ha allestito per la sopravvivenza della sua classe e delle forme di produzione su cui essa si appoggia: e quanto più queste ultime sono superate nella loro necessità e contrastanti con le forze della produzione, tanto più la lotta che la classe borghese attua per il suo sopravvivere è diretta a comprimere ogni possibile espressione di tale stato di cose e a mascherare la realtà con falsità di ogni genere.
Questa operazione di mascheramento non limita d’altronde i suoi effetti alla pura e semplice mutazione del vero, ma conduce ad una rottura del complicato sistema di ingranaggi che dalla economia e dai rapporti che a questa si ricollegano risale alla struttura sociale, e poi alla formazione della cosiddetta cultura in generale nonché delle particolari ideologie; con la conseguenza che si ha uno sbandamento o, più spesso, uno smarrimento di tutti i valori che è appunto una delle caratteristiche della società di oggi: ed è uno smarrimento infecondo, naturalmente, perché è il frutto del distacco forzato di ogni germinazione umana dall’unico suolo naturale donde essa può trar vita positiva.
Ma come il mascheramento è inevitabile per la difesa borghese, così è inevitabile lo smarrimento veramente “totalitario” che consegue alla artificiosa difesa eche, bon gré mal gré, trae giù in un mondo di sterilità sconcia suonati e suonatori. Tutto ciò e molt’altre cose potremmo osservare se, come dicevamo, fosse lecito: ciò che non è, perché queste analisi che potremmo chiamare terminali, con riguardo al loro oggetto nella topografia delle cause ed effetti, non hanno che in scarsissima misura, e peraltro con molti pericoli, la capacità di chiarire una realtà sulla quale occorrono ai nostri fini (che sono quelli della liberazione di un avanguardia proletaria dalle vischiose pastoie nelle quali la borghesia tiene imbrigliata la quasi totalità dei suoi avversari) alcuni saldissimi pilastri di sostegno per la esatta percezione dei fondamenti e degli sviluppi della lotta di classe.
Serva però anch’essa – la visione di tanta infamia – ad accrescere nelle forze coscienti del proletariato il furore distruttivo contro un mondo che, per sostenere le sue forme di privilegio, ha fatto della schiavitù, della menzogna e dalla castrazione ideologica i capisaldi della sua struttura. Ed essa non è inutile per la comprensione delle più recenti posizioni che i partiti che si proclamano difensori del proletariato hanno assunto in quest’ultimo periodo, contemporaneo o immediatamente seguente alle recenti elezioni: un momento forse non il più interessante ma in ogni modo particolarmente ricco di putrefazione sociale.
Si sa che la battaglia del partito saragattiano ha trovato il suo perno di orientamento nella formula della “terza forza”: di una forza, cioè, che, mediando tra le due forze americana, russa e quindi, all’interno, tra democristiani e stalinisti, dovrebbe trovare la strada per un socialismo la cui affermazione non sarebbe più originata da un determinato contrasto di classe e dalla relativa vittoria del proletariato prevalente sulla borghesia, ma invece da una volontaristica presa di posizione tra due imperialismi contrastanti.
Cosa ciò significhi concretamente è impossibile dirlo, perché se dal punto di vista diplomatico imperialistico sarebbe piuttosto… problematico per Saragat e compagni costituire una forza da contrapporsi o anche insinuarsi tra i due colossi orientale e occidentale, unici superstiti dell’ultimo conflitto, dal punto di vista invece della dinamica della lotta di classe sono ormai troppi anni che le classi sono ridotte a due, che la lotta è ridotta su due fronti contrapposti perché si debba spendere una sola parola nel dimostrare la assoluta astrattezza della formula “terza forza”. Ma il suo valore demagogico e di purissimo imbroglio, questo no che non è astratto: in un paese come il nostro, dove a causa dell’incompleto ciclo di sviluppo della borghesia, anche il cosiddetto medio ceto non ha potuto acquisire una fisionomia ben definita e spregiudicatamente orientata verso la classe dominante – per lo meno fin quando la progressiva inevitabile proletarizzazione non lo costringesse a perdere gradatamente le sue posizioni di limitato privilegio – c’è sempre un certo strato di individui di mezza coscienza, nei quali lo spirito conservatore è attaccato a un privilegio magari soltanto nominale non ha il coraggio morale di darsi la forma apertamente corrispondente e sazia la propria intima ipocrisia assumendo in concreto un atteggiamento conformista rivestito da una forma puramente astratta di progressismo, terza forza, e altre vuotaggini del genere,
Il manifesto apparso su L’Umanità del 25 aprile porta un titolo veramente espressivo: “Il P.S.L.I. ai lavoratori italiani per una coraggiosa riforma sociale”; e il testo non è da meno del titolo: vi si proclama la necessità della collaborazione tra governi e popoli, degli aiuti americani che allontanano i pericoli di nuove guerre; e soprattutto appunto delle coraggiose riformesociali che dovranno portare il socialismo nostrano al livello già raggiunto in altri paesi (di cui però il manifesto per prudenza non dice il nome, anche se il riferimento è ovviamente diretto alla… socialistissima Inghilterra laburista!). Se da un lato questa dichiarazione di riformismo sembra riportare su un terreno di concretezza la astratta formula della terza /orza, dall’altro è facile scorgere come tal concretezza sia soltanto apparente giacché se il riformismo ha cessato ormai da vari decenni di adempiere ad una funzione positiva nello svolgimento della lotta di classe, oggi d’altra parte esso ha in linea generale esaurito il suo compito, si noti bene anche come funzione della classe borghese, come forza, cioè, operante negativamente sulla preparazione rivoluzionaria del proletariato. È nota la nostra interpretazione del fascismo come fase di sviluppo della borghesia che, divenuta incapace di comprimere i contrasti di classe col sistema cosiddetto democratico, attua, parallelamente alla concentrazione del capitale, una centralizzazione del potere politico nelle mani dello Stato: centralizzazione che, se nelle fasi più acute assume l’aspetto formale della dittatura, può anche realizzarsi con forme diverse, come, senza dilungarci, ci indicano attualmente i paesi occidentali. In ogni caso ciò che di essenziale si verifica nella moderna organizzazione dei paesi capitalistici è l’assorbimento, nel seno dello Stato, di ogni forza politica operante nella nazione, e in pruno luogo delle masse proletarie eliminate come classe proprio per la impossibilità per la borghesia di lasciar adito a manifestazioni che, nella esasperazione dei contrasti sociali, non potrebbero assumere se non la forma rivoluzionaria. Ridar vita al sistema della gradualità riformista oggi che lo Stato capitalista trova il suo salvataggio esclusivamente sul piano dell’economia di guerra e su quello corrispondente dell’assorbimento e della distruzione di ogni forza avversa, è cosa veramente antistorica, il cui valore non può essere che apparente e, d’altra parte, ai fini della stessa difesa borghese, transitorio e meramente formale.
La posizione del partito comunista italiano, e naturalmente anche di quella sua appendice che è il partito socialista, non è certo più intonata col processo della storia. Cacciati dal governo con la fine del tripartito, essi impiantano tutta la loro azione, mirante alla riconquista delle perdute posizioni, sulla battaglia elettorale, con parole d’ordine proprie della classe avversa, parole che il vecchio partito socialista già dalla sua nascita aveva indicato come indissolubilmente legate alla funzionalità e alla essenza della classe borghese.
Se i nazional-comunisti avevano fino a ieri collaborato al governo sotto la parola centrale della ricostruzione, oggi essi hanno impostato la manovra di passaggio all’opposizione non, naturalmente, su direttive classiste, ma facendo perno alla difesa della indipendenza della patria e assumendo a simbolo della loro lotta nientemeno che Garibaldi.
Siamo quindi di fronte ad un totale smantellamento della ideologia di classe, anche nelle sue ultime mascherate parvenze, e ad un’altrettanto totale assunzione degli strumenti propri della borghesia da parte degli staliniani. Si ritira fuori proprio un Garibaldi, dal quale il Partito Socialista Italiano fin dalla sua fondazione nel 1892 si era nettamente differenziato ponendo una fossa invalicabile tra la propria azione strettamente collegata ad un’ideologia già chiaramentedeterministica, ad una concezione materialista e dialettica della storia, e quell’azione per l’azione, a sfondo sentimentale, patriottardo, popolare, non classista, e costantemente manovrata dall’interesse unitario della classe dominante, che costituiva l’essenza del garibaldinismo: i progressisti del 1948 sono quindi tornati indietro al 1892, al di là del primo atto che diversificava finalmente, dopo il calderone del Risorgimento, la lotta per la emancipazione del proletariato dalle altre lotte cui il proletariato stesso era chiamato unicamente per la difesa dell’altrui interesse.
Quanto poi alla indipendenza della patria l’abbandono dell’ideologia classista si accompagna alla incapacità di assumere parole d’ordine che possano concretamente e validamente inserirsi nel processo attuale della evoluzione imperialista: è chiaro infatti che indipendenza è concetto storico che ha per soggetto lo Stato della classe dominante, non è rivendicazione proletaria, ché questa dovrebbe poggiare proprio sull’opposto dialettico, sul disfattismo rivoluzionario, nel sabotaggio dell’indipendenza per arrivare alla rivoluzione di classe; ma è altresì chiaro che indipendenza è concetto superato nell’ambito stesso della ideologia borghese, dove il massimo potenziamento possibile dell’interesse di classe lo si ottiene non attraverso la difesa delle frontiere nazionali, ma di due enormi frontiere che abbracciano ciascuna la metà della terra ed entro le quali soltanto pulsano complessi economici vitali, atti per ora ad essere chiusi da frontiere: solo in questo senso può avere significato concreto il parlare di indipendenza.
Ma i nazional-comunisti non hanno attitudine alcuna alla interpretazione della storia; avendo perso la bussola dell’orientamento marxista essi non possono che marciare a rimorchio della classe dominante: costretti a combatterla in funzione dell’imperialismo opposto con armi spuntate e di seconda mano essi si avviano ormai a giuocare un ruolo di secondo piano anche nella iniziativa della lotta per l’obiettivo principale, quello della distruzione del proletariato come classe.
La loro opposizione, legata al carro dell’imperialismo, non ha e non avrà altri sbocchi; né dubbi possono sorgere sulla impossibilità che essa possa mai impiantarsi su direttive classiste: non facciamo questione delle grandi masse che, neutralizzate nei loro impulsi dalla politica nazional-comunista, potranno ormai essere trascinate all’attacco dello Stato borghese soltanto da tutto un moto ascensionale del movimento proletario. Ma anche e soprattutto i quadri, gli attivisti del nazional-comunismo sono negati in questa presente fase ad ogni passaggio sul piano di classe. Essi sono stati deviati e inghiottiti dalla manovra borghese: una loro ripresa classista non trova alcun fattore, alcun impulso obiettivo da cui essere giustificata. Essi non possono essere liberati: perché è il capitalismo che ha vinto questa battaglia del dopoguerra ed essi sono prigionieri perché si son lasciati adescare sul terreno su cui il capitalismo stesso li attirava. Sono stati sconfitti nello stesso tempo che adottavano le parole della guerra di liberazione, democrazia, ricostruzione, indipendenza, ecc.; sconfitti nello stesso tempo in cui e per lo stesso motivo per cui hanno creduto di battere i borghesi attraverso quella tattica con la quale essi ritenevano di mascherare i propri intenti rivoluzionari: e il capitalismo proprio di tal credenza si è valso per batterli.
La strada che conduce alla rivoluzione proletaria è lunga e faticosa: solo chi non si stanca di percorrerla nella più assoluta intransigenza può arrivarne a capo; solo chi capisce che essa va apertamente seguita può creare quel partito di classe senza il quale ogni impulso, ogni offensiva proletaria rimane astrazione, senza il quale non vi può essere classe né per ciò stesso vittoria di classe.
Force, Violence, and Dictatorship in the Class Struggle Pt. 5
Russian Degeneration and Dictatorship
The difficult problem of the degeneration of the proletarian power can be summarized briefly. In a large country the working class has conquered power following the program which called for armed insurrection and the annihilation of all influence of the defeated class through pressure of the proletarian class dictatorship. In the other countries of the world, however, the working class either did not have the strength to initiate the revolutionary attack or else was defeated in the attempt. In these countries, power remained in the hands of the bourgeoisie, and production and exchange continued according to the laws of capitalism which dominated all the relationships of the world market.
In the country where the revolution triumphed, the dictatorship held firm politically and militarily against every counter-attack. It brought the civil war to a close in a few short and victorious years, and foreign capitalism did not engage in a general action to crush it.
A process of internal degeneration of the new political and administrative apparatus began to develop however. A privileged circle began to form, monopolizing the advantages and posts in the bureaucratic hierarchy while continuing to claim to represent the interests of the great labouring masses.
In the other countries, the revolutionary working class movement, which was intimately linked to this same political hierarchy, not only did not succeed in the victorious overthrow of the bourgeois States, but progressively lost and distorted the whole sense of its own action by pursuing other non‑revolutionary objectives.
This terrible problem in the history of the class struggle gives rise to a crucial question: how can such a double catastrophe be prevented? The question actually is badly posed. For those who follow the determinist method the question actually is one of determining the true characteristics and laws of this degenerative process, in order to establish when and how we can recognize the conditions which would allow us to expect and pursue a revolutionary course free from this pathological reversion.
Here we will not concern ourselves with refuting those who deny the existence of such a degeneration and who maintain that in Russia there is a true revolutionary working class power, an actual evolution of the economic forms towards communism, and a coordination with the other proletarian parties of the world which will actually lead to the overthrow of world capitalism.
Nor will we concern ourselves here with a study of the socio-economic aspects of the problem, for this would necessitate a detailed and careful analysis of the mechanism of production and distribution in Russia and of the actual relationships which Russia has with foreign capitalist economies.
Instead, at the end of this historical exposition on the question of violence and force, we will reply to those critical objections which claim that such an oppressive and bureaucratic degeneration is a direct consequence of infringing and violating the canons and principles of elective democracy.
This objection has two aspects, with the less radical being in fact the more insidious. The first aspect is overtly bourgeois and is directly linked to the entire world campaign to defame the Russian Revolution. This campaign, which has been going on since 1917, has been led by all the liberals, democrats and social democrats of the world who have been terrorized as much by the magnificent and courageous theoretical proclamation of the method of the proletarian dictatorship as by its practical application.
In view of what we have recalled in this work, we consider this first aspect of the democratic lamentation to have been refuted. The struggle against it, however, still remains of primary importance today since the conformist demand of what Lenin called “democracy in general” (and which in the basic communist works represents the dialectical opposite, the antithesis and negation of the revolutionary position) is still disgustingly paraded by the very parties who claim to be linked to the present regime in Russia. This very regime, although making dangerous and condemnable concessions to the bourgeois democratic mechanism at home in the area of formal right, not only continues to be but becomes increasingly a strictly totalitarian and police State.
We will never insist enough, then, in our critique of democracy in all the historical forms in which it has appeared until now. Democracy has always been an internal method of organization of the oppressor class, whether this class is old or new. It has always been a technique, whether old or new, that is utilized in the internal relations among the elements and groups of the exploiting class. In the bourgeois revolutions it was also the necessary and vital environment for the blooming of capitalism.
The old democracies were based on electoral principles, assemblies, parliaments or councils. While deceitfully pretending that their aim was to realize a well‑being for all and the extension of the spiritual or material conquests to all of society, their actual function was to enforce and maintain the exploitation of a mass of fanatics, slaves and helots, of whole peoples who had been submitted because they were less advanced or less war‑like, of a whole mass of people excluded from the temple, the senate, the city and the assemblies.
We can read the truth within the multitude of banal theories referring to egalitarianism: it is the compromise, covenant, and conspiracy among the members of the privileged minority to the detriment of the lower classes. Our appraisal of the modern democratic form, which is based on the holy charters of the British, French, and American revolutions, is no different. Modern democracy is a technique which provides the best political conditions for the capitalist oppression and exploitation of the workers. It replaces the old network of feudal oppressors by which capitalism itself was suffocated, but only to exploit in a way which is new and different, but no less intense or extensive.
Our interpretation of the present totalitarian phase of the bourgeois epoch is fundamental in regard to this point. In this phase the parliamentary forms, having played out their role, tend to disappear and the atmosphere of modern capitalism becomes anti‑liberal and anti‑democratic. The tactical consequence of this correct evaluation is that any call to return to the old bourgeois democracy characteristic of rising capitalism is anti‑classist, reactionary, and even “anti‑progressive”.
* * *
We will now take up the second aspect of the democratic critique. This aspect is not inspired by the dogmas of an inter-class and above class democracy, but instead says basically the following: it is well and good to establish the proletarian dictatorship and to do away with any scruples in the repression of the rights of the defeated bourgeois minority; however once the bourgeoisie in Russia was deprived of all rights, the degeneration of the proletarian State occurred because the rules of representation were violated “within” the working class. If an elective system truly functioning according to the majority principle had been established and respected in the base organizations of the proletariat (the soviets, the unions and the political party), with every decision made on the basis of the numerical outcome of a “truly free” vote, then the true revolutionary path would have been automatically maintained and it would have been possible to ward off any degeneration and any danger of the abusive, suffocating domination by the ignoble “Stalinist clique”.
At the heart of this widely accepted viewpoint is the idea that each individual, solely due to the fact that he or she belongs to an economic class (i.e., that he finds himself in particular relationships in common with many others with respect to production) is consequently predisposed to acquire a clear class “consciousness”; in other words to acquire that body of opinions and intentions which reflect the interests, the historical path and the future of his class. This is a false way of understanding Marxist determinism because the formation of consciousness is something which, although certainly linked to the basic economic conditions, lags behind them at a great distance in time and has a field of action that is much more restricted. For example, many centuries before the development of the historical consciousness of the bourgeois class, the bourgeois, the tradesman, the banker, and the small manufacturer existed and fulfilled essential economic functions, but had the mentality of servants and accomplices of the feudal lords. A revolutionary tendency and ideology slowly formed among them however and an audacious minority began to organize itself in order to attempt to conquer power.
Just as it is true that some members of the aristocracy fought for the bourgeois revolution, it is also true that there were many members of the bourgeoisie who, after the conquest of power in the great democratic revolutions, not only retained a way of thinking but also a course of action contrary to the general interests of their own class, and militated and fought with the counter-revolutionary party.
Similarly, while the opinions and consciousness of the worker are formed under the influence of his or her working and material living conditions, they are also formed in the environment of the whole traditional conservative ideology in which the capitalist world envelopes the worker.
This conservative influence is becoming increasingly stronger in the present period. It is not necessary to list again the resources which are available not only for the systematic organization of propaganda through modern techniques, but also for the actual centralized intervention in the economic life through the adoption of numerous reformist measures and State intervention which are intended to satisfy certain secondary needs of the workers and which in fact often have a concrete effect on their economic situation.
For the crude and uneducated masses, the old aristocratic and feudal regimes needed only the church to fabricate servile ideologies. They acted on the rising bourgeoisie, however, primarily through their monopoly over the school and culture. The young bourgeoisie was consequently compelled to sustain a great and complex ideological struggle which the literature presents as a struggle for the freedom of thought but which in fact represented the superstructure of a fierce conflict between two forces which were organized to defeat one another.
Today world capitalism, in addition to the church and schools, commands an endless number of other forms of ideological manipulation and countless methods for forming a so‑called “consciousness”. It has surpassed the old regimes, both quantitatively and qualitatively, in the fabrication of falsehoods and deceits. This is true not only in that it broadcasts the most absurd doctrines and superstitions, but also in that it informs the masses in a totally false way about the countless events of the complex modern life.
In spite of this tremendous arsenal of our class enemy we have always maintained that within the oppressed class an antagonistic ideology and doctrine would form and would achieve a greater and greater clarity as the economic development itself sharpens the conflict between the productive forces and the relations of production, and as the fierce struggle between different class interests spreads. This perspective is not founded on the argument that given the fact that the proletarians outnumber the bourgeois, the sum total of their individual views and conceptions would prevail over that of the enemy due to their greater numerical weight.
We have always maintained that this clarity and consciousness is not realized in an amorphous mass of isolated individuals. It is realized instead in organizations which emerge from the undifferentiated mass, in resolute minorities who join together beyond national boundaries following the line of the general historical continuity of the movement. These minorities assume the function of leading the struggle of the masses; the greater part of the masses on the other hand are pushed into this struggle by economic factors well before they develop the same strength and clarity of ideas that is crystallized in the guiding party.
This is why a count of the votes cast by the entire working class mass (supposing such a thing were possible) would not exclude an outcome favourable to the counter-revolution even in a situation which would be conducive to a forward advance and a struggle under the leadership of the vanguard minority. Even a general and widespread political struggle which ends with the victorious conquest of power is not sufficient for the immediate elimination of the whole complex of traditional influences of bourgeois ideology. The latter not only continues to survive throughout the whole social structure within the country of the victorious revolution itself, but continues to act from outside with a massive deployment of all the modern means of propaganda of which we have spoken before.
It is, of course, of great advantage to break the State machinery, to destroy all the old structures for the systematic fabrication of bourgeois ideology (such as the church, the school and other countless associations) and to take control over all the major means of diffusing ideas, such as the press, the radio, the theatres, etc. However all this is not enough. It must be completed by a socio-economic condition: the rapid and successful eradication of the bourgeois form of production. Lenin was well aware that the necessity of permitting the continued existence (and in a certain sense the flourishing) of the family management of the small peasant farms meant that a whole area would be left open to the influence of the selfish and mercantile bourgeois psychology, to the anti‑revolutionary propaganda of the priest, and in short to the play of countless counter-revolutionary superstitions. The unfavourable relationship of forces, however, left no other choice. Only in conserving the force, strength and firmness of the armed power of the industrial proletariat was it possible to make use of the revolutionary impetus of the peasant allies against the shackles of the agrarian feudal regime and at the same time guard against the danger of a possible revolt by the middle peasants, such as occurred during the civil war against Denikin and Kolchak.
The erroneous position of those who want to see the application of arithmetic democracy within the working class, or within certain class organizations, can thus be traced back to a false appreciation of the Marxist determinism.
We have already shown that it is incorrect to believe that in each historical period each of the opposing classes has corresponding groups which profess theories opposed to the other classes. Instead the correct thesis is that in each historical epoch the doctrinal system based on the interests of the ruling class tends to be professed by the oppressed class, much to the advantage of the former. He who is a slave in the body is also a slave in the mind. The old bourgeois lie is precisely to pretend that we must begin with the liberation of the intellect (a method which leads to nothing and costs nothing for the privileged class), while instead we must start with the physical liberation of the body.
It is also erroneous to establish the following determinist progression, with respect to the famous problem of consciousness: influence of economic factors, class consciousness, class action. The progression instead is the reverse: determining economic factors, class action, class consciousness. Consciousness comes at the end and, as a rule, after the decisive victory. Economic necessity unites and binds the pressure and energy of all those who are oppressed and suffocated by the forms of a given productive system. The oppressed react, they fight, they hurl themselves against these limits. In the course of this clash and this battle they increasingly develop an understanding of the general conditions of the struggle as well as its laws and principles, and a clear comprehension of the program of the struggling class develops.
For decades we have been reproached for wanting a revolution carried out by those who are unconscious.
We could answer that provided that the revolution sweeps away the mass of horrors created by the bourgeois regime, and provided that the terrible encirclement of the productive masses by bourgeois institutions which oppress and suffocate them is broken, then it would not bother us in the least if the decisive blows were delivered even by those who are not yet conscious of the aim of the struggle.
Instead, we left Marxists have always clearly and emphatically insisted on the importance of the theoretical side of the working class movement, and we consequently have constantly denounced the absence of principles and the betrayal of these by the right wing opportunists. We have always maintained the validity of the Marxist conception which considers the proletariat even as the true inheritor of modern classical philosophy. Let us explain. The struggle of the bourgeois usurers, colonial settlers and merchants was paralleled by an attack by the critical method against the dogmas of the church and the ideology of the authority of divine right; there was a revolution which appeared to be completed in natural philosophy before it was completed in society. This resulted from the fact that, of those forms which had to be destroyed in order for the capitalist productive forces to develop, the scholastic and theocratic ideological system of the middle ages was a relevant one. However, after its political and social victory, the bourgeoisie became conservative. It had no interest in directing the weapon of the critique, which it had used against the lies of Christian cosmology, to the area of the much more pressing and human problem of the social structure. This second task in the evolution of the theoretical consciousness of society fell to a new class which was pushed by its own interests to lay bare the lies of bourgeois civilization. This new class, in the powerful dialectical vision of Marx, was the class of the “wretched artisans”, excluded from culture in the middle ages and supposedly elevated to a position of legal equality by the liberal revolution; it was the class of manual labourers of big industry, uneducated and all but illiterate.
The key to our conception lies precisely in the fact that we do not consider the seat of consciousness to be the narrow area of the individual person and that we well know that, generally speaking, the elements of the mass who are pushed into struggle cannot possess in their minds the general theoretical outlook. To require such a condition would be purely illusory and counter-revolutionary. Neither does this task of possessing the theoretical consciousness fall to a band or group of superior individuals whose mission is to help humanity. It falls instead to an organism, to a mechanism differentiated within the mass, utilizing the individual elements as cells that compose the tissue and elevating them to a function made possible only by this complex of relationships. This organism, this system, this complex of elements each with its own function, (analogous to the animal organism with its extremely complicated systems of tissues, networks, vessels, etc.) is the class organism, the party, which in a certain way defines the class before itself and gives it the capacity to make its own history.
This whole process is reflected in the most diverse ways on the different individuals who statistically belong to the class. To be more specific, we would not be surprised to find side by side in a given situation the revolutionary and conscious worker, the worker who is still a total victim of the conservative political influences and who perhaps even marches in the ranks of the enemy, the worker who follows the opportunist currents of the movement, etc.
And we would have no conclusions to automatically draw from a vote among the working class, that would indicate how the members of the class are numerically distributed on these various positions – assuming that such a vote was actually possible.
* * *
It is only too well established that the class party, both before and after the conquest of power, is susceptible of degeneration in its function as a revolutionary instrument. It is necessary to search both for the causes of this serious phenomenon of social pathology and for the means to fight it. However it only follows from what has been said above that the method of voting cannot guarantee in any way the correctness of the Party’s orientation and directives, regardless of whether this voting is done by militants of the party or by a much wider circle encompassing the workers who belong to the unions, the factory organizations or even the representative organs of a political nature, such as the soviets or workers councils.
The history of the working class movement shows concretely that such a method has never led to any good and has never prevented the disastrous victories of opportunism. In all the conflicts between tendencies within the traditional socialist parties before World War I, the right‑wing revisionists always argued against the radical Marxists of the left that they (the right wing) were much more closely tied to the wide strata of the working class than the narrow circles of the leadership of the political party.
The opportunist currents had their main support in the parliamentary leaders of the party who disobeyed the party’s political directives and demanded a free hand to collaborate with the bourgeois parties. They did so under the pretext that they had been elected by the mass of proletarian voters who far outnumbered the proletarians who belonged to the party and elected the party’s political leadership. The union leaders who belonged to the party practised the same collaboration on the union level as the parliamentary leaders did on the political level. They refused the discipline of the class party, using the justification that they represented all the unionized workers who greatly outnumbered the party’s militants. In their haste to ally with capitalism (something which culminated in their support for the first imperialist war) neither the parliamentary possibilists nor the union bonzes hesitated, in the name of the workerism and labourism they proudly flaunted, to deride those group who brought forwards the true class politics within the party and to brand these groups as intellectuals and sometimes even as non‑proletarians.
The history of Sorelian syndicalism also shows that the method of direct representation of the rank and file worker does not have leftist results and does not lead to the preservation of a truly revolutionary orientation. At a certain period this school of anarcho-syndicalism had seemed to some to be a true alternative to the degeneration of the social-democratic party which had taken the road of renouncing direct action and class violence. The Marxist groups which later converged in the Leninist reconstruction of the Third International rightly criticized and condemned this seemingly radical orientation. They denounced it for abandoning the only unifying class method which could surmount the narrowness of the individual trade and of the everyday conflicts limited to economic demands. Even if physically violent means of struggle were used, this orientation led to the denial of the position of revolutionary Marxism, because for Marxism every class struggle is a political struggle and the indispensable instrument of this struggle is the party.
The justness of this theoretical polemic was confirmed by the fact that even revolutionary syndicalism sank in the crisis of the war and passed into the ranks of social patriotism in the various countries.
As concerns the lesson we can draw from party action immediately after the revolutionary victory, the major episodes of the Russian Revolution are those able to shed the greatest light on the issue we’re dealing with.
We reject the critique which claims that the disastrous degeneration of Leninist revolutionary politics into the present Stalinist policies was brought about in the beginning by the excessive predominance of the party and its central committee over the other working class organizations. We reject the illusory viewpoint that the whole degenerative process could have been contained if a vote among the various base organizations had been used as the means to decide both the make‑up of the hierarchy and the major changes in the politics of the proletarian State. The problem of the degeneration cannot be approached without connecting it to the question of the socio-economic role of the various organisms in the process of destruction of the old economy and of construction of the new one.
Unions undoubtedly constitute and for a long period have constituted a fundamental struggle ground in the development of the revolutionary energies of the proletariat. But this has been possible with success only when the class party has carried on a serious work within the unions in order to shift the concentration of energy from narrow intermediate objectives to general class aims. The trade union, even as it evolved into the industrial union, finds limits to its dynamics because within it there exist different interests between the various categories and groups of workers. There are even greater limits to its action as capitalist society and the capitalist State pass through the three successive historical phases: the prohibition of trade organizations and strikes; the toleration of autonomous trade organizations; and finally the conquest of the trade unions and their imprisonment in the bourgeois system.
Even under a solidly established proletarian dictatorship, the union cannot be considered as an organ which represents the workers in a fundamental and stable way. In this social period conflicts between the various trades in the working class can still exist. The basic point is that the workers only have reason to make use of the union as long as the working class power is compelled to tolerate, in certain sections, the temporary presence of employers; with the disappearance of the latter due to the advance of socialist development, all content of union action is lost. Our conception of socialism is not the substitution of the State boss for the private boss. However if the relationship were such in the transition period, then in the supreme interests of revolutionary politics it could not be admitted as a principle that the employer State must always give in to the economic pressure of the workers’ unions.
We won’t go further in this important analysis, for at this point we have already sufficiently explained why we left Communists do not admit that the unionized mass would be allowed to exert an influence on revolutionary politics through a majority vote.
Now let us consider the factory councils. We must remember that this form of economic organization, which at first appeared to be much more radical than the union, is increasingly losing its pretence of revolutionary dynamism; today the idea of factory councils is common to all political currents, even the fascists. The conception of factory councils as an organization which participates first in the supervising and later the management of production, and in the end which is capable of taking over, factory by factory, the management of production in its totality, has proven to be totally collaborationist. It has proven to be another way, no less effective than the old syndicalism, of preventing the masses from being channelled in the direction of the great united and centralized struggle for power. The polemic over this question caused a great stir in the young Communist parties when the Russian Bolsheviks were compelled to take firm and even drastic measures to combat the workers’ tendency towards autonomous technical and economic management of the factories in which they worked. Such an autonomous management not only impeded the onset of a true socialist plan, but also threatened of seriously harming the efficiency of the production apparatus – something the counter-revolutionaries were counting on. As a matter of fact the factory council, even more so than the union, can act as a representative of very narrow interests which can come into conflict with the general class interests.
Consequently the factory councils also cannot be considered as a basic and definitive organ of the working class State. When a true communist economy is established in certain sectors of production and circulation – that is to say when we have gone far beyond the simple expulsion of the capitalist owner from industry and the management of the enterprise by the State – then it will be precisely the enterprise economy that will disappear. Once we have gone beyond the mercantilist form of production, the local plant will only be a technical node in the great network, rationally managed by a unitary plan. The firm will no longer have a balance sheet of income and expenditures; consequently it will no longer be a firm at all and the producer will no longer be a wage labourer. Thus the factory council, like the union, has natural limits of functioning which prevent it from being, until the end of the revolutionary process, the real field for class preparation, to make the proletarians able and willing to struggle until the complete achievement of their final goal. This is the reason why these economic organizations cannot be a body which oversees the party holding State power and which judges whether or not the party has strayed from its fundamental historical line.
It remains for us to examine the new organism which was brought to life by the Russian Revolution. This was the workers, peasants and, at the beginning, soldiers soviet.
Some claimed that this system represented a new proletarian constitutional form counterposed to the traditional constitutional forms of the bourgeois State. The soviet system reached from the smallest village to the highest bodies of the State through successive horizontal strata. Furthermore it had the two following characteristics: 1) it excluded all elements of the old propertied classes, in other words it was the organizational manifestation of the proletarian dictatorship, and 2) it concentrated all representative, executive and, in theory, even judicial powers in its nerve centres. It has been said that because of these characteristics the soviet system is a perfect mechanism of internal class democracy which, once discovered, would eclipse the traditional parliaments of bourgeois liberalism.
However, since the emergence of socialism from its utopian phase, every Marxist has known that the invention of a constitutional form is not enough to distinguish the great social forms and the great historical epochs. The constitutional structures are transitory reflections of the relationship of forces; they are not derived from universal principles from which we could deduce an inherent mode of State organization.
Soviets in their essence are actual class organizations and are not, as some believed, conglomerations of trade or craft organizations. Consequently they do not suffer from the narrowness of the purely economic organization. For us their importance lies above all in the fact that they are organs of struggle. We do not try to view them in terms of ideal structural models but in terms of the history of their real development.
Thus it was a decisive moment in the Russian Revolution when, shortly after the election of the democratic‑type Constituent Assembly, the soviets rose up against the latter as its dialectical opposite and Bolshevik power dissolved the parliamentary assembly by force. This was the realization of the brilliant historical watchword “All Power to the Soviets”. However, all this was not sufficient for us to accept the idea that once such a form of class representation is born (and leaving aside here the fluctuations, in every sense, of its representative composition, which we are not able to examine here), a majority vote, at whatever moment and turn in the difficult struggle waged by the revolution both domestically and externally, is a reliable and easy method for solving every question and even avoiding the counter-revolutionary degeneration.
We must admit that the soviet system, due to the very complexity of its historical evolutionary cycle (which incidentally must end, in the most optimistic hypothesis, with the disappearance of the soviets along with the withering away of the State), is susceptible of falling under counter-revolutionary influence just as it is susceptible of being a revolutionary instrument. In conclusion, we do not believe that there is any constitutional form which can immunize us against such a danger – the only guarantee, if any, lies in the development of the domestic and international relations of social forces.
Since we want to establish the supremacy of the party, which includes only a minority of the class, over the other forms of organization, it could be possible for someone to object that we seem to think that the party is eternal, in other words that it will survive the withering away of the State of which Engels spoke.
Here we do not want to go into a discussion on the future transformation of the party. Just as the State, in the Marxist definition, withers away and is transformed, from a political apparatus of coercion, into a large and always more rational technical administration, so the party evolves into a simple organization for social research and study corresponding to large institutions for scientific research in the new society.
The distinctive characteristic of the party follows from its organic nature. One does not join the party because one has a particular position in the economic or social structure. No one is automatically a party militant because he is a proletarian, a voter, a citizen, etc.
Jurists would say that one joins the party by free individual initiative. We Marxists say otherwise: one joins the party always due to factors born out of relationships of social environment; but these factors can be linked in a more general way to the characteristics of the class party, to its presence in all parts of the inhabited world, to the fact that it is made up of workers of all trades and enterprises and, in principle, even of those who are not workers, and to the continuity of its work through the successive stages of propaganda, organization, physical combat, seizure of power, and the construction of a new order. Out of all the proletarian organizations, it is consequently the political party which least suffers from those structural and functional limits which enable the anti‑proletarian influences – the germs which cause the disease of opportunism – to force their way in. We have said many times, though, that this danger also exists for the party. The conclusion that we draw is not that it can be warded off by subordinating the party to the other organizations of that class which the party represents – a subordination which is often demanded under false pretexts, other times simply out of naivety with the reason that a greater number of workers belong to other class organizations.
* * *
Our way to interpret this question also concerns the supposed necessity of internal party democracy. We do not deny that there unfortunately have been numerous and disastrous examples of errors committed by the central leadership of the communist parties. However can these errors be avoided through computing the opinions of the rank and file militants?
We do not attribute the degeneration which took place in the Communist Party to the fact that the assemblies and congresses of the militants had little voice with respect to the initiatives taken by the centre.
At many historical turning points we have seen the rank and file smothered by the centre for counter-revolutionary purposes. To this end even the instruments of the State machine, including the most brutal, have been employed. But all this is not the origin of the degeneration of the party but an inevitable manifestation of it, a sign that the party has yielded to counter-revolutionary influences.
The position of the Italian Communist Left on what we could call “the question of revolutionary guarantees” is first of all that no constitutional or contractual provision can protect the party against degeneration even though the party, as opposed to the other organizations we have studied, has the characteristics of a contractual organization (and we use the term not as it is used in jurisprudence nor even as it was used by J.J. Rousseau). The relationship between the militant and the party is based on a commitment, and our conception of this commitment, which avoids the undesirable adjective ‘contractual’, we may define simply as dialectical. It is a dual relationship which flows both ways: from the centre to the base and from the base to the centre. If the action of the centre goes in accordance with the good functioning of the dialectical relationship, it is met by healthy responses from the base.
The celebrated problem of discipline thus consists in setting a system of limitations on rank-and-file militants which is a proper reflection of the limitations set on the action of the leadership. Consequently we have always maintained that the leadership must not have the right, in the great turning points in the political situation, to discover, invent and impose pretendedly new principles, new formulations and new guidelines for the action of the party. These sudden shifts make up the shameful history of opportunist betrayals. When such a crisis occurs, precisely because the party is not a short term, reactive organisation, an internal struggle ensues, tendencies form, splits occur, and in such cases these serve a useful purpose, like the fever which frees an organism of disease but which nevertheless “constitutionally” one cannot admit, encourage or tolerate.
Thus, there are no rules or recipes that can be applied to prevent the party from succumbing to crises of opportunism, or necessarily having to react to them with fractionalism. There is, however, the experience of the proletarian struggle over many decades, which allows us to identify certain conditions, the study, defence and realization of which must be the indefatigable task of our movement. We indicate in conclusion the main ones:
1) The party must defend and affirm the maximum clarity and continuity of the communist doctrine, which has been extrapolated in its successive applications to historical developments, and must not consent to proclamations of principle that run counter, even partially, to its fundamental theoretical principles.
2) The party must in each historical situation openly proclaim the entire content of its programme with regards to how to realize it economically, socially and politically, and above all as regards the question of power: its conquest by armed force, and its exercise through the dictatorship.
Dictatorships that degenerate to the benefit of a limited circle of bureaucrats and praetorians have always been preceded by ideological proclamations that are hypocritically masked under formulas of a populist nature, whether democratic or national, and under the pretext of having the broad popular masses behind them. The revolutionary party, on the other hand, does not hesitate to declare its intention to attack the state and its institutions and to hold the defeated class under the despotic weight of the dictatorship, even when it admits that only an advanced minority of the oppressed class has been able to understand this requirement of the struggle.
“The communists – says the Manifesto – disdain to conceal their views and aims.” Only renegades from communism boast of achieving them while keeping them cunningly disguised.
3) The party must effect a strict organizational rigour in the sense that it does not accept self‑enlargement by means of compromises with other groups, large or small, or worse still through bargaining over concessions with alleged bosses and leaders in order to win rank-and-file members.
4) The party must struggle for a clear historical comprehension of the basic antagonism that underlies the struggle. Communists claim the initiative in leading the assault against an entire world of structures and traditions; they know they constitute a danger for the privileged as a whole, and call on the masses to embark on an offensive struggle, and not a defensive one against the alleged dangers of losing so‑called benefits and advancements, conquered within the capitalist world. Communists do not rent out nor lend out their party to take remedial actions in defence of causes that are not their own, and of non‑proletarian objectives such as freedom, the fatherland, democracy and other such lies. “The workers know they have nothing to lose in the struggle except their chains”.
5) Communists renounce the entire spectrum of tactical expedients which have been invoked on the back of demands to accelerate the adherence of broad layers of the masses to the revolutionary programme. These expedients are: the political compromise, alliances with other parties, the united front, and the various formulas regarding the state used as a substitute for the proletarian dictatorship – workers’ and peasants’ government, popular government, progressive democracy.
Communists recognize that historically one of the main conditions for the dissolution of the proletarian movement and of the soviet communist regime lay precisely in the use of these tactical methods, and they consider those who deplore the opportunist plague of the Stalinist movement, yet at the same time advocate this tactical paraphernalia, to be more dangerous enemies than the selfsame Stalinists.
Democrazia parlamentare e democrazia popolare
Una guerra a morte è infine dichiarata fra democrazia parlamentare e democrazia popolare: finito l’idillio dei Comitati di Liberazione, dell’esarchia, del tripartitismo, la “cortina di ferro” che separa geograficamente il blocco russo da quello anglo-sassone si prolunga nell’interno degli altri Paesi dove sembra delinearsi un’evoluzione monolitica che esclude dal timone dello Stato la collaborazione con la forza sociale che vi è stata eliminata.
Non rientra nel quadro di quest’articolo l’esame dell’intricato problema tendente a chiarire le ragioni che hanno determinato la rottura dell’idillio stabilitosi immediatamente dopo la fine della seconda guerra imperialista. Ci limiteremo a dire che queste ragioni risiedono non nella pretesa irriducibilità del contrasto fra le due forme di organizzazione della società capitalista che si esprimono attualmente nella democrazia parlamentare e nella democrazia popolare, né nella irriducibilità del contrasto di interessi che oppone russi e anglo-sassoni sul piano mondiale e all’interno di ogni paese, ma nella successione delle fasi dell’economia capitalista: quella dell’immediato dopo-guerra, in cui fu lanciata con suonatori che usavano un solo strumento la “battaglia della produzione”; quella odierna, in cui lo sdoppiamento della banda è stato reso indispensabile dalle nuove contingenze storiche. Prima si trattava di ottenere l’appoggio entusiastico dei lavoratori alla ricostruzione della economia capitalistica dopo i violenti scossoni della guerra; oggi si tratta di piegare i lavoratori alle ferree leggi che di questa ricostruzione condizionano lo sviluppo e spingere le masse a odiare non il regime che raziona il foraggio della bestia da lavoro e piange sull’insufficienza dello sviluppo dell’industria di guerra, ma nei paesi russi il nemico anglo-sassone e nei paesi anglosassoni il nemico russo.
* * *
Scopo di quest’articolo è di fissare, in stretta coerenza con le posizioni sempre difese dalla sinistra comunista, la posizione che il proletariato è chiamato ad assumere di fronte al conflitto in pieno sviluppo.
L’intransigenza, dal punto di vista marxista, è d’ordine sostanziale e non formale. Non basta dire che, essendo la democrazia parlamentare la bandiera ideologica dell’imperialismo anglosassone e quella popolare la bandiera ideologica dell’imperialismo russo, il proletariato non ha che da prendere una posizione d’indifferenza rispetto a un conflitto in cui sono in gioco non i suoi interessi, ma quelli dei suoi dominatori. Il problema non è risolto con lo svelare ai proletari i moventi imperialisti della guerra ideologica – e, in Grecia, già militare – giacché, nel vortice degli avvenimenti attuali, non pochi proletari possono essere portati a credere che ci si possa limitare a superare un movimento inquadrato dall’una delle due forze imperialistiche, mentre la posizione marxista non può consistere che nel negarlo nelle sue stesse basi.
Il conflitto attuale si situa – sempre nel quadro dell’evoluzione della classe capitalista e del suo adattamento alle necessità della dominazione sul proletariato – sullo stesso corso che ha conosciuto il conflitto democrazia-fascismo. Rispetto a questo, è falso che la sinistra italiana abbia adottato una posizione d’indifferenza. L’Italia fu il teatro su cui si svolse il primo atto di quel conflitto, e a quell’epoca la nostra corrente deteneva la direzione del partito. La posizione centrale fu la seguente: poiché i due termini fascismo e democrazia rappresentano un’alternativa svolgentesi nell’ambito della classe capitalista (è, in parole povere, un affare interno del nemico), il proletariato non può che prendere posizione contro entrambi i contendenti, i quali non perseguono obiettivi antagonici, ma lo stesso fine: piegare il proletariato alla soluzione capitalistica del declino borghese. Nel contempo, il Partito inquadrava un’azione specifica di classe che, prendendo le mosse dalle lotte rivendicative, puntava alla distruzione dello Stato capitalista nell’aspetto democratico sotto il quale ancora si presentava.
Non è necessario insistere che tale atteggiamento partiva dalla concezione non che bastasse superare il movimento democratico ed antifascista, ma che fosse indispensabile cominciare col negarlo per tendere quindi verso la sua distruzione.
Prima di proceder oltre, crediamo utile ricordare la posizione dei nostri maestri sul problema della democrazia. Poiché la nostra divisa è di portare la massima chiarezza sugli intricati problemi dell’oggi non esiteremo a ricordare che Marx, nel 1848, fu a Colonia contro l’organizzazione specificamente operaia di Gottschalk e Willich a favore del movimento democratico che aveva per organo la “Nuova Gazzetta Renana”, e nella stessa epoca fu favorevole a una guerra contro la Russia.
Sulle tracce del corso seguito dalla rivoluzione francese nel 1792-93, e in funzione di un movimento rivoluzionario suscettibile di esprimersi in una vittoria non del proletariato, ma della borghesia, Marx impostava una tattica intesa a facilitare il trionfo della classe che la storia chiamava al timone della società e a rinviare a un secondo tempo l’affermazione dell’autonomia della classe proletaria. Quanto alla Russia, pensava che il suo ruolo corrispondesse a quello dell’Austria nei confronti della Francia rivoluzionaria.
Ne consegue forse che Marx, il fondatore della teoria della classe proletaria, fosse divenuto l’apostolo della “verità eterna” della democrazia? “Olla podrida” rispose Marx a Bakunin, quando questi presentò al Congresso della Prima Internazionale l’insieme di rivendicazioni democratiche che avrebbe dovuto servir di base alla sua azione. Non altrimenti si deve rispondere agli attuali seguaci di Marx.
Ai tempi di Marx, si trattava di un conflitto in cui si scontravano due classi antagoniche: la feudale che dominava il mondo da parecchi secoli, la borghese che non aveva ancora conquistato il potere. Oggi, il conflitto è nel seno di una stessa classe e il pensiero marxista non può porsi che il problema della lotta diretta contro tutte le espressioni sociali di questa classe, cui antagonismi interni non possono avere altro obiettivo storico che di escludere l’affermazione dell’autonomia della classe proletaria.
Marx e Lenin hanno a volte impiegato come omonimi i termini socialismo e democrazia. Questa identificazione a carattere propagandistico tendeva unicamente a dimostrare che solo il socialismo permette la realizzazione dei postulati comunemente attribuiti alla democrazia, cioè l’eliminazione di ogni oppressione. Ma Marx nei suoi scritti, e Lenin anche nell’azione, hanno preconizzato come unico mezzo per il trionfo del proletariato, non l’impiego del procedimento maggioritario e democratico, ma l’affermazione della dittatura rivoluzionaria e lo schiacciamento violento della controrivoluzione borghese.
Le due formulazioni di Marx: “la costituzione del proletariato in classe” (Manifesto) e “la liberazione dei proletari sarà opera dei proletari stessi” (Manifesto Inaugurale della Prima Internazionale) possono apparire contraddittorie a chi abbia letto Marx con gli occhi del propagandista “popolare” o “parlamentare” della borghesia democratica; ma non presentano alcuna contraddizione per il proletariato il quale, da un secolo di lotte sanguinose, ha tratto l’insegnamento che solo la minoranza ferreamente inquadrata nel partito di classe è suscettibile di trasmettere alle masse la coscienza rivoluzionaria indispensabile per risolvere nella vittoria proletaria la crisi storica inevitabilmente preparata dal processo antagonico dell’economia capitalistica. (È noto che Lenin, nel suo “Che fare?” parla – in opposizione agli antesignani degli attuali democratici, i tradunionisti inglesi – della necessità di importare il socialismo fra le masse).
Questa digressione ci è parsa utile per fissare i criteri che devono servirci di guida nell’analisi del conflitto fra democrazia popolare e democrazia parlamentare. Fra democrazia, quale che ne sia l’attributo, e socialismo vi è non continuità ma opposizione; e affermare l’una significa escludere l’altro. Il Partito di classe si fonda non sull’utilizzazione delle possibilità che la democrazia lascerebbe sussistere ma sulla pregiudiziale che queste possibilità, quando non si incastrano nel processo di sviluppo della classe borghese nella sua epoca rivoluzionaria (ai tempi di Marx, la democrazia era indispensabile alla borghesia per abbattere la vecchia classe feudale), devono essere presentate per quello che sono storicamente divenute: delle maglie intese ad irretire fino all’ultimo cervello proletario nel quadro del dominio della classe borghese (la coscienza – ripetiamolo ancora una volta – è, come diceva Lenin, importata nel proletariato).
* * *
Democrazia-fascismo è, come abbiamo detto, il precedente cronologico dell’alternativa democrazia parlamentare – democrazia popolare. La prima sorge nel corso degli avvenimenti che dovevano liquidare l’alternativa delineatasi nell’Ottobre 1917 fra classe borghese e classe proletaria. La disfatta del proletariato mondiale si incrociava col nuovo obiettivo che si poneva al capitalismo: il suo adeguamento all’incessante sviluppo delle forze di produzione. Il problema è stato risolto attraverso un graduale trasferimento allo Stato di quelle che erano precedentemente le prerogative dei capitalisti privati e delle loro associazioni monopolistiche. La formula del “totalitarismo di stato” delinea assai bene il tipo di organizzazione capitalista formatosi in una situazione storica caratterizzata da questo duplice elemento: l’immaturità della classe proletaria mondiale a realizzare la vittoria rivoluzionaria, l’incessante sviluppo della tecnica di produzione. Abbiamo parlato di un duplice elemento e non di due elementi, perché si tratta di fattori strettamente connessi. Sarebbe però erroneo dedurne che essi rimangano vitali in ogni fase dell’evoluzione storica e che; senza un sovvertimento sociale che distrugga le due forme in cui attualmente si estrinseca il totalitarismo di Stato (democrazia popolare e democrazia parlamentare), sia possibile il ripresentarsi della classe proletaria rivoluzionaria in funzione dell’inarrestabile sviluppo delle forze di produzione.
Abbiamo già detto che il carattere essenziale del fascismo non consiste nel suo aspetto di violenza, di “polizia”. Questo è esatto alla condizione che si identifichino le due nozioni di fascismo e di totalitarismo statale, e sembra confermato dal fatto che i due termini impiegati attualmente per caratterizzare le due forme di governo borghese non sono più democrazia e fascismo, ma democrazia parlamentare e democrazia popolare. Di più, come vedremo in seguito, di fronte a un processo di amalgamazione che ricollega la democrazia parlamentare del 1922 a quella d’oggi, si svolge un processo che ricollega in modo diretto il fascismo alla democrazia popolare. Ma l’identificazione di fascismo e totalitarismo di Stato sarebbe erronea, se dovesse oscurare o addirittura eliminare il fondamentale fatto storico che il capitalismo ha risolto, in alcuni paesi, attraverso il fascismo, e che era costituito dalla minaccia dell’attacco rivoluzionario del proletariato.
Se si spoglia l’analisi da questo fatto fondamentale, è innegabile che tutti i paesi – della democrazia parlamentare, come della democrazia popolare conoscono oggi una fase di esacerbazione fascista, e, a parte le differenze di grado, ovunque trionfa l’interventismo statale che fu uno degli obiettivi fondamentali del fascismo e che, a sua volta, rappresenta l’unica soluzione offerta dal capitalismo allo sviluppo delle forze di produzione.
Una più corretta analisi degli avvenimenti sembra risultare dal fatto che l’eliminazione della minaccia rivoluzionaria del proletariato ha determinato un orientamento della struttura internazionale della società capitalistica per cui le due forme politiche fondamentali corrispondono alle particolarità economiche di due suoi diversi settori.
Quest’esame non può essere condotto che su scala internazionale. Era inevitabile che, una volta stroncato nel 1927 il corso della rivoluzione proletaria internazionale, la ripercussione di questa sconfitta in Russia doveva essere di determinare in quel paese l’impiego dell’elemento violenza e “polizia” che fu la caratteristica del metodo mussoliniano ed hitleriano. Fra l’ottobre 1917 e la vittoria staliniana del 1927, con relativo trionfo del principio del “socialismo in un solo paese”, corre la stessa antitesi fondamentale che fra classe proletaria e classe capitalista. Dallo zarismo non si poteva passare che al totalitarismo capitalista, dopo la fulgida parentesi dello Stato di Lenin in lotta per la vittoria del proletariato internazionale.
Lo sviluppo conseguente della posizione della Sinistra italiana di fronte al dilemma fascismo-democrazia, e la sua applicazione al dilemma democrazia parlamentare-democrazia popolare, devono tenere conto del fatto che, mentre la prima si svolgeva in una situazione storica che conteneva ancora l’eventualità del riproporsi dell’attacco rivoluzionario del proletariato, la seconda si svolge in una situazione di totale vittoria della classe capitalista, nella quale i marxisti sono ridotti ad un pugno di elementi dispersi nel mondo e slegati, l’esperienza del Partito Comunista Internazionalista in Italia non rappresentando che un’eccezione nel lugubre quadro internazionale. Se perciò nel 1921-22 non riuscì difficile alla nostra corrente estrarre i fondamenti di classe dal dilemma fascismo-democrazia, oggi non può dirsi la stessa cosa. Allora bastò inquadrare un’azione che, partendo dai postulati delle rivendicazioni immediate, culminava nell’obiettivo fondamentale della distruzione dello Stato capitalista, allora ancora democratico. E la base di operazione del Partito non poteva trovarsi che nel campo delle forze sociali sui cui le forze democratiche puntavano, non al fine di controbattere il fascismo ma di facilitare la trasformazione in Stato fascista della precedente struttura democratica dello Stato.
La riapplicazione alla situazione odierna dei cardini della tattica del 1921-22 ci condurrebbe, se ci limitassimo al giudizio sulle forze indiscutibilmente imperialiste che muovono la democrazia parlamentare, a cercare di estrarre dalla configurazione sociale della democrazia popolare la base di classe del proletariato, così come, se ci attenessimo esclusivamente al giudizio sulle eventualità di azione di classe del proletariato, ci condurrebbe ad optare per la democrazia parlamentare, quella popolare interdicendo con procedimenti violenti e di polizia la pur minima attività a favore della classe proletaria.
Ma l’inesistenza di una possibilità di attacco del proletariato esclude l’applicazione alla situazione attuale – senza un indispensabile aggiustamento – della tattica seguita nel 1921-22. L’applicazione degli stessi principi può discendere solo da un’analisi che abbia chiarito i seguenti punti:
a) si tratta di classi antagoniche, o di una stessa classe che è al timone in Russia attraverso la democrazia popolare e negli Stati Uniti attraverso la democrazia parlamentare?
b) se si tratta di una stessa classe, è lecito avanzare l’ipotesi che le fasi del conflitto contengano le premesse della ricostituzione della classe proletaria?
La costituzione del Cominform nel settembre del 1947 è stata l’atto di cresima della democrazia popolare. Quali ne sono stati i temi fondamentali? Due: La rivendicazione dell’autonomia nazionale, l’affermazione della necessità impellente di purgare la vita economica dall’escrescenza dell’imperialismo capitalista.
Mussolini, nel suo discorso di Piazza San Sepolcro, non aveva detto altro, e non è affatto da stupire che il nazional-comunismo sia costretto a impiegare metodi di violenza che fanno impallidire quelli di Mussolini e di Hitler.
La democrazia parlamentare rivendica la difesa della libertà e l’impiego del metodo parlamentare e maggioritario. Ma non occorre spendere una parola per riaffermare che, in regime di oppressione di classe, la libertà è solo libertà di sfruttare la classe oppressa.
In definitiva, è indiscutibile che, se gli Stati Uniti restano nel quadro classico che ha servito di modello storico ai nostri maestri per definire la classe capitalista, la Russia non fa che riprendere e far suoi gli obiettivi anche polizieschi che già furono del fascismo. Siamo dunque in presenza di un conflitto sorto nel seno della stessa classe: la classe borghese.
In un settore vige il trust di Stato, nell’altro persiste il trust privato. Preferiamo la formula di trust di Stato a quella di capitalismo di Stato, perché la prima esprime meglio la realtà delle condizioni create al proletariato e ai paesi satelliti, dove l’obiettivo essenziale è lo sfruttamento massimo dei lavoratori in vista di un’intensissima accumulazione giustificata nel campo politico dalla necessità di armarsi e difendersi dall’attacco dell’imperialismo statunitense contro la “patria del socialismo”. Lenin ha impiegato non una sola volta il termine di capitalismo di Stato per caratterizzare l’economia nella prima fase della dittatura del proletariato. Accanto alla persistenza di uno dei caratteri essenziali dell’economia capitalistica (il prodotto restando una merce), il capitalismo di Stato comportava un’adeguazione dell’estrazione del plus-valore non più in forza della legge del profitto, ma in forza del miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. Nulla di simile esiste più attualmente in Russia, dove l’obiettivo perseguito è specificamente capitalista poiché si tende a comprimere sempre più il tenor di vita dei lavoratori in vista di un allestimento industriale capace di competere con quello dello Stato “nemico”. Si tratta quindi di una forma più elevata della concentrazione capitalistica, del trust di Stato, e non di un’organizzazione economica diversa da quella borghese, come Lenin la concepiva quando ancora la Russia combatteva per il trionfo della rivoluzione proletaria mondiale. Bucharin nel suo libro “L’economia mondiale e l’imperialismo”, particolarmente lodato da Lenin, scriveva nel 1917: “Nella misura in cui il capitalismo di Stato conferisce un’importanza di stato alla quasi totalità delle branche di produzione, nella misura in cui queste sono messe al servizio della guerra, il codice penale si applica a tutta la vita della produzione Gli operai non sono liberi di spostarsi, non hanno né il diritto di sciopero, né il diritto di appartenere ai partiti cosiddetti “anticostituzionali”, né il diritto di scegliere gli stabilimenti dove desiderano lavorare, ecc. Essi sono trasformati in servi, legati non più alla gleba, ma all’officina. Diventano gli schiavi bianchi dello Stato-brigante imperialista, che assorbe nel quadro della sua organizzazione tutta la vita produttiva”.
Bucharin, che fu artefice e vittima insieme dell’involuzione dello Stato sovietico, ha presentito che razza di socialismo esiste dove regna lo Stato-padrone. È evidente che il carattere essenziale della democrazia popolare, dove tutto è sacrificato all’opulenza dello Stato-padrone, deve consistere nella impossibilità di sopportare il minimo turbamento alla vita sociale e che particolarmente lo sciopero deve esservi considerato un delitto.
Il trust privato non comporta necessariamente come attributo la libertà o il diritto di sciopero. Il fatto che, a differenza del trust di Stato, dove la minoranza privilegiata è fisicamente e direttamente al potere, il trust privato trovi nello Stato non la sua riproduzione fisica e diretta, ma solo l’organo di regolamento dei suoi interessi, non determina una possibilità sociale e storica di affermazione della classe proletaria. Il trust privato conserva una certa libertà di movimento nei confronti dello Stato, il quale agisce solo “a posteriori” (in quello di Stato, esso agisce “a priori”) per assicurarne l’inquadramento nel seno della classe considerata nel suo insieme. Questa situazione, particolare al trust privato, fa sì che lo stesso conflitto salariale non dipenda unicamente e direttamente dall’intervento dello Stato, e che quindi lo sciopero sia possibile. Ma questo scoppia, sebbene in misura sempre minore, non in funzione di una possibilità che la classe capitalista offra alla classe nemica il proletariato, ma in funzione delle particolarità del meccanismo che ricollega il trust privato allo Stato capitalista. Su questo piano si comprende come non di rado padroni e operai possano associarsi in movimenti di sciopero contro uno Stato laburista (Inghilterra) o a prevalenza socialista (Belgio). In una parola, lo sciopero tende a determinare la parte che “ragionevolmente” spetta ai lavoratori nel quadro della solidarietà nazionale personificata dallo Stato.
In altro articolo dovrà essere studiata l’eventualità della costituzione di un trust unico e mondiale. Non resistiamo però alla tentazione di citare un passo di Lenin, nella prefazione al libro citato di Bucharin: “Si può, tuttavia, contestare che una nuova fase del capitalismo, dopo l’imperialismo, cioè una fase di super-imperialismo, sia, nell’astratto, “concepibile”? No. Si può teoricamente immaginare una fase di questo genere. Ma in pratica, se ci si attenesse a questa concezione, si sarebbe degli opportunisti che pretendono ignorare i più gravi problemi dell’attualità per sognare di problemi meno gravi, che si porrebbero nell’avvenire. In teoria questo significa che, invece di appoggiarsi sull’evoluzione tale quale si presentata attualmente, ci se ne isola deliberatamente per sognare. È fuori dubbio che l’evoluzione tende alla costituzione di un trust unico, mondiale, assorbente tutte le imprese e tutti gli Stati senza eccezione. Ma l’evoluzione si compie in tali circostanze, ad un tale ritmo, attraverso tali antagonismi, conflitti e sconvolgimenti – non solo economici, ma politici, nazionali, ecc. – che, prima di giungere alla creazione di un unico trust mondiale, prima della fusione “super-imperialista” universale dei capitali finanziari nazionali, l’imperialismo dovrà fatalmente crepare e il capitalismo si trasformerà nel suo contrario”.
In definitiva, l’ipotesi del trust mondiale e dell’evoluzione pacifica in questa direzione discende da una valutazione “ab astracto” della legge fondamentale dell’economia capitalistica, legge che è in piena azione sia nel seno della democrazia parlamentare, che in quello della democrazia popolare. Questa legge, che è quella del profitto, si ripercuote, dal punto di vista sociale, nei particolari strati delle minoranze privilegiate che vivono del plus-valore. Lo strato privilegiato che afferra il timone dello Stato non se lo lascia strappare che con la violenza, sia che questa provenga dallo strato privilegiato regnante in un altro Paese, sia che esprima l’attacco rivoluzionario della classe oppressa. Un recente avvenimento conferma questa che è una delle tesi centrali del marxismo. In dicembre era maturata in Russia una situazione economica in cui la minoranza detentrice del trust di Stato poteva essere minacciata dall’esistenza di formidabili capitali che avrebbero potuto orientarsi verso un investimento privato del tipo in vigore nei paesi anglo-sassoni. La reazione di difesa del trust di Stato è stata radicale; tutti i capitali appartenenti ai privati sono stati quasi integralmente eliminati (quelli dei kolchoz nella proporzione di un quinto), quelli delle industrie di Stato sono stati immunizzati.
Le fasi della lotta fra trust di stato e trust privato (fondamento economico della lotta fra democrazia popolare e democrazia parlamentare) che sul piano mondiale può essere risolta solo dalla violenza della guerra, si riflette – nel quadro dei paesi satelliti dipendenti dall’uno o dall’altro mostro principale – in un analoga direttiva. Gli avvenimenti di Grecia sono la prefigurazione di quanto avverrà in Italia, Francia ecc.? La risposta a questo quesito, per quanto importante, è non soltanto d’ordine secondario, ma sfugge alle possibilità dell’analisi marxista.
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Il punto che interessa in modo fondamentale i proletari è di stabilire su quale corso questa lotta si sviluppa. Su quello che oppone classi antagoniche e che permetterebbe di riapplicare alla situazione odierna lo schema tattico seguito da Marx nel 1848? Abbiamo già spiegato che non di questo si tratta, ma di una lotta fra due tipi di organizzazione economica e politica della stessa classe capitalista, lotta la cui natura storica è rivelata dall’ineluttabilità del suo sbocco: la guerra imperialista.
Il tradimento della Seconda Internazionale si è consumato in occasione dello scoppio della prima guerra imperialista mondiale. Lenin vi oppose la parola del “disfattismo rivoluzionario”, Liebknecht quella del “nemico è in casa nostra”. La Sinistra Comunista è stata la sola a combattere la seconda guerra imperialista non in funzione di pregiudizi morali, ma restando saldamente sulle basi del marxismo rivoluzionario. La divisa di Lenin e Liebknecht deve restare la nostra. Ma se la sua applicazione è facile nei massimi Paesi in cui impera l’una o l’altra delle due forme della società capitalistica e queste si presentano in modo monolitico e chiaro, essa è meno agevole nei Paesi non ancora assimilati dall’una o dall’altra.
Abbiamo già detto che lo sciopero risulta unicamente dalla tecnica del rapporto fra trust privato e Stato capitalista. Benché divenuto uno strumento di determinazione a posteriori della parte dei lavoratori nella “collettività nazionale”, esso esprime tuttavia un tentativo di reazione degli operai alle condizioni create loro da una ricostruzione il cui unico obiettivo è lo scatenamento di una nuova guerra imperialista. Ne deriva che i proletari rivoluzionari devono appoggiare gli scioperi e, in generale, le agitazioni che scoppiano nei diversi Paesi. Solo che, a differenza di quanto avveniva nel 1921-23 – quando lo sciopero era un’arma diretta di classe e una manifestazione anti-nazionale ed internazionalista – oggi esso è uno strumento di regolazione di vertenze salariali pregiudizialmente inquadrate nelle esigenze della prosperità nazionale, come gli stessi nazional-comunisti si compiacciono di dichiarare. Di più, la forza che automaticamente ne prende la direzione totalitaria è forza schiettamente capitalista. In effetti, se Nenni e Togliatti non sono al potere in Italia, essi sono strettamente collegati al trust di Stato che opprime e sfrutta la classe proletaria in Russia. In conseguenza della sua natura capitalista, questa forza dirigente ha – in una situazione che non conosce ancora il conflitto militare – una funzione eminentemente disfattista, come provano gli avvenimenti di Francia, Italia, Belgio. Qui, il nazional-comunismo ha egregiamente assolto al compito che gli avvenimenti gli devolvevano: quello di stabilire un dispositivo di lotta che garantisca a priori la sconfitta. In corrispondenza con la direttiva di Lenin sul disfattismo rivoluzionario, la direttiva da applicare è quella che imposta il corso politico non sulla possibilità di superare una fase qualsiasi dell’agitazione, ma sulla negazione ab imis dell’inquadramento sociale e politico nel quale il movimento si svolge.
L’impostazione deve quindi tendere alla lotta simultanea sia contro il padronato e lo Stato democratico-parlamentare, sia contro la forza sociale che controlla il movimento, e che si incastra nel processo storico che l’ha condotto al potere là dove regna la democrazia popolare. E unicamente su questa linea che si ricostruisce il partito di classe nell’attuale fase storica.
Un’impostazione simile porta direttamente a svelare l’essenza reale delle cosiddette libertà concesse al proletariato nei paesi della democrazia parlamentare. Quivi – e l’esperienza può esserne quotidianamente fatta dai proletari del nostro Partito – là democrazia parlamentare al potere incarica le forze della democrazia popolare della liquidazione violenta di ogni tentativo compiuto dai comunisti internazionalisti per affermare una posizione di classe, soprattutto quando scoppiano agitazioni sociali.
Svelare la funzione reale dei nazional-comunisti significa mettersi sulla via che Lenin seguì e rischiare di essere accusati come “disfattisti” dei movimenti operai. E pur tuttavia, è questo il comandamento dell’ora È esatto quanto è già stato detto, che non v’è nulla di nuovo nell’atteggiamento da tenere nei confronti della democrazia sia essa parlamentare che popolare. Ma la democrazia non è un’astrazione nelle nubi dello spirito. Essa è oggi altra cosa di quel che era un tempo: non più quella di Marx, nemmeno più quella che Lenin analizzò e che non escludeva l’apparizione classista del proletariato. Essa è oggi una nozione totalitaria, come tutto è totalitario. Essa può permettersi il lusso di cambiare soltanto attributo e lanciare le masse, anche in assenza della guerra, nella crociata in nome del “popolo” da una parte della barricata, del “parlamento” dall’altra, obiettivi entrambi ferocemente capitalistici.
Nella Prefazione al primo volume del Capitale, Marx scriveva: “Nella sua forma mistificata, la dialettica fu alla moda in Germania perché sembrava trasfigurare quello che esisteva. Nella sua forma razionale, essa è uno scandalo e un oggetto di orrore agli occhi dei borghesi e dei loro portaparola dottrinari, e questo per differenti ragioni: insieme all’intelligenza positiva delle cose esistenti, essa implica l’intelligenza della loro negazione, della loro distruzione necessaria; concepisce ogni forma in movimento e perciò nel suo lato caduco; non si lascia impressionare da nulla ed è, per sua essenza, critica e rivoluzionaria”.
Nulla da ridire: Bernstein aveva ragione di parlare dell’elemento “perfido” della dottrina marxista. È – se fosse possibile – meritando l’accusa di perfidia al centuplo da parte di tutti i revisionisti vecchi e nuovi del marxismo, che i comunisti internazionalisti procedono alla determinazione del corso di negazione dell’attuale ordine, in cui – sotto l’etichetta popolare o parlamentare – il trust di Stato e il trust privato muovono, attraverso un totalitario controllo sulle masse, allo scatenamento di un nuovo macello mondiale. Rimettere in piedi anche una sola pattuglia di proletari, cui le circostanze permettano di spezzare il nodo gordiano stretto dagli uni e dagli altri solidalmente uniti, significa realizzare una delle condizioni per opporre al corso della guerra imperialista quello della vittoria internazionale del proletariato.
L’accessorio e l’essenziale
Staliniani e riformisti continuano a richiamarsi a Marx, sforzandosi di coprire col suo nome l’opera data al salvataggio del capitalismo e alla preparazione della guerra.
È certo possibile, frugando nelle opere di Marx, soprattutto in quelle scritte prima della Comune di Parigi, trovare frasi staccate che sembrino giustificare le deformazioni dei revisionisti. È così che Byrnes, servitore decorato dell’imperialismo americano, ha potuto citare in una serie di articoli usciti sul “Soir”, giornale ufficioso del governo belga, una frase di Marx, risalente al 1853, in cui si parla della necessità di appoggiare la formazione di uno Stato nazionale tedesco contro l’autocratismo russo. Ma citazioni simili sono possibili soltanto a patto di valorizzare l’accessorio ed eliminare l’essenziale: ginnastica che non basterà a farci prendere Byrnes per un marxista, o a giustificare la collaborazione con un imperialismo qualsiasi contro l’imperialismo russo.
Il “marxismo” dei riformisti, degli staliniani e dei trotzkisti somiglia stranamente a quello di Byrnes. Incollando sugli occhi degli operai un’etichetta con una frase di Marx sulla proprietà privata, essi cercano di ottenerne l’appoggio alla proprietà statale, russa o no, come ad un progresso degno dei peggiori sacrifici.
Ora, per noi, il marxismo consiste nell’applicazione del metodo di pensare dialettico, sotto il triplice punto di vista classista, storico e materialista, allo studio della fase attuale del capitalismo, come Marx ha fatto per la sua. Se Marx è stato l’uomo più tradito della storia, gli è che tutti i falsi marxisti si limitano, sia per pigrizia mentale, sia per una cosciente deformazione, a prendere una conclusione qualsiasi derivante dell’analisi del capitalismo privato del XIX secolo e ad applicarla tale quale al capitalismo odierno, sebbene le sue condizioni di vita siano completamente mutate. Così, l’accessorio di una frase superata o citata a metà serve a camuffare l’essenziale del tradimento, che consiste nel non essere più dialettici.
Il sindacalismo rivoluzionario, il riformismo, lo stalinismo, il trotzkismo sono concezioni del mondo logiche, meccaniche, non dialettiche. Il primo faceva discendere dalla dichiarazione dalla guerra la necessità meccanica di contrapporle lo sciopero generale. Il secondo faceva discendere logicamente il socialismo da una legge votata a maggioranza in un parlamento borghese. Gli ultimi due fanno discendere meccanicamente la marcia verso il socialismo dal termine formale della proprietà statale in Russia e altrove.
Per contro, la dialettica è la condizione prima per comprendere le situazioni. Non parliamo qui, beninteso, della discussione accademica su chi abbia il diritto di mettersi sul cappello la piuma del “buon marxista”: quando si cerca di comprendere le situazioni, è per determinarne i caratteri al fine d’intervenire rivoluzionariamente in esse, agire sul corso della storia e orientarlo verso il polo socialista.
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Il primo decennio del secolo ha segnato ad un tempo la fine delle guerre coloniali e la nascita dei movimenti di massa della classe operaia. La crisi del 1913 segna la fine storica del liberalismo e l’inizio della opposizione fra guerre imperialiste generalizzate e rivoluzione socialista. Gli avvenimenti rivoluzionari del ’17-23 sono la prima ondata della rivoluzione mondiale per il socialismo: ondata che rifluisce dopo di aver squassato il capitalismo senza averlo distrutto. E il capitalismo si è adattato alla situazione nuova.
Non però nelle condizioni tradizionali. Il problema della gestione borghese non è più d’ordine strettamente economico o finanziario: è divenuto d’ordine essenzialmente politico. Dopo la crisi del 1918, lo spettro della rivoluzione proletaria pesa come una minaccia indefinita sulla testa della borghesia. Da una parte, essa cerca un espediente per durare; dall’altra, la condizione per durare è d’integrare i moti di massa del proletariato nel perseguimento di un obiettivo politico od economico che li devii dalla rivoluzione internazionalista e li disarmi davanti allo Stato nazionale.
L’essenziale è qui. Il modo di vita del capitalismo decadente non si iscrive nel termine formale della proprietà o nel nome ch’esso affibbia alla politica del momento. L’essenziale, per la borghesia, è trascinare gli operai verso un obiettivo che le permetta di durare.
Questa concezione non è sbocciata a priori nel pensiero degli uomini. È l’esperienza storica della lotta contro l’ondata rivoluzionaria dell’altro dopoguerra che ha rivelato questa condizione primordiale della conservazione capitalistica. Col pretesto di non voler fare come quei cannibali di bolscevichi e di andare progressivamente verso il socialismo, la socialdemocrazia tedesca costituì in tutti gli stabilimenti dei “Consigli di fabbrica”. La marcia progressiva verso il socialismo sono le parole: la pratica di queste parole è che, invece di “imparare il socialismo”, gli operai furono portati a studiare dei provvedimenti per salvare le imprese capitalistiche dal fallimento durante la crisi del 1929.
Risultò così chiaro che la “democrazia economica” aveva, da una parte, condannato gli operai all’impotenza e, dall’altra, permesso alla borghesia di raggiungere un obiettivo che doveva consentirle, col nazismo, di lottare per la riconquista delle sue posizioni imperialistiche. In realtà, mentre le altre borghesie si spartivano la torta mondiale, la borghesia tedesca (che aveva dovuto far fronte alla rivoluzione, al crollo del marco e alle riparazioni) non aveva tuttavia perso tempo e, durante il periodo della “democrazia economica”, aveva rinnovato interamente la sua attrezzatura industriale.
L’essenziale per il capitalismo è dunque divenuto la realizzazione di un obiettivo, qualunque esso sia, che gli permetta di sopravvivere. Lungi dall’impacciarlo nella realizzazione di questo scopo, la frase accessoria sul socialismo o l’evoluzione verso il socialismo è una condizione assoluta per negare gli operai a quella realizzazione. Il capitalismo non può vivereche a condizione di farsi passare per “socialista”. Non c’è più reazionario, oggi, che non si dica socialista: ieri Hitler e Mussolini; oggi Franco, Peròn o Stalin; domani, chi sa mai, Truman. La condizione di lottare contro il capitalismo non si risolve dunque nel fatto di ripetere una frase sul socialismo o sulla proprietà privata: ma nel fatto d’integrare la frase socialista in un programma politico unitario che si opponga alla realizzazione dell’obiettivo che permette alla borghesia di durare. I bolscevichi non erano rivoluzionari perché recitassero delle frasi sulla proprietà privata, ma perché opposero alla realizzazione della guerra imperialista la risposta del disfattismo rivoluzionario.
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La situazione reazionaria tipo si trova nella “democrazia economica” tedesca degli anni 1918-33: essa ha schiacciato la rivoluzione, permesso alla borghesia di sopravvivere e di riattrezzare la sua industria, e, nello stesso tempo, disarmato gli operai davanti allo Stato e garantito l’evoluzione di quest’ultimo verso il totalitarismo.
Il nazismo è successo alla socialdemocrazia come la scienza succede all’empirismo. Ciò che poteva essere preso, all’origine, come una conseguenza, è, dopo il 1933, coscientemente sfruttato per ristabilire le posizioni imperialistiche della Germania. La forma di vita, il modo di sviluppo del capitalismo si concreta nel perseguimento di un obiettivo che potrà essere a volta a volta il riattrezzamento industriale e, successivamente, l’economia di guerra in Germania; la creazione di un’economia di guerra, poi la guerra, ora la ricostruzione nei paesi democratici; e la condizione per raggiungere questo obiettivo è, per la borghesia, di agghindarsi di frasi sul socialismo o sull’evoluzione verso il socialismo.
Così la politica delle nazionalizzazioni, legate allo Statonazionale, lungi dal realizzare la condizione rivoluzionaria, realizza quella della controrivoluzione. La borghesia sfrutta coscientemente la nazionalizzazione come mezzo per legare gli operai al raggiungimento di un obiettivo che non è loro ma della classe avversa. Sarebbe infatti grossolano errore credere che l’introduzione formale della “proprietà statale” sopprima la borghesia. Quello che la nazionalizzazione, operata dallo Stato, realizza, non è l’espropriazione della borghesia, ma quella dei piccoli azionisti a beneficio dei grossi, che sono – come osserva Lenin nell’“Imperialismo” – i padroni dello Stato; e anche quando espropria la totalità delle azioni, compie tutto l’opposto di un passo avanti verso il socialismo. In Inghilterra, per esempio, le nazionalizzazioni creano determinate condizioni di finanziamento e di mano d’opera che permettono a imprese non nazionalizzate (industria cinematografica, industria automobilistica) di realizzare profitti che mai avevano conosciuto fin allora.
Le linea di demarcazione fra socialismo e capitalismo non va dunque cercata nel termine formale della proprietà, più che nei Consigli di fabbrica o di azienda; essa va cercata nella posizione assunta di fronte all’obiettivo economico o politico che permette alla borghesia di durare. La gestione operaia, il superamento della proprietà privata, non sono rivendicazioni socialiste che a condizione d’integrarsi nel programma unitario dell’internazionalismo e della distruzione dello Stato nazionale. In caso contrario, servono ad agganciare gli operai alle condizioni di permanenza del modo di produzione capitalistico, come avvenne ai tempi della “democrazia economica” dal ’18 al ’33, come fu ai tempi del Fronte Popolare, come avviene nel periodo attuale di ricostruzione della prigione capitalistica.
Così, la frase rubata a Marx dai riformisti, dagli staliniani e dai trotzkisti, è agitata da questi per mascherare l’appoggio dato alla reazione. Il loro riflesso reale sui rapporti fra le classi non è per nulla diverso da quello della politica di Hitler o di Mussolini. Nazionalizzazioni, evoluzione verso il socialismo, socialismo in un solo paese, nazionalsocialismo, gestione operaia, sono formule politiche che (legate a un programma nazionale) aggiogano gli operai alla lotta per il raggiungimento di un obiettivo borghese a contenuto imperialistico. Sarebbe indubbiamente erroneo credere che chiunque avanzi rivendicazioni simili sia un Machiavelli, coscientemente deciso a imbrogliare gli operai. Non è certo questo il caso per i militanti di partiti “operai”. Ma l’applicazione pratica, le conseguenze reali di un programma non dipendono dalle idee degli elettori che lo votano, ma dalle posizioni del programma di fronte alle forze di classe che orientano la società. Per esempio, i proletari armati che occuparono alcuni stabilimenti italiani nel ’45 credevano senza dubbio d’essere sinceramente rivoluzionari; ma il loro programma politico era imperniato sulla difesa dello Stato italiano “democratico”. Ora, difendere lo Stato nazionale è difendere anche il conglomerato di classi sfruttate e sfruttatrici che ne è inseparabile. Rafforzando lo Stato nazionale, l’atto dell’occupazione delle fabbriche si risolse in un episodio della guerra imperialista, in cui gli operai avevano il ruolo di una pattuglia agli ordini di un imperialismo contro l’altro, mentre sarebbe potuto divenire una tappa verso il socialismo se gli operai l’avessero integrato in un programma unitario d’internazionalismo e di distruzione dello Stato nazionale.
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Ne segue che ogni parola d’ordine collegata al programma nazionale lega oggi gli operai alla preparazione della terza guerra imperialistica. La posizione più “a sinistra”, in questo senso è tenuta dal trotzkismo.
Il suo verbalismo rivoluzionario, sono le parole: la posizione pratica è che, col pretesto di salvare “quel che resta di Ottobre”, chiama gli operai a prender posto in uno dei due schieramenti della guerra futura. Lungi dall’essere un elemento rivoluzionario, lega gli operai alla realizzazione di un obiettivo che permette alla borghesia, pur in fase di decadenza, di mantenersi in vita.
Le illusionisulla difesa “condizionata” della Russia sono della stessa portata di quelle di chi, in Germania, vedeva nella difesa della democrazia, nella realizzazione del fronte unico della classe operaia sulla base della democrazia, una possibilità di sviluppo rivoluzionario. L’esperienza ha provato che la difesa della democrazia è inseparabile dalla difesa dello Stato democratico. Allo stesso modo, la difesa condizionata o incondizionata di “quello che resta di Ottobre” è inseparabile dalla difesa dello Stato russo attuale. L’esperienza dello stalinismo ha provato che tutte le forze politiche non orientate verso la distruzione dello Stato nazionale sono destinate a mettersi al servizio di quest’ultimo. L’esperienza trotzkista nella guerra ’39-45 ha mostrato che, non muovendo alla distruzione dello Stato russo, il trotzkismo non poteva che mettersi al servizio di questo Stato e partecipare, in tutti i paesi imperialistici alleati della Russia, alla guerra e alla resistenza imperialista. Nella guerra di domani, il trotzkismo sarà una forza politica al servizio di Stalin.
Poco importano, a questo riguardo, le concezioni personali dei “trotzkisti”, così come poco importarono quelle dei comunisti tedeschi nel ’23, o degli operai che occuparono le fabbriche nel ’45. L’applicazione pratica del loro programma, basato sulla difesa di uno Stato nazionale, è di mettersi al servizio di questo Stato. La pratica del trotzkismo è di rubare l’accessorio della frase di Marx per tradirlo nell’essenziale: la frase accessoria sulla proprietà privata o sul carattere “progressista” dell’esportazione del capitale russo nell’Iran o nella Germania occupata, ricollega gli operai all’essenziale della preparazione della guerra fra i due blocchi imperialistici: USA e Russia.
La gestione operaia, il superamento della proprietà privata, non diventano rivendicazioni socialiste che quando facciano parte di un programma d’insieme che opponga alla preparazione della terza guerra mondiale il “no” del disfattismo rivoluzionario.
Elementi di economia marxista Pt.5
Altri caratteri del macchinismo
Una delle conseguenze dell’introduzione delle macchine fu il licenziamento immediato di gran numero d’operai, che causò vere rivolte seguite da distruzione delle macchine a furore di popolo. Esempio classico è il movimento dei luddisti al principio del secolo XIX in Inghilterra, represso dal governo con straordinaria violenza.
L’apparizione della manifattura capitalistica non aveva prodotto conflitti analoghi, perché, se opposizione veniva ai nuovi opifici delle corporazioni artigiane, non si ebbe un conflitto tra salariati e capitalisti.
Ben diverse sono le conseguenze dell’introduzione delle macchine, che dette luogo a vere tragedie della miseria.
Gli operai non potevano comprendere che quegli inconvenienti non derivassero dalla tecnica del macchinismo, ma dal suo impiego sociale.
Molti economisti borghesi dell’epoca dell’introduzione delle macchine si preoccupavano di giustificare e difendere il sistema meccanico malgrado tutti i suoi inconvenienti ma naturalmente tentavano di farlo senza confessare che tali inconvenienti risalivano alla gestione capitalistica del macchinismo. Tra l’altro essi enunciarono la cosiddetta teoria della compensazione secondo la quale la diminuzione di spese di opera (salari) ottenuta mediante la macchina è una liberazione di capitale che può essere adoperato altrove “dando lavoro” ad altri operai. Tale ragionamento ricorda quello volgare secondo cui i capitalisti, consumando larga parte del prodotto collettivo del lavoro umano, danno ai lavoratori maggiori occasioni di lavorare e così guadagnarsi da vivere. Quasi che si proponesse non di consumare egualmente quel prodotto in più con un più equo sistema di distribuzione, ma di rinunziare a produrlo.
Tornando alla teoria della compensazione basta notare che, come abbiamo visto, anche se la spesa salari diminuita è maggiore del valore della macchina acquistata, la prima rappresenta un numero di giornate di lavoro molto superiore, mentre nel valore della macchina e in quello della differenza risparmiata o comunque investita dal capitalista, compaiono spese salari solo per una frazione, essendo il rimanente coperto da investimenti in altro capitale costante e da plusvalore. Ma gli economisti in questione si pongono sul terreno della ripercussione sul mercato del lavoro e delle sussistenze, dal punto di vista della loro legge dell’offerta e della domanda.
Anche su questo terreno si potrebbe però farne una critica. Diminuendo la spesa salari e l’acquisto di sussistenze da parte degli operai disoccupati, le sussistenze saranno più offerte e scenderanno di prezzo. Ma anche le forze lavoro saranno più offerte e scenderanno di prezzo, e nelle aziende che producono sussistenze la minor richiesta produrrà altri licenziamenti.
L’enigma delle contraddizioni del macchinismo non può risolversi che condannandone l’applicazione sociale capitalistica. La società dovrebbe risparmiare con le macchine una gran quantità di lavoro restando la massa degli alimenti la stessa nella peggiore ipotesi, ma più probabilmente crescendo anche questa. Il risultato medio sarebbe: minori sforzi e maggiori alimenti; ma il macchinismo generando plusvalore relativo separa il lavoratore effettivo dai suoi alimenti e ne sottrae più larga quota a benefizio dei non lavoratori.
In realtà anche in regime capitalistico sono succeduti all’introduzione del meccanismo, e alle sue brusche ripercussioni, fenomeni che hanno permesso, salva sempre la prelevazione intensificata del plusvalore, di estendere tuttavia la richiesta di lavoratori, col sorgere di nuove industrie prima sconosciute e correlative alla produzione di macchine o ad altre esigenze dei sistema meccanico (ferrovie, navigazione a motore, automobilismo, illuminazione e riscaldamento a gas ed elettrica, fotografia e cinematografia, telegrafia e radiotelegrafia e fonia, navigazione aerea, ecc. ecc.).
Non è il caso di proseguire un’analisi della rivoluzione apportata dal macchinismo nella produzione. I rapporti tra i vari mercati vengono sconvolti, i paesi ove prima si sviluppa l’industria possono inondare dei loro prodotti a basso prezzo i mercati esteri, e gli altri paesi devono ridursi a produrre materie prime e sussistenze per quelli industrializzati. La mano d’opera resa disponibile dalle macchine dà grande impulso all’emigrazione e alla colonizzazione. All’epoca in cui Marx scriveva, gli Stati Uniti erano con l’Inghilterra in tale rapporto, ossia assorbivano popolazione e prodotti dell’industria, restituendo prodotti agricoli e materie prime. Questo rapporto oggi è del tutto cambiato, e se non è proprio invertito crea però nell’industria americana una concorrente capace di sopraffare quella europea.
Così pure non è il caso qui di trattare la teoria delle crisi di superproduzione, e i fenomeni strettamente connessi a tutto ciò dell’imperialismo industriale e coloniale-militare.
La grande industria, in una parola, fin dal suo apparire sconvolge da capo a fondo la divisione sociale del lavoro.
Egualmente trascuriamo di riassumere qui i noti problemi sollevati dal regime di fabbrica e che formano oggetto delle rivendicazioni delle organizzazioni professionali e della cosiddetta legislazione sociale (disciplina, trattamento igienico, protezione contro gli accidenti, invalidità, disoccupazione, lavoro notturno, lavoro delle donne e dei fanciulli, etc.).
Grande industria ed agricoltura
Nel testo di Marx infine vi è un accenno ai riflessi della grande industria sull’agricoltura, tema la cui trattazione ha posto altrove. Marx sottolinea che si ripete accentuato il danno che i nuovi metodi arrecano al produttore a causa dell’applicazione capitalistica delle nuove risorse tecniche; ma vi aggiunge la tesi che lo sfruttamento intensivo esaurisce altresì la fertilità accumulata nella terra. Questo processo è evitato dalla successiva scoperta della concimazione chimica che permette di reintegrare artificialmente le perdite del terreno, tuttavia l’argomento sociale di Marx conserva il suo valore in quanto vuol dire che l’applicazione del macchinismo alla terra difficilmente riuscirà attuabile da parte del capitalismo, se anche questo ha potuto superare relativamente le contraddizioni della sua applicazione all’industria. È necessario per realizzare la rivoluzione tecnica agraria che l’applicazione della tecnica meccanica sia fatta su una base sociale e con direttive centrali anziché private. Questo punto di vista è confermato dal contrasto tra la marcia in avanti dell’industria e lo stato tuttora arretrato di gran parte dell’agricoltura mondiale, e con esso concorda anche l’orientamento programmatico della socializzazione del capitale industriale come tappa nettamente anticipata sulla industrializzazione della agricoltura.
Vicende storiche della produzione di plusvalore. Evoluzione della scienza economica
Riepilogando il cammino fatto, abbiamo analizzato lo scambio delle merci, ravvisando nella merce un prodotto del lavoro umano il quale anziché venir consumato da quello stesso che lo ha prodotto, viene da lui offerto in cambio di altro prodotto che gli occorre; qualunque ne sia il meccanismo o l’intermediario, la regola di questo scambio è che esso avviene tra oggetti che costano in media lo stesso tempo di lavoro.
Il complesso di coloro che lavorano e scambiano presenta rapporti sempre più intricati e, ad un certo momento, dopo che lo scambio si è generalizzato, la divisione del lavoro estesa, la moneta introdotta, sembra di assistere al fallimento della nostra regola in quanto attraverso gli scambi emergono differenze di valore ossia plusvalore. Vi sono taluni (tra i possessori di denaro) che vengono al mercato e ne ripartono avendo “guadagnato” ossia con una somma di prodotti superiori a quella che avevano apportata.
Anche prima dell’epoca mercantile ed anche su altri terreni che non sia il mercato vi era (e vi è) chi realizzava simile beneficio in prodotti non suoi; ma in tal caso gli venivano direttamente consegnati senza corrispettivo materiale e in forza di rapporti sociali che rivelavano all’evidenza il carattere di rapporti di forza; si trattasse di tribù predatrici, di capi militari jeratici o feudali, di padroni di schiavi e simili.
Ma da che il plusvalore appare sul terreno mercantile e sembra realizzato attraverso rapporti pacifici e legittimi, noi ravvisiamo la comparsa del capitalismo. Tale plusvalore non sembrerebbe una appropriazione di prodotti altrui, e quindi di lavoro altrui.
In ogni epoca il plusvalore ha permesso a taluni privati ed anche a comunità di evitare che tutto quanto era prodotto fosse consumato, consentendo quella accumulazione di cose materiali necessarie alla vita di società sempre più progredite, che è definita comunemente ricchezza.
Nelle epoche dell’antichità appariva evidente ai primi tentativi di teorizzare i fatti economici che ogni plusvalore sorgeva da lavoro appropriato senza spesa (noi diciamo da pluslavoro) e si riconosceva l’origine delle ricchezze nel lavoro.
Naturalmente vi sono ricchezze non prodotte dall’uomo ma offerte dalla natura, ma solo per popolazioni ancora poco addensate e di bisogni primitivi esse possono essere usufruite senza lavoro. Quando però l’economia si basò non sul lavoro degli schiavi o dei vinti in guerra, ma su quello dei contadini che, per il cristiano signore feudale, erano moralmente uomini come lui, si teorizzò la produzione della ricchezza come dono della natura volendo dissimulare il rapporto di forza per cui il proprietario terriero obbligava il contadino oltre che a lavorare per il consumo proprio, a fornire un sopralavoro e un sopraprodotto per il feudatario.
Questa concezione che sia solo produzione agraria a dare un plusvalore sopravvive nella scuola dei fisiocrati.
Quando alla economia terriera viene a sovrapporsi, dopo le grandi scoperte geografiche, la diffusione mondiale dei commerci, la scuola mercantilista sorge a sostenere l’assurdo che non la natura né il lavoro, ma il semplice scambio produce la ricchezza; il plusvalore sorge in ogni scambio; la legge fondamentale è la negazione della nostra: ogni scambio avviene tra non equivalenti.
Ma appare il capitalismo e con esso nuove dottrine economiche e nuove spiegazioni del plusvalore e dell’origine delle ricchezze. La grande attività degli opifici manifatturieri ed industriali spinge a constatare la verità che ogni ricchezza nasce dal lavoro. Ricardo fa trionfare questa teoria e la sua scuola proclama che il plusvalore emerge dalla forza produttiva del lavoro (Economia politica classica).
A questo punto i teorici della classe capitalistica non sono più quelli di un ceto rivoluzionatore ma quelli di un ceto conservatore. Essi possono procedere oltre nella indagine scientifica della verità.
Se la nuova società mercantile e industriale ha spezzato definitivamente ogni freno feudale e teocratico allo sviluppo moderno delle scienze della natura, è lungi dal convenirle il togliere i freni allo svolgimento delle scienze della società.
Ricardo e i suoi sanno che il valore viene dal lavoro, ma non oseranno concludere che il plusvalore viene dal pluslavoro, perché allora il profitto capitalistico avrebbe la sua causa non in una proprietà immediata del lavoro organizzato moderno, ma solo nella sovrapposizione ad esso di una costrizione.
Quindi mentre gli economisti ufficiali contemporanei di Marx sosteranno con ogni sorta di ragionamenti che il plusvalore è un fatto “naturale” e “necessario” inerente al lavoro produttivo, e quindi la società si svolgerà senza mai abolirlo, le molteplici scuole successive andranno, sotto pretesto di obiettività e di vero senso scientifico positivo, raccogliendo una congerie di materiale, ma rifiutando di trarne sintesi semplificatrici. Il profitto diverrà una constatazione di cassa, una differenza aritmetica tra le due partite, ma le sue cause si potranno con saggia elasticità ravvisare dappertutto, nello sfruttamento delle risorse naturali, nel lavoro, nelle vicende dello scambio i così via. Si sosterrà che l’economia non è suscettibile della enunciazione si leggi scientifiche, o anche di ipotesi causali, col famoso argomento che vi ha gioco il fatto imponderabile dell’azione umana, e si vorrà ridurla ad una semplice statistica. Analogamente si potranno impugnare le costruzioni della meccanica e della chimica perché pur tra innumeri osservazioni ed esperienze nessuno ha visto mai la realizzazione pura della legge d’inerzia (che sarebbe nell’assurdo pratico del moto perpetuo) o un pezzo di materia reale, i rapporti dei cui componenti traducessero matematicamente senza errori quelli dati dalla teoria molecolare.
Cristallina è invece la soluzione marxista: il valore e la ricchezza originano dal lavoro, gli scambi avvengono solo tra equivalenti; il plusvalore non avviene necessariamente dove sia lavoro produttivo e scambi di prodotti, e non è carattere necessario di una alta divisione sociale del lavoro; esso rappresenta pluslavoro ossia lavoro non pagato, e perché esso sia prodotto la condizione necessaria è un rapporto sociale di forza che separa il lavoratore dallo strumento di produzione e dal prodotto, e che lo costringe ad alienare la sua forza lavoro come unico mezzo per procacciarsi le sussistenze.
La causa e la misura del profitto capitalistico risiedono in una appropriazione di pluslavoro. È falsa la tesi che non possa esservi lavoro produttivo se non dove si produce plusvalore. Marx procede con metodo che i critici volgari definiscono come fredda analisi del capitalismo, aliena da approvazione o condanna che si concluda nel prevedere l’ulteriore evoluzione graduale del capitalismo stesso; lo stesso fatto che il Capitale non è un manifesto programmatico o un memoriale di rivendicazioni, li induce a credere che vi faccia da programma la tolleranza di lunghe ulteriori vicende del regime capitalistico e vi figurino come rivendicazioni soddisfacenti e desiderabili da parte della classe operaia le misure legislative inglesi e d’altri paesi esposte nel fare la cronaca delle fasi dello sviluppo borghese e analizzate allo scopo di dimostrare che ben vi si applica la teoria economica la cui enunciazione e dimostrazione forma l’oggetto dell’autore. Il grossolano o voluto equivoco si basa sul fatto che il libro procede con metodo scientifico, ed il metodo scientifico applicato ad esso e dalla scuola a cui a dato luogo alla economia, alla sociologia e alla storia, consiste nello scartare come privi di ogni valore tutti i preconcetti ideologici di natura morale. Si tratta, nel lavoro d’indagine, di accettare i fatti come sono, estrarne le leggi e sulla scorta di queste seguirne e prevederne l’andamento. Non è il caso di dire ora come e perché questo compito non contraddice minimamente a quello integratore di un intervento attivo, non di forze ideali e di individualità ispirate e creatrici, ma di collettività operanti in un campo ampio o ristretto secondo il succedersi delle situazioni (7).
Diciamo ciò perché abbiamo qui un esempio di come si debba intendere e leggere l’opera di Marx.
Il fatto del plusvalore viene dapprima indagato secondo i metodi della scienza sperimentale in base a una ipotesi che spiega e misura bene i dati di fatto accertati. Quindi si esamina la tesi ora ricordata che pretende il plusvalore inseparabile dal lavoro produttivo. La si confronta dapprima coi dati del passato: non è vero che apparso il lavoro produttivo sia apparso con esso il plusvalore: fino a quando il produttore rimane in possesso del suo strumento di lavoro, è in grado di procurarsi le materie prime, e resta arbitro di alienare o meno i propri prodotti, o in ogni caso li aliena a suo esclusivo beneficio; egli lavoro tanto quanto basta a procurargli le cose di cui ha bisogno, ossia per il solo tempo di lavoro necessario. Sui primordi della società, se le forze di lavoro acquisite sono minime, sono minimi anche i bisogni, e specie laddove il clima e la fertilità del suolo sono favorevoli, il tempo di lavoro necessario è basso. Occorre un intervento di forza che sottoponga l’un all’altro i membri della società per imporre a taluni di lavorare un tempo supplementare a beneficio altrui. Se dunque è vero che occorre un certo grado di produttività del lavoro perché appaia il fatto del plusvalore, non è vero che questo abbia la sua causa immediata nel lavoro, perché storicamente troviamo esempi di lavoro senza plusvalore.
Eseguito così il confronto con i dati della storia che bastano a smentire la pretesa e metafisica necessità del plusvalore e del profitto, il terzo punto della deduzione è un corollario evidente; sarà possibile che il plusvalore sparisca e con esso il capitalismo, conservandosi la produttività del lavoro coi formidabili incrementi ricevuti attraverso la varie fasi analizzate.
Non si tratta dunque di proporre mitigazioni o preconizzare piccoli mutamenti secondari dell’assetto economico, ma si tratta della posizione più radicale che possa pensarsi, ossia della soppressione del capitalismo stesso, togliendo di mezzo le pretese dimostrazioni della necessità ed immanenza sociale dei cardini su cui si regge. In altro luogo è trattato il punto successivo, ossia che tale trapasso è non solo possibile ma necessario, e in altro punto ancora, quando si affrontano problemi non più di sola scienza ma d’azione, sarà dimostrato come e con quali forze si eserciterà in tale senso un’azione positiva, la cui esigenza non contraddice affatto all’assodata determinazione storica.
Ripartizione del valore prodotto dal lavoro tra il capitalista e il salariato
Ora che abbiamo seguito per sommi capi la variazione storica della durata della giornata di lavoro, e della produttività tecnica di essa, consideriamo quantitativamente le leggi di queste variazioni. In tutto quanto segue consideriamo costante il valore del denaro che si assume come misura di valore di ogni altra merce: supponiamo cioè che il procurarsi un Kg. di oro costi sempre lo stesso tempo di lavoro medio e che il Kg. di oro rappresenti sempre lo stesso numero di unità monetaria. Resti così sempre fissa, ad es., l’equivalenza di un’ora di lavoro con 3 Lire.
Alle quantità prima considerate aggiungiamone una nuova la produttività del lavoro, ossia la sua capacità a produrre nell’unità di tempo più o meno prodotti. Chiamiamo tale quantità con m intendendo di riferirci con essa al grado di produttività medio sociale del lavoro. Chiamiamo invece intensità del lavoro la sua produttività in un’azienda singola, in quanto possa essere più o meno alta della produttività generale media, e chiameremo i tale intensità. Così, mentre la produttività media di un’ora di lavoro può equivalere ad x grammi di ferro, y grammi di cotone, 2 grammi di oro, 3 Lire; se invece un operaio in una data azienda è in grado per sua abilità o per mezzi produttivi superiori di produrre 2x grammi di ferro, 2y grammi di cotone ecc. ossia 2 ore di lavoro medio, diremo che la intensità è doppia di quella media.
Ponendo a parte completamente il capitale costante il cui valore passa inalterato nel prodotto, consideriamo la parte di valore dei prodotti dovuta a lavoro composta al solito dal capitale variabile o spesa salari o compenso del lavoratore (V) e dal plusvalore o appropriazione del capitalista (P). Abbiamo chiamato saggio del plusvalore il rapporto s = P : V. Chiamiamo sempre t il numero d’ore di lavoro. Chiamiamo ora L la quantità del prodotto non più annua ma giornaliera, ed f il suo prezzo unitario, non più totale ma per la quota che rappresenta il lavoro.
Avremo allora
V + P = fL = t x 3
1°) (Caso 3° del cap. XVI) – Varia la durata del lavoro. Invece di t ore di lavoro t’ ore. Avremo che, posto t’ = at, la quantità di prodotti L diverrà aL e il loro valore faL = at x 3. È cioè variata la somma delle quote del salariato e del capitalista. Quale sarà stata la variazione di ciascuna di esse? In generale il salario rimarrà costante, e tutto l’aumento ricadrà sul plusvalore (supposto che la variazione sia un aumento). Però in un certo limite se i lavoratori danno più ore di attività, consumeranno maggiori sussistenze e sarà giocoforza accrescere i salari se non si vuole veder diminuita l’intensità e produttiva che per ora supponiamo costanti.
Quindi ad un aumento della giornata corrisponde un aumento del valore prodotto, un certo aumento del salario ed un aumento corrispondente di plusvalore.
2°) (Caso 2° del cap. XVI) – Varii l’intensità del lavoro ma la giornata sia costante.
In una data azienda senza prolungare le ore di lavoro si riesca ad ottenere più prodotti nello stesso tempo sicché l’intensità del lavoro, prima corrispondente alla produttività media m diventi am. Anche questa volta otterremo più prodotti, ossia L’ = aL. Non essendoci ragioni che il loro prezzo cambi sul mercato, si incasserà di più ossia: faL = at x 3 = a(V + P) = V’ + P’.
Questo aumento del complesso V’ + P’ deve ripartirsi sul salario e sul plusvalore. Vi sarà un certo aumento di salario perché il lavoratore lavorando lo stesso tempo ma più intensamente consuma di più e può sempre offrirsi ad altri padroni sostituendo altro operaio che produca meno. Se però l’aumentata intensità dipendesse tutta da un segreto di lavoro del capitalista, esso potrebbe anche lasciare inalterato il salario (V’ = V) e riportare tutta la differenza sul plusvalore.
3°) (Caso 1° del cap. XVI) – Rimanendo costante la giornata di lavoro e a prescindere da variazioni particolari della intensità, varii la produttività media del lavoro in tutto il campo produttivo.
Come sempre la quantità dei prodotti da L diviene aL = L’ pur essendo sempre il risultato di t ore di lavoro medio. Ma poiché tale variazione per ipotesi interessa tutte le merci, comprese le materie prime, gli strumenti produttivi e le sussistenze, scenderanno tutti i prezzi e con essi quello della forza lavoro. Il prezzo f diviene f’ = f : a, la spesa salari V’ = V : a.
Allora il ricavato della vendita del prodotto L’ sarà f’L’ = LF. Perciò la giornata di lavoro produce maggior prodotto ma lo stesso valore:
P’ + V’ = f’L’ = fL = P + V
Il complesso del plusvalore e del salario è invariato. Ma abbiamo visto che il salario è diminuito da V a V’ = V : a. Per conseguenza il plusvalore è aumentato:
P’ = P + V – V’ = P + V – (V : a) = P + V (1 – 1/a)
Come avrà variato il saggio del plusvalore? Sarà aumentato a più forte ragione essendo P’ maggiore di P; V’ minore di V. Quindi diminuisce il valore della forza lavoro, cresce il plusvalore, cresce il saggio del plusvalore.
Il saggio diviene:
s’ = P’ / V’ = [P + V(1 – 1/a)] / (V / a) = a(P / V) + (a – 1) = as + (a – 1)
Essendo a più dell’unità, noi abbiamo che il saggio del plusvalore ha variato più che proporzionalmente alla produttività perché, oltre a corrispondere al vecchio saggio s moltiplicato per a, si deve aggiungere la ulteriore quantità positiva (a -1). L’errore di Ricardo fu, pur scorgendo l’aumento del saggio del plusvalore, di crederlo proporzionalmente all’aumento della produttività e alla riduzione del salario.
Esempio numerico chiarificatore. Posto il salario V di £. 18, il plusvalore di £. 12, e il prodotto totale di £. 30 (6 ore, 4 ore 10 ore), aumenti la produttività del 100%. Otterremo sempre 30 £. perché mentre il prodotto sarà raddoppiato, poniamo 20 chili al posto di 10, il prezzo sarà 1,50 invece di 3 Lire al kg. Il salario scenderà parallelamente da 18 a 9 Lire, il plusvalore salirà da 12 a 21, ossia crescerà meno del 100%. Il saggio del plusvalore era prima 12 : 18 = 66%, diviene ora 21 : 9 = 233%. Il saggio è aumentato nella proporzione 233 : 66 ossia del 350% in corrispondenza di un aumento di produttività del 100%.
I tre casi esaminati possono cambiarsi a piacimento con variazioni simultanee di tutte le grandezze (4° caso).
Quando, come nel primo caso, i prezzi generali non mutano, il salario o prezzo della forza lavoro non varia che per conseguenza di un maggior pluslavoro o consumo di forza; cioè è il crescere del plusvalore causa di un relativo crescere del salario. Se invece variano i prezzi pel variare della produttività generale, è la variazione dei salari che causa direttamente la variazione inversa del plusvalore. Il capitalismo fa sì che la cresciuta forza produttiva non si risolve in diminuito lavoro medio ma in una aumentata proporzione tra il prelevamento di una classe privilegiata e il compenso del lavoro; ciò a parte le altre enormi “passività” sociali provocate per mantenere un tale stato di cose.
Spigolature trotzkiste
I.
Più si seguono le evoluzioni tattiche del trotzkismo, più ci si accorge della estrema fragilità dei motivi che lo differenziano dallo stalinismo. Si direbbe che fra le due correnti si svolga un’affannosa corsa ad inseguimento, in cui la staffetta sia destinata ad essere continuamente raggiunta dalla retroguardia e a cederle gli stendardi che sembrava dover portare alti e immacolati al traguardo. In altre parole, il trotzkismo figura come il battistrada di un’evoluzione che lo stalinismo compie con ferrea logica anche se in lieve ritardo sulle scorrerie del suo presunto ma fittizio rivale, e che lo porta ad allinearsi con questo, senza scosse e senza turbamenti, nelle svolte fondamentali della storia più recente del capitalismo. Ciò spiega tanto le difficoltà che il trotzkismo incontra a differenziare concretamente il suo programma e la sua tattica dal programma e dalla tattica dello stalinismo, quanto il caratteristico procedere a sbalzi della sua organizzazione, a volta a volta ingigantita ed assottigliata a seconda della distanza che fra i due corridori si e venuta determinando.
E tuttavia, anche questa impressione risulta, ad un’analisi più attenta, sbagliata. Più che rappresentare il campo sperimentale delle evoluzioni dello stalinismo, la tattica trotzkista suggerisce la immagine di un “enfant prodige” le cui avventure in zone e su terreni pericolosi, perfettamente tollerate dalla madre, hanno lo straordinario potere di ricondurre all’ovile le pecorelle smarrite, e riconquistare all’autorità superiore della famiglia chi aveva per un momento creduto di sottrarsi al suo giogo. Non è infatti soltanto vero che il trotzkismo anticipa nella tattica quelle che sono necessariamente per essere le manovre dello stalinismo, ma è anche vero che, dopo rapide e temerarie incursioni nella “zona del fuoco”, esso ritorna fatalmente al punto in cui la sua via s’era separata da quella dell’altro.
È questo, evidentemente, il destino di tutte le posizioni intermedie, che non è soltanto di essere continuamente divorate dalle posizioni dichiaratamente riformiste, ma di ricondurre al loro minimo comun denominatore le eventuali ed incerte eresie germinate sul loro tronco. È perciò una logica storica ferrea quella che, al termine di violenti contrasti, porta regolarmente il trotzkismo a riaffiancarsi alle formazioni più tipicamente reazionarie del riformismo e a regger la coda ai fronti popolari o alla guerra. Poco importa che si rifiutino determinati strumenti dell’armamentario classico e ormai tradizionale del trotzkismo, come la “difesa della URSS”: la conclusione è sempre e fatalmente la stessa, né si può dire che deponga a favore della coerenza degli “antidifesisti” l’abbandono di quella tesi e il mantenimento integrale del programma transitorio.
II.
Una delle più caratteristiche pietre d’inciampo del trotzkismo è, come si sa, là questione delle lotte d’indipendenza dei paesi semi-coloniali e coloniali, intendendosi con questo termine non soltanto i paesi su cui si esercita da oltre un secolo il colonialismo borghese, ma anche i paesi ad alto sviluppo industriale che la seconda guerra imperialistica ha sottoposto al controllo ferreo e allo sfruttamento integrale delle grandi potenze vincitrici. Di fronte a queste lotte, la posizione costante del trotzkismo è di appoggiare ogni moto di cosiddetta indipendenza delle borghesie indigene come fattori suscettibili d’indebolire la impalcatura internazionale dell’imperialismo colonizzatore. L’appoggio è, beninteso, condizionato nel senso del mantenimento di una distanza, sul terreno organizzativo, fra i partiti borghesi dell’indipendenza e quelli proletari dello anti-imperialismo, ma si traduce in un sostanziale parallelismo nei programmi e perciò anche nella tattica. Le rivendicazioni poste alla base della “politica coloniale” del trotzkismo non hanno perciò nulla che le differenzi da quelle che agitano, o potrebbero essere portati ad agitare, i partiti nazionalisti del radicalismo borghese: sono rivendicazioni transitorie, che ruotano intorno ai pilastri delle libertà democratiche o della indipendenza nazionale. Orbene, su questo terreno, lo stalinismo può ben differenziarsi temporaneamente per un modo più guardingo di porre gli stessi problemi e magari di tacerli; ma è inevitabile che, nel corso del suo sviluppo, sia portato non soltanto a farli suoi, ma a far sue le parole d’ordine che i trotzkisti avevano poco prima lanciate come loro particolare scoperta. È bastato ad esempio che divampasse il contrasto imperialistico fra Russia e Stati Uniti, perché la parola d’ordine dell’“indipendenza nazionale” divenisse, dopo il contributo offerto allo stritolamento collettivo di tutta una serie di illustri indipendenze nazionali, il grido di battaglia e di raccolta del nazional-comunismo; con l’inevitabile corteggio di parole di ordine democratiche presentate come tappe transitorie verso il socialismo. E, ancora una volta, trotzkismo e stalinismo si confondono.
Leggete il “Messaggio” della IV Internazionale ai Lavoratori Giapponesi1. La critica allo stalinismo si risolve nella critica non ad una impostazione generale controrivoluzionaria del suo programma, ma ad un suo particolare e temporaneo aspetto, l’appoggio dato al mantenimento dell’istituto imperiale (appoggio cui lo stalinismo ha ormai rinunciato senza essere per questo meno reazionario): la tattica si risolve nella “richiesta” del “ritiro delle truppe di occupazione e del diritto del popolo a disporre di se stesso” – parola d’ordine ormai diventata il leit-motiv di tutti i Fronti Popolari e, dal punto di vista marxista, del tutto vuota e antistorica, come se il ritiro delle truppe, in regime internazionale d’imperialismo, potesse mai significare libertà per un “popolo” (e che cos’è, marxisticamente, popolo?) di disporre di se stesso, come se un popolo potesse mai, in regime capitalista, scegliere il proprio destino! -, e, una volta ritirate queste truppe, nella “richiesta” di “libere elezioni ad un’Assemblea Costituente nella quale il popolo possa determinare senza coercizioni il tipo di Stato e di Costituzione che realmente desidera” (dunque, per i marxisti della IV Internazionale, il parlamento borghese non rappresenta una forma di coazione). Nella lotta contro l’inflazione e l’alto costo della vita, la IV Internazionale lotta per “la scala mobile dei salari aggiustata all’alto costo della vita, per il controllo sulla produzione esercitato da consigli di fabbrica democraticamente eletti, per il controllo dei prezzi e della distribuzione dei generi di prima necessità da parte dei sindacati e di comitati liberamente eletti di massaie e di contadini poveri”, schierandosi cosi, da una parte, con tutti i Terracini, dall’altra con tutti i Di Vittorio del mondo; infine (e qui viene la commedia) propugna la “creazione di governi di operai e contadini senza ministri borghesi” (quest’ultima aggiunta vale da sola un Perú) con la meta finale, cui né socialisti riformisti né nazional-comunisti hanno mai rinunciato, della “completa abolizione del capitalismo”. Mettete un operaio giapponese di fronte alla scelta fra questo pasticcio di rivendicazioni democratiche e di lontane postulazioni rivoluzionarie, ed un programma di indipendenza nazionale e di democrazia progressiva condensato negli stessi obiettivi minimi ma appoggiato alla forza militare della Russia, e sfidatelo a non scegliere per quest’ultimo, tanto più quando il Segretariato della IV Internazionale si affanna a dimostrargli che la burocrazia staliniana ha tradito il programma fondamentale del socialismo, ma che intanto, in caso di guerra, la sua causa dovrà comunque trovare il suo appoggio, sia pure in forma condizionata (sparare… sotto condizione), in difesa delle conquiste progressive e rivoluzionarie dell’economia nazionalizzata e della pianificazione ad opera dello Stato!
III.
Ma c’è, in campo trotzkista, chi non digerisce la capitolazione di fronte al palese tradimento della causa internazionalista e rivoluzionaria del proletariato da parte della Russia “progressista” di Stalin. L’ala dissidente di Shachtman è, negli Stati Uniti, su questa posizione. Ma anche per questo ramo dissidente del trotzkismo internazionale, intermedismo rimane la legge, e l’intermedismo è l’anticamera dello stalinismo.
Il piano Marshall è, per accezione comune, un piano di colonizzazione imperialistica dell’Europa. Lo dicono anche gli staliniani, che imperniano anzi su questa constatazione la loro propaganda, non soltanto elettorale, in Europa. Lo dicono anche i trotzkisti, come lo diciamo noi: ma quali conclusioni ne traggono? Le stesse di quegli staliniani che la corrente Shachtman è la più violenta nell’attaccare, cioè queste (leggasi “Labor Action” del 17 nov. 1947): bisogna accettare gli aiuti all’Europa, ma esigere che non diventino un’arma per lo assoggettamento del Vecchio Mondo all’imperialismo del Nuovo. In altre parole, chiedere all’imperialismo che faccia della beneficenza, protestare anzi perché ne fa troppo poca, meno di quella che potrebbe fare, e pretendere che gli aiuti concessi siano dati senza contropartita, per cristiana pietà, e non creino vincoli di dipendenza per chi li riceve (per questi marxisti, si può essere debitori e indipendenti, schiavi e liberi!).
Programma pratico:
1) “pieno e completo aiuto materiale, finanziario e morale (anche morale, per grazia di Dio!), da estendersi alla classe operaia e ai popoli d’Europa: “Labor Action”, lungi dall’opporvisi, crede che molto di più potrebbe essere fatto anche dalla America capitalista, per aiutare l’Europa, di quanto non sia proposto dal piano Marshall” (sotto, dunque, capitalisti!)
2) “Ci opponiamo a tutti i vincoli e le condizioni connesse ad un programma di aiuti che, in qualsiasi modo, faciliti l’intervento imperialista americano negli affari interni dei paesi aiutati… cosi come all’imposizione di interessi, alla insistenza per un trattamento preferenziale e agli altri notissimi metodi di intervento imperialistico” (per i trotzkisti come per gli staliniani, che sostengono la stessa tesi, l’intervento non è tutt’uno col fatto di anticipare capitali o materie prime, ma è legato a particolari clausole, che possono anche non esserci senza per questo determinare rapporti meno ferrei di sudditanza; per gli uni e per gli altri, benvenuti i soccorsi dei padroni, ma che non ci facciano pagare gli interessi!)
3) e qui viene il grottesco – ma Togliatti, al VI Congresso, ha sfiorato l’argomento con le stesse, o con somigliantissime parole – “siamo contrari all’amministrazione del piano da parte di trust e corporazioni finanziarie… e proponiamo che le organizzazioni sindacali dei rispettivi paesi abbiano il diritto di salvaguardare e proteggere gli interessi dei loro lavoratori in modo che nessun fondo, prestito ecc. sia usato ai fini del loro sfruttamento” (le industrie europee dovranno dunque accettare prestiti, ma non sfruttare gli operai, cioè cessar di funzionare come industrie capitalistiche, e chi anticipa il danaro cederà all’operaio, attraverso le sue organizzazioni di difesa, il diritto di rendere improduttivi i capitali prestati!). Dove si vede che, difesisti o no, le conclusioni sono le stesse: accettare la democrazia e rifiutarne le conseguenze: giocare alla indipendenza con le armi dell’imperialismo; controriformare le più sottili manovre di consolidamento dell’edificio capitalistico internazionale e gabellarle per misure progressiste. L’imperialismo non ha che da rallegrarsene: le condizioni gli interessano poco, l’essenziale è aver garantito l’appoggio di quella stessa classe che, tradizionalmente, considerava sua avversaria. State tranquilli, trotzkisti di destra o di sinistra: l’imperialismo americano non avrà bisogno di imporre clausole per realizzare, attraverso la politica degli aiuti da voi e dai cugini staliniani benedetti, l’asservimento dell’Europa occidentale ai suoi piani!
IV.
Infine, c’è una varietà di trotzkisti che, indipendentemente dall’accettazione o meno della parola d’ordine della difesa dell’URSS, si sono convinti che la tattica dell’appoggio ai moti d’indipendenza nazionale o coloniale è, nei termini in cui tradizionalmente la pone il trotzkismo, rovinosa. “The New International” (organo di Shachtman) riporta2 la risoluzione di un gruppo di trotzkisti cinesi che si staccarono dalla organizzazione ufficiale perché questa aveva continuato ad appoggiare il Kuomintang pur dopo che “aveva cessatoda tempo di condurre una lotta indipendente, anti-imperialistica contro il Giappone” (e quando mai l’aveva condotta?).
I dissidenti cinesi si sono accorti delle conseguenze fallimentari della politica di appoggio incondizionato a tutti i moti di emancipazione coloniale, e riconoscono che la bandiera dell’“indipendenza dall’imperialismo x” (nella fattispecie, dall’imperialismo giapponese) è sempre soltanto servita a giustificare la repressione dei moti operai e il massacro dei proletari. Ma da questa prima constatazione non derivano una revisione critica del problema nel senso di riconoscere che ogni cosiddetto moto di indipendenza coloniale ha, oggi soprattutto, un fondo imperialistico e che, d’altro canto, non si pone più per le colonie il problema di una rivoluzione borghese, per cui, sia dal punto di vista della lotta contro lo sfruttamento imperialistico, sia da quello interno della lotta fra le classi, può porsi soltanto la questione della rivoluzione proletaria: ne derivano tutta una casistica che, mentre pretende di liquidare gli “errori” del passato, riconduce le lotte operaie sul binario di tutte le sconfitte che il proletariato dei paesi coloniali ha subito. Il fondo dell’atteggiamento trotzkista di fronte ai moti coloniali è sempre quello: “partecipare alla guerra, mantenendo però completa indipendenza di azione e di politica”: “un movimento di emancipazione nazionale guidato dalla borghesia “nazionale” dei paesi coloniali può assumere carattere progressivo solo se le masse che vi partecipano godono di piena libertà di propaganda, di organizzazione e di azione” (si chiede cioè l’impossibile); un moto borghese può essere o non essere progressivo e, in base alla valutazione della sua progressività, lo si dovrà o meno appoggiare. Esempio: “Le guerre anti-imperialiste condotte dalla borghesia coloniale non sono state e non saranno invariabilmente progressive in ogni condizione e in ogni tempo. Il loro carattere deve sempre essere deciso in base a fattori interni ed internazionali. Interni: se la guerra è condotta a prezzo di una terribile oppressione degli operai e contadini indigeni (ve la figurate una guerra che non opprime, o che, poiché sembra sia un problema di gradi, opprima poco contadini e operai?) allora, per quanto possa sembrare che abbia un ruolo progressivo nella lotta contro la potenza imperialista, è però reazionaria… Internazionali: se la guerra si svolge fra un paese coloniale da una parte e una potenza imperialista dall’altra, essa è progressiva; se invece è condotta (o in ultima analisi finisce per esserlo) fra due potenze imperialistiche e diviene perciò parte della guerra imperialista… perde il carattere progressista che aveva alle origini” – come se nell’era dell’imperialismo monopolistico ed accentratore, una nazione coloniale potesse mai condurre una “guerra coloniale pura” e non essere, sul piano borghese, pedina di un’altra grande potenza imperialistica. Risultato finale: i trotzkisti si batteranno per l’indipendenza coloniale anche nei quadri di una guerra condotta dalla rispettiva borghesia sfruttatrice, rivendicando il diritto di essere ad un tempo soldati disciplinati e rivoluzionari intransigenti.
È bene che le posizioni trotzkiste vengano portate all’assurdo, come in questo caso, nello sforzo di portarle alle loro conclusioni logiche. L’assurdo, in realtà, è alla base dell’intermedismo di quest’affannosa ricerca di tappe e conquiste progressive in una società che non ha più nulla da dare al proletariato oltre alla guerra. Messi su quel piano inclinato, si va in fondo: o si abbraccia la guerra senza condizioni, o si sfoglia la margherita per decidere se la guerra è o non è progressista, se farà o no soffrire i proletari, se sarà fatta fra potenze imperialiste o fra coloni e colonizzatori. E, poiché la risposta della margherita non è mai precisa, ci si butta nella guerra, salvando la faccia con la dichiarazione che si conserva la propria fisionomia indipendente… col risultato di fungere da carne da macello per la propria borghesia o per la “sesta parte socialista del mondo”, e di riceverne come ricompensa finale, oltre il danno, le beffe.
Le quali sono, in fondo, meritate, giacché, se il problema è di trovare con la lampada di Diogene gli anelli intermedi del “progresso” in regime borghese, a che pro un doppione di quella “democrazia progressiva” che lo stalinismo ha smerciato in tutti i porti del mondo?
NOTE